venerdì 18 maggio 2012

Sommaren med Monika. Appunti sparsi dopo la visione del film Monica e il desiderio.


A voler essere sintetici il film Monica e il desiderio, uno dei più noti di Ingmar Bergman (anche per via del grande scandalo che seguì alla sua uscita), non certo uno dei più grandi, elabora:
...”la storia di una ragazza che seduce un uomo, fuggono, trascorrono insieme l'estate al limite della legalità e, giunto l'inverno, tornano in città, hanno dei problemi e si lasciano”.
(da Conversazione con Ingmar Bergman di Olivier Assayas e Stig Bjorkman).

I motivi per cui il film fece rumore, ebbe successo, sebbene a molti mesi dalla sua uscita, e resta una pietra miliare nel cinema di Ingmar Bergman sono sotanzialmente tre:
  1. Costituì il lanciò definitivo di una giovane attrice, appena diciannovenne, bellissima e sfrontata: Harriet Andersson, peraltro sconsigliata caldamente al Maestro da un anziano regista che aveva lavorato in precedenza con lei. Quando Bergman gli chiese se avesse potuto attribuirle la parte di Monica, quello rispose sarcastico: “Non credo. Se lo fa, sarà a suo rischio e pericolo”.
  2. Fu pesantemente mutilato dalla forbice della censura che pensò bene di eliminare alcune scene erotiche che avevano per protagonista la bellezza fisica e travolgente della Andersson.
  3. Da esso scaturisce una curiosa quanto proficua querelle di giudizi critici da parte di alcuni noti esponenti della Nuovellevague francese, il più noto dei quali fu il critico dei Cahiers du cinema e regista a sua volta, Jean Luc Godard.

Sinossi

Monica e Harry, due giovani, in cerca di vita e d'amore, si conoscono in uno squallido caffè.
Decidono di fuggire e di girare il mondo vivendo alla giornata.
Si sotengono mangiando funghi selvatici colti nel bosco, frutta rubata dai frutteti e, perfino, (Monica) un trancio di arrosto sottratto al buffet di una villa.
Trascorrono le lunghe giornate estive facendo l'amore, oziando, parlando e bagnandosi in mare.
Monica lascia a briglie sciolte tutta la sua femminilità, fisicità, bellezza, voglia di vivere e di divertirsi.
Fino a quando non confessa ad Harry di essere in cinta.
Alla fine dell'estate tornano in città con l'intento di regolarizzare il loro rapporto.
Invece dopo un litigio violento nel quale Harry accusa Monica di adulterio (che lei non nega, confessando, anzi, di amare ancora una sua fiamma: Lelle) si lasciano.
Il film finisce con un flash-back nel quale Harry rivede i felici momenti estivi passati assiema a Monica.
E un motoscafo che lentamente si allontana sull'acqua.


Recensione

Non c'è dubbio che il film viva e si regga quasi esclusivamente sulla presenza in scena (pressochè ininterrotta) e sulla intensa performance interpretativa di Harriet Andersson.

Secondo Olivier Assayas, che raccolse in un libro la sua “Conversazione con Ingmar Bergman”, quella di Harriet Andersson in “Monica e il desiderio” è una delle più grandi performance d'attrice alle quali lo spettattore abbia mai assistito.

Ingmar Bergman aggiunse:
...Lei ha una storia d'amore con la macchina da presa. La macchina da presa la stimola e lei se ne sente estremamente stimolata. Una relazione molto strana....”

Non c'è alcun dubbio che la sua recitazione originale, sfrontata, scandalosa, disibinita, da attrice consumata abbia lasciato una traccia indelebile nella storia del cinema mondiale.

Sempre Olivier Assayas, scrive:
"Uno degli elementi straordinari del film è Harriet Andersson. Sicuramente una delle più grandi attrici mai esistite”.

La replica secca di Bergman: “E' vero”.

Lo stesso Bergman (che, per qualche periodo, era stato legato sentimentalmente all'attrice) afferma:
"...Se lei la vede in “Monica e il desiderio” e poi in “Sussurri e grida”... io credo che lei...insomma...che lei sia una delle più grandi attrici del mondo”.
E ancora Bergman, indugiando, stavolta, sulle indubbie qualità fisiche ed estetiche dell'attrice:
"Harriet era molto bella. Aveva diciannove anni. Abbiamo fatto il film. Quello è stato un periodo bellissimo”.

Ma non finisce quì.
Il Maestro spinge ben oltre la sua agiografia di Harriet Andersson.Scrive, infatti, nel suo libro autobiagraficoImmagini:"Harriet Andersson è uno dei geni della cinematografia. Se ne incontrano soltanto alcuni rari esemplari durante il cammino tortuoso attraverso la giungla di questo mestiere. Ecco un esempio. L'estate è finita. Harry non è in casa e Monica esce con Lelle. Al caffè lui fa suonare il juke-box. Nel fracasso dello swing la cinepresa si volta verso Harriet. Lei sposta lo sguardo dal suo partner direttamente sull'obiettivo. Così veniva stabilito, all'improvviso e per la prima volta nella storia del cinema, un impudico contato diretto con lo spettatore”.

E si giunge, così, al famosissimo sguardo in macchina di cui tanto si è parlato e scritto.
Il film, tuttavia, non fu accolto molto bene.
Almeno dalla critica.Ebbe invece un discreto successo di pubblico.
Fu recensito in modo molto discordante dai critici dell'epoca.
Specie da quelli italiani, che non furono troppo clementi col regista svedese.
Giacinto Ciaccio lo liquidò scrivendo:
“Un dramma insieme bislacco, discutibile e commovente”.

Mario Verdone lo definì: "Un film minore” niente di più che “un solo, efficace, studio di donna”.

Alfonso Moscato, ritenne eccessivo ....” il parallelismo tra la natura e l'animo della ragazza”.

L'accoglienza tiepida che ebbe in Italia, per fortuna non fu la stessa che ebbe in altri paesi. E fu bilanciata, ad esempio, da quella ricevuta in Francia, specie dal regista-scrittore-critico Jean Luc Godard che, dopo una retrospettiva organizzata dalla Cineteca Francese, lo riabilitò, sostenendo su i “Cahiers du cinema” che, in quel film più di ogni altro, Ingmar Bergman si era imposto come il “cineasta dell'istante”
Aggiungendo enfatico nella sua entusiastica recensione:
"Ognuno dei suoi film nasce da una riflessione dei protagonisti sul presente, approfondisce tale riflessione attraverso una sorta di frantumazione della durata, un po alla maniera di Proust, ma con maggiore forza, come se Proust fosse stato moltiplicato da Joyce e Russeau insieme, e infine diventa una gigantesca e smisurata meditazione a partire da un'istantanea. Un film di Bergman è per così dire un 24° di secondo che si trasforma, si dilata per un'ora e mezza.
E' il mondo fra due battiti di palpebre, la tristezza fra due battiti di cuore, la gioia di vivere tra due battiti di ali”
Lo stesso Godard fu affascinato dalla sequenza in cui Harriet Andersson fissa ostinatamente la macchina da presa, 5 anni prima di Gelsomina (Giulietta Masina) in La strada:
Bisogna aver visto Monica almeno per gli straordinari momenti in cui Harriet Andersson, prima di riandare a letto con un tale che aveva piantato (Lelle, ndr), guarda fisso la macchina da presa con i suoi occhi ridenti pieni di smarrimento, prendendo lo spettatore a testimone del disprezzo che essa prova nei suoi confronti per il fatto di scegliere involontariamente l'inferno contro il cielo”.
E la definì: “l'inquadratura più triste di tutta la storia del cinema”.


Curiosità

Il film, ad alto contenuto erotico, creò non pochi problemi ad Ingmar Bergman, non solo negli altri paesi, ma addirittura per la distribuzione nell'avanzata e disinibita Svezia.
Anche nella versione originale svedese infatti fu tagliata l'inquadratura di Monica che si accarezza il seno voluttuosamente.
E, nonostante il film, uscito nel 1953, fosse stato distribuito nel resto d'Europa con qualche anno di ritardo e in Italia, addirittura, nel 1961, fu censurato pesantemente.
In particolarre la forbice della censura colpì:
    a) la scena del momento in cui Monica fugge completamente nuda verso il mare sotto gli occhi di Harry;
    b) l'inquadratura di Monica stesa a seno nudo sul motoscafo;
    c) la scena nella quale Harry la prende con la forza strappandole i
    vestiti di dosso.

Conclusioni


"Non ho mai fatto un film meno complicato di Monica e il desiderio. Tiravamo semplicemente avanti e si girava. Ci rallegravamo della nostra libertà. Il successo di pubblico fu considerevole”.
(Ingmar Bergman, dal suo libro autobiagrafico: Immagini)

Ed in chiusura di questa nota voglio anche aggiungere una considerazione personale sull'infelice titolo attribuito al film dalla distribuzione italiana.Forse questo bel film del Maestro avrebbe meritato un titolo, in italiano, meno ...equivoco(come lapidariamente lo definì anche il critico Sergio Trasatti), più adatto, forse, a un film porno scandinavo girato in super8, che ad un film da comprendersi nella filmografia del regista più grande di sempre
Sarebbe bastato, probabilmente, tradurre anche troppo banalmente il bel titolo in svedese Sommaren med Monica nel più semplice ma più eloquente (in italiano): Un'estate con Monica.





mercoledì 9 maggio 2012

Appunti sparsi dopo la visione del film IL SILENZIO.

Il silenzio originariamente si chiamava Timoka. Avvenne per pura combinazione. Vidi la parola su un libro estone, senza sapere cosa significasse. pensavo che fosse un bel nome per una città straniera. La parola significa: appartenente al boia”.
(Ingmar Bergman, dal suo libro-diario Immagini)

SINOSSI
In uno scompartimento ferroviario viaggiano, di ritorno in patria, dopo un viaggio di villeggiatura all'estero, due sorelle: Ester ed Anna, e il figlio di questa (ovviamente nipote della prima).
Il caldo è soffocante e procura un malore ad Anna, già gravemente malata.
Si rende urgente la discesa dal treno alla prima stazione e una sosta in un albergo della città di Timoka, dove si parla una lingua incomprensibile, anche per Anna che è una traduttrice.
Lasciata Ester ed il figlio in albergo, Anna si reca in un locale dove in un angolo vede due persone che fanno sesso pubblicamente e in modo disibinito.
Ne è eccitata e si offre al barista.
Quando il figlio di Anna, Johan rivela ad Ester che ha visto la madre baciarsi col cameriere, Ester ha un crollo.
Anna decide di proseguire il viaggio, abbandonando la sorella alla malattia e, forse, alla morte.
Nelle mani di Johan appare una lettera della zia nella quale c'è scritto: “Per Johan”.
E il bambino vi legge la parola sconosciuta: “Hadjek”.
Che vuol dire anima, parola ricorrente nella filmografia di Bergman.

Terzo film della cd. “Trilogia religiosa” (o “di Dio”, o “del silenzio di Dio”).
Dopo “Come in uno specchio” e “Luci d'inverno”.
Lo stesso Ingmar Bergman, che era solito suggerire l'analisi singolare dei suoi film, sembrò invece, accomunare questi tre nella classificazione che segue.
"Questi film trattano di una riduzione:
  1. Come in uno specchio: (rappresenta, ndr) una certezza conquistata;
  2. Luci d'inverno: (rapppresenta, ndr) una certezza messa a nudo;
  3. Il silenzio (che doveva chiamarsi “il silenzio di Dio”, ma il titolo fu considerato dallo stesso autore: ...“impossibile per un film”): (rappresenta, ndr) la copia in negativo. Perciò (i tre film, ndr) formano una trilogia”.Molteplici, come sempre quando ci si appresta ad analizzare un'opera del Maestro, gli spunti di riflessione offerti dal film.
Esso si presta, come al solito, trattandosi di un'opera tra le più complesse di Bergman, a diverse chiavi di lettura.
Quella che io personalmente prediligo è la chiave autobiografica.
Bergman, come accade spesso co le sue opere si appresta ad una vera seduta di auto-psico-analisi.
Le due protagoniste del film Anna ed Ester (interpretate rispettivamente da Gunnel Lindblom ed Ingrid Thulin) incarnano due diversi tipi di donna; due caratteri contrapposti che potrebbero essere contenuti in un'unica figura femminile.
Anna è la donna sensuale, corporale, fisica.
Ester è la donna lucida mentalmente ed intellettualmente, che domina i suoi istinti, ma è malata, sofferente, cagionevole.
I caratteri contrapposti delle due donne, sembrano confluire nella personalità del regista.
A loro volta incarnano il femminino del maestro: lucido ma sofferente; psicologicamente vivo ma fisicamente provato; intollerante dell'autorità ma eticamente saldo.

E, come al solito, trattandosi di un'opera di Bergman, il film fu accolto all'epoca della prima uscita da pareri alternanti e critiche contrastanti.
Chi gridò fin da subito al capolavoro, apprezzando ed elogiando lo stile potente, rigido, austero, rigoroso del racconto.
Chi gridò allo scandalo, per via di alcune scene molto audaci per gli standard dell'epoca.
Ed in effetti il film incontrò seri problemi sulla stada dell'ottenimento dei visti della commissione censura.
Chi lo accolse con delusione.
Perchè si aspettava che Bergman avesse fornito un passo avanti nella ricerca di Dio ma, invece, dovette ricredersi.
Avevo solo fornito un passo avanti nella incomunicabilità umana.
Chi lo stroncò additandone degli “eccessi espressivi” e stigmatizzandone gli “urli espressionisti”.
Come li definì, aperttamente, Mario Verdone.

In realtà Bergman sembra affermare, attraverso i dialoghi del film che chi si allontana da Dio, chi abbandona la fede, chi perde i suoi valori spirituali si abbandona al vizio, al peccato e all'egoismo.
Ma non si può certo affermare che faccia, né tantomeno che voglia farlo lungo, un discorso su Dio.
In effetti, Dio è citato, direttamente o indirettamente, solo tre volte.
  1. Quando Ester ricorda con un monologo la morte del padre. “Ora è l'eternità” le disse l'uomo guardandola negli occhi.
  2. Nella preghiera di Ester: “Mio Dio fate che arrivi a casa prima di morire”.
  3. Con la parola Hadjek (anima) che il bambino Johan legge sull'appunto datogli dalla zia Ester, prima che lui e la madre ripartano.
Ma che significa Timoka, cosa rappresenta?
Timoka è la metafora del Mondo.
Il suo mistero e la sua incomprensibilità.
E' la proiezione fisica di un posto popolato da una umanità avvilita, che non può o non vole comunicare, ed è avviato all'isolamento e alla guerra, come unica soluzione delle controversie.
Di qui i nemmeno tanto allusi riferimenti agli strumenti bellici.Di qui anche l'uso di una lingua incomprensibile.
Che prelude alla negazione del rapporto dialogico.
E, che, paradossalmente, non può essere capita nemmeno dalla donna, Anna, che professionalmente fa l'interprete.
E così ci troviamo davanti al solito, ricorrente paradosso di Bergman della professionalità irrisa e derisa.
Altro esempio, dopo quello, ben più esplicirto, riscontrato ne “Il volto”.Dove il dottor Vergerus (interpretato da Erland Josephson) viene irriso e deriso dal Mago Emanuel Vogler (interpretato da max von Sidow).

L'dea di una città misteriosa e sconosciuta, dove si parla una lingua incomprensibile deriva a Bergman da una raccolta di racconti dello scrittore Sigfried Siwertz, letti da bambino.
Si chiamava “Il circolo” del 1097; mentre il racconto ispiratore si titolava “La tenebrosa dea della vittoria”.
Ma anche Stoccolma, vista da Bergman con occhi da bambino contiene molti spunti curiosi sui quali si fonda l'immagine e la costruzione della città di Timoka.
Lo stesso Maestro racconta nel suo libro-diario Immagini quando da bambino passeggiava nel quartiere di Birger-Jarl, dove si aprivano sulla strada tanti curiosi negozietti nelle cui vetrine si divertiva a cogliere espliciti o nascosti riferimenti erotici: protesi; busti; pompette uterine e stampati vagamente pornografici.

“Nel silenzio io e Sven (Nyquist, direttore della fotografia, ndr) avevamo deciso di essere spudoratamente impudichi. Là c'era una lussuria cinematografica che ricordo con gioia. Era semplicemente divertente, in modo pazzesco, fare Il silenzio. Inoltre le attrici erano dotate, disciplinate e quasi sempre di buon umore. Che il silenzio, in certo qual senso, sia diventato la loro disgrazia, questa è un'altra storia. Il film fece sì che i loro nomi divenissero internazionalmente noti. E l'estero, come al solito, si degnò di fraintendere la peculiarità del loro talento".
(I.Bergman dal suo libro-diario Immagini)

Curiosità
1) Lo stile dell'immagine in Il silenzio, in Come in uno specchio e in Luci d'inverno è austero, per non dire casto.
I movimenti di macchina pochi, corti, essenziali.
Tipici di un certo stile di cinema da camera bergmaniano.
Un agente di distribuzione americano un giorno domandò al Maestro, con voce disperata:
"Ingmar, why don't you move your camera anymore?”

2) Un commento autentico del regista sul suo film a distanza di qualche tempo:
"Quando oggi rivedo Il silenzio, devo ammettere che in qualche parte risente di una certa letterarietà ... Per il resto non ho alcuna recriminazione da fare” (I. Bergman).


(La recensione letta è contenuta con le altre di 10 film di Bergman nel libro di salvatore M.Ruggiero
"IL GENIO DI UPPSALA. Il grande cinema di Ernst Ingmar Bergman spiegato a chi lo ignora",
edito da Lulu.com e distribuito anche da Amazon)

http://www.amazon.com/s/ref=nb_sb_noss/185-7194420-9653643?url=search-alias%3Dstripbooks&field-keywords=il+grande+cinema+di+Ernst+Ingmar+Bergman+

martedì 8 maggio 2012

Appunti sparsi dopo la visione del film LA VERGOGNA .

https://www.facebook.com/pages/IL-GENIO-DI-UPPSALA-Saggio-di-Salvatore-MRuggiero/255311737843888

La guerra vista da Ingmar Bergman.

“Quando rivedo “La vergogna”, trovo che è spezzato in due parti. La prima metà, dedicata alla guerra, è brutta. L'altra, sugli effetti della guerra, è bella. La prima metà è assai peggiore di quanto immaginassi, ma l'altra è migliore rispetto a come la ricordavo.”
E, in effetti ...”la parte migliore del film inizia quando la guerra finisce ed iniziano i dolori.”
(I.Bergman, dal suo libro-diario: “Immagini”)

SINOSSI

Eva e Jan Rosenberg (interpretati da una sensazionale Liv Ullmann e da un Max von Sidow in stato di grazia), sono una coppia di artisti, musicisti, per l'esattezza.
Suonano entrambi il violino.
Non hanno figli.
Ma sognano di averne in futuro (specie lei).
Anzi, progettanno di avere un figlio, senza sapere, naturalmente, che da lì a poco la guerra arriverà anche sul loro eremo.
Si sono da tempo ritirati su un'isola deserta, dove sopravvivono coltivando verdure e ortaggi.
Senza lussi né confort ma, almeno, in piena tranquillità.
Nel mondo infuria la guerra.
Eva e Jan si troveranno presto alle prese, prima con il manifestarsi del conflitto sotto i loro occhi - morte, distruzione, assenza di senso - poi con le sue spiacevoli conseguenze.
La coppia sarà costretta ad attraversare esperienze terribili e umilianti ad opera, ora dell'uno ora dell'altro esercito.
Infatti poco dopo la loro vita verrà sconvolta dagli eventi bellici.
Il corpo di un paracadutista – già morto – atterra improvvisamente sull'isola, dove arriveranno altri militari che, sospettando i due di essere gli uccisori del loro sodale, li arrestano con l'accusa di collaborazionismo.
Il colonnello Jacobi, vecchio spasimante di Eva, aiuta la coppia in carcere e contemporaneamente insidia la donna, che alla fine cede al serrato corteggiamento del soldato.
Le affida perfino una somma di denaro in custodia.
Jan scopre casualmente i soldi che Jacobi (interpretato da Gunnar Bjornstrand) aveva affidato ad Eva; li sottrae; uccide a sangue freddo il rivale in amore e anche un altro soldato, capitato casualmente sull'isola.
Non ritenendosi più al sicuro, i due decidono di fuggire per mare.
Con i soldi sottratti al colonnello ucciso comprano un passaggio su un barcone in partenza, non si sa per dove.In mare aperto, il natante va alla deriva, in un mare pieno di cadaveri galleggianti.
Nella scena finale i cadeveri scompaiono ed Eva ricorda di aver sognato di avere una figlia.

RECENSIONE

“La vergogna” (Skammen) non è un film di guerra (ovviamente), ma un film sulla guerra; anzi, sugli effetti della guerra sull'uomo e sui rapporti dell'uomo coi suoi simili.
Ed infatti, all'inizio, doveva chiamarsi, semplicemente, “La guerra”.
Ed è anche la risposta indiretta del Maestro al dibattito socio-politico sulla guerra (anche quella all'epoca più attuale: la guerra del Vietnam).
Ed è anche la scelta ufficiale di campo del regista: egli condanna definitivamente la guerra, sposa (ovviamente e definitivamente) un atteggiamento, completamente ed indiscutibilmente, pacifista.
Messo tra l'altro in discussione da un'accusa inaudita, alquanto generica e frettolosa, proveniente da una parte della stampa, di qualunquismo.
Il regista se ne sarebbe reso reo per alcune dichiarazioni espresse proprio nei confronti della guerra del Vietnam.
A tali critiche il Maestro rispose, semplicemente ma fermamente, dicendo di non essere interessato a sapere di chi fosse la responsabilità della guerra in Vietnam, nè di tutti gli altri innumerevoli focolai bellici sparsi per il mondo.
In effetti far uscire un film sulla guerra in pieno 1968 era impresa che poteva passare per la mente, e riuscire, solo all'individualista, solipsista Bergman.
Nonostante le polemiche il suo film e il suo messaggio sono molto più eloquenti e chiari oggi di quanto non debbano essere apparsi alla fine degli anni '60.
In più egli tenne sempre a precisare che si dichiarava, non solo contro la guerra, ma anche contro ogni forma di violenza e di sopraffazione dell'uomo sull'uomo.
E, in effetti, il caso de “La vergogna” non costituisce nemmeno la prima volta che Bergman prende, nei suoi film, posizione nei confronti della guerra.
Il tema della guerra, che era già stato solo accennato dal regista, in altri film precedenti, quì diventa centrale: rappresentato come la violenza contagiosa della Storia, démone senza volto né nome, che scatena la perfidia e la violenza latenti in ogni uomo.
A guardare bene, infatti, la polemica antibellica era già presente in molte sue opere precedenti:
- ne “Il settimo sigillo”, fa sbeffeggiare la guerra (nel caso specifico le Crociate) da Jons il sagace e facondo scudiero; ed anche il Cavaliere Antonius Block mostra di non esserne tanto entusiata;
- in “Persona” (benchè solamente nel Prologo) mostra le immagini dei bonzi che si danno fuoco per protesta contro l'invasione militare del loro paese;
- in “Luci d'inverno” la sua idea anti-bellica era presente come catastrofe annunciata nell'ossessione del contadino, prima impazzito, alfine suicida, per il rischio, giudicato incombente, della bomba atomica cinese;
- ne “Il silenzio” mostrava, quasi come monito di un mondo inquieto e nervoso, carovane di carri armati che percorrono la misteriosa e incomprensibile città di Timoka.

“La vergogna” è anche un film sull'atteggiamento dell'arte, anzi degli artisti, nei confronti della guerra.
L'arte, in questo caso la musica, viene vista come strumento per innalzarsi e per raggiungere il livello più alto, quello delle vette eccelse concesse solo al creatore.

Ma “La vergogna” è anche un film (indirettamente) sulla religione e su Dio (sebbene non si parli mai apertamente di Dio; ma si parli apertamente dell'uomo e delle sue paure e dei suoi problemi e dei suoi sogni).
Anzi, se ci si passa il paradosso, si può dire che è un film del silenzio dell'uomo sulla religione e su Dio, come risposta al silenzio della religione e di Dio sull'uomo.

CONCLUSIONE

“Questo film - dice lo stesso Bergman - tratta di persone che non hanno nessuna fede, nessuna convinzione politica e che non possono proporre niente. Sono degli ingenui. Non cercano di capire qualcosa né di prendere posizione."Semplice in modo quasi disarmante ma magistrale e perfetta ricostruzione di un guerra "normale", che alla fine fa almeno impostare ai sopravvissuti un piccolo passo verso il loro futuro e il futuro del mondo. Il film mostra tutta la "inevitabilità" di un sogno comune.E, ancora una volta, come aveva già fatto in altri film precedenti, Bergman ricorre all'escamotage del sogno, per descrivere lo stato d'animo della protagonista e mandare in circolo un grande messaggio di vita e di speranza:"Ho fatto un sogno. Percorrevo una bellissima strada, da un lato c'erano delle case tutte bianche con arcate, colonne, portici, mentre dall'altro lato c'era un vastissimo parco e sotto gli alberi, lungo tutta la strada, scorreva dell'acqua verde cupo. Sono arrivata a un alto muro: era completamente ricoperto di rose. Poi all'improvviso un aeroplano ha incendiato le rose. Io non avevo alcuna paura. Era tutto così splendido. Stavo lì a guardare nell'acqua e vi vedevo quelle rose bruciare. Io avevo una bambina in braccio, era nostra figlia. Si stringeva contro di me e sentivo che la sua bocca mi sfiorava la guancia e per tutto il tempo sapevo che dovevo ricordare qualcosa che qualcuno aveva detto e che io avevo dimenticato."

Liv Ullmann è superba nell'impegnativo ruolo centrale - che richiese un completo coinvolgimento emotivo, sia col marito (Max von Sydow) che col suo amante (Gunnar Björnstrand).
Max von Sidow, è credibile e addirittura detestabile, sia nel ruolo di assassino di uomini che di potenziale ...assassino di polli. E anche quando sviene, quasi pavidamente.

Il film fornisce anche un grande apologo sulla pericolosità delle armi e sulla loro capacità di trasformare in killer a sangue freddo anche una persona che potenzialmente non sarebbe capace di uccidere con le sue stesse mani nemmeno un mite ed indifeso animale da cortile.
Da antologia la scena nella quale von Sidow non riuscendo ad ammazzare una gallina tenta addirittura di sparare al volatile pennuto.

Uno dei più grandi film di Bergman.
Ma anche uno dei meno conosciuti e meno reputati.Infine, sul significato recondito del film, l'interpretazione autentica, stringata, asciutta ma eloquente, fornita dallo stesso Bergman, qualche anno dopo la sua uscita nelle sale cinematografiche.
Contenente, fra l'altro, anche un chiaro riferimento “politico” alla Primavera di Praga.

"Il film non è sulla enorme brutalità della guerra, ma solo sulla sua meschinità. E 'esattamente come quello che è successo per i Cechi. Hanno difeso i loro diritti, e ora, lentamente, essi vengono sottoposti a una tattica di abbrutimento che li logora. "La vergogna" non riguarda le bombe. Si tratta di una progressiva infiltrazione di paura ... Ma "La vergogna" non è abbastanza preciso. La mia idea originale era quella di mostrare solo un giorno prima cha la guerra scoppiasse. Ma poi ho scritto altre cose e tutto è andato storto, non so perché. Non ho visto di recente "La vergogna", ed ho un po di paura a farlo. Quando si fa un quadro del genere, devi essere, necessariamente, molto duro con te stesso. E' una questione morale."

http://www.lulu.com/spotlight/salvatoredotruggiero57atgmaildotcom

lunedì 7 maggio 2012

Appunti sparsi dopo la visione del film: Come in uno specchio.

Il titolo fu suggerito a Bergman dalla lettura degli Atti degli Apostoli e, più precisamente, della lettura della Prima Lettera ai Corinzi di San Paolo (XIII, 12): “Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch'io sono conosciuto.”

SINOSSI

Un tranquillo week-end di umana paura, potremmo definirlo.

Poco più di ventiquattro ore di una breve ...vacanza da incubo dei quattro membri di una benestante famiglia svedese, su un'isoletta ventosa del Mar Baltico.
Potrebbe essere Faro.

PERSONAGGI e INTERPRETI:

la schizofrenica Karin (una stratosferica, Harriet Andersson);

il padre (affermato scrittore, appena rientrato dalla Svizzera) di Karin, David (Gunnar Bjornstrand);

il marito medico di Karin, Martin (Max von Sidow);

il fratello minore studente Fredrik, detto Minus (Lars Passgard).

Peraltro tutti ottimi.

Ritmato dalla Suite n. 2 in re minore per violoncello (E.B. Bengtsson) di J.S. Bach, è un quartetto di figure che inaugura “il cinema da camera” di I. Bergman.

In pratica ricollegando questo singolare esempio, insieme gli altri due successivi, del cinema di Bergman al movimento della cd. Kammerspielfilm, sorto nel 1921 come reazione al primo espressionismo per iniziativa del scenarista Karl Mayer e del regista Lupu-Pick.

Ed apre anche la cd. “trilogia di Dio” o dell'”assenza di Dio” o “religiosa”.
Proseguita, appunto, con “Luci d'inverno” e “Il silenzio”.

Per stessa personale ammissione di Bergman che, aveva sempre invitato a vedere e a giudicare i suoi film singolarmante, si tratta di fatto di una trilogia. Ed egli stesso, infatti, accomunò i tre i film nella seguente classificazione:

“Questi tre film trattano di una riduzione. Come in uno specchio: certezza conquistata; Luci d'inverno: certezza messa a nudo; Il silenzio (silenzio di Dio) la copia in negativo. Perciò formano una trilogia.”

Salvo poi auto-smentirsi nel suo libro-diario Immagini:

“Queste cose le scrissi nel 1963. Oggi penso che l'idea della trilogia non abbia né capo né coda. Era una Schnaps-Idee come dicono i bavaresi.”

RECENSIONE

I perni del film, anzi, le pietre angolari sono sostanzialmente e formalmente due.

1) Da una parte c'è Karin, unico personaggio femminile (sappiamo come nei confronti dei suoi personaggi femminili Bergman appare sempre quanto meno comprensivo, se non addirittura indulgente), ma anche personaggio monolitico, enigmatico, difficile da comprendere appieno, profondo e fragile, armato solo del suo corpo e della sua lucida pazzia; alla spasmodica ricerca della guarigione e di Dio (che crede di vedere addirittura in un ragno nero che cerca di possederla);

alla ricerca di un vero rapporto col padre scrittore, freddo e austero, che la fa caso letterario, sfruttando la sua malattia e facendola oggetto dei suoi lavori;

alla ricerca di un rapporto solido e, finalmente, credibile col marito medico, pure dolce ed affettuoso;

alla ricerca di un vero rapporto tra sorella e fratello con Minus, che non sia solo famigliare e familiare, o solo sentimentale, ma sia addirittura fisico, quindi ai limiti dell'incestuoso.

“Harriet Andersson interpreta Karin con perfetta musicalità, entrando ed uscendo liberamente e continuamente dalle sue prescritte realtà. La sua interpreatzione ha toni puri ed è piena di genialità. Fu lei a rendere il prodotto sopoportabile...”

(I.Bergman dal suo libro-diario Immagini)

Dall'altra parte i tre personaggi maschili: come al solito poco trasparenti, poco chiari (o lo sono fin troppo?), poco leali, in una parola poco positivi.Ovviamente, ognuno visto attraverso i suoi problematici rapporti con Karin. Rispettivamente: moglie, figlia, sorella.

A testimonianza ulteriore di una presunta misantropia di Bergman, molte volte invocata da alcuni critici
I temi trattati da Bergman sono quelli classici della sua filmografia:

la ricerca di Dio;

la malattia mentale;

l'unità famigliare;

il fine dell'arte;

il (tentativo di) raggiungimento dell'infinito e della trascendenza;

il senso del dolore.

la (difficile) gestione dei rapporti interfamigliari e interpersonali.

Ci piace riportare, traendole direttamente dalla sceneggiatura, alcune eloquenti frasi pronunciate dai protagonisti nel corso del film.

1) Il racconto di un sogno della schizofrenica Karin:

“Mi trovo in un ambiente enorme. Tutto è illuminato e tranquillo. Diverse persone vanno avanti e indietro e quando mi rivolgono la parola le capisco. Tutto è splendido e io sono serena. Alcuni volti irradiano attorno una luce quasi abbagliante. Tutti aspettano lui che deve arrivare, ma senza nessuna ansia. E dicono che io devo essere presente quando tutto ciò avverrà... A volte provo un'ansia irrefrenabile, un desiderio violento del momento in cui la porta si aprirà e tutti si volgeranno verso di lui che si fa avanti... Credo che sia Dio, che sia Dio stesso che debba apparirci... Dio scende dalla montagna attraverso il bosco tenebroso mentre intorno le fiere guardano nel silenzio. Dev'essere la realtà. Io non sogno e quello che dico è vero. A volte mi trovo in questo mondo e a volte nell'altro senza che io possa impedirlo.”

2) Karin che si rivolge al fratello Minus:

“Siamo così indifesi a volte. Come bambini che si sono perduti in luoghi deserti. Le civette gridano e fissano con i loro occhi gialli. Senti un fruscio sommesso e un cauto mormorio attorno a te e un ansimare leggero di umidi musi e poi le zanne dei lupi.”

3) Un incubo della schizofrenica Karin:

“Ho avuto paura. La porta si è dischiusa, ma il Dio che è entrato era solo un ragno. Si è avvicinato a me e io l'ho visto in faccia: un viso ripugnante e gelido. Si è lanciato su di me, voleva possedermi ma io mi sono difesa. Vedevo continuamente i suoi occhi così freddi e calmi. Non è riuscito a penetrare in me, così ha strisciato sul mio petto e se ne è andato su per la parete. Ho visto Dio.”

4) Minus che, nel finale del film si rivolge felice e speranzoso alla sorella Karin:

“Papà ha parlato con me!”


I CRITICI SUL FILM


Molto interessante quello che, all'epoca, scrissero sul film due tra i maggiori critici cinematografici italiani.

Guglielmo Biraghi:

“Il grande regista svedese ha ormai nelle sue immagini un tale grado di concentrazione espressiva che non gli è più necessario, per descrivere fenomeni o sensazioni paranormali, ricorrere ogni tanto al surrealismo o all'epressionismo, come per esempio ne Il volto e Il posto delle fragole”

Gian Luigi Rondi:

“Pur essendo spesso vicino al trattato di Teologia e di filosofia rivela un tale senso vivo del cinema e una tale matura sapienza figurativa da lasciare lo spettatore abbacinato:anche se, spesso, intimidito. Con uno stile che qua e là può sembrare indulgente verso taluni risvolti letterari, con immagini nere e grigie alla Dreyer, riesce con pochi essenzilissimi accenni a creare un clima drammatico teso a volte fino al parossismo, sfiorando argomenti anche scabrosissimi (quali, ad esempio, l'incesto) con perfettissima purezza.”


CONCLUSIONI


“È un inventario prima della svendita.... la mia intenzione era di descrivere un caso di isterismo religioso” (Ingmar Bergman nel suo libro-diario Immagini


Uno dei film più angosciosi e sconvolgenti sulla follia.

Ancora una volta co-artefice del capolavoro bergmaniano Sven Nyquist e la sua meravigliosa fotografia in bianco&nero, ma a ...colori.

Oscar 1962 per il miglior film straniero.

(P.S. Questa recensione con altre 10 riguardanti i film di Inmgmar Bergman è contenuta nel saggio IL GENIO DI UPPSALA, a firma di Salvatore M.Ruggiero, in vendita sul sito Lulu.com e su Amazon.it.


http://www.lulu.com/spotlight/salvatoredotruggiero57atgmaildotcom 


http://www.amazon.it/Grande-Cinema-Ingmar-Bergman-Spiegato/dp/1470921553/ref=sr_1_12?s=books&ie=UTF8&qid=1336384138&sr=1-12

lunedì 16 aprile 2012

Appunti sparsi dopo la visione del film: IL POSTO DELLE FRAGOLE.

Di tutti i film di Ingmar Bergman “Il Posto delle Fragole” è, certamente, quello che ha dato al regista svedese la definitiva fama planetaria; quello più famoso; quello che è rimasto più profondamente impresso nella memoria collettiva; quello più osannato dalla critica.
Il film è una meditazione, serena ma profonda, sulla vita e sulla morte.
La vita pesa, come pesa anche su di essa e sugli uomini l'idea, quotidianamente incombente, della morte.
Bergman, in qualche modo tenta e, in qualche modo ci riesce, di “rivoluzionare” l'idea convenzionale del mistero, insondabile e insolvibile, della vita e della morte, dimostrando sostanzialmente che vita e morte non sono così differenti, anzi, contrapposte, come invece si tende a credere.
Esse sono compenetrate, fatte quasi della stessa sostanza.
In pratica egli dimostra che non basta esistere per essere vivi.
Ci si può sentire morti pur essendo vivi.
(“Sono morto pur essendo vivo” dice Isaak Borg, il medico settantenne, protagonista).
Si può rinascere a nuova vita, in una parola: (ri)vivere, anche morendo.
Ma il film è anche una storia di conversione e di redenzione: alla fine del viaggio, alla fine del film, Isak Borg non è lo stesso uomo partito al mattino da Stoccolma.
L'uomo freddo e insensibile; egoista e solitario.
E' un uomo nuovo, diverso, che (ri)nasce ad una nuova vita .....morendo.
Ed è anche un film sulla nostalgia (nostos= ritorno – algos=dolore, dolore del ...ritorno) e sulla giovinezza.
Ed, infine, è un film sugli affetti come valore primario dell'esistenza.
Il tema della identificazione: Bergman in Isak Borg.
Tra tutti i film di Bergman, “Il posto delle fragole”, è il film nel quale, di più e meglio, si giunge, attraverso l'attenta analisi dei dialoghi, alla esatta identificazione del regista (che ne è anche sceneggiatore) coi suoi personaggi.
Bergman, che pare iniziare una vera e propria seduta psicoanalitica (“...film come sogni, film come musica. Nessun'arte passa la nostra coscienza come il cinema, che va diretto alle nostre sensazioni, fino nel profondo, nelle stanze scure della nostra anima”.) si identifica innazitutto col vecchio protagonista Isak Borg.
Il dottore si appresta a celebrare il giubileo della sua professione medica.
Giunto alla fine della sua carriera e, presumibilmente, della sua vita, affronta un viaggio in macchina, da Stoccolma a Lund, che è anche un “time travel”, un viaggio nei ricordi più accorati della sua vita; un viaggio di “redenzione” al termine del quale, accortosi di tutti i suoi limiti umani e dei suoi errori nei rapporti interpersonali, si sarà, serenamente, avvicinato di più alla morte, ma anche alla piena redenzione umana.
Si sarà riconciliato prima con se stesso, ammettendo i propri errori e poi con gli altri: la nuora Marianne e, soprattutto il figlio Evald, col quale non ha quasi mai potuto intrattenere un vero e fattuale rapporto dialogico.
Isak Borg inizia il viaggio col fardello del suo egoismo, della sua indifferenza, della sua incapacità di comprendere gli altri, a cominciare dal figlio Evald che lo rispetta, ma segretamente lo odia, come gli confida la nuora Marianne; per proseguire proprio con la nuora Marianne, con la quale quasi non parla; per proseguire, ancora, con la sua governante Agda, con la quale ha continui scontri verbali, continui battibecchi.
Il protagonista sembra avere rispetto solo per la madre, che non sembra, peraltro, amare profondamente: al punto che ci si chiede se il dottor Borg non sia del tutto incapace di provare qualsiasi sentimento positivo per il suo prossimo.
Solo alla fine del film, quindi del viaggio, vive un momento di intensa e delicata intimità, un momento di vera umanità e dolcezza, forse il primo della sua intera vita. Ma, probabilmente anche l'ultimo.
Si legge dalla sceneggiatura originale del film: ...Marianne si avvicinò a me. Aveva un buon profumo., e frusciava in modo dolce, femminile. Si Chinò su di me.
Poi il dialogo: breve, ma significativo e intenso.
- Isak: “Grazie per la tua compagnia, durante il viaggio”.
- Marianne: “Grazie a te”.
- Isak: “Ti voglio molto bene Marianne”.
- Marianne: “Anch'io ti voglio bene, papà Isak”.
Bergman in Anders e Viktor.
Ma, tra gli altri personaggi de “Il Posto delle Fragole”, Bergman si identifica anche con i due giovani studenti universitari: due giovani, dal punto di vista della formazione culturale, caratteriale e della personalità, antitetici, sempre contrapposti dialetticamente.
I due incarnano, evidentemente, le due diverse e contrapposte anime del maestro, eternamente divise tra il credere e il non-credere; sempre indecise, incapaci di prendere una decisione finale; avvolte dal dubbio del nulla dopo la morte, ma accarezzate dal fascino della fede.
Non era lo stesso Bergman che soleva ripetere: "Veramente io non credo in Dio, ma la faccenda non è così semplice, tutti portiamo un Dio dentro noi stessi, tutto forma una trama che ci pare a volte di riconoscere, soprattutto al momento della morte."?
Oppure, con un'espressione dal profondo sapore nichilista: .."sei nato senza scopo, vivi senza significato, la vita è significato a se stessa. Quando muori ti spegni. Dall'essere ti muterai in non-essere. Non è necessario che un Dio dimori tra i nostri atomi sempre più capricciosi."
Ma torniamo, per un momento, ai due giovani spasimanti di Sara.
Anders, studia teologia e crede in Dio; Viktor, studia medicina ed è ateo.
Illuminante il breve ma intenso dialogo dei due giovani nel corso del pranzo all'aperto, in compagnia di Isak e Sara. Denota la esatta equidistanza di bergman tra la fede e l'ateismo; tra il credere e il non-credere.
- Sara, rivolta a Isak Borg: “Anders diventerà pastore (il padre di Bergman era pastore luterano, ndr), e Viktor medico”.
- Viktor: ...”non posso capire come un uomo moderno possa fare il pastore. Anders non è un perfetto idiota”.
- Anders: “Lascia che ti dica che il tuo razionalismo è una incomprensibile insulsaggine. E neanche tu sei un idiota”.
- Viktor: “Secondo me, l'uomo moderno guarda in faccia la propria insignificanza, e crede in se stesso e sulla propria morte biologica. Tutto il resto è privo di senso”.
- Anders: “E secondo me l'uomo moderno esiste solo nella tua fantasia. Perchè l'uomo guarda alla propria morte con orrore, e non può rassegnarsi alla sua insignificanza”.
- Viktor: “La religione è come l'oppio per i malati”.

Bergman in Sara
Ma Bergman non disdegna di identificarsi anche nei suoi personaggi femminili, come ad es. Sara, che sembra parlare al suo posto, quando, con tono quasi irridente, chiede ai duellanti se sono approdati ad una decisione: “Allora (Dio) esiste, oppure no?

Il tema della seduzione.
Ne “Il Posto delle fragole” torna, anche se appena accennato, un tema ricorrente, caro al regista, e solo apparentemente minore: il tema della seduzione.
Tema trattato in maniera più approfondita in altre pellicole del regista.
Vedi ad es. “L'occhio del Diavolo” ispirato alla figura del Don Giovanni di Mozart.
(“La verginità di una giovane è come l'orzaiolo nell'occhio del diavolo”.)
Non è forse o, comunque, si comporta come tale, il cugino di Sara, Sigfried che insidia la virtù della cugina proprio nel ....posto delle fragole, mentre la fanciulla le raccoglie e le ripone in un cestino, allo scopo di regalarle alla zio Aronne, per l'occasione del suo compleanno?
Si legge nella sceneggiatura del film: ....Sigfrid si chinò sulla ragazza, e la baciò in modo piuttosto galante sul collo niveo. Sara si adirò non poco.
Si apprenderà nel corso della proiezione che Sara e Sigfrid si sono sposati, qualche anno dopo.Solo per inciso voglio quì ricordare che, en passant il tema della seduzione viene accennato da Bergman addirittura ne “Il settimo sigillo”: non è, infatti, un seduttore il vecchio attore Raval che insidia Lisa, la moglie del fabbro Plog, nel bosco dietro le quinte del rabberciato teatrino organizzato dalla scalcagnata compagnia di giro di Jof (interpretato da un grande Niels Poppe)?
Ed infine, non è forse un seduttore l'uomo col quale la moglie di Isak si accompagna nel bosco e finisce per possederla? (“E ora andrò a casa e racconterò tutto a Isak; so già cosa mi dirà: povera bambina, quanta pena mi fai. Come se fosse Dio in persona”.)



Eh! Cari amici bergmaniani, c'è ancora molto da scrivere su Ingmar Bergman e ancora molto da .....apprendere.

Faro: l'isola svedese di Ingmar Bergman.

http://fabriziovilla.photoshelter.com/gallery/Faro-lisola-svedese-del-regista-Ingmar-Bergman/G0000o_UrZzSuqGY

lunedì 26 marzo 2012

Il mio saggio in vendita su Amazon.it

Il mio saggio dedicato al Genio di Uppsala è stato "scoperto" da Amazon.
E' reperibile nella seconda pagina dell'elenco dei libri dedicati o scritti da Ingmar Bergman al n.14.

Metto qui il link:

 http://www.amazon.it/Grande-Cinema-Ingmar-Bergman-Spiegato/dp/1470921553/ref=sr_1_14?s=books&ie=UTF8&qid=1332771128&sr=1-14

lunedì 12 marzo 2012

Le mie recensioni cinematografiche su MyMovies

Sul sito MyMovies (Il cinema dalla parte del pubblico) sono state pubblicate recentemente, a firma di  SALVO, 11 mie recensioni di altrettanti film del Maestro Ingmar Bergman.
Si tratta della versione "corta" delle recensioni originali che costituiscono il corpo del mio saggio:
IL GENIO DI UPPSALA: Il grande cinema di Ingmar Ernst Bergman spiegato a chi lo ignora.
Reperibile sul sito lulu.com di cui allego il link di seguito:

http://www.lulu.com/spotlight/salvatoredotruggiero57atgmaildotcom

Nel libro si possono leggere, in versione integrale, le mie recensioni ai seguenti film:

Monica e il desiderio (Sommaren med Monika - 1952);
Il settimo sigillo (Det Sjunde Inseglet - 1956);
Il posto delle fragole (Smulltronstallet - 1957);
La fontana della vergine (Jnkfrukallan - 1960);
Come in uno specchio ( Sasom i en spegel - 1961);
Luci d'inverno (Nattvardsgasterna - 1963);
Il silenzio (Tystnaden - 1963);
Persona (Persona - 1966);
La vergogna (Skammen - 1968);
Sussurri e grida (Viskningar och rop - 1972);
Fanny e Alexander (Fanny och Alexander - 1982)    






Ricordo che sul sito MyMovies si possono "cliccare" le recensioni se se ne condivide il contenuto e la forma.
Rivolgo pertanto a tutti gli amici cinefili che volessero usarmi questa cortesia di leggere le recensioni ed esprimere il loro giudizio imparziale.

Grazie a tutti per la collaborazione.

SMR

venerdì 9 marzo 2012

E' morto Elio Pagliarani.

Un mio ricordo personale del grande poeta.

Ho conosciuto personalmente Elio Pagliarani: ho avuto il privilegio di parlargli.
E' successo a Coreno Ausonio (Bassa Ciociaria o Alta Terra di Lavoro) dove era venuto a svernare alla metà degli anni '90, per merito di Pino Parente che evidentemente, per attirarlo a noi, aveva saputo descrivere le grandi qualità paesaggistiche dei nostri meravigliosi posti.
Una mattina stava seduto proprio sul muretto (dove leggeva i sui libri durante la bella stagione Don Peppino Lavalle "il prete che vedeva lontano" descritto nel mio libro "Le Stagioni della Lattaia"), quello che costeggia Via IV Novembre, a metà strada tra il mio negozio e la casa materna di Pino Parente, amico e collega della moglie.
Io mi avvicinai timoroso a salutarlo e gli porsi la mano: lui quasi sorpreso che lo avessi riconosciuto ricambiò il saluto e accettò di parlare. Anzi di rispondere alle mie domande invadenti.
In realtà era da poco che lo avevo visto ritratto in una foto pubblicata sul settimanale Panorama, in compagnia dei colleghi del Gruppo '63 e dei giovani poeti del Gruppo '93 (tra di loro c'era il mio amico vitruviano Lello Voce, del quale avevo chiesto notizie e che avrei ritrovato qualche anno dopo su Fb).
Dopo i convenevoli di rito parlammo un po' del più e del meno: del comune amico Pino, di Coreno, di come aveva trovato il paese e la sua gente (in realtà nessuno sapeva chi fosse e la presenza di uno dei più grandi poeti viventi passò quasi inosservata: in paese può succedere; il guaio è che succede sempre più frequentemente anche nelle città).
Dopo quel giorno lo rividi un altro paio di volte. Una volta venne al mio negozio accompagnato dalla giovane moglie, acquistò da me una sveglia giapponese di plastica e gli aggiustai un paio d'orologi.
Non lo rividi più. Il poeta a Coreno faceva una vita abbastanza ritirata: probabilmente quella che voleva.
Lo vedevi di rado in giro: per lo più se ne stava in casa a scrivere e a fumare.
Io allora collaboravo con l'Amministrazione per l'organizzazione degli eventi culturali e proposi al sindaco di una sua eventuale cittadinanza onoraria da attribuirgli nel corso di una manifestazione ufficiale, magari un recital di sue poesie. Ma non se  ne fece mai niente.
Ma ogni tanto, con Michele e gli altri, ricordiamo l'occasione persa.
Alla fine dell'estate Pagliarani andò via, tornò a Viareggio, dove avevano finito di restaurare la sua casa.
Ogni tanto chiedevo a Pino della sua salute malferma e delle sue nuove poesie. 
Stamattina, 8 marzo 2012, alle 9,00 ho appreso della sua morte da RaiTre.

Come amo dire sempre in questi tristi casi: "i grandi poeti se ne vanno ....gli stronzi restano!".

SMR

la sua opera più importante e ponderosa: "La ragazza Carla e altre poesie":

http://www.amazon.it/La-ragazza-Carla-altre-poesie/dp/B005SRV5QI/ref=sr_1_4?s=books&ie=UTF8&qid=1331282408&sr=1-4

martedì 28 febbraio 2012

CHE PENA LA NOTTE DEGLI OSCAR 2012.

Fa veramente un profondo senso di pena e di tristezza assistere per l'83° anno allo spettacolo indecoroso, ruffiano, finto, autocelebrativo di una Hollywood che cita se stessa.
Questo è uno di quei casi in cui non si dovrebbe per forza ...tenere messa!
Chi ha vinto? Si chiedono tutti. Come se fosse davvero importante. Tanto il prossimo anno si ricomincia e i vincitori dell'anno prima non se li ricorda più nessuno.
Un vincitore, in effetti, c'è! E' l'industria dello spettacolo, che loro indecorosamente chiamano Cinema! Invece nella stragarnde maggioranza dei casi e tranne poche eccezioni è solo...intrattenimento filmato. Sic!
Si! Perchè il vero cinema era ed è da un'altra parte, ma certamente non era nè è lì!
Chi ha perso? Si chiede qualcuno. Hanno perso tutti!
Hanno perso i film veri, il cinema vero, gli attori veri, i registi veri: nessuno di quelli veri era seduto in platea. Quelli seduti in platea erano tutti finti.
Era scritto e si è visto tutto, anzi, letto tutto, nello sguardo impaurito eppure eloquente, dello ...spaesato autore Iraniano vincitore dell'Oscar per il Miglior Film Straniero, forse l'unico premio che ancora conta qualcosa, fuori dagli U.S.A. (e getta!).
Quell'uomo timido e timoroso davanti a quella folla di mostri sacri, o ai loro simulacri, sembrava chiedersi: "...ma dove sono? Dove mi hanno portato? Che ci faccio io qui?"
E che pena il "vecchietto" Clooney, senza la sua ...badante Canalis, ma sotto braccio ad una sosia di Barbie;
e che pena Billy Cristall, invecchiato e imbolsito, tutte le rughe ....spianate, che non fa più ridere e che, per strappare un sorriso, è costretto a citarsi con una scena topica di "Harry ti presento Sally!"; e che pena Martin Scorsese, seduto in platea a fingere di divertirsi alle gags trite e ritrite di autori ....strafatti e senza più idee; e che pena la più grande attrice del momento Meryl Streep che, famelica e insaziabile, strappa il suo terzo Oscar e sembra dire: "Amici dell'Accademy ...chiamatemi ogni volta che volete: nei prossimi anni e finchè campo, verrò sempre, ad arraffarne altri dieci se me li date!".
E che pena ho provato io per un vecchio e stanco Max von Sydow (avrebbe fatto volentieri a meno se non avesse avuta la nomination) uno dei più grandi di sempre e uno dei grandissimi bergmaniani costretto ad essere umiliato ancora una volta, forse l'ultima.
Non gli hanno dato nemmeno stavolta l'inutile statuetta per la Migliore Interpretazione da Attore non protagonista: lui che protagonista lo è stato certamente del più grande horror di sempre ("L'esorcista") e in molti dei capolavori di Bergman.
Uno per tutti? L'indimenticabile Cavaliere crociato Antonius Block ne "Il settimo sigillo", quello che giocava a scacchi con la Morte.
Dont warry! Max quella statuetta placcata (ergo: finta) non ti serviva: sarai  grande anche se non te lo dice Hollywood.
The show must go ...stopped! 

SMR





lunedì 27 febbraio 2012

E' morto Erland Josephson: uno dei più grandi.

  • Proprio mentre il grande cinema (e con esso, indirettamente, anche quello di Ingmar Bergman) subiva l'ennesimo affronto ad Hollywood nella serata degli Oscar (Max von Sydow non ha ricevuto la statuetta, che pure sarebbe stata meritatissima, per la Migliore interpretazione da Attore non protagonista, nel film "Molto forte, incredibilmente vicino" di Stephen Daldry, tratto dall'omonimo romanzo di J.S.Foer) a Stoccolma all'età di 88 anni, moriva Erland Josephson uno dei più grandi interpreti bergmaniani e uno dei più grandi attori si sempre. Aveva collaborato col Maestro in ben 13 film, tutti autentici capolavori:
  • Piove sul nostro amore (Det regnar på vår kärlek) - (1946);Verso la gioia (Till glädje) - (1950);Alle soglie della vita (Nära livet) - (1958);Il volto (Ansiktet) - (1958);L'ora del lupo (Vargtimmen) - (1968);Passione (En Passion) - (1969);Sussurri e grida (Viskningar och rop) - (1972);Scene da un matrimonio (Scener ur ett äktenskap) - (1973);Il flauto magico (Trollflöjten) - (1975);L'immagine allo specchio (Ansikte mot ansikte) - (1976);Fanny e Alexander (Fanny och Alexander) - (1982);Dopo la prova (Efter repetitionen) - (1984)Vanità e affanni (Larmar och gör sig till) - (1997);Sarabanda (Saraband) - (2003)
  • Aveva anche lavorato con altri grandi registi: Todoros Anghelopuolos; Peter Grenneway; Carlo Lizzani; Istvan Szabo; Damiano Damiani; Andrey Tarchowskj; Maj Zetterling, ed altri.
Attore potente ma silenzioso, di robusta costruzione classica, ma aperto al moderno e alle sperimentazioni. Maschera austera, intimistica, drammatica, introversa: mancherà al grande cinema e al teatro.
Indimenticabile in tutti i film interpretati con Bergman e con gli altri registi, ma, in particolare modo ci mancherà la sua spontaneità vera e partecipata in almeno tre capolavori bergmaniani, in quelli mi piace ricordarlo: "Sussurri e grida" dove interpreta David, un detestabile dottore amante di  Karin, una delle tre sorelle;
"Scene da un matrimonio", dove interpreta il marito Johan e, infine, nella parte di Isak Jacobi nel grande affresco "Fanny e Alexander".                       

sabato 25 febbraio 2012

TERRACARNE: l'ultimo libro di FRANCO ARMINIO.



Franco Arminio non delude. Mai.

"25 anni dopo il terremoto (dell'Irpinia, ndr) dei morti non sarà rimasto più niente: dei vivi ancora meno." Con questa tremenda frase, letta durante la trasmissione su RaiTre "Vieni via con me", Roberto Saviano presentò all'Italia Franco Arminio, di professione: paesologo.

Io ho "conosciuto" Franco Arminio o meglio la sua scrittura, con Cartoline dai morti,

http://salvatore1957.blogspot.com/2011/01/cartoline-dai-morti-lultimo-libro-di.html

e me ne sono innamorato.

http://www.amazon.it/product-reviews/B00606TVJY/ref=dp_top_cm_cr_acr_txt?ie=UTF8&showViewpoints=1

Quello era un libricino, piccolo piccolo nella struttura; ma grande, anzi grandissimo nella sostanza.
Un centinaio di epigrammi, anzi di epitaffi, graffianti, acuti, comici, fulminanti, veri, dolorosi, sanguinanti, ironici, stranianti, destabilizzanti.
Ho proseguito la mia documentazione con: Nevica. E ho le prove.
E poi con: Vento forte tra Lacedonia e Candela.
Li ho trovato entrambi molto interessanti; ben scritti; e anche perfettamente congrui e coerenti col suo "percorso" paesologico.
Fino a quando non sono arrivato a Terracarne: la sua opera meglio riuscita; la più corposa e polposa, forse anche la più dolorosa e dolente.
Un viaggio, quasi interminabile, lungo i saliscendi dell'Italia dei paesi, quasi tutti del Sud, ma con alcune originali e piacevoli escursioni anche al profondo Nord.
La prosa di Franco Arminio non delude, mai.
Appare rapida, senza fronzoli, ma rotonda; non costruita o prefabbricata; efficace, come raramente avviene, nella descrizione a volte cruda, a volte sconcertata e sconcertante dei posti, dei volti, delle persone, degli animali, del tempo, delle pietre, delle vie, delle macerie, delle piante che incontra sul suo cammino, di cui ci parla nel suo "vagabondaggio", nel suo errare incessante, quasi parossistico, alla ricerca dell'uomo, dell'io, di se stesso, della verità, dell'equilibrio, della Natura Madre.
Per questo consiglio a tutti e caldamente di leggere Terracarne; anzi consiglierei di adottarlo come libro di testo e farlo leggere nelle scuole, di ogni ordine e grado, abitate da mandrie di quei quei ragazzi moderni "spaesati" e persi per i quali - haimè! - il prezzo degli occhiali griffati è inversamente proporzionale al livello di intelligenza e di sensibilità.
Sono riconoscente a Franco Arminio per aver inventato questa bella e utile disciplina: la paesologia, alla quale mi sono iscritto come seguace modesto e nel contempo avido; e che, mai come in questi tempi bui, può aiutarci tutti a riscoprire la più vera naturalità e la più vera ricchezza delle nostre terre e insegnarci a salvaguardarle dalle rapine, dai saggheggi, dalle angherie e dalle violenze alle quali è stata sottoposta per anni e viene ancora sottoposta quotidianamente.

SMR


sabato 18 febbraio 2012

Coreno A. Agosto 2011: Presentazione del libro di Salvatore M.Ruggiero "Le stagioni della lattaia".

Metto quì le immagini della presentazione del mio libro "Le stagioni della lattaia" - "Il racconto breve della donna che mesceva il latte con altre sette piccole storie", avvenuta la scorsa estate, nell'Agosto del 2011, nell'Open Space della Villa Comunale di Coreno Ausonio.

Erano presenti nella veste di relatori:

la dottoressa Romina D'Aniello (giornalista);
il professor Roberto Tortora (critico letterario per Terpress)
il professor dottor Gaetano Deuscit (psichiatra e insegnante presso la 2° Università di Napoli)

nella veste ci organizzatori ed ospiti:

il sindaco di Coreno A. Mimmo Corte;
l'assessore alla cultura e vice-sindaco Francesco Lavalle

e, naturalmente, nella veste di autore del libro lo scrittore Salvatore M.Ruggiero.

http://www.youtube.com/watch?v=3pxWdTxVegU&feature=youtu.be


Metto anche il link dove gli interessati possono acquistare copie del mio libro.

http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=586606

mercoledì 1 febbraio 2012

Salvatore M.Ruggiero si sta facendo in ...4 per servirvi meglio!

Dopo LE STAGIONI DELLA LATTAIA. Il racconto della donna che mesceva il latte con altre sette piccole storie, pubblicato con ilmiolibro.it e prossimamente in libreria per i tipi di BookSprintEdizioni,

https://www.facebook.com/pages/LE-STAGIONI-DELLA-LATTAIA/274556919224608

ha attualmente nella vetrina-Autore del sito lulu.com altri due libri:
un saggio critico per non addetti ai lavori
IL GENIO DI UPPSALA. Il grande cinema di Ingmar Ernst Bergman spiegatoa chi lo ignora.

E

PARLA CON BERGMAN. 116 aforismi del Maestro.

http://www.lulu.com/spotlight/salvatoredotruggiero57atgmaildotcom

e prossimamente pubblicherà con editore da stabilirsi il suo quarto lavoro: un saggio-racconto lungo dedicato a Monica e il desiderio (Sommaren med Monika, 1952) il bel film di Bergman tanto amato dalla Nouvelle vague francese negli anni '60.

lunedì 9 gennaio 2012

Nuovo Sondaggio: Il film più grande tra i grandi classici.

Per il nuovo anno, dopo quello per il miglior regista, promuovo un nuovo sondaggio:

IL FILM PIU' GRANDE TRA I GRANDI CLASSICI.

Spiego:

1) Per coerenza col sondaggio precedente ho inserito ul film per ciascun regista già citato;

2) Per quanto molti registi siano stati, in molti casi, autori di diversi capolavori, ho scelto per ciascuno di loro un solo film: a mio modesto parere il più emblematico;

3) Tra tutti i film il più recente è del 1975, quello più vecchio del 1915;

4) Un grande aiuto mi è provenuto ancora una volta dalla consultazione del libro: 100 FILM DA SALVARE di Fernaldo Di Giammatteo, che ringrazio.

Buon ...sondaggio a tutti!

SR