venerdì 21 agosto 2020

 Dal mio libro ''L'orto dei frutti dimenticati'' metto qui la eccellente potente e ironica prefazione regalatami dall'amico Fabrizio Salce che proprio ieri e' stato nominato dal sito VinoWay.com Miglior Giornalista Enogastronomico Italiano del 2020. 


  "Un tempo era il caos. Le piante vivevano tutte insieme. Noci, fichi, carciofi, bacche, fave, lupini, more e tutte le altre. Si
nutrivano, si difendevano, si dissetavano a vicenda, una cosa vergognosa! Ma per fortuna è intervenuto prontamente l’uomo che dall’alto della sua indiscussa intelligenza ha sistemato la situazione. Le pere con le pere, le mele con le mele e i carciofi con i carciofi. Tutto meravigliosamente posizionato e rigorosamente ordinato. Basta con questa confusione, voluta poi da chi? Passato del tempo e, dopo approfonditi studi, perché soltanto studiando si ottengono certi risultati, l’uomo ha
selezionato i frutti migliori per la propria sopravvivenza: naturalmente si intente quella dell’uomo. Infine, poco dopo, è stato talmente bravo, che è risuscito a creare nuove specie per trarne reddito economico e non soltanto limitato al sostentamento giornaliero. I frutti potevano rendere. Grande quest’uomo! Con la sua intelligenza e caparbietà ha saputo scegliere quali frutti coltivare e quali no; ha creato appropriate richieste di mercato tali da dover miscelare alcune razze al fine di offrire al consumatore prodotti sempre più idonei: belli e colorati. Per fare tutto questo ha inoltre avuto la capacità, e non è stato poi così semplice, di eliminare tutto l’inutile; quello che non serviva. Varietà poco produttive, frutti dalle forme strane, brutti a vedersi, troppo saporiti e dolci, molto profumati, elementi di disturbo che non avevano alcuna valenza. In fondo e, credo anche giustamente, cosa avrebbe potuto farsene di poche piante, alcune molto vecchie, che per qualche secolo avevano sfamato le popolazioni locali. Se sei intelligente, com’è l’uomo, le butti e basta. E così ha fatto! Già, proprio così. Nel corso di pochi decenni, con quest’uomo, abbiamo perso centinaia di varietà botaniche che non erano solo piante e frutti, fiori e arbusti, verdure e cereali, erano la nostra storia , la nostra cultura, il nostro pane quotidiano, erano la vita. Non si distrugge ciò che ci è stato dato in regalo, non ne avevamo il diritto a farlo. Questa terra non è nostra; è stata e sarà di tutti e noi dovevamo e dobbiamo rispettarla. Ma forse qualcuno lo ha capito. Quando si parla di antichi frutti lo si fa generalmente con quel gusto dolce amaro della nostalgia, nostalgia di un sapore, di un profumo, di un colore che ci riporta al nostro passato. Emozioni che nei frutti che oggi acquistiamo al mercato, tradizionale o moderno che sia, non riusciamo più a vivere. Abbraccio dunque con grande affetto tutte quelle iniziative, e sono tante per fortuna, volte a riportare in vita e alla conoscenza dei più giovani quelle nostre emozioni vissute attraverso un semplice morso a un frutto. Gli studi delle facoltà universitarie, l’apertura di orti e giardini ricchi di vecchie varietà, gli scritti e le iniziative di comunicazione. Ultimamente per fortuna in molti si sono resi conto che quella grande intelligenza passata dell’uomo ha smarrito qualcosa, si è tornati a ricercare i semi di un tempo andato ma ancora a noi vicino, si stanno ripercorrendo vecchi sentieri di campagna e di montagna, si torna nei cortili e sulle mulattiere alla ricerca di tutto ciò che ancora c’è e che va salvato e tutelato. Un fiore, una pianta, un seme e tutto questo è positivo. Non voglio più dunque pensare alle albicocche di cinquant’anni fa con nostalgia ma con una nota presente di un leggero calore ottimista e di una sana strigliatura agli organi. In molti abbiamo capito che è arrivato il momento di cambiare e di voltarsi per riscoprire e riportare il caos. Splendido disordine della natura. Il quadro, oggi, è mutato, così come è successo in altri campi culturali, perché salvare piante e frutti è indubbiamente un fatto di cultura. Il lavoro, grazie a qualcuno, da qualche anno è iniziato, sta a noi adesso andare avanti, aiutare chi ha dato il via alle operazioni, comunicare, cercare, salvare, difendere, perché il nostro passato aiuti questo presente ad diventare un futuro più giusto. Un giardino, un orto, una foresta alimentare con tante varietà naturali sono come un accordo di settima alla chitarra, armonioso, dolce e misterioso. Sono l’amore di chi ci ha donato ciò che abbiamo rischiato di perdere. Riscoprire è in fondo rivivere. Salvatore M. Ruggiero e questo suo libro, come aveva fatto prima di lui Tonino Guerra con il suo Orto dei Frutti Dimenticati, va esattamente in questa tanto auspicata direzione.''

https://vinoway.com/approfondimenti/attualita-wine-a-food/fatti/item/7904-fabrizio-salce-miglior-giornalista-enogastronomico-italiano-2020.html?fbclid=IwAR1KHhyxt3kVtEyK_NhOqM05nNQ90XaLK_LXJNdeyhiQAY0jfQQlJDgQpOI

  
Fabrizio Salce è giornalista enogastronomico, iscritto all'ordine italiano e svizzero, conduttore della trasmissione televisiva ''Agrisapori - il mondo che lavora in campo agricolo ed enogastronomico'' - distribuita su un Network di 150 televisioni locali. Ha anche collaborato con diverse strutture televisive italiane e straniere, tra cui Stream News, Stream Verde, Rai World, Rai Export, Gambero Rosso e Mediaset. Scrive per diverse riviste di settore e cura uffici stampa, segue servizi TV per ''Eat Parade'' e conduce una rubrica su Radio LatteMiele inerente alle manifestazioni enogastronomiche che si volgono nel nostro Paese.

giovedì 13 agosto 2020

Appunti sparsi dopo la visione del film ''Vanita' e Affanni'', 1997.

   ''Vanità e affanni'', titolo originale: ''Larmar och gör sig till'' è un film del regista svedese Ingmar Bergman realizzato nel 1997. Il titolo è preso dal ''Macbeth''' di Shakespeare, quinto atto, scena quinta, quando Macbeth dice: "La vita non è che un'ombra in cammino; un povero attore che s'agita e pavoneggia per un'ora sul palcoscenico e del quale poi non si sa più nulla. È un racconto narrato da un idiota, pieno di strepito e di furore, e senza alcun significato". "S'agita e pavoneggia" si traduce in svedese con "Larmar och gör sig till". Come al solito la traduzione italiana dei titoli dei film di Ingmar Bergman e' abbastanza discutibile. Dopo ''Fanny e Alexander''  nel 1982, il Maestro aveva dichiarato di non avere più intenzione di fare altri film, dedicandosi alla televisione e realizzando, prima di questo lavoro: ''Dopo la prova'' nel 1984 ed ''Il segno'' nel 1986. Ma non e' la prima volta che Ingmar Bergman smentisce se stesso. Le riprese del film si svolsero dall'ottobre 1996 al febbraio 1997 negli studi SVT di Stoccolma e nell'ospedale Ulleråkers di Uppsala. Il film fu prodotto per la televisione svedese e alla sua realizzazione ha partecipato anche la Rai. Forse i dirigenti della Tv italiana volevano farsi perdonare la brutta figura rimediata negli anni '60, quando chiesero al maestro di scrivere e girare un film sulla Passione di Gesu' Cristo e, dopo aver versato come anticipo la modica somma di 30.000 dollari, annullarono il contratto e lo assegnarono a Zeffirelli, autore della madre di tutte le passioni. La sceneggiatura del film riprende una pièce scritta dallo stesso Ingmar Bergman nel 1993, con l'omonimo titolo, inizialmente destinata solo al teatro. In un secondo tempo Ingrid Dahlberg, direttrice delle produzioni drammatiche della Sveriges, propone al regista di realizzare lo stesso progetto per la televisione. Il film e' stato anche presentato nel 1998 al 51 Festival di Cannes nella sezione ''Un Certain Regard'' Il film si divide in due atti, come un vero dramma teatrale. Anzi e' un bellissimo esempio del genere KammerSpielFilm di cui Ingmar Bergman e' maestro indiscusso. 

    Nel primo atto la vicenda e' ambientata e inizia in un ospedale psichiatrico di Uppsala, citta' natale del regista. Siamo nell'ottobre del 1925. Il primo personaggio è quello dell'ingegnere Carl Åkerblom di 54 anni. Il film si apre con l'immagine del protagonista che ascolta e riascolta col grammofono le note d'apertura dell'ultimo lied di Franz Schubert, ''Der Leiermann'' dal ''Winterreise''' che costituirà il leitmotiv di tutto il film. Il Royal Patent Office, l'Uffico Brevetti svedese gli ha appena rifiutato con una lettera letta dalla moglie il brevetto della "macchina da presa". La motivazione? E' già stata inventato nel 1866 da R. W Paul. Carl è ricoverato per ripetute crisi di furore. Durante una delle ultime ha tentato di uccidere la sua compagna, Pauline Thibault.  Siamo al cospetto di quello stesso zio Carl di ''Fanny e Alexander'', un doppio del vero  zio materno di Ingmar Bergman descritto nell'autobiografia ''Lanterna magica'', noto per i suoi fantasiosi progetti di inventore. Carl e' ossessionato dalla vicenda umana del musicista Franz Shubert, dalla sua musica e dalla sua morte immatura causata a soli 40 dalla sifilide. In un incubo gli appare "Rig-mor", un ambiguo e spaventoso clown bianco che impersona la morte e che continuerà a riapparirgli nel corso del film. Il secondo personaggio, ricoverato nella stanza di Carl, è il professor Osvald Vogler, strampalato marito di una donna ricchissima e sordomuta che verrà ben presto a portarlo via da lì. Vogler racconta a Carl la storia della contessina Mizzi, una bellissima e giovanissima prostituta viennese, mantenuta di un conte e finita suicida: nasce fra i due il progetto di realizzare, col finanziamento della moglie di Vogler, il primo film muto doppiato in diretta che avrà titolo "La gioia della ragazza Gioiosa" e che intreccerà l'ultima fase della vita di Shubert alla vicenda di Mizzi. Nel secondo atto siamo invece nei disadorni e poveri interni della ''lega della Temperanza'' nella cittadina di Granaes in Dalecarlia, contea a nord ovest di stoccolma, al confine con la Norvegia. Sono stati trasformati per l'occasione in una provvisoria e improvvisata sala cinematografica prima, in un set teatrale dopo. Fuori imperversa una tempesta di neve. E' per questo motivo che vengono venduti solo undici biglietti? Uno alla volta, mestamente e silenziosamente, arrivano gli sparuti spettatori. Bergman sottolinea l'autobiografismo presente nel film offrendo molti indizi. Curiosamente fra gli spettatori dello spettacolo allestito dallo zio Carl e' facile riconoscere personaggi e attori di altri suoi film precedenti: la maestra del film ''Luci d'inverno'' Märta Lundberg, la moglie del pescatore suicida sempre del film ''Luci d'inverno'' Karin Persso, una delle interpreti del film d'esordio ''Crisi'' Inga Landgré, l'interprete della giovane Karin nel film ''La fontana della Vergine'' Birgitta Pettersson. E alcuni dei suoi familiari piu' carila madre Karin interpretata dall'attrice Pernilla August e la nonna Anna Åkerblom interpretata dall'attrice Anita Björk. Infine il personaggio del proiezionista Petrus Landahl che è molto somigliante al maestro come appare nelle fotografie giovanili.

   Appena all'inizio del secondo atto, improvvisamente, Mia Falk, attrice e amante di Akerblom, lascia la compagnia. Quasi senza accorgersene Pauline, Carl, Vogler e il proiezionista Petrus Landahl, preparano comunque la proiezione del film. Carl mette fuori servizio la centralina in modo che la lampada ad arco possa funzionare. Ma poco dopo le prime sequenze scoppia un incendio, avventurosamente estinto dal coraggioso Landahl. La compagnia unita nell'amore per l'arte e per il proprio lavoro, per non deludere il piccolo pubblico e, probabilmente, anche per non rimborsare i biglietti, decide di continuare il film come opera teatrale. Alla fine della rappresentazione e solo dopo i convenevoli di rito gli spettatori vanno via. Il successivo arrivo della polizia, dopo l'ennesima apparizione di Rigmor a Carl che forse medita il suicidio, riporta Vogler in manicomio.

   Alcuni temi del film sono i temi ricorrenti della cinematografia di Ingmar Bergman. I fantasmi e i luoghi dell'infanzia, insieme ai personaggi che l'hanno animata ed influenzata: lo zio Carl, la madre, la nonna. Il valore universale e salvifico dell'Arte. Il rapporto, alcune volte conflittuale alcune volte osmotico e complementare, del cinema col teatro. Il sesso. Le origini del cinematografo. La morte, rappresentata dal clown Rigmor. Il dolore della malattia, la follia e il manicomio. Tra i ricoverati dell'ospedale appare in un cammeo anche lo stesso regista, e' l'uomo alto e magro in piedi contro la parete fuori della stanza di Carl Åkerblom. Infine, la musica. Ingmar Bergman fa in molti dei suoi film un uso fondamentale della colonna sonora, attribuendo alle musiche che predilige, di Bach, di Mozart, di Chopin e altri compositori tra i piu' grandi, un ruolo centrale, quasi cardinale. In piu' non e' un mistero che fosse ''ossessionato'' dalla musica, era affascinato dalla ricerca delle radici storiche della musica, conduceva personalmente delle ricerche per riuscire a scoprire da dove la musica provenisse.

   La sceneggiatura del genio di Uppsala e' di ferro, anzi, di piu'. L'intrepretazione di tutti gli attori bergmaniani, capeggiati dal decano Erland Josephson magistrale. 

   Film da vedere e rivedere. 

  Per chiudere, il mio stato d'animo dopo la visione riassunto eloquentemente in una battuta dello stesso film. ''Non sto naufragando... sto risalendo!''


mercoledì 29 luglio 2020

Pasquale C, Cherubino Coreno, la gazza e il parmigiano.

Metto qui un racconto tratto dal mio libro 
''Storie di Briganti Ciociari e Altri Racconti''.


Pasquale C, impiegato postale sulla settantina ormai in pensione, non si era mai sposato, viveva da solo nella vecchia casa di famiglia “agliu Ceoso[1]”; la casa in cui aveva abitato fin da piccolo con la madre, il padre e l'unica sorella, prima che quella si sposasse; la casa nella quale (si vantava e lo fa ancora) era nato il suo predecessore più illustre, tale Cherubino Coreno, grande musicista e talentuoso flautista, anzi maestro di stromenti di fiato presso il Conservatorio di Santa Maria di Loreto a Napoli dal 1749 al 1762 e - pare - ospitato anche alla corte dei Borbone, dove insegnò lo strumento al rampollo dei reali. Cherubino, il parente più noto di Pasquale, nacque a Coreno nel 1706 e morì nel 1764. In realtà non si sa con certezza se la casa di Pasquale C fosse davvero quella in cui nacque Cherubino, ed è ancora in corso una accanita disputa con la famiglia dei vicini che vorrebbero l'esclusiva delle origini e della parentela più stretta. Ma tant'è, in assenza di prove certe e, soprattutto, definitive qualcuno ha pensato bene di apporre due targhe sulle due pareti di due case diverse ma contigue e così la faccenda è stata risolta e archiviata salomonicamente ma con approssimazione tutta paesana. In realtà Pasquale C era tornato ad abitare nella vecchia casa di famiglia in pieno centro storico poco prima che andasse in pensione, avendo passata buona parte della sua vita lavorativa in giro per l'Italia. Non aveva mai chiesto il trasferimento all'ufficio 51 postale del suo paese nativo, pure avendone maturato da anni il pieno diritto, forse per una questione di riservatezza personale oppure perché, pretendendo di conoscere bene i suoi compaesani, preferiva tenersi fuori da eventuali beghe. Da un po' di tempo Pasquale C aveva preso l'abitudine, in primavera, di uscire dal suo studio buio e polveroso e andarsene a leggere in terrazzo, dove aveva allestito un confortevole buen retiro; un paio di sedie sdraio di plastica da giardino, una per se e una per un eventuale ospite che però non arrivava mai. Era un solitario per scelta di vita e si guardava bene dall'invitare qualcuno a casa sua. Praticamente l'unico ospite che avesse regolare e legittimo accesso alla casa era la donna di servizio che una volta la settimana varcava la soglia di pietra viva e diventava l'unico abitante della casa per tre ore. L'unico abitante perché, nel frattempo Pasquale C usciva per sbrigare qualche commissione e tornava solo dopo che quella, terminate le faccende e ritirata la busta del salario lasciata nel vuota-tasche all'ingresso, era già uscita. Quattro sedie, sempre bianche e di plastica e sempre da giardino, terminavano quell'arredamento rabberciato sul terrazzino, disposte ordinatamente attorno a un tavolinetto, anch'esso bianco di plastica e da giardino, messo lì per appoggiarci qualche bibita e i libri, proprio sotto a un ombrellone da mare, perennemente chiuso, che Pasquale C apriva solo in piena estate per ripararsi dal solleone. E proprio lì, sul suo bel terrazzino arredato, che un bel giorno, inaspettatamente, avvenne un fatto straordinario, destinato a cambiare il corso regolare anzi, perfino monotono, della vita da pensionato solitario e un po' misantropo di Pasquale C. L'uomo fece amicizia con una gazza. La gazza o gazza ladra (Pica pica, secondo la denominazione di Linneo) è un grosso uccello bicolore della famiglia dei corvidi. Una volta era molto comune, ma stazionava solo nei boschi e nelle zone montane, da qualche anno, invece, si è molto diffuso anche all'interno del centro abitato, e i suoi numeri sembrano aumentati esponenzialmente, forse perché sottratti alla caccia intensiva di un tempo. Il fatto strano, anzi le due cose strane, nel nostro caso, sono che nel dialetto del mio paese quell'uccello si chiama proprio pica; è bicolore, nero e bianco, proprio come i colori sociali della Juventus, squadra per la quale Pasquale C ha fatto un tifo sfegatato fin da bambino. Ebbene, da quando per la prima volta, con simpatia era stato accolto da Pasquale C sulla terrazza della sua abitazione, in un bel pomeriggio di primavera, uno di quelli col cielo sereno, solo un po' screziato di nuvole, e il primo caldo, per i quattro o cinque anni successivi, l'uccello aveva continuato ad andarci tutti i giorni, dopo pranzo, alla stessa ora. Quando Pasquale saliva sulla loggia a leggersi il giornale e i suoi libri e a godersi un bel po' del tiepido sole di collina, meritato dopo i rigori invernali. Per tutti i mesi della primavera e anche per quelli estivi successivi, da aprile a settembre inoltrato, la pica arrivava dall'alto con una specie di frullo quasi impercettibile, planando sul muretto di cinta del terrazzino dove Pasquale C divorava avidamente i suoi libri di filosofia o di storia. A parte un primo attimo di stupore, Pasquale C non aveva mai manifestato disappunto per le incursioni dell'uccello, per la verità un po' indiscreto e invadente, col passare dei giorni anzi, aveva scoperto che gli piaceva proprio essere interrotto, l'arrivo puntuale dell'uccello gli consentiva di tirare il fiato, di chiudere il libro, e pensare addirittura che avesse finalmente un vero ospite da accogliere. I due, messa da parte una naturale diffidenza iniziale, erano diventati veri amici e, addirittura, parlavano fra loro, Pasquale C con le parole, l'uccello col becco, con le ali e con gli sguardi. E il bello è che i due, pur non parlando la stessa lingua, avevano finito per capirsi, ognuno dei due riusciva a intendere perfettamente quello che l'altro voleva dire. Quando la pica ebbe preso definitivamente confidenza col suo nuovo amico umano, col suo ospite, saltava dal muretto all'avambraccio di Pasquale C e prendeva a becchettare le pagine del libro che il suo aveva in mano, come volesse girarle da sola per passare più rapidamente alla successiva. Allora Pasquale C si faceva fintamente più serio e intimava all'uccello di smetterla, la gazza come se capisse di aver esagerato la smetteva davvero e aspettava paziente che Pasquale C interrompesse spontaneamente la sua lettura e le offrisse del cibo. Pasquale C aveva abituato troppo bene la gazza, l'aveva viziata, perché ogni giorno preparava per lei e le faceva trovare delle vere e proprie prelibatezze. Arrivò perfino ad offrirle delle scaglie del formaggio di forma più pregiato, parmigiano o anche grana, che la pica mostrava di gradire molto, manco fosse un topo. Quando i pezzi di formaggio che Pasquale C offriva alla pica erano piccoli, quella li inghiottiva avidamente, ma quando erano un po' più grandi del solito li beccava ma senza mangiarli, li portava via, si librava in volo e tornava solo dopo qualche decina di minuti. Pasquale C aveva pensato che, non troppo lontano da lì, la pica avesse un nido con dei pulcini, oppure un compagno, o entrambi e con essi divideva il cibo avuto in dono dal suo amico. Un anno, in primavera, Pasquale C aveva da poco ripreso a salire in terrazza, ma la gazza non si presentò. Dopo un primo attimo d'iniziale sconforto, Pasquale C sembrava rassegnato a non vederla più atterrare dall'alto sul muretto della sua loggia e solo ogni tanto interrompeva la sua amata lettura, si metteva il libro sul grembo e guardava in alto; sperava di scorgere la sua pica in volo sopra la sua testa. Aveva nostalgia del suo amico uccello. Alla fine aveva pensato che fosse morto di vecchiaia, sebbene non avesse idea di quanto lunga fosse la vita di un uccello di quella specie, oppure che fosse rimasto vittima di qualche cacciatore senza scrupoli. La caccia non da più carnieri pieni come una volta e c'è sempre qualche cacciatore da strapazzo che arriva a sfogare la sua rabbia anche contro uccelli non commestibili. La pica non sarebbe più tornata! L'anno dopo, in primavera, appena l'aria aveva preso a farsi più tiepida, Pasquale C aveva di nuovo allestito il suo salottino pensile e tutti i giorni saliva a leggere i suoi libri. Un bel giorno era salito in terrazza e lo aveva letto con una specie di piacevole presentimento, senza sapere come, né perché, aveva ripensato alla sua gazza ed aveva immaginato che quel giorno stesso l'avrebbe rivista. E così fu! Mentre se ne stava lì a leggere, scoprendosi distratto, svogliato, come se pensasse ad altro, a qualcosa che doveva avvenire, ecco da lontano la sagoma bicolore della sua gazza e il frullo delle sue ali che sentiva sempre quando quella atterrava a casa sua. Ma stavolta la scena fu diversa. La gazza con gli occhi vispi atterrò sul muretto della loggia e si piegò su un lato, come se una zampetta non avesse retto più il suo peso. Pasquale C la prese tra le mani, cercando di scoprire da cosa fosse stato determinato quel movimento strano, girando l'uccello tra le mani e tendendone le ali e le zampette alla ricerca dell'evidente problema si accorse subito che uno degli arti dell'uccello doveva aver subito una frattura e l'ossicino si era rimarginato male, compromettendone per sempre l'atterraggio e lo stazionamento. La pica, secondo l'attendibile ricostruzione di Pasquale C, doveva essere rimasta vittima di una tagliola o dei pallini di piombo di un cacciatore di frodo, ma era riuscita, benché ferita, a scappare e a fare ritorno al suo nido, dove si era curata da sola ma era rimata oltraggiata nell'arto. L'anno dopo era tornata dall'amico, come avesse intuito che quello era stato in pensiero per lei, non lo aveva dimenticato, sapeva che Pasquale C l'avrebbe aspettata, non si sarebbe rassegnato alla sua assenza, che l'avrebbe accolta ed accudita ancora. E così era stato! Ancora oggi, dopo una dozzina d'anni dalla prima volta, e ad un lustro dall'incidente, la pica in primavera torna sul terrazzino della casa di Pasquale C (e del suo avo Cherubino Coreno), che la accudisce e le regala i suoi cibi raffinati, le sue scaglie di parmigiano, il suo formaggio preferito. La gazza, tiene sempre per sé le più piccole e porta, invece, le grandi ai suoi pulcini e al suo compagno.



martedì 18 febbraio 2020

Se chiudono i negozi chiude l'Italia.

   Lo scenario che qualcuno aveva largamente preconizzato alla fine degli anni '80-'90 si sta largamente, velocemente e inesorabilmente realizzando: la desertificazione delle attività commerciali in Italia appare un fenomeno in continua accelerazione, e potrebbe portare – secondo le stime della Confederazione – alla scomparsa dell’intera rete dei negozi nel nostro Paese già nell’arco dei prossimi 10 anni. SIC! 

(Un paese "abbandonato" Sermoneta, LT e la sua Loggia dei Mercanti sono l'emblema della crisi del commercio e dei piccoli centri)

   Ma il fatto grave è che il problema non viene affrontato praticamente da nessuno. Le associazioni di categoria finora si limitato a dare l'allarme, allarme che non viene raccolto da nessuno: non dal Governo centrale, non dai governi regionali, non dalle amministrazioni locali. Come ormai accade da molti anni anche questo problema viene considerato ineludibile, irrisolvibile, quindi resta lì come un dato di fatto, incancrenendosi, senza che nessuno faccia qualcosa di concreto.
   E' ovvio che la crisi delle attività commerciali rappresenta anche la crisi delle nostre città e, soprattutto, dei nostri paesi. L'Italia dei paesi, l'Italia dei piccoli e medi centri (ce ne sono più di 5000 su tutto il territorio nazionale), l'Italia che sopravvive da 1000 anni secondo questa organizzazione socio-ecomonico-culturale è inesorabilmente sul viale del tramonto?  
   Secondo quanto rileva l’Osservatorio Confesercenti si. Infatti, nei primi 4 mesi dell’anno ha aperto un solo negozio ogni tre che hanno cessato l’attività circa. Complessivamente, la distribuzione commerciale ha registrato la chiusura dall’inizio del 2013 di circa 21.000 imprese, per un saldo negativo di 12.750 unità. Se si dovesse continuare così, stima Confesercenti, alla fine del 2013 avremmo perduto per sempre circa 43.000 negozi. “Se l’accelerazione delle chiusure dovesse continuare anche nei prossimi mesi – spiega Confesercenti – perderemo la totalità delle imprese del commercio al dettaglio già nel corso dei prossimi 10 anni. E’ un’emergenza sociale, economica ed occupazionale insieme: se si considera che, mediamente, ogni impresa del commercio occupa tre persone, rischiamo di far crescere la disoccupazione di oltre 120mila unità entro la fine del 2013. Un dato che dimostra ancora una volta che l’Italia non può permettersi la catastrofe del settore commerciale: il conto sarebbe troppo salato”. 
   “C’è quindi bisogno – è l’appello della Confederazione – di interventi urgenti per facilitare la tenuta delle aziende. Occorre, da un lato, un intervento sulle tasse che schiacciano le imprese e sulle regole di mercato, per evitare distorsioni della concorrenza, così come una maggiore disponibilità di credito per le PMI e una profonda semplificazione burocratica. Dall’altro, è più che mai necessario un alleggerimento della pressione fiscale che grava sui consumi delle famiglie. Per questo, riteniamo essenziale evitare l’ulteriore aumento dell’aliquota IVA al 22%: avrebbe un effetto depressivo sui consumi, già in crollo dal 2012, e non produrrebbe gettito aggiuntivo per lo Stato. Piuttosto, sarebbe opportuno, al maturare delle condizioni, impegnarsi a riportare l’aliquota IVA al 20%.”. 

   La più che documentata crisi del commercio, in Sicilia ha portato già al record di chiusure. A Roma spariscono 790 negozi. Ma la crisi della distribuzione commerciale tradizionale ormai si estende a tutto il Paese, senza eccezioni. Dalle gradi città ai piccoli paesi. E in tutte le regioni si mostra un saldo negativo nelle imprese del commercio. I picchi peggiori si registrano in Sicilia – dove il saldo negativo è di 1.557 imprese – e in Campania, dove hanno cessato l’attività, senza essere sostituiti, 1.470 negozi. Seguono, nella classifica dei peggiori risultati, Lombardia (-1.263), Lazio (-1.033) e Piemonte (-1.019). Tra le province, invece, spicca il risultato di Roma: nel primo quadrimestre, la Capitale ha visto chiudere per sempre 790 negozi di vicinato, il 76,5% del totale degli esercizi perduti nel Lazio. Un saldo negativo record, pesantemente influenzato dal boom di cessazioni nella città (1.394). Al secondo posto, per chiusure, la provincia di Napoli, dove hanno cessato l’attività 1.363 imprese del commercio, per un saldo negativo complessivo di 632 unità. Seguono, nella top 5 delle città che hanno registrato i risultati peggiori, Torino (-542 negozi), Palermo (-359) e Milano (-348). Servizio di vicinato, dunque, sempre più a rischio per le fasce sociali più deboli. Dai dati dell’Osservatorio Confesercenti emerge che, sempre nei primi mesi dell’anno, la contrazione del servizio di vicinato si accompagna all’aumento della popolazione residente sopra i 65 anni, per i quali la disponibilità dei negozi sotto casa è un fattore determinante nella qualità della vita, perché permette spostamenti più brevi e meno gravosi per gli abitanti più anziani: nei Comuni con una incidenza dell’indice di vecchiaia superiore alla media nazionale si rileva, infatti, un saldo negativo delle attività commerciali pari a 7.209 unità, di cui 839 riguardano il dettaglio alimentare (mentre hanno chiuso per sempre 5.541 esercizi commerciali nei Comuni con una incidenza dell’indice di vecchiaia inferiore alla media nazionale). 
   Al momento, l'unica nota positiva è che reggono la crisi delle chiusure i comuni litoranei: contro la crisi sembra valere il sodalizio tra Turismo e Commercio al dettaglio. I comuni litoranei resistono al fenomeno della desertificazione urbana rispetto ai comuni dell'entroterra: si registra, per i primi, un saldo negativo di 4.318 negozi di vicinato a fronte di un record di chiusure di 8.432 per i secondi. L’impatto del turismo sui comuni litoranei fa da traino, evidentemente, alle attività commerciali, dimezzando il trend negativo di chiusure.
   Allora, probabilmente, proprio da questo dato bisogna ripartire per cercare delle soluzioni al problema. 
   Chissà che non bisognerà (ri)cominciare a pensare al turismo (con tutto quello che esso significa in termini di agricoltura, cultura, storia, arte, gastronomia, enologia e tipicità dei prodotti) come rimedio ai tanti problemi economici, sociali e culturali che assillano da anni il nostro Bel Paese e che l'industrializzazione selvaggia e assistenziale della ex-CaMez non è mai riuscita a risolvere? 
   E chissà se quelli che oggi salutano e festeggiano entusiasticamente l'apertura dell'ennesimo (inutile) centro commerciale, oppure che fanno shopping on line, sono gli stessi che domani avranno paura a passeggiare per le strade buie e senza illuminazione delle loro città deserte? 
Meditate gente! Meditate! 

smr

sabato 25 gennaio 2020

Quando... non c'è limite al dolore.

   Non c'è limite al dolore. Ci sono dolori che sembrano senza limite. Esistono dolori ai quali pare impossibile sopravvivere; che sembrano umanamente impossibili da superare. Tenta di soccorrerci la scienza, la biologia in particolare: l'essere umano, infatti, pare creato per superare i suoi limiti, anche i limiti umanamente sopportabili di dolori che improvvisamente appaiono insopportabili e, di conseguenza, insuperabili. Ecco spiegato perché il dolore non ci uccide. Ecco perché, anche quando il dolore sembra (o realmente lo è) insopportabile, anche quando il dolore sembra insuperabile, noi riusciamo, attraverso risorse inusitate, insperate, che nemmeno sospettavamo di possedere, prima a sopportarlo, poi addirittura a superarlo. La psicologia, la scienza dell'animo umano, per spiegarcelo, ha creato un concetto particolare, una nozione nuova su un sentimento antico come il primo uomo, spiegandoci che si tratta di Resilienza: cioè della naturale, spontanea, quasi meccanica capacità di un individuo di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà; della abilità, perché in realtà di questo si tratta, di riuscire a ricostruire la propria vita, riorganizzandola sulle macerie lasciate dalle difficoltà. Tuttavia mi pare il caso di rilevare come nessuno di noi sia in grado di conoscere la propria Resilienza ex-ante. Quale sia la reale capacità della nostra Resilienza, quale possa essere la nostra risposta, lo scopriamo solo ex post, dopo aver subito il trauma. Ergo, per capire quale sia la nostra capacità reale di reagire al trauma e al dolore che ne consegue dobbiamo essere messi alla prova; dobbiamo essere le vittime di un trauma doloroso. Così appare ovvio che anche per me sia stato così. Sono passati due anni dalla mia ultima esperienza di dolore; dal mio dolore più grande: la morte della mia compagna di vita. Era il 23 gennaio del 2018, ora siamo arrivati al 23 gennaio del 2020. Posso dire di essere sopravvissuto al trauma e al dolore. Non c'era (non c'è) limite al mio dolore. Non c'era (non c'è) nessuno e niente al mondo che apparisse in grado di alleviarlo. Mi pareva che da un momento all'altro il mio cuore, gonfio di dolore, potesse scoppiare. Non c'era medicina, non c'era farmaco, non esisteva una panacea. C'erano solo palliativi. Capivo solo che fino a quando io fossi stato in vita anche lui, anche il dolore, sarebbe stato con me, sarebbe rimasto con me, al mio fianco, nella mia testa, nel mio cuore gonfio; percepivo che non mi avrebbe mai abbandonato; preconizzavo che mi avrebbe accompagnato, come un muto compagno di strada, forse per sempre. Ed era, anzi è così. Il dolore che c'era, c'è ancora, c'è sempre. Solo che si è trasformato, è mutato, ha cambiato forma. Ora cerco perfino di descriverlo. Di descrivere questo suo mutamento. Finendo quasi per riuscirci. Proprio in questo mi ha aiutato e mi aiuta la scrittura. Con la scrittura, e dalla scrittura del dolore e dell'amore, prendono forma le mie poesie. Poesie d'amore e di dolore, appunto. Per me l'unico lenimento del dolore, della morte, della perdita. Come questa, la mia ultima: "Quando (a Patrizia)". Nella quale rivivo,  descrivendolo a mio modo, il momento della morte di Patrizia, facendo ricorso a molteplici riferimenti metaforici volontariamente alterati, iperbolici, quasi metafisici. Tutti tendenti, univocamente, alla descrizione della enorme drammaticità dell'avvenimento, ma misura e specchio, accompagnati da particolari realistici che a volte diventano iperrealistici, dell'enorme trauma e del dolore incommensurabile che per me ne conseguirono.    



Quando (a Patrizia)
Quando Patrizia morì
la luce si spense e
si fece buio in cielo,
da qui fino all’altro
lato della galassia e
silenzio intorno a
tutto l’universo,
per quasi mezz’ora.
Poi ci fu un improvviso lampo
nero che nessuno vide ma
tutti ne sentirono il rumore.
Quando Patrizia morì
fu come quando l’Agnello
aprì il settimo sigillo,
e ai sette angeli, dritti
davanti a Dio, furono date
sette trombe, che
però non suonarono:
erano rimasti senza fiato.
Quando Patrizia morì
il dolore fu grande
e tutti piansero:
chi la conosceva pianse
insieme a chi non la
conosceva. Pianse il
marito (piansi io)
piansero i figli
pianse la madre e
piansero i fratelli.
Piansero gli amici e
tutti i santi in paradiso.
Tutti versarono inconsolabili
lacrime salate.
Quando Patrizia morì
il sole si fermò e con lui
si fermò la luna. Le stelle
si fermarono e tutti gli astri
in cielo e s’interruppe un
corso di millenni. In terra
tutte le strade si mischiarono
e le discese divennero salite
e viceversa. In mare i pesci
annegarono nella loro stessa
acqua e gli uccelli in volo
caddero stecchiti.
Gli orologi si fermarono
sui polsi, non serviva
scuoterli, le lancette si
staccarono dai quadranti.
Quando Patrizia morì
nei prati l’erba smise
di crescere e i fiori
si rifiutarono di sbocciare
fino alla primavera dell’anno
dopo, gli alberi si seccarono,
le piante appassirono,
anche quelle grasse sul suo
balcone avvizzirono, tutti
i colori sbiadirono e i suoi
abiti colorati stinsero.
Tutto divenne grigio.
Quando Patrizia morì
non vennero le olive e
non si fece l’olio, non venne
l’uva e non si fece vino,
il grano non fece più spighe
quella estate e i fornai non
impastarono pane. Le api
smisero di fare miele.
Perfino l’acqua smise di
scorrere nei rivoli e tutto
quello che era in bilico crollò.
Quando Patrizia morì
i musicisti smisero di
fare musica, i pittori
di dipingere, le ballerine
di danzare, gli attori
di recitare, i mimi di
mimare, i poeti di declamare
i loro versi, i maestri
di fare scuola, i preti di
dire messa, i muratori di
fare case, gli avvocati di
perorare le loro cause
nei tribunali, i giudici
non emisero più sentenze.
Quando Patrizia morì
gli aratri smisero di arare
e i buoi liberati dal giogo
scapparono nei campi muggendo,
i contadini riposero le vanghe
e incrociarono le braccia.
Le mucche non fecero più latte
e le api smisero di fare miele.
Quando Patrizia morì
i quadri a casa sua si
staccarono dai muri e le
cornici rimasero vuote.
Le penne Bic finirono
l’inchiostro e furono
buttate nei cestini, i
fogli di carta rimasero
bianchi nei quaderni.
I motori si spensero,
le auto in panne.
Quando Patrizia morì
gli infermieri piansero
tristi nelle corsie d’ospedale,
mentre i medici ammutoliti
presero a recitare il
loro mesto “mea culpa”;
con loro c’era la medicina
impotente e la scienza. Ché
con lei tutti erano stati
colpevoli o impotenti.
Quando Patrizia morì
in tutto il mondo solo
il cancro, che con troppo
zelo aveva svolto il suo
compito, pareva soddisfatto.
Dopo il lavoro sporco
era corso dal Padrone
per intascare il premio
pattuito, ma non trovò nessuno.
Nessuna risposta ebbero le sue
richieste, le sue invocazioni
non furono ascoltate, nessun
premio, nessuna ricompensa.
L’orrenda malattia era rimasta a
mani vuote, dimostrò interamente
la sua vacua inanità. Aveva
fatta sua un’altra vittima
impotente; aveva solo ucciso,
inutilmente, l’ennesimo innocente.
(smr)

Coreno A. 23/01/2018-2020

mercoledì 1 gennaio 2020

Il Futuro è adesso!


Quando, nel lontano dicembre del 1968, uscì nelle sale il film di Kubrik "2001 Odissea nello spazio", avevo 11 anni.



Il 2001 preconizzato in quel film mi sembrava una data lontanissima, irrealizzabile, quasi irraggiungibile, eppure non solo l'abbiamo raggiunta, ma molte delle cose previste dal visionario regista si sono realizzate.
Ieri ho rivisto per l'ennesima volta una dei miei film di culto (esclusi quelli di Ingmar Bergman, naturalmente) "Blade Runner", uscito nel 1982, tratto da un racconto di P.Dick diventato celeberrimo "Il cacciatore di Androidi", ma ambientato nel futuro distopico di una Los Angeles irriconoscibile dell'anno 2019. Quello che ci siamo appena lasciato alle spalle.



Oggi siamo al 1° gennaio del 2020, si inizia il terzo decennio del terzo millennio. Per vivere e verificare un nuovo, strepitoso futuro non ci resta che aspettare il 2049 e vedere se si saranno realizzate le scene immaginifiche del sequel di "Blade Runner", quello ambientato nel 2049.



E intanto, mentre giochiamo con le date di un futuro prossimo venturo, che appare ancora lontano ma che per molti di noi (forse) arriverà, godiamoci questa nuova, ennesima alba sulla nostra vita. 



IL FUTURO E' ADESSO!

(smr)

mercoledì 4 dicembre 2019

Sono uno scrittore "indie".

   Io sono uno scrittore "indie".
 Gli scrittori "Indie" sono scrittori indipendenti, scrittori, cioè, che non dipendono dalle case editrici (piccole/medie/grandi) ma agiscono autonomamente, pubblicando personalmente le loro opere. 
   Intendiamoci! Non mi dispiacerebbe che una casa editrice mainstream, e magari nota, pubblicasse i miei libri, ma non ho tempo né voglia di cercarla e pure se la trovassi non è detto che sarebbe disposta a pubblicarmi a sue spese. Anche molte piccole case editrici pubblicano i libri di autori sconosciuti o poco noti solo a pagamento, chiedendo un minimo di copie da stampare e un tot per copia. Questo lo sanno tutti, pure le pietre. E' un po' come chiedere referenze a uno in cerca di prima occupazione: non le ha perché non ha mai lavorato e senza referenze non lavorerà mai. Sic! A meno che non si imbatta in qualcuno che crede in lui e punti su di lui. Ma è cosa rara.    


   Gli scrittori "Indie" sono scrittori che non dispongono di editors che, oltre a correggere i testi, spesso scrivono totalmente i libri che i sedicenti scrittori, di fama ormai acquisita, poi firmano. Gli scrittori "Indie" sono scrittori che non dispongono di impaginatori e copertinisti di professione e, quindi, fanno tutto da soli. Curano da soli la veste grafica delle loro opere. Ma gli scrittori "Indie" sono scrittori diversi dai cd "A.a.s.p." (Autori a spese proprie) perché non pagano una lira a nessuno per farsi pubblicare: io ho pubblicato tutti i miei libri (finora una settantina) con lulu.com (uno dei maggiori editori globali on-line) e acquisto solo una copia-campione del mio libro, se il risultato mi piace e va bene do "il visto si stampi" e dalla casa editrice mettono in vendita il mio libro sulla mia vetrina-autore personale (clicca su questo link e ci vai automaticamente: http://www.lulu.com/spotlight/salvatoredotruggiero57atgmaildotcome sulle altre piattaforme mondiali (addirittura anche, ma non solo, su Amazon). 


   Gli scrittori "Indie" sono scrittori che non hanno folle osannanti di fans che li applaudono incondizionatamente, anche quando dicono o scrivono sonore stronzate. Gli scrittori "indie" sono scrittori che scrivono per passione e non per imporre il culto della propria personalità; sono scrittori che scelgono i loro argomenti in base alle loro inclinazioni e ai loro gusti personali e che, soprattutto, scrivono col cuore i loro i libri e le loro poesie. Gli scrittori "Indie" sono scrittori che non vivono di scrittura ma vivono per la scrittura; sono degli artigiani della parola scritta che nutrono la nascosta ambizione, che qualche volta si realizza e qualche volta no, di diventare dei veri artisti e, magari, di uscire dall'ombra, di diventare famosi. Mai per vantarsene. Solo per essere appagati sentendosi capiti e apprezzati. 


   Acquistare i libri degli autori "Indie" significa stimolarli, dargli una speranza, concedergli una piccola chance, regalare loro una piccola soddisfazione e con essa la possibilità di continuare a coltivare le loro passioni. La loro unica grande passione: quella per la parola scritta. Anche alla faccia di... Bartleby. Gli scrittori "Indie" sono scrittori sull'orlo della fama e della fame. In genere non sono ancora abbastanza noti e guadagnano poco o niente dalla loro arte. Quindi, per essere uno scrittore "Indie" ci vuole un fisico bestiale; bisogna essere forti, saper resistere alle delusioni, all'indigenza, alle critiche e alle derisioni e alle intemperie; e, per sopravvivere, succhiare il poco miele che c'è nelle piccole soddisfazioni che ogni tanto arrivano, saperle sfruttarle per ricavarne un pungolo a continuare. In genere si tratta di soddisfazioni non economiche: hai scritto un libro interessante e originale? E allora un amico ti invita per presenziare a un evento culturale, a una conferenza, a un festival o per una presentazione in libreria.


      Per favore leggi bene e con attenzione lo specchietto pubblicato sopra. 

     Fatto? OK! Io sono uno scrittore "Indie": tu puoi diventare un lettore... "Indie" e puoi aiutarmi. Come? Ad esempio, cominciando a comprare e, soprattutto, cominciando a leggere i libri di uno scrittore "Indie", i miei libri. Si, perché a me interessa che 10 lettori leggano una sola copia comprata piuttosto che un lettore legga un mio libro su 10 copie vendute (come diceva il mio amico R.D.S.) Poi, se i miei libri ti sono piaciuti, puoi procedere a recensirli. Una delle cose che fa più piacere agli scrittori "Indie" sono le recensioni (positive) dei lettori: quelle che ci inviano privatamente oppure quelle che pubblicano sulle piattaforme di vendita; non serve scrivere delle recensioni lunghe, basta scrivere: "Il libro è molto bello e mi è piaciuto." e pubblicare sul sito. Muoverà i motori di ricerca e incentiverà altri potenziali lettori ad acquistare i nostri libri. Lo hanno già fatto e continuano a fare con grande soddisfazione centinaia di amici-lettori (virtuali e reali) che, anche vincendo qualche iniziale diffidenza, hanno "assaggiato" la mia scrittura ed hanno cominciato ad apprezzarla. 
   
    Intendo ringraziarli pubblicamente. 
    
   GRAZIE! Grazie di vero cuore a chi mi ha letto e continua a farlo. Grazie a chi comincerà a farlo. 

   Magari da questo Natale. 😄😄


   A Natale, in Islanda, si regalano solo libri e il 25 sera si leggono tutti insieme. Si chiama Jólabókaflóð (in Islandese, letteralmente "inondazione dei libri per Natale) ed è ormai una bella tradizione. Fu introdotta durante la seconda Guerra mondiale e consiste nell'acquisto di libri tra settembre e dicembre per lo scambio di regali natalizio. Nel mese di novembre l'associazione degli editori islandesi pubblica un catalogo che viene distribuito gratuitamente denominato bókatíðindi.

   A Natale metti anche tu un (mio) libro sotto al tuo albero.

smr

venerdì 15 novembre 2019

Come cambia la terapia per il tumore alla mammella. Importanti aggiornamenti.

   Seguendo il mio naturale impulso, oltre che la mia buona intenzione a divulgare notizie importanti entrambi retaggio di una negativa e buia esperienza personale, metto qui un pezzo riguardante le novità sulle terapie anti-cancro, come emerse dall'ultimo Meeting Mondiale tenutosi a Roma. 


   A volte, già al momento della diagnosi, il tumore alla mammella può essere in fase avanzata, ed essersi quindi diffuso anche lontano dalla sede primaria. Si parla in tal caso di tumore metastatico. Succede nel 10% dei casi ed è successo a 5.300 italiane solo nel corso del 2019. Una curiosità amara: sempre nel corso del 2019 sono state colpite dal tumore alla mammella (con stadiazioni varie) ca. 4.400 donne (e anche qualche maschio) solo nella regione Piemonte. Per le pazienti metastatiche (nella stragrande maggioranza donne, ma anche qualche maschio) ci sono oggi nuovi farmaci e strategie terapeutiche che permettono a 1 malato su 4 di sopravvivere (ben magra consolazione) fino a 5 anni dalla diagnosi conclamata. Per quanto scarsi, si tratta di risultati impensabili "solo" 10 anni fa. Alle nuove strategie nella cura della malattia è stata dedicata la sesta edizione del "International Meeting on New Drugs and New Insights in Breast Cancer", tenutosi all’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma con la partecipazione di più di 200 esperti arrivati da tutto il mondo. 
  “Oggi abbiamo molte armi a disposizione, dalla chemioterapia all’ormonoterapia alle terapie target fino all’immunoterapia. Ma è essenziale che tutte le pazienti siano trattate nelle Breast Unit, cioè in Centri di Senologia, dove è più alta l’adesione alle linee guida, migliore l’esperienza degli specialisti ed è garantita l’adozione di un approccio multidisciplinare”, afferma Francesco Cognetti, Direttore del reparto di Oncologia Medica dell'Ospedale Regina Elena e Presidente del Congresso. “A livello europeo, è stabilito che possano definirsi Breast Unit solo le strutture che trattano almeno 150 nuovi casi ogni anno. La multidisciplinarietà ne è l’elemento fondante. La formazione di un team coordinato favorisce il raggiungimento di un alto livello di specializzazione delle cure, dallo screening fino alla riabilitazione, ottimizzando qualità e tempistica delle prestazioni, con l’obiettivo principale di prolungare e migliorare la vita delle pazienti”. È dimostrato che, nelle strutture ad alto volume di casi trattati, la sopravvivenza a 5 anni dall'inizio delle terapie raggiunge l’83,9% (rispetto al 78,8% dei centri che trattano fra i 50 e i 99 casi ogni anno e al 74,9% dei centri con meno di 50 casi trattati).
   Non è solo nel trattamento della malattia in fase avanzata e metastatica che si registrano delle novità: per esempio, nel trattamento adiuvante delle pazienti già sottoposte a chirurgia, effettuato per ridurre il rischio di recidiva, numerosi studi hanno dimostrato la validità dei test genomici nell’orientare la scelta del tipo di terapia, con la possibilità in circa il 40% delle pazienti di evitare trattamenti chemioterapici inutili e dannosi. “Purtroppo questi test sono disponibili e rimborsabili dalla Regione solo in Lombardia”, sottolinea Cognetti. I diffusi programmi di screening mammografico e la maggiore sensibilizzazione delle donne all’aumento dell’incidenza del carcinoma mammario hanno portato, negli ultimi anni, a un consistente incremento di diagnosi di carcinomi in stadio precoce. La chirurgia conservativa ha progressivamente sostituito la mastectomia nel trattamento delle neoplasie in stadio iniziale, perché, associata alla radioterapia, è in grado di garantire alle pazienti le stesse percentuali di sopravvivenza globale e libera da malattia e migliori risultati estetici, oltre all’indubbio vantaggio psicologico collegato alla conservazione della mammella, che si traduce in una migliore qualità di vita.
   “La chemioterapia resta un’arma fondamentale nella lotta contro la malattia - sottolinea Alessandra Fabi, Oncologia Medica Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma - Se la malattia è in stadio iniziale, la strategia terapeutica può prevedere una combinazione di chirurgia, terapia farmacologica (chemioterapia, ormonoterapia, trattamento con anticorpi monoclonali) e radioterapia. In particolare, la chemioterapia ha lo scopo di ridurre il rischio di ripresa della malattia a livello locale e generale. Convenzionalmente si utilizzano regimi di associazione contenenti antracicline e taxani prolungati per circa 6 mesi. È importante che, se somministrata dopo la chirurgia, la chemioterapia venga iniziata non appena la paziente abbia completato il decorso operatorio e, comunque, entro 90 giorni dall’intervento: specialmente nei tumori più aggressivi, definiti triplo negativi, l’intervallo tra chirurgia e avvio della chemioterapia è correlato alla prognosi, con una significativa minore efficacia con un intervallo superiore a tre mesi. Se il tumore è in fase localmente avanzata, la malattia è considerata non operabile in prima scelta. Considerato anche l’elevato rischio di diffusione metastatica in questo stadio, la chemioterapia è il trattamento d’elezione, che deve comunque essere integrato con la chirurgia e la radioterapia. Nella fase metastatica, la chemioterapia può integrarsi con terapie ormonali, farmaci biologici, chirurgia, radioterapia e terapie di supporto”. 
   Vi sono diversi sottotipi della neoplasia, definiti in relazione alle alterazioni molecolari. “Questo ci consente di scegliere in maniera altamente selettiva il trattamento in relazione alle caratteristiche di ogni sottogruppo  - afferma Maurizio Scaltriti, Direttore Associato del Center for Molecular-Based Therapies al Memorial Sloan-Kettering Cancer Center di New York - In alcuni tipi di tumore della mammella (15-20% del totale dei casi) una proteina, HER2, è presente in quantità eccessiva, causando così una crescita rapida e incontrollata delle cellule malate. Dal punto di vista biologico, è una delle forme più aggressive e, in passato, non essendoci armi disponibili, per queste pazienti la prognosi era sicuramente infausta. Oggi invece, grazie a terapie mirate che bloccano il recettore HER2 e che sono utilizzate sia nelle forme iniziali non metastatiche che in quelle metastatiche, è cambiato radicalmente il decorso clinico”. Inoltre, come evidenziato in una recente pubblicazione a firma del prof. Scaltriti, una percentuale rilevante di tumori alla mammella positiva per i recettori ormonali e HER2 negativa (HR+/HER2-), un sottotipo che include circa il 65% di tutti i casi metastatici, presenta due mutazioni distinte del gene PIK3CA. Questa alterazione genetica rende questi tumori spiccatamente sensibili agli inibitori di PI3K, recentemente entrati nello scenario clinico.
   
   Mi sento, a questo punto e in chiusura, di dare qualche consiglio a tutti e, anche in maniera grossolanamente schematica, riassumo questi consigli in 6 punti più importanti: 
1) Tutte le donne, anche le giovani, dovrebbero effettuare dei controlli periodici che permettono una diagnosi precoce del tumore alla mammella;
2) Nel caso sfortunato dovessero trovarsi di fronte alla diagnosi di tumore alla mammella, esse devono rivolgersi immediatamente al Breast Unit (Unità Senologica) più vicino. Nel distretto sanitario del Basso Lazio, ad esempio, il centro più vicino ed efficiente è certamente quello ospitato all'interno dell'Ospedale SS Trinità di Sora (FR);
3) Bisogna assolutamente evitare di rivolgersi a curatori&guaritori improvvisati, ma, semmai, consultare medici esperti, titolati, di esperienza e, soprattutto, attrezzati. In genere operano in ospedali noti e sono presenti per la terapia dei tumori praticamente su tutto il territorio nazionale nazionale. Se non si conoscono i nomi si può sempre accedere, privatamente o attraverso il SSN, quindi pubblicamente, a centri noti, quali: l'IEO di Milano, il Regina Elena di Roma o l'Istituto Tumori Pascale di Napoli, tra i più noti;
4) seguire scrupolosamente tutte le prescrizioni dell'oncologo curante durante il periodo del follow-up ed evitare di prendere iniziative personali come, ad esempio, sottrarsi alla prescrizione della chemio-terapia o della ormono-terapia;
5) Il malato può fare richiesta per ottenere servizi di psico-assistenza e/o di care-giver gratuiti e per i trattamenti economici previsti erogati dall'INPS. 
6) Infine, segnalare i casi di mala-sanità (purtroppo ce ne sono numerosi) e, se il caso lo richiedesse e non solo come extrema ratio, attivarsi per cambiare ospedale e rivolgersi ad altri centri e ad altri medici più capaci e scrupolosi ma, soprattutto, più umani. 

   P.S. E' stato ultimamente individuato l'enzima Mmp9, responsabile della diffusione delle metastasi del tumore della mammella nell'organismo: è stato smascherato dai ricercatori proprio mentre "cercava di aiutare le cellule tumorali in trasferta preparando dei nascondigli ben protetti dai controlli dei guardiani del sistema immunitario". Dal test sui topi arrivano nuovi scenari e nuove speranze. Anticorpi riescono a riconoscere e attaccare l'enzima, così come è stato appurato in laboratorio in roditori colpiti da una delle forme più comuni di tumore della mammella, il luminale B. Il risultato, che potrebbe aiutare la lotta alle metastasi e migliorare le chance di successo dell'immunoterapia, è pubblicato sulla rivista Life Science Alliance dall'Università della California a San Francisco. L'enzima Mmp9 era già tenuto d'occhio da tempo per la sua sospetta capacità di rimodellare la matrice extracellulare, ovvero l'ambiente in cui sono immerse le cellule, fondamentale per promuoverne la comunicazione e la salute, oltre che per dare forma e struttura all'organo. Vari indizi avevano fatto capire che Mmp9 usava questa sua abilità per creare delle nicchie ospitali per le cellule metastatiche nei vari organi, ma le ricerche finora si erano focalizzate solo sui tumori in fase più avanzata. Analizzando le fasi più precoci, invece, i ricercatori statunitensi hanno scoperto che il ruolo dell'enzima Mmp9 è essenziale per la diffusione delle metastasi, e non per la crescita del tumore primario. L'iniezione di un anticorpo specifico contro Mmp9 ha permesso di ridurre numero e dimensioni delle metastasi al polmone; inoltre ha favorito il reclutamento e l'attivazione delle cellule immunitarie nei siti delle metastasi. Questo, secondo i ricercatori, accade perché Mmp9 costruisce intorno alla metastasi una sorta di rete che nasconde le cellule maligne agli occhi del sistema immunitario: bloccarlo per tempo impedendo la realizzazione di questa barriera potrebbe favorire l'azione dell'immunoterapia che ha l'obiettivo di potenziare le naturali difese contro il cancro.

   TUMORE AL SENO - Ultim'ora! Si potrà evitare la chemioterapia: via libera dell'Aifa al nuovo farmaco. Martedì 28 gennaio 2020Per il tumore metastatico al seno si potrà dire addio alla chemioterapia anche in ItaliaÈ stata infatti approvata dall'Aifa (Agenzia Italiana del FArmaco) pubblicata in Gazzetta ufficiale la rimborsabilità dell'abemaciclib, un nuovo farmaco sviluppato e prodotto da Lilly che è un inibitore selettivo delle chinasi ciclina-dipendenti (Cdk 4&6). In una terapia insieme a un altro farmaco della terapia ormonale, il fulvestrant, l'abemaciclib ha portato a migliorare l'aspettativa di vita, con una mediana di 46,7 mesi rispetto ai 37,3 mesi di solo trattamento con fulvestrant. Questo risultato, secondo gli studi, sarà un'arma chiave per le 10mila nuove pazienti italiane che ogni anno lottano contro un carcinoma mammario in stadio avanzato. Il farmaco è disponibile anche sul mercato italiano per tutte le pazienti, in pre, peri e post-menopausa, con carcinoma mammario avanzato o metastatico positivo ai recettori ormonali (Hr+), negativo al recettore del fattore umano di crescita epidermico di tipo 2 (Her2-). ''È il tipo di tumore del seno più frequente, che riguarda circa il 70% del totale dei casi in stadio avanzato. «Abemaciclib - spiega Pierfranco Conte, docente di oncologia medica all'Università di Padova e direttore della divisione di oncologia medica 2, all'Istituto oncologico veneto - porta con sé numeri davvero importanti per moltissime donne con tumore del seno metastatico. Questo farmaco è un inibitore selettivo molto efficace in grado di prolungare il controllo della malattia nelle pazienti con tumore al seno sensibile agli ormoni». «Questo farmaco - spiega Conte - è un inibitore selettivo molto efficace in grado di prolungare il controllo della malattia nelle pazienti con tumore al seno sensibile agli ormoni. Aveva già mostrato un notevole beneficio in termini di sopravvivenza libera da progressione, ma ora, i risultati del Monarch 2, mostrano un miglioramento significativo anche nella sopravvivenza globale delle donne affette da carcinoma mammario avanzato HR+, Her2-. Ora queste pazienti hanno un'opzione di trattamento che può consentire loro un allungamento di vita. Non dimentichiamo che quando ricevono una diagnosi di carcinoma mammario avanzato, le pazienti apprendono anche che la loro malattia, per quanto possa essere gestita, rimane incurabile. Oggi possiamo offrire una speranza in più».
P.S.2 Notizia del 15 maggio 2020. Un algoritmo calcola il rischio di metastasi e recidive. E' stato messo a punto un algoritmo che permette di prevedere il rischio individuale di metastasi per le donne con tumore al seno. In questo modo gli oncologi potranno orientare la scelta della terapia paziente per paziente, evitando sia il sovra che il sotto-trattamento nelle terapie dopo la chirurgia. Il risultato è stato ottenuto nell'ambito del Programma di Novel Diagnostics dell'Istituto Europeo di Oncologia (Ieo) di Milano, guidati da Pier Paolo di Fiore e Salvatore Pece, con il sostegno della Fondazione Airc.  "Il nuovo modello - spiega Di Fiore - si basa sulla combinazione di dati genetici e clinici. I primi sono un set di geni che formano la 'firma molecolare' del tumore - StemPrintER-, mentre i due parametri clinici sono lo stato dei linfonodi e la dimensione del tumore". Il risultato è stato eccellente, secondo Di Fiore: "Abbiamo testato il modello su oltre 1800 pazienti allo Ieo e dimostrato che la sua capacità di stimare il reale rischio di sviluppo di recidiva fino a 10 anni è superiore rispetto ai parametri clinico-patologici comunemente utilizzati nella pratica clinica"Il biomarcatore StemPrinter è anche il primo strumento capace di indicare numero e aggressività delle cellule staminali del cancro, che hanno un ruolo cruciale nell'avvio del tumore, nella sua diffusione con metastasi nell'organismo, e sono anche alla base della resistenza alla chemioterapia di ogni tumore del seno. Il nostro modello è duttile e affidabile - conclude -, si applica sia alle pazienti con linfonodi negativi, che a quelle con pochi linfonodi positivi. Proprio loro sono il gruppo con il maggior bisogno di una predizione accurata del rischio di recidiva per evitare il sovratrattamento con chemioterapie aggressive non indispensabili, senza per questo trascurare il rischio di sviluppare una recidiva a distanza di anni".
P.S. 3 Notizia del 29 gennaio 2021. SCOPERTO IL TALLONE D'ACHILLE DELLE CELLULE TUMORALI. Uno studio internazionale pubblicato sulla rivista scientifica ''Nature'' apre la strada  nuove terapie. In tempi di pandemia da Covid la notizia rischia di passare inosservata, eppure può essere una svolta storica nella lotta al cancro. E’ stato infatti scoperto il ‘tallone d’Achille’ delle malattie neoplastiche: una alterazione della struttura genetica delle cellule tumorali, la aneuploidia, che può essere un punto debole da utilizzare per colpire il tumore. Lo studio, condotto da un team internazionale di ricercatori, fra cui Stefano Santaguida e Marica Ippolito dell’Istituto europeo di oncologia (Ieo) e dell’Università Statale di Milano, è pubblicato su ‘Nature’. “Il nostro lavoro rappresenta una pietra miliare nella ricerca contro il cancro – dichiara Santaguida, group leader del Laboratorio di integrità genomica allo Ieo e docente di Biologia molecolare alla Statale di Milano – L’oncologia molecolare ha individuato, tumore per tumore, numerosi geni coinvolti nella trasformazione neoplastica della cellula, utilizzabili come bersagli terapeutici. Noi oggi abbiamo aperto una strada nuova e più ampia, perché abbiamo dimostrato che una caratteristica genetica delle cellule tumorali, l’aneuploidia, che si trova nel 90% dei tumori solidi e nel 75% di quelli ematologici, può essere di per sé un bersaglio. Non solo: abbiamo trovato delle molecole, gli inibitori del cosiddetto Sac (dall’inglese ‘spindle assembly checkpoint’), in grado di interferire con l’aneuploidia e di sfruttarla per mirare e colpire le cellule cancerose”. ''L’aneuploidia – spiega una nota – è un cambiamento nel numero delle copie di cromosomi: tutte le cellule umane hanno, in condizioni normali, 46 cromosomi, mentre si sa che quelle tumorali ne hanno spesso di più o di meno, e risultano quindi con un patrimonio cromosomico (cariotipo) sbilanciato. Finora, tuttavia, questo importante segno distintivo del cancro non è mai stato sfruttato come bersaglio di cura, perché fino a poco tempo fa mancavano gli strumenti necessari per creare modelli in vitro di cellule aneuploidi.'' “Per la prima volta qui allo Ieo siamo riusciti a creare librerie di linee cellulari con cariotipi aneuploidi definiti – spiega Ippolito – Grazie a queste librerie abbiamo dimostrato un’alta dipendenza delle cellule aneuploidi dai geni coinvolti nel corretto funzionamento del Sac, il macchinario cellulare deputato alla divisione cellulare attraverso il quale ogni cellula genera due cellule figlie. Questa interazione tra aneuploidia e Sac ha una rilevanza clinica: inibendo Sac infatti le cellule aneuploidi muoiono. Si apre quindi la prospettiva concreta dell’utilizzo dei Sac inibitori come terapia anticancro”. “Ora che abbiamo scoperto che l’aneuploidia ci indica un punto di vulnerabilità delle cellule tumorali – conclude Santaguida – stiamo studiando se promuova anche la resistenza alla chemioterapia. In questo caso potremmo avere un doppio utilizzo clinico di questo fondamentale segnale-spia dei tumori”. Allo studio, coordinato dal Dipartimento di Genetica molecolare umana dell’università di Tel Aviv, hanno partecipato anche un progetto finanziato dal ministero della Salute e uno sostenuto da Fondazione Airc. Insieme a Ieo e Statale di Milano, hanno partecipato gli istituti americani Mit, Harvard, Dana Farber, Università del Vermont, e il tedesco Kaiserlautern.
8 aprile 2012. L'interruttore che "spegne" il cancro al seno | La scoperta a Milano.

Sulla rivista internazionale Journal of Cell Biology pubblicati i risultati di un nuovo studio firmato dai ricercatori dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT), dell’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) e dell’Università Statale di Milano. I dati aprono nuove prospettive per la cura del tumore mammario. La ricerca è stata sostenuta dalla Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro. 

I dati rivelano che è sufficiente bloccare questi microRNA per rendere le cellule staminali più vulnerabili ad alcuni farmaci. Se i risultati ottenuti saranno confermati in studi clinici, le chemioterapie potrebbero in futuro risultare ancora più efficaci, migliorando la prognosi delle pazienti con forme aggressive di cancro al seno. La ricerca è stata sostenuta da Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro e si inserisce negli studi condotti da Francesco Nicassio, coordinatore del Center for Genomic Science (CGS) dell’IIT-Istituto Italiano di Tecnologia a Milano. In uno studio precedente, infatti, Nicassio e il suo gruppo avevano individuato un altro microRNA, il miR-34a, svelandone il ruolo inibitorio della proliferazione delle cellule staminali tumorali. Diversamente dai miR-146a/b, il miR-34a non è presente nelle cellule staminali ma al contrario viene espresso dalle cellule più differenziate della mammella, che quindi non hanno più le proprietà staminali. Questa ultima ricerca introduce ulteriori elementi di comprensione delle componenti genetiche del cancro e apre a nuove possibilità per l’applicazione terapeutiche dell’RNA non codificante – obiettivo al centro della “RNA-initiative” di IIT (iRNA@IIT), di cui Nicassio è membro.



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Sulla rivista internazionale Journal of Cell Biology pubblicati i risultati di un nuovo studio firmato dai ricercatori dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT), dell’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) e dell’Università Statale di Milano. I datiaprono nuove prospettive per la cura del tumore mammario. La ricerca è stata sostenuta dalla Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro

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L'interruttore che "spegne" il cancro al seno | La scoperta a Milano
L'interruttore che "spegne" il cancro al seno | La scoperta a Milano

 da ricercatori esclusivamente italiani il recente studio pubblicato nel Journal of Cell Biology (JCB), prestigiosa rivista internazionale edita dalla Rockfeller University Press. Nello studio sono stati identificati i microRNA (piccole molecole endogene di Rna, ndr) necessari a mantenere le cellule staminali tumorali, che contribuiscono alla crescita dei tumori al seno e alla ricomparsa del tumore dopo il trattamento.I dati rivelano che è sufficiente bloccare questi microRNA per rendere le cellule staminali più vulnerabili ad alcuni farmaci. Se i risultati ottenuti saranno confermati in studi clinici, le chemioterapie potrebbero in futuro risultare ancora più efficaci, migliorando la prognosi delle pazienti con forme aggressive di cancro al seno. La ricerca è stata sostenuta da Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro e si inserisce negli studi condotti da Francesco Nicassio, coordinatore del Center for Genomic Science (CGS) dell’IIT-Istituto Italiano di Tecnologia a Milano. In uno studio precedente, infatti, Nicassio e il suo gruppo avevano individuato un altro microRNA, il miR-34a, svelandone il ruolo inibitorio della proliferazione delle cellule staminali tumorali. Diversamente dai miR-146a/b, il miR-34a non è presente nelle cellule staminali ma al contrario viene espresso dalle cellule più differenziate della mammella, che quindi non hanno più le proprietà staminali. Questa ultima ricerca introduce ulteriori elementi di comprensione delle componenti genetiche del cancro e apre a nuove possibilità per l’applicazione terapeutiche dell’RNA non codificante – obiettivo al centro della “RNA-initiative”di IIT (iRNA@IIT), di cui Nicassio è membro.

Lo studio è nato dalla collaborazione tra il gruppo di ricerca di IIT guidato da Francesco Nicassio e quello guidato dal Prof. Pier Paolo Di Fiore, Group Leader presso l’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) e Professore ordinario dell’Università degli Studi di Milano, che da anni studia la biologia delle cellule staminali della mammella. Molti tumori, tra cui il tumore della mammella, contengono una piccola popolazione di cellule staminali tumorali, considerate il cuore alla base dello sviluppo del tumore. Le cellule staminali tumorali sono spesso resistenti alle radio e chemioterapie, e quindi possono sopravvivere ai primi cicli di trattamento e promuovere la ricomparsa del tumore e le metastasi.

Il lavoro sulle cellule staminali.

Nel cancro al seno, ad esempio, i tumori contenenti un numero relativamente elevato di cellule staminali tumorali hanno una prognosi molto più sfavorevole rispetto ai tumori con un numero inferiore di cellule staminali. Riuscire a colpire queste cellule può quindi essere cruciale per il trattamento efficace del cancro al seno e di altri tipi di tumore. Tra le molecole che potrebbero avere un ruolo importante nella biologia delle cellule staminali vi sono i microRNA, scoperti negli ultimi decenni. A dispetto della loro ridotta dimensione, queste molecole controllano il destino e l'identità delle cellule regolando i livelli di centinaia di RNA "messaggeri" più lunghi che codificano per proteine.

"Il nostro obiettivo è identificare i microRNA necessari al mantenimento di cellule staminali tumorali e che possono rappresentare potenziali bersagli terapeutici nel cancro al seno", afferma Francesco Nicassio, coordinatore del CGS di IIT a Milano. "Abbiamo identificato due microRNA strettamente correlati, miR-146a e miR-146b, presenti nelle cellule staminali della mammella e anche nelle cellule staminali del cancro al seno. I livelli di questi due microRNA tendono a essere molto elevati nei tumori al seno più aggressivi, i quali presentano un alto numero di cellule staminali tumorali", commenta Chiara Tordonato, ricercatrice presso IEO e Università di Milano, e prima autrice del lavoro. "Abbiamo ipotizzato che i miR-146a/b potessero essere necessari per mantenere il pool di cellule staminali tumorali. È stato sufficiente distruggere questi due microRNA nelle cellule tumorali derivate da pazienti per ridurre la capacità di tali cellule di formare nuovi tumori", prosegue. 

Nicassio e colleghi hanno determinato che i miR-146a/b regolano centinaia di RNA messaggeri, controllando così numerosi processi cellulari come il metabolismo e la replicazione del DNA. "Alcuni dettagli molecolari restano ancora da determinare, ma i nostri risultati mostrano chiaramente che la riduzione dei livelli di miR-146a/b rappresenta un approccio potenzialmente in grado di superare alcune forme di farmacoresistenza in ambito clinico, smascherando una 'vulnerabilità nascosta' del tumore che può essere sfruttata per lo sviluppo di nuove terapie in grado di colpire le cellule staminali del cancro", conclude Nicassio.

L'eliminazione di miR-146a/b dalle cellule staminali tumorali potrebbe alterare questi processi in modi che rendono le cellule più vulnerabili alla chemioterapia. Infatti, i ricercatori hanno scoperto che la riduzione dei livelli di miR-146a/b ha reso le cellule staminali del cancro al seno oltre 20 volte più sensibili al metotrexato, migliorando significativamente la capacità di questo inibitore metabolico di limitare la crescita del tumore.


Cancro, una nuova tecnica induce i tumori ad "autoeliminarsi". Speranze da una ricerca contro il Covid

 Si chiama SHREAD, o SHielded, REtargetted ADenovirus, è una nuova metodologia di approccio contro le cellule tumorali che potrebbe rivoluzionare la battaglia contro il cancro.

Cancro, una nuova tecnica induce i tumori ad "autoeliminarsi":  si chiama SHREAD, o SHielded, REtargetted ADenovirus, è una nuova metodologia di approccio contro le cellule tumorali che potrebbe rivoluzionare la battaglia contro il cancro. Descritta sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, questa tecnologia è stata sviluppata dagli scienziati dell’Università di Zurigo, che hanno modificato un adenovirus per agire direttamente sulle cellule tumorali. SHREAD potrebbe ridurre gli effetti collaterali legati alle radio e chemioterapie e potenzialmente consentire un migliore approccio contro Covid-19, perchè non danneggia le cellule sane. Gli esperti spiegano che una volta all’interno delle cellule tumorali, l’adenovirus modificato rilascia dei geni che fungono da modello per anticorpi terapeutici, citochine e altre sostanze di segnalazione. «In questo modo induciamo il tumore a eliminarsi da solo - afferma Sheena Smith dell’Università di Zurigo - attraverso la produzione di agenti che derivano dalle sue stesse cellule». «Gli agenti terapeutici - aggiunge Andreas Plueckthun, che ha guidato la ricerca - rimangono per lo più nel punto in cui sono necessari e non danneggiano i tessuti sani». Il team sta applicando l’innovativa tecnologia in un progetto mirato legato al trattamento di Covid-19. Molti vaccini antiCovid sfruttano già il vettore adenovirale, tra questi, Johnson & Johnson, AstraZeneca, CanSino e Sputnik V. «SHREAD potrebbe essere applicato tramite aerosol - sostiene Smith - in questo modo l’organismo potrebbe combattere l’infezione direttamente nelle cellule polmonari. Questo ridurrebbe i costi, aumenterebbe l’accessibilità delle terapie Covid e migliorerebbe la somministrazione di vaccini con l’approccio inalatorio».


21 Settembre 2021. Il tumore al seno si cronicizza.

È la più lunga sopravvivenza finora raggiunta per il tumore della mammella allo stadio avanzato e permette di parlare di vera e propria cronicizzazione della malattia. Lo dimostrano i risultati dell'analisi finale sulla sopravvivenza globale dello studio di Fase III Monaleesa-2, illustrati nel corso del Congresso 2021 di Esmo, la Società europea di oncologia medica

Al centro dell'attenzione c'è un farmaco, il ribociclib, usato insieme al letrozolo: un trattamento che è stato dato a un particolare gruppo di donne in post-menopausa con tumore della mammella in stadio avanzato o metastatico. Il lavoro ha dimostrato che dopo 5 anni le pazienti trattate in questo modo hanno avuto più del 50% di possibilità di sopravvivenza rispetto a quelle che assumevano solo il letrozolo. I dati, spiega Michelino De Laurentiis, direttore direttore del Dipartimento di Oncologia Senologica e Toraco-Polmonare dell'Istituto nazionale tumori Irccs Fondazione Pascale di Napoli sono "molto solidi" e "confermano l'efficacia della terapia". "Vi erano già due studi con ribociclib condotti su popolazioni diverse: Monaleesa-7 e Monaleesa-3 - aggiunge - il 'pezzo' mancante era proprio il Monaleesa-2. Metà delle pazienti è stata seguita per almeno 7 anni. Siamo di fronte a una sperimentazione il cui risultato è stabile, definitivo. Ribociclib ha mostrato una riduzione del 24% del rischio di morte, coerente con quanto già visto negli altri due studi Monaleesa. Altro dato che conferma la validità del farmaco è la sopravvivenza globale mediana, pari a 63,9 mesi. È la più lunga mai registrata in tutti i tipi di tumore della mammella. Significa che metà delle pazienti vive più di 5 anni". Per Pierfranco Conte, direttore della divisione di Oncologia Medica 2 dell'Istituto oncologico veneto di Padova, "un altro 'numero' che misura la portata dello studio Monaleesa-2 è che", a 6 anni di controlli, "quasi la metà delle donne, il 44%, è ancora vivo. Sono dati mai visti con nessun trattamento in questa popolazione di pazienti - aggiunge - l'Italia ha contribuito in maniera importante a tutto il programma degli studi".

Nel 2020, in Italia, sono stati stimati circa 55mila nuovi casi di tumore della mammella allo stadio avanzato e più di 37.000 vivono con una diagnosi di malattia metastatica. Saverio Cinieri, direttore dell'Oncologia Medica e Breast Unit dell'Ospedale 'Perrino' di Brindisi e presidente eletto Aiom (Associazione italiana di oncologia medica), sottolinea che "le donne in post-menopausa rappresentano circa il 70% di quelle con tumore al seno endocrino-sensibile e la metà di queste corrisponde al profilo delle pazienti incluse nello studio. Questi importanti dati di sopravvivenza globale con ribociclib sono incoraggianti e ci consentono di affermare che è stato raggiunto l'obiettivo di cronicizzare la malattia avanzata".



17 aprile 2022

Importante scoperta all'UCLouvain: 

MitoQ preverrebbe le recidive e le metastasi del cancro al seno.

Importante scoperta all'UCLouvain: MitoQ preverrebbe le recidive e le metastasi del cancro al seno. Secondo le conclusioni della ricerca condotta dagli scienziati dell' Université catholique de Louvain, la molecola MitoQ potrebbe essere il nuovo farmaco che ferma la recidiva del cancro al seno

Il cancro al seno triplo negativo rappresenta fino al 15% di tutti i tumori al seno. In Italia, ne sono colpiti 55.000 pazienti all'anno e circa la metà di queste donne sviluppa recidive e metastasi locali, indipendentemente dal trattamento. Nel caso di carcinoma mammario triplo negativo generalizzato, un paziente su 10 ha possibilità di guarigione. Pierre Sonveaux, ricercatore presso l'Istituto di ricerca sperimentale e clinica dell'UCLouvain, e il suo team, tra cui la studentessa post-dottorato Tania Capeloa, sono riusciti a identificare che un farmaco sviluppato per malattie diverse dal cancro, MitoQ, consente di evitare, in 80 % dei casi, la comparsa di metastasi e per evitare, nel 75% dei casi, una ricaduta locale del carcinoma mammario umano nei topi. Al contrario, la maggior parte dei topi non trattati ha visto il loro cancro ripresentarsi e diffondersi. I ricercatori hanno trattato i topi portatori di cancro al seno umano mentre i pazienti vengono curati in ospedale, vale a dire combinando la chirurgia con la chemioterapia convenzionale, aggiungendo MitoQ. "Ci aspettavamo di poter bloccare le metastasi. D'altra parte, evitare la recidiva del cancro era del tutto inaspettato. Quando otteniamo questo tipo di risultato, ci motiva enormemente per il futuro", spiega Sonveaux, chiamando l'anticipo "un salto da gigante" e una "prima mondiale molto promettente". MitoQ, rileva Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, è stato già testato nell'uomo in una prima fase clinica, su pazienti sani e la molecola risulta essere di bassa tossicità (nausea, vomito). La molecola dovrà presto essere testata per le fasi 2, tese a dimostrare l'efficacia del nuovo trattamento nei pazienti oncologici, e 3, su scala più ampia.


4 giugno 2022.

Tumore seno, test del sangue dice subito se la cura va bene

In soli 15 giorni. Vantaggi per pazienti. Studio italiano a ASCO

Un esame del sangue, la biopsia liquida, potrebbe rivelare in soli 15 giorni - e senza la necessità di attendere la TAC di controllo - se la cura antitumorale per le donne con cancro al seno metastatico sta funzionando oppure no, e ciò attraverso l'osservazione dell'andamento di due biomarcatori, ovvero due elementi caratterizzanti la neoplasia. E' questo lo scenario che potrebbe rendersi possibile per le donne con cancro al seno metastatico ormonosensibile Her2 negativo in trattamento con la terapia indicata e maggiormente efficace (ribociclib in associazione con la terapia ormonale letrozolo). Questa forma di neoplasia è quella più diffusa e che interessa circa il 60-70% delle pazienti metastatiche. In Italia colpisce 7-8mila donne ogni anno. Il risultato preliminare arriva da uno studio condotto interamente in Italia (BioItaLEE), che sarà presentato al Congresso della Società Americana di Oncologia Clinica (ASCO) che si apre oggi a Chicago. Lo studio ha coinvolto 287 pazienti di 47 centri italiani. Si tratta di uno studio di medicina di precisione che "va a individuare nel sangue specifiche informazioni - spiega il responsabile della ricerca Michelino De Laurentiis, direttore del Dipartimento di Oncologia Senologica e Toracico-polmonare dell'Istituto Pascale di Napoli - ovvero tracce del DNA tumorale circolante e un parametro biochimico (tirosinochinasi A)". Tutte le pazienti coinvolte, candidate a ricevere la terapia standard, sono state sottoposte a un prelievo di sangue prima di iniziare il trattamento, poi ripetuto al 15/mo giorno dalla terapia. Andando a misurare la presenza dei due biomarcatori, chiarisce De Laurentiis, "al 15/mo giorno ci siamo resi conto che eravamo già in grado di suddividere le pazienti tra quelle altamente rispondenti alla terapia e quelle scarsamente rispondenti". Un passo avanti estremamente significativo: "Il vantaggio, se questi dati saranno confermati, è innanzitutto che la cura non sarà più portata avanti per alcuni mesi per poi fare la tac di controllo per comprenderne l'esito, ma già dopo15 giorni si potrà valutare se la terapia funziona e se non è così le pazienti possono essere indirizzate subito verso una cura alternativa". In questo modo, alla paziente "possono inoltre essere risparmiati tossicità ed effetti collaterali inutili. Se i dati fossero confermati, con la biopsia liquida potremmo dunque sapere in netto anticipo quali tumori sono resistenti al trattamento". Ed il vantaggio è anche per il sistema sanitario, dal momento che la metodica è non invasiva e a basso costo. Ora, sottolinea De Laurentis, "ci concentreremo sulle pazienti risultate resistenti alla cura standard, per capire se ci sono mutazioni particolari, per poter poi personalizzare la terapia proprio sulla base dei meccanismi di resistenza della paziente. Si va cioè, sempre di più, verso un'oncologia di precisione". Questo lavoro, tutto italiano, sta riscuotendo un grandissimo interesse internazionale - spiega Saverio Cinieri, presidente dell'Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom) -. Definisce un modello di ricerca che si colloca nell'oncologia di precisione e apre importanti prospettive per cronicizzare la malattia metastatica". Attualmente, "siamo di fronte a dati preliminari - conclude Grazia Arpino, docente di Oncologia Medica all'Università Federico II di Napoli, che presenta lo studio al Congresso ASCO - e sono necessari ulteriori studi clinici. La loro utilità però potrebbe essere cruciale". 

Il nuovo anticorpo coniugato sacituzumab-govitecan - un nuovo tipo di farmaco in cui l'anticorpo si lega al chemioterapico per portarlo direttamente all'interno della cellula tumorale, e per questo definito “chemioterapia intelligente” - estende significativamente la sopravvivenza rispetto alla chemioterapia nel carcinoma mammario triplo negativo metastatico e migliora la sopravvivenza libera da progressione della malattia nelle pazienti con carcinoma mammario metastatico di tipo Her2 negativo fortemente pre-trattate."Oggi in Italia vivono più di 37mila persone con tumore della mammella metastatico - afferma Saverio Cinieri, presidente Aiom (Associazione Italiana di Oncologia Medica) -. La forma triplo negativa, in cui rientrano il 15% delle diagnosi, è la forma più aggressiva. Lo studio ASCENT presentato all'ASCO è importante perché dimostra che, grazie a una terapia mirata, è possibile migliorare significativamente non solo la sopravvivenza globale ma anche la qualità di vita". Al congresso sono stati annunciati, inoltre, i risultati positivi dello studio di fase III TROPiCS-02 su sacituzumab-govitecan rispetto alla chemioterapia scelta dal medico in pazienti con carcinoma mammario metastatico HER2 negativo: si è evidenziata una riduzione statisticamente significativa del 34% del rischio di progressione della malattia o di morte"Sacituzumab-govitecan è un farmaco estremamente innovativo che sfrutta la capacità di un anticorpo in grado di andare a bersaglio di un target specifico sulle cellule tumorali, portando con sé un potente chemioterapico. Questo permette da una parte una grande efficacia terapeutica, dall'altra di ridurre la tossicità legata all'esposizione delle cellule normali", commenta Giampaolo Bianchini, responsabile del Gruppo mammella nel Dipartimento di oncologia dell'Ospedale San Raffaele di Milano. E aggiunge: "Questa molecola è approvata dagli enti regolatori americani ed europei per la malattia triplo-negativa metastatica, e ad ASCO è stata confermata la sua capacità di dimezzare il rischio relativo di morte, un risultato che non ha precedenti in questo particolare tipo di tumore mammario particolarmente aggressivo. Siamo tutti in attesa della rimborsabilità del farmaco in Italia". 


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