martedì 15 febbraio 2022

Studi sull'amore. Il giorno dopo.

 Studi sull'Amore. Il giorno dopo.



Che cos'è l’amore?

Domanda difficile.

Cosa sia l’amore esattamente nessuno lo sa.

Perché ciascuno di noi ha la sua idea dell’amore, il suo personale concetto.


Per Ovidio... 

l’amore è una cosa piena di ansioso timore.


Amor ch’al cor gentil ratto s’apprende... 

scriveva, invece, Dante Alighieri qualche secolo fa. 

Ma così spiegava soltanto quello che l’amore fa, non quello che l’amore e’. E quando, tra le anime peccatrici del suo Inferno, ne scorge due che procedono insieme, i lussuriosi Paolo e Francesca, ed esse gli sembrano più leggere al vento che le colpisce, scrive… 

quei due che ‘nsieme vanno e paion sì al vento esser leggieri. Dal che, quindi, si potrebbe dedurre che chi si ama e’... leggero?!?!? E prosegue ancora con altri divini versi… 

amor ch’a nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte...


Per Shakespeare che, pur sapendola lunga sull’amore, si e’ guardato bene dal dirci cosa sia davvero, l’amore conterrebbe un po’ di follia…

se non ricordi che l’amore t’abbia mai fatto commettere la più piccola follia, allora non hai mai amato.


Per D'Annunzio, grande amatore, che smentisce cosi’ quanti lo credono solo un seduttore seriale l’amore e’ un fatto cerebrale… 

ci sono certi sguardi di donna che l'uomo amante non scambierebbe con l'intero possesso del corpo di lei. Immagine fantastica e vera, degna del Vate. 

Per qualcuno l’amore e’ solo un sentimento di attaccamento a qualcun’altro. Quasi lapalissiano! 


Ma anche tutte le altre idee circolanti sull’amore sono buone e plausibili, seppure tendenti a disegnare non l’unicum ma tanti piccoli particolari, quasi come una sineddoche periodica.

Alcuni sono convinti che l’amore non esisterebbe, sarebbe solo leggenda.

Alcuni altri, invece, che l’amore sarebbe tutto. E che senza amore non sarebbe possibile vivere.

Forse la verità sta nel mezzo. 


Per Bergman... 

l’amore e’ Dio e Dio e’ amore.

Salvo smentirsi quasi subito mettendo in bocca allo scudiero filosofo Jons del Settimo Sigillo queste precise parole… 

l’amore e’ fatto di lussuria piu’ lussuria, di inganni piu’ inganni, di menzogne sotterfugi e scempiaggini… l’amore e’ una faccenda molto dolorosa e alle volte sembra di doverne morire ma poi, invece, passa… e’ estremamente raro che uno stupido muoia per amore... se tutto e’ imperfetto in questo imperfetto mondo l’amore, invece, e’ perfetto nella sua assoluta e squisita imperfezione.


Per alcuni l’amore non sarebbe altro che un sentimento amoroso con risvolti passionali. Ma va’!

Allora forse l’amore e’ il desiderio? 

Forse l’amore e’ la passione? 

O, forse, l’amore e’ solo compassione? 

Nel senso colto di patire con, soffrire insieme a qualcuno.

Forse l’amore e’ solo sesso o anche sesso? 

Quello sporco naturalmente, come sostiene Woody Allen, tra il faceto e il serio.

O, forse, l’amore vero col sesso non c’entra proprio nulla?

Molti non sapendo esattamente cosa sia l’uno e cosa sia l’altro lo confondono. O fanno finta?

Eppure… 

ti voglio, ti desidero, voglio farti mia, voglio toccarti, voglio entrare in te 

tutti lo hanno detto almeno una volta nella vita e se non lo hanno detto almeno una volta una volta almeno l’hanno pensato. 

E tutti, o quasi, almeno una volta lo hanno sentito dire nella vita.

Quindi l’amore e’ tutto e niente, e’ bianco e nero, e’ fisico e mentale, e’ gioia e dolore, e’ meraviglia e stupore, e’ emozione e passione, e’ commozione e trepidazione, e’ erotismo e voluttà, et multa alia... 

Allora, in conclusione, che l’amore sia affetto e calore, dolcezza e tenerezza, dolore e sofferenza, attrazione e trasporto, legame e relazione, sesso e fisicità, si può’ dire che… 

ogni amore e’ una storia e ogni amore e’ un romanzo. 

E si puo’ dire anche che... 

chi ama l’amore lo riconosce


Ah! Che cos'è l’amore per me? Quasi dimenticavo di dirlo. L’amore per me e’ quando... 

lei sta bene con lui e lui sta bene con lei. E potrebbero continuare a farlo fino allo sfinimento. 

Semplice, no? 

Cos’altro potrebbe essere l’amore?


sabato 23 ottobre 2021

 ''Scene da un matrimonio'' un capolavoro di Ingmar Bergman.



   Si e' molto parlato in questi giorni della nuova serie tv ''Scene da un matrimonio'', il remake in lingua inglese dell'omonimo film di Ingmar Bergman del 1973. Questa ha come protagonisti, peraltro abbastanza bravi, Oscar Isaac e Jessica Chastain, oltre che brava anche bella,  nei ruoli che furono dei due portentosi attori feticcio bergmaniani: Erland Josephson e Liv Ullmann. Io l'ho visto, e devo dire che la serie ha luci e ombre. E aggiungo anche che non ha niente a che vedere con il film originale di Ingmar Bergman. Peraltro il regista Hagai Levi ha riadattato e rimaneggiato la strabiliante sceneggiatura del maestro svedese. Ne risulta una trama quasi completamente nuova e personale che ricorda solo lontanamente quella dell'originale. Non staro' qui a tentare di dissuadere a non farlo, chi volesse vedere la serie lo faccia pure. Mi permetto, pero', di dare un consiglio. Dopo averla vista andate a rivedere il film di Ingmar Bergman e noterete da soli e senza esitazioni le enormi differenze tra le due opere che evidentemente di uguale hanno solo il titolo. Dopo di che, se volete anche assaporare tutta la profondita' del film svedese potreste leggere il mio saggio: ''Scene da un matrimonio Un capolavoro di Ingmar Bergman'' che contiene una sinossi completa del film e la mia recensione.

Metto qui un ampio stralcio del mio lavoro.

L'incomunicabilità nella coppia moderna.
Scene da un matrimonio è l'ennesimo film di Ingmar Bergman sul problema della incomunicabilità tra gli uomini e sul dramma della impossibilità di una corretta gestione dei rapporti interpersonali e interfamigliari. In Scene da un matrimonio Ingmar Bergman affonda il suo bisturi in modo profondo, crudo, violento, volutamente e assolutamente impietoso, senza anestesia, nella carne viva della istituzione familiare per eccellenza: il matrimonio. L'opera è un affresco complesso e impressionante dell'istituto matrimoniale, un quadro contundente, dipinto con palese, quasi compiaciuto pessimismo, in parte dovuto, come quasi sempre nei film di Ingmar Bergman, a motivi autobiografici. In questo caso specifico contribuisce, certamente, la fine recente della sua relazione con Liv Ulmann. “Ingmar mi lasciò con una lettera di undici pagine.” A Ingmar Bergman non interessa dipingere la separazione dei due coniugi, ma piuttosto lo studio analitico della fenomenologia del fallimento dell'evento matrimoniale e le sue conseguenze sui singoli. I due protagonisti, Marianne e Johan, nell'intervista che apre il film, si presentano come due coniugi felici, soddisfatti, accontentati, quasi compiaciuti (a dire il vero più lui che lei) dalla perfezione del loro rapporto e dall'obiettivo della macchina fotografica del cameraman, che pare carezzarli immortalandoli in momenti di vero rapimento, di estasi matrimoniale. Ma quella perfezione inespressiva, che si rivelerà finta, sembra fin dall'inizio troppo fragile per resistere alla furia delle liti e delle discussioni. Ingmar Bergman aveva già accennato all'impossibilità della coppia di vivere nella sincerità, e di resistere alle intemperie della vita, nel suo precedente "Sussurri e grida". Tra i due coniugi (interpretati dagli stessi attori che lì erano amanti), infatti, si fanno strada sospetti e diffidenze, rimorsi e tormenti, fallimenti e delusioni, capaci di far franare il loro ideale di vita comune. Quando Johan confessa alla moglie di averla tradita, in lei traballa l'equilibro psichico. Marianne ricorda la profetica esposizione della signora Jacobi, sua assistita, che le aveva raccontato come può essere non solo rovinoso ma autodistruttivo un matrimonio vuoto d'amore. È anche questa la causa dell'esplosiva violenza di Johan nei confronti di Marianne, al momento di firmare le carte del divorzio e dell'isterico impulso erotico che spinge Marianne a chiedere al marito sempre un ultimo bacio, un'ultima notte, un ultimo amplesso, un ultimo piacere. La coppia, ritrovato l'equilibrio nervoso e un minimo di civiltà, riesce a ritrovarsi solo grazie al dialogo, alla tolleranza, alla comprensione e alla tenerezza dei ricordi. Attraverso l'egoismo si arriva alla morte del matrimonio; dalle ceneri del matrimonio, attraverso la solidarietà reciproca, la capacità di ascoltare, la lealtà e la capacità di comprendere, rinasce - una nuova consapevolezza. Il film narra la radicale trasformazione del sentimento che ha indotto la coppia alla convivenza, l'amore, in puro odio. E prova che gli obblighi e le convenzioni possono essere nemici delle relazioni matrimoniali. Il film lancia un messaggio universale di rispetto fra gli uomini. Mutua il messaggio evangelico : “Ama il prossimo tuo come te stesso”, che Bergman, all'inizio del film, mette in bocca a Marianne. Per Bergman “Dio è l’Amore, e l’Amore è Dio. L’Amore è una prova dell’esistenza di Dio. L’Amore è la sola realtà di questo nostro pietoso mondo terreno.”


giovedì 2 settembre 2021

 Cosa penso di Roberto Benigni. In breve. 




Rischio di essere una voce fuori dal coro di giubilo per il premio alla carriera attribuito al comico ieri a Venezia, ma Roberto Benigni non mi è mai piaciuto e non mi è mai stato simpatico. Ciò non toglie che per curiosità e necessità di documentazione abbia visto molti se non tutti i suoi film e abbia seguito abbastanza assiduamente le sue apparizioni in TV. A mio personalissimo parere è attore e regista ampiamente sopravvalutato. E sempre a mio modesto avviso è reo di aver sdoganato nello show-bizz italiano la furbizia a danno dell'intelligenza. Da alcuni è considerato un genio, mentre è solo un genialoide pazzo, troppo spesso anzi, quasi sempre, sopra le righe, perché ha capito che oggi per avere successo bisogna proporre qualcosa di originale. Sono 50 anni che, praticamente, propone sempre lo stesso copione e ormai e' diventato la parodia di sé stesso. Ha capito che in Italia, per essere qualcuno, bisogna avere santi in paradiso e lui e' andato a cercarseli sempre tra quelli che detengono il potere. Cosi' sfrutta molto bene le amicizie nel mondo del cinema, ma anche quelle politiche, grazie alle quali si procura cachet milionari e grazie alle quali ha portato a casa un Oscar largamente immeritato che gli consente di vivere di rendita. Per completare il quadro manca solo che quei ridicoli insipienti giurati svedesi gli attribuiscano un Nobel al quale - udite! Udite! E' già stato candidato nel 2007. Sic! Per quale categoria? I Guitti! Ultima annotazione: sbandiera ai quattro venti la sua cultura e poi sbaglia termini di uso corrente nella lingua italiana. Andatevi a guardare su YouTube il video del suo monologo sul Cantico dei Cantici del 2006 e lo sentirete pronunciare la parola alvèo invece che àlveo. Uno scandalo! Forse sarebbe il caso, per ripristinare nel nostro tanto vituperato paese un livello minimo di credibilità e di sensatezza ricominciare, ad esempio, a mettere un po' d'ordine nei giudizi critici e un piu' equilibrio nell'uso delle parole. A cominciare, magari, dalla parola genio. Come giustamente diceva Moretti... Ma come parli? Le parole sono importanti.
P.S. Onestamente a me Benigni ha rotto il cazzo! Ops! Non si può dire? Allora è meglio usare uno dei nomignoli che lui stesso ha proposto per dire... cazzo. Potete sceglierlo nell'elenco che segue: la sberla, il calippo, il pitone, il missile, l'obelisco, la baguette, la ciriola, il maritozzo, il pendolino delle 18,30, lo sciupavedove, lo sventrapapere, il vermicione, il tronchetto della felicità, l'affare, l'arnese, il malloppo, il pacco, il bastone, il candelotto, il manico, il cavicchio, la falce, la pertica, il fuso, il manganello, il ferro, la manovella, il randello, la mazza, l'asta, l'archibugio, la clava, la mazza, l'arpione, il timone, il batacchio, il bischero, il piffero, il cero, la reliquia, il belino, il fiorino, il quattrino, il tallero, il crick, il menhir, il pirla, lo scettro e... gli altri 100 tutti da lui codificati e sdoganati decenni fa in TV davanti a una falsamente basita e o falsamente divertita Raffaella Carra'.

smr


venerdì 5 marzo 2021

  Oggi 5 marzo Pier Paolo Pasolini, se fosse sopravvissuto abbastanza, avrebbe compiuto il suo 99esimo compleanno. Ovviamente la domanda e' una sola. Quale sarebbe stato il suo commento sull'attuale situazione polica, sociale ed economica della nostra Italia. Metto qui una delle sue poesie piu' belle, a dispetto di qualche purista attento piu' alla metrica che alla profondita'. Una di quelle che sicuramente piu' lo rappresentano. E, comunque, una di quelle che a me piacciono di piu'.


















''La terra di lavoro''.

Poesia tratta dal suo libro ''Le Ceneri di Gramsci''. Contenuta nell’ultimo degli undici poemetti che lo costituiscono. Considerato, se non il suo capolavoro, uno dei suoi libri più letti, per la virulenza dei versi che raggiungono nei testi portanti vertiginose altezze poetiche. Colpisce il pathos, dai versi affiora la cupa drammatica immagine del quadro di Daumier “Il vagone di terza classe”, ma gli sguardi di quegli emarginati che si vergognano della loro povertà, vissuta come una colpa, non sono certo un’immagine fine a se stessa.




E non sfugge a Pasolini la dolorosa scoperta dello schiacciamento delle masse popolari da parte del Potere, vittime di una societa' che nei primi anni ’50 si sta delineando nelle sue forme piu' aberranti di privilegio e di esclusione. E questi potenti versi di denuncia non sono altro che il suo bisogno di raccontare le deformazioni della realtà sottraendosi alla logica perversa di una società corrotta e servile.

''Dentro, nel treno che corre mezzo vuoto,
il gelo autunnale vela il triste legno,
gli stracci bagnati: se fuori è il paradiso,
qui dentro è il regno dei morti,
passati da dolore a dolore
- senza averne sospetto.
Nelle panche, nei corridoi,
eccoli con il mento sul petto,
con le spalle contro lo schienale,
con la bocca sopra un pezzetto di pane unto,
masticando male, miseri e scuri
come cani su un boccone rubato:
e gli sale se ne guardi gli occhi, le mani,
sugli zigomi un pietoso rossore,
in cui nemica gli si scopre l’anima.
Ma anche chi non mangia o le sue storie
non dice al vicino attento, se lo guardi,
ti guarda con il cuore negli occhi, quasi,
con spavento, a dirti che non ha fatto nulla di male,
che è un innocente...
in una gioia ch’è forse conservata
- come una scheggia dell’altra storia,
non più nostra - in fondo al cuore di
questi poveri viaggiatori: vivi, soltanto vivi,
nel calore che fa più grande della storia la vita.
Tu ti perdi nel paradiso interiore,
e anche la tua pietà gli è nemica.''

giovedì 8 ottobre 2020

Sua maesta' Fammera, la grande montagna incantata.

               Fammera, la grande montagna incantata.


Vecchia montagna incantata, che sovrasta la valle, col petto squarciato. Osservi ferma e impassibile, i nostri peccati di uomini. Mentre lanci il tuo lungo sguardo fino alla frontiera lontana dell’ultima Terra di Lavoro. Fino al Massico, che hai di fronte. Tu non avrai mai stracci da far volare, o da nascondere alla vista. Tu - a noi - nascondi il sole - alla fine di ogni santo giorno - mentre aspetti che la luna esangue si alzi nel cielo. Poi ci nascondi anche quella.Più alta di te, solo la pigra bellezza di un cielo screziato, d’argento e d'arancio.Poi aspetti d’inalare dall'aria l’odore dei mandorli in fiore e l'inebriante profumo dei tigli. In basso - ai tuoi piedi - l'umile, piatta, rumorosa vallata, con tutti i verdi cangianti e i suoi aspri frutti. Tu la domini altezzosa, restando sempre in silenzio. Terra di uomini dannati alla morte, terra ignorante di contadini grulli. Tu continua a distrarci dai dolori del mondo, dall'umana pazzia e dalla maledizione delle pietre urlanti - più nemiche che amiche - degli uomini, sempre in segreto, maligno fermento. Tu continua a guardare, dritto negli occhi, la nostra calca pazza. Incombi sulla valle, che prima era di un fiume, ma oggi è popolata solo di viaggiatori ansiosi, passeggeri di mare, di sabbia e di sale. Indica l’ora - al viandante - col tuo unico neo bianco. Cambia pure i tuoi colori, sotto il sole feroce, come sotto la pioggia battente, ma non mutare mai forma. E non andare mai via dai nostri occhi.


mercoledì 7 ottobre 2020



 57 . Ottobre

    Non tutti riescono a percepire la grande bellezza di ottobre. Chi ci vede già le sedie in circolo davanti al focolare ardente a scaldarsi piedi e mani gelate. Chi ci vede cappotti e lunghi tabarri tristi e grigi, comignoli fumanti e corvi neri affumicati. Chi, al meglio, ci vede la coda dell’estate, una signora accaldata che ha buttato il suo ventaglio. Altri notano il grigio brumoso delle piogge e di certe nuvole pazze o il bianco ghiaccio della nebbia. E’ vero! Si sente spesso negli androni il rumore degli ombrelli che si spiegano. E’ vero! Non tutti sono attrezzati per  apprezzare l’oro bruciato nel giallo della buccia dei cachi maturi, il rosso sanguigno nei melograni che penzolano dai rami, nelle doghe dei tini gonfi e in certi struggenti melanconici fiammeggianti tramonti. E’ vero! Pochi amano il blu immenso della luna piena e di certi cieli tersi e sconfinati, il viola nelle fragili mammole, l’arancio dei corbezzoli gibbosi, il marrone di funghi e di castagne. Allora, almeno tu, se hai tempo, fermati e fatti un regalo, ascolta ottobre quando arriva, siediti su un muro a secco, ai bordi di un boschetto dove le foglie lentamente, quasi per miracolo, cambiano tinta, diventano piccole fiammelle. Proprio dove una forza sovrumana, una specie di pittore, un po’ matto ma fenomenale, mescola sulla sua tavolozza magica i fantasmagorici colori del bagolaro. Prima il bianco, poi il giallo, il verde, l’arancione, il rosso, il marrone, infine il nero. Ottiene così lo spettacolo sensazionale del fogliame, quasi innaturale ma fenomenale.


smr


mercoledì 30 settembre 2020

I Rumori del Mio Paese




   Per tutti noi l'infanzia è un mondo perduto di ricordi, luci, profumi e rumori. Negli anni '60 i nostri genitori erano preoccupati se non avevano i soldi e non potevano comprarci i libri (per la scuola o anche solo da leggere), la carne (la fettina si mangiava solo la domenica), un paio di scarpe o i sandali blu con gli ...occhi (per andare a una gita scolastica), non potevano farci trovare la loro ...befana sotto l'albero di Natale (ed erano giocattoli di legno e altri libri). Oggi vedo in giro genitori preoccupati perché non hanno soldi per comprare ai figli di 10 anni la Wii, il telefonino, la Psp, oppure non possono iscriverli alla scuola calcio negandogli un futuro milionario da ...Totti o Balotelli. (sic!) Venite a dirmi che questi anni di merda sono meglio di quegli anni, in cui la felicità non si comprava al centro commerciale: ma ce la sudavamo correndo e giocando con niente. 
   Cinquant'anni fa, se te ne andavi in giro per il paese, oltre ai tuoi passi sul selciato e allo scalpiccio degli zoccoli degli animali, potevi sentire tutti gli altri rumori dal paese: tanti, era una vera colonna sonora, oggi scomparsa. Ad esempio, se arrivavi dagli Stavoli, lungo Via IV Novembre, un po' prima di dove fa angolo con la salitella di Via Dell'Arco, sentivi distinto, oltre la macera, il ticchettio continuo di un martelletto sullo stagno: era Mastro Arcangelo Di Siena che martellava tutto il tempo per modellare un tubo per lo scarico dell'acqua piovana o una grondaia; oppure riparava una conca di rame o il contenitore di zinco per l'olio nuovo. O saldava una pompa per dare lo zolfo alle viti: e, allora, se eri fortunato potevi sentire il soffio caldo e potente della fiamma ossidrica, una vera rarità per quei tempi. FFFFFFRRRRRRRRR!!! FFFFFRRRRRRRR!!!
   Se superavi la Piazza Centrale e t'inoltravi dentro a Via Manzoni, dove diventa Via Guglielmo Marconi, avresti sentito il rumore moderno di una sega circolare: proveniva dalla falegnameria dei fratelli Di Bello, Francesco e Vincenzo, gli zii di mio padre, i fratelli di mia nonna Anna Maria. Ma lì potevi sentire anche il rumore più antico di una pialla o di una raspa che lisciavano un asse di legno, di quercia o di rovere. Un martello che inchiodava o la carta vetrata che raffinava. Un orecchio più allenato avrebbe di certo avvertito, come provenisse da molto lontano, il rumore quasi impercettibile di un pennello che stendeva un velo sottile di mordente marrone sul ripiano di un mobiletto appena raffinato. O una mano di vernice sulla sedia appena ristrutturata. 
   Andando su, lungo Via Roma, appena dopo il rione Gelso, quasi all'altezza del vialetto del barbiere Angelo F., ti saresti imbattuto nella minuscola bottega di un calzolaio, Mario. Se era bel tempo lo trovavi fuori, sul marciapiede stretto stretto, seduto sulla sua sediolina, davanti al suo banchetto basso. Con la forma di un piede di ferro poggiata sulle gambe e un martelletto in mano. Mi pare ancora di vederlo seduto al tavolino da lavoro. E nel ripiano pieno di scomparti quadrati, davanti a lui; chiodi, puntine, tenaglie, pinze, colla, sotto-tacchi, raspe, lime, pezzi di cuoio, suole e tutto quello che serviva per le sue riparazioni. E anche qui il rumore caratteristico di un martello che appiattisce e forma la pelle. E anche qui i cultori dei rumori fini, avrebbero trovato pane per i loro denti: lo scivolare quasi impercettibile di una o spazzola sulla pelle. Più o meno veloce. FFRRRUUUMMM-FFFFRRRUUUMMMM!! FFFRRRUMM-FFFRRUUMMM!!! Come un treno che scivola su rotaie di velluto. 
   Oggi se ti fai un giro, anche per i vecchi rioni, non si sentono più i rumori caratteristici degli antichi mestieri, degli artigiani scomparsi. Da quando si sono diffuse le betoniere non senti più il rumore del badile che ammassa la malta per terra; della pala che stride sul selciato e che abbatte l'impasto nei secchi. SCHIAMMMSCHIAMMM!!!!!!!! 
   Le bombole del gas sono quasi scomparse e se non fosse già morto da un pezzo, il povero Raffaele Po'Po' avrebbe dovuto trovarsi un altro mestiere: certo non sarebbe andato in giro per tutto il paese col suo carretto cigolante. 
   Ogni tanto i rumori arrivavano anche da fuori. Dal Molise e dall'Abruzzo: un arrotino scendeva dalle alte montagne innevate, a primavera, per affilare forbici o coltelli. Con la sua bicicletta 28 nera, che era contemporaneamente un mezzo di trasporto e uno strumento di lavoro. La metteva sul cavalletto, collegava la catena alla mola, apriva un piccolo rubinetto dell'acqua che colava lentamente sulla mola, con uno stillicidio lentissimo e in qualche minuto ti aveva affilato tutte le lame e tutto il resto di quello che gli avevi passato. "Attento a non tagliarti! Mi raccomando." Avvolgeva il coltello o la forbice nella carta del giornale e raccoglieva in cambio le poche lire che gli offrivi. Adesso, in paese, per la strada, senti le macchine che passano; il rumore raggelante dei motori a scoppio ha invaso anche i centri storici. Anche nelle città d'arte Che orrore! Le ruote saltano sulle pietre; i clacson e gli allarmi, invadono i vecchi rioni. Una volta al massimo potevi sentire il motore di una Topolino, quello di un Motom o di una Moto Guzzi rossa fiammante. Era molto più in voga lo scalpiccio sul selciato di un asino o di un mulo che tornavano dalla campagna. Lungo Via IV Novembre, di fronte o a fianco, non ricordo, al Bar del Pipistrello c'era un fabbro. Ferrando tutti i quadrupedi del mio paese ha tirato su una famiglia numerosa. Forgiando dal nulla la di un tondino di ferro la ringhiera per il balcone di una casa ha costruito un'abitazione per se e per i suoi figli. 
   Cinquant'anni fa, anche tra mille difficoltà, ogni giorno era la festa degli artigiani; oggi al mio paese ogni giorno si celebra il funerale di un artigiano. Una strage che ne ha provocato l'estinzione. 
   Oggi, di tutti i rumori naturali o artificiali che sentivo cinquanta anni fa al mio paese, e che non ho mai smesso di sentire, solo uno, per nostra fortuna, si è conservato inalterato: il gracidare inconfondibile, continuo, assordante delle cicale durante gli afosi pomeriggi di luglio che precedevano la festa di S. Margherita. Quella era la colonna sonora estiva, al mio paese, negli anni della mia infanzia. Per tutti noi l'infanzia è un mondo perduto di ricordi, di luci, profumi e, soprattutto, rumori e odori. Gli unici ricordi che non possiamo riprodurre.

Brano tratto dal mio libro ''Cronache dal Piccolo Borgo della Pietra Millenaria''



venerdì 21 agosto 2020

 Dal mio libro ''L'orto dei frutti dimenticati'' metto qui la eccellente potente e ironica prefazione regalatami dall'amico Fabrizio Salce che proprio ieri e' stato nominato dal sito VinoWay.com Miglior Giornalista Enogastronomico Italiano del 2020. 


  "Un tempo era il caos. Le piante vivevano tutte insieme. Noci, fichi, carciofi, bacche, fave, lupini, more e tutte le altre. Si
nutrivano, si difendevano, si dissetavano a vicenda, una cosa vergognosa! Ma per fortuna è intervenuto prontamente l’uomo che dall’alto della sua indiscussa intelligenza ha sistemato la situazione. Le pere con le pere, le mele con le mele e i carciofi con i carciofi. Tutto meravigliosamente posizionato e rigorosamente ordinato. Basta con questa confusione, voluta poi da chi? Passato del tempo e, dopo approfonditi studi, perché soltanto studiando si ottengono certi risultati, l’uomo ha
selezionato i frutti migliori per la propria sopravvivenza: naturalmente si intente quella dell’uomo. Infine, poco dopo, è stato talmente bravo, che è risuscito a creare nuove specie per trarne reddito economico e non soltanto limitato al sostentamento giornaliero. I frutti potevano rendere. Grande quest’uomo! Con la sua intelligenza e caparbietà ha saputo scegliere quali frutti coltivare e quali no; ha creato appropriate richieste di mercato tali da dover miscelare alcune razze al fine di offrire al consumatore prodotti sempre più idonei: belli e colorati. Per fare tutto questo ha inoltre avuto la capacità, e non è stato poi così semplice, di eliminare tutto l’inutile; quello che non serviva. Varietà poco produttive, frutti dalle forme strane, brutti a vedersi, troppo saporiti e dolci, molto profumati, elementi di disturbo che non avevano alcuna valenza. In fondo e, credo anche giustamente, cosa avrebbe potuto farsene di poche piante, alcune molto vecchie, che per qualche secolo avevano sfamato le popolazioni locali. Se sei intelligente, com’è l’uomo, le butti e basta. E così ha fatto! Già, proprio così. Nel corso di pochi decenni, con quest’uomo, abbiamo perso centinaia di varietà botaniche che non erano solo piante e frutti, fiori e arbusti, verdure e cereali, erano la nostra storia , la nostra cultura, il nostro pane quotidiano, erano la vita. Non si distrugge ciò che ci è stato dato in regalo, non ne avevamo il diritto a farlo. Questa terra non è nostra; è stata e sarà di tutti e noi dovevamo e dobbiamo rispettarla. Ma forse qualcuno lo ha capito. Quando si parla di antichi frutti lo si fa generalmente con quel gusto dolce amaro della nostalgia, nostalgia di un sapore, di un profumo, di un colore che ci riporta al nostro passato. Emozioni che nei frutti che oggi acquistiamo al mercato, tradizionale o moderno che sia, non riusciamo più a vivere. Abbraccio dunque con grande affetto tutte quelle iniziative, e sono tante per fortuna, volte a riportare in vita e alla conoscenza dei più giovani quelle nostre emozioni vissute attraverso un semplice morso a un frutto. Gli studi delle facoltà universitarie, l’apertura di orti e giardini ricchi di vecchie varietà, gli scritti e le iniziative di comunicazione. Ultimamente per fortuna in molti si sono resi conto che quella grande intelligenza passata dell’uomo ha smarrito qualcosa, si è tornati a ricercare i semi di un tempo andato ma ancora a noi vicino, si stanno ripercorrendo vecchi sentieri di campagna e di montagna, si torna nei cortili e sulle mulattiere alla ricerca di tutto ciò che ancora c’è e che va salvato e tutelato. Un fiore, una pianta, un seme e tutto questo è positivo. Non voglio più dunque pensare alle albicocche di cinquant’anni fa con nostalgia ma con una nota presente di un leggero calore ottimista e di una sana strigliatura agli organi. In molti abbiamo capito che è arrivato il momento di cambiare e di voltarsi per riscoprire e riportare il caos. Splendido disordine della natura. Il quadro, oggi, è mutato, così come è successo in altri campi culturali, perché salvare piante e frutti è indubbiamente un fatto di cultura. Il lavoro, grazie a qualcuno, da qualche anno è iniziato, sta a noi adesso andare avanti, aiutare chi ha dato il via alle operazioni, comunicare, cercare, salvare, difendere, perché il nostro passato aiuti questo presente ad diventare un futuro più giusto. Un giardino, un orto, una foresta alimentare con tante varietà naturali sono come un accordo di settima alla chitarra, armonioso, dolce e misterioso. Sono l’amore di chi ci ha donato ciò che abbiamo rischiato di perdere. Riscoprire è in fondo rivivere. Salvatore M. Ruggiero e questo suo libro, come aveva fatto prima di lui Tonino Guerra con il suo Orto dei Frutti Dimenticati, va esattamente in questa tanto auspicata direzione.''

https://vinoway.com/approfondimenti/attualita-wine-a-food/fatti/item/7904-fabrizio-salce-miglior-giornalista-enogastronomico-italiano-2020.html?fbclid=IwAR1KHhyxt3kVtEyK_NhOqM05nNQ90XaLK_LXJNdeyhiQAY0jfQQlJDgQpOI

  
Fabrizio Salce è giornalista enogastronomico, iscritto all'ordine italiano e svizzero, conduttore della trasmissione televisiva ''Agrisapori - il mondo che lavora in campo agricolo ed enogastronomico'' - distribuita su un Network di 150 televisioni locali. Ha anche collaborato con diverse strutture televisive italiane e straniere, tra cui Stream News, Stream Verde, Rai World, Rai Export, Gambero Rosso e Mediaset. Scrive per diverse riviste di settore e cura uffici stampa, segue servizi TV per ''Eat Parade'' e conduce una rubrica su Radio LatteMiele inerente alle manifestazioni enogastronomiche che si volgono nel nostro Paese.

giovedì 13 agosto 2020

Appunti sparsi dopo la visione del film ''Vanita' e Affanni'', 1997.

   ''Vanità e affanni'', titolo originale: ''Larmar och gör sig till'' è un film del regista svedese Ingmar Bergman realizzato nel 1997. Il titolo è preso dal ''Macbeth''' di Shakespeare, quinto atto, scena quinta, quando Macbeth dice: "La vita non è che un'ombra in cammino; un povero attore che s'agita e pavoneggia per un'ora sul palcoscenico e del quale poi non si sa più nulla. È un racconto narrato da un idiota, pieno di strepito e di furore, e senza alcun significato". "S'agita e pavoneggia" si traduce in svedese con "Larmar och gör sig till". Come al solito la traduzione italiana dei titoli dei film di Ingmar Bergman e' abbastanza discutibile. Dopo ''Fanny e Alexander''  nel 1982, il Maestro aveva dichiarato di non avere più intenzione di fare altri film, dedicandosi alla televisione e realizzando, prima di questo lavoro: ''Dopo la prova'' nel 1984 ed ''Il segno'' nel 1986. Ma non e' la prima volta che Ingmar Bergman smentisce se stesso. Le riprese del film si svolsero dall'ottobre 1996 al febbraio 1997 negli studi SVT di Stoccolma e nell'ospedale Ulleråkers di Uppsala. Il film fu prodotto per la televisione svedese e alla sua realizzazione ha partecipato anche la Rai. Forse i dirigenti della Tv italiana volevano farsi perdonare la brutta figura rimediata negli anni '60, quando chiesero al maestro di scrivere e girare un film sulla Passione di Gesu' Cristo e, dopo aver versato come anticipo la modica somma di 30.000 dollari, annullarono il contratto e lo assegnarono a Zeffirelli, autore della madre di tutte le passioni. La sceneggiatura del film riprende una pièce scritta dallo stesso Ingmar Bergman nel 1993, con l'omonimo titolo, inizialmente destinata solo al teatro. In un secondo tempo Ingrid Dahlberg, direttrice delle produzioni drammatiche della Sveriges, propone al regista di realizzare lo stesso progetto per la televisione. Il film e' stato anche presentato nel 1998 al 51 Festival di Cannes nella sezione ''Un Certain Regard'' Il film si divide in due atti, come un vero dramma teatrale. Anzi e' un bellissimo esempio del genere KammerSpielFilm di cui Ingmar Bergman e' maestro indiscusso. 

    Nel primo atto la vicenda e' ambientata e inizia in un ospedale psichiatrico di Uppsala, citta' natale del regista. Siamo nell'ottobre del 1925. Il primo personaggio è quello dell'ingegnere Carl Åkerblom di 54 anni. Il film si apre con l'immagine del protagonista che ascolta e riascolta col grammofono le note d'apertura dell'ultimo lied di Franz Schubert, ''Der Leiermann'' dal ''Winterreise''' che costituirà il leitmotiv di tutto il film. Il Royal Patent Office, l'Uffico Brevetti svedese gli ha appena rifiutato con una lettera letta dalla moglie il brevetto della "macchina da presa". La motivazione? E' già stata inventato nel 1866 da R. W Paul. Carl è ricoverato per ripetute crisi di furore. Durante una delle ultime ha tentato di uccidere la sua compagna, Pauline Thibault.  Siamo al cospetto di quello stesso zio Carl di ''Fanny e Alexander'', un doppio del vero  zio materno di Ingmar Bergman descritto nell'autobiografia ''Lanterna magica'', noto per i suoi fantasiosi progetti di inventore. Carl e' ossessionato dalla vicenda umana del musicista Franz Shubert, dalla sua musica e dalla sua morte immatura causata a soli 40 dalla sifilide. In un incubo gli appare "Rig-mor", un ambiguo e spaventoso clown bianco che impersona la morte e che continuerà a riapparirgli nel corso del film. Il secondo personaggio, ricoverato nella stanza di Carl, è il professor Osvald Vogler, strampalato marito di una donna ricchissima e sordomuta che verrà ben presto a portarlo via da lì. Vogler racconta a Carl la storia della contessina Mizzi, una bellissima e giovanissima prostituta viennese, mantenuta di un conte e finita suicida: nasce fra i due il progetto di realizzare, col finanziamento della moglie di Vogler, il primo film muto doppiato in diretta che avrà titolo "La gioia della ragazza Gioiosa" e che intreccerà l'ultima fase della vita di Shubert alla vicenda di Mizzi. Nel secondo atto siamo invece nei disadorni e poveri interni della ''lega della Temperanza'' nella cittadina di Granaes in Dalecarlia, contea a nord ovest di stoccolma, al confine con la Norvegia. Sono stati trasformati per l'occasione in una provvisoria e improvvisata sala cinematografica prima, in un set teatrale dopo. Fuori imperversa una tempesta di neve. E' per questo motivo che vengono venduti solo undici biglietti? Uno alla volta, mestamente e silenziosamente, arrivano gli sparuti spettatori. Bergman sottolinea l'autobiografismo presente nel film offrendo molti indizi. Curiosamente fra gli spettatori dello spettacolo allestito dallo zio Carl e' facile riconoscere personaggi e attori di altri suoi film precedenti: la maestra del film ''Luci d'inverno'' Märta Lundberg, la moglie del pescatore suicida sempre del film ''Luci d'inverno'' Karin Persso, una delle interpreti del film d'esordio ''Crisi'' Inga Landgré, l'interprete della giovane Karin nel film ''La fontana della Vergine'' Birgitta Pettersson. E alcuni dei suoi familiari piu' carila madre Karin interpretata dall'attrice Pernilla August e la nonna Anna Åkerblom interpretata dall'attrice Anita Björk. Infine il personaggio del proiezionista Petrus Landahl che è molto somigliante al maestro come appare nelle fotografie giovanili.

   Appena all'inizio del secondo atto, improvvisamente, Mia Falk, attrice e amante di Akerblom, lascia la compagnia. Quasi senza accorgersene Pauline, Carl, Vogler e il proiezionista Petrus Landahl, preparano comunque la proiezione del film. Carl mette fuori servizio la centralina in modo che la lampada ad arco possa funzionare. Ma poco dopo le prime sequenze scoppia un incendio, avventurosamente estinto dal coraggioso Landahl. La compagnia unita nell'amore per l'arte e per il proprio lavoro, per non deludere il piccolo pubblico e, probabilmente, anche per non rimborsare i biglietti, decide di continuare il film come opera teatrale. Alla fine della rappresentazione e solo dopo i convenevoli di rito gli spettatori vanno via. Il successivo arrivo della polizia, dopo l'ennesima apparizione di Rigmor a Carl che forse medita il suicidio, riporta Vogler in manicomio.

   Alcuni temi del film sono i temi ricorrenti della cinematografia di Ingmar Bergman. I fantasmi e i luoghi dell'infanzia, insieme ai personaggi che l'hanno animata ed influenzata: lo zio Carl, la madre, la nonna. Il valore universale e salvifico dell'Arte. Il rapporto, alcune volte conflittuale alcune volte osmotico e complementare, del cinema col teatro. Il sesso. Le origini del cinematografo. La morte, rappresentata dal clown Rigmor. Il dolore della malattia, la follia e il manicomio. Tra i ricoverati dell'ospedale appare in un cammeo anche lo stesso regista, e' l'uomo alto e magro in piedi contro la parete fuori della stanza di Carl Åkerblom. Infine, la musica. Ingmar Bergman fa in molti dei suoi film un uso fondamentale della colonna sonora, attribuendo alle musiche che predilige, di Bach, di Mozart, di Chopin e altri compositori tra i piu' grandi, un ruolo centrale, quasi cardinale. In piu' non e' un mistero che fosse ''ossessionato'' dalla musica, era affascinato dalla ricerca delle radici storiche della musica, conduceva personalmente delle ricerche per riuscire a scoprire da dove la musica provenisse.

   La sceneggiatura del genio di Uppsala e' di ferro, anzi, di piu'. L'intrepretazione di tutti gli attori bergmaniani, capeggiati dal decano Erland Josephson magistrale. 

   Film da vedere e rivedere. 

  Per chiudere, il mio stato d'animo dopo la visione riassunto eloquentemente in una battuta dello stesso film. ''Non sto naufragando... sto risalendo!''