lunedì 19 novembre 2012
Storie di paese. 7
Al mio paese, proprio al centro del paese, una volta c'era un campo di calcio.
Dov'è la notizia? vi chiederete.
Il fatto è che il nostro campo di calcio aveva un palo della luce in mezzo.
Anzi non proprio in mezzo, un po spostato verso un lato, dalle parti della linea di centrocampo.
Un enorme, alto, palo di legno che reggeva i fili elettrici.
L'altro fatto è che, in realtà, quello non era un vero campo di calcio: per nove mesi l'anno era terreno coltivato, un campo di grano; diventava un campo sportivo solo dopo che a giugno era stato mietuto il grano, fino all'ultima spiga matura.
Già dalla fine di maggio Zì Luigi, il proprietario del terreno, cominciava a passeggiare, accompagnato da una muta di setter e spinoni, tra le spighe gialle.
Ne strappava qualcuna, la sgranava, tastava i chicchi, se ne buttava qualcuno tra i denti, lo masticava e ne saggiava la perfetta maturazione: solo quando riteneva che fossero giustamente mature, solo allora, dava ordine ai suoi mezzadri di mietere le spighe di grano, rigorosamente coi falcioni.
Una dozzina di contadini scendevano nel campo e, mulinando in sicrono gli enormi falcioni, in un mezzo pomeriggio aveva finito il lavoro.
Malgrado la fresenia fosse a mille, anche dopo che il grano era stato mietuto, non si poteva ancora giocare a pallone.
Prima di cominciare la lunga serie di partite amichevoli dell'estate bisognava fare due cose.
La prima era chiedere ordine a Zì Luigi, che ci teneva molto, sebbene in paese fosse diventata una consuetudine che lì si giocasse a pallone ogni estate.
La seconda era estirpare oppure appiattire a terra gli spuntoni di fieno che ancora uscivano dal terreno: erano i resti della mietitura fatta coi falcioni.
Allora scendevamo in campo noi piccoli: qualche partitella "coppa-piazza" che durava dal pomeriggio a dopo il tramonto e il gioco era fatto.
Degli spuntoni non restava nemmeno più l'ombra.
Solo qualche graffio e un rigagnolo di sangue rappreso sui polpacci nudi.
Ora, al centro del paese, il campo non c'è più: al suo posto c'è un parco pubblico.
Ma quella è un'altra storia strana.
Il nuovo campo sportivo è sorto alla periferia del paese, in un bosco di querce.
E' un vero stadio: ci hanno messo le gradinate e l'illuminazione; un fondo in terra battuta e gli spogliatoi con le docce e l'acqua calda.
C'è pure l'asciugacappelli a parete.
L'unica cosa che manca è il fascino pionieristico e grezzo, quasi eroico, del vecchio campo di grano.
Ma quello mica si poteva costruire.
smr
sabato 17 novembre 2012
Storie di paese. 6
Zia Annella è una vecchia zia di mia madre.
Era la moglie di Zio Antonio, il fratello di nonno Gaspare, il padre di mia madre.
E' vedova, da un paio di decenni, ma è rimasta una donna piena di dinamismo.
Ha quasi novant'anni e, da sola, senza nessun aiuto, fa ancora il pane in casa, nel forno a legna che sta lì da quando era bambina.
Zia Annella ammassa il pane a mano la mattina presto, usando il lievito madre di sempre, che avrà novant'anni come lei.
Acqua, farina, un pizzico di sale, lievito naturale e tanto olio di gomito.
Poi lascia crescere al grande montagna di impasto nella vecchia "madre" di legno, sempre la stessa, stendendoci sopra un paio di coperte di lana che lei stessa ha fatto coi ferri da calza, nei ritagli di tempo.
Per non perdere tempo.
Amorevolmente, come si farebbe con un bambino piccolo che dorme, ne rimbocca pure i lembi intorno all'impasto.
Al caldo il pane non impazzisce, cresce naturalmente e lentamente, come dev'essere.
Qualche ora dopo accende il forno che le ha costruito zio Antonio, quando le ha costruito intorno anche il resto della casa.
Ci butta dentro un paio di fascine di legna che lei stessa ha raccolto nel bosco dietro casa, ramo per ramo: dopo averle legate con una fune di strame, le ha messe a seccare ammassandole a mano nello sgabuzzino che ha ricavato dietro la sua cucina rustica.
Mentre il forno s'infiamma ed ogni singolo mattone si scalda lei divide l'enorme impasto in piccole pagnotte e le copre ancora per farle ancora lievitare.
Quando il forno è ben caldo, e i mattoni rossi si sono arroventati, sono diventati quasi incandescenti, ammassa il fuoco e i carboni ardenti da una parte e lava con una scopa di saggina impregnata d'acqua il pavimento del forno.
Il vapore che si alza violento dai mattoni roventi esce veloce dal forno, inonda la stanza: zia Annella si copre la bocca e il naso con un fazzoletto di cotone umido e continua a lavorare.
Il caldo è insopportabile: lei ci è abituata, è imperturbabile, non caccia una goccia di sudore, sembra d'amianto.
Appena il tempo di far scomparire i vapori caldi dalla stanza e lei con la pala comincia a infornare, una ad una, le pagnotte: poi se le dimentica, cuoceranno lentamente nel forno stracaldo.
Dopo qualche ora torna nel cucinino, toglie il pane dal forno, a mano a mano che le pagnotte si cuociono.
Estrae prima quelle in fondo al forno, rimpiazzandole con quelle più vicine alla bocca del forno, se non sono ancora cotte a puntino.
Tra quelle già cotte sceglie le più piccole, le taglia a metà e le rimette nel forno per farle biscottare.
Così ne ricava i famosi "pascotti" di zia Annella.
Una parte più piccola li tiene per se; ma la porzione più grande la tieni di conserva, per regalarli ai suoi numerosi ospiti.
Molti a visitare zia Annella ci vanno apposta: per fare incetta di "pascotti".
E stranamente scelgono sempre il giorno in cui zia Annella ha fatto il pane nel suo forno a legna.
Forse questi numerosi visitatori ...disinteressati sono attirati dall'odore irresistibile delle pagnotte appena sfornate che zia Annella ha messo a raffreddare sui graticci di canne, come si faceva una volta.
smr
Storie di paese. 5
Quando morì mia nonna, l'annuncio arrivò a casa nostra un sabato mattina presto di una ventina d'anni fa.
I primi ad arrivare a casa sua fummo io e mio zio Giona.
Trovammo Elena la badante rumena in lacrime, era sola, accoccolata per terra, accanto al letto.
Sopra al letto, anzi dentro, c'era mia nonna coperta da un lenzuolo e dalla sua vestaglia.
Erano insieme ma entrambe sole.
Non ci sarebbero rimasta ancora a lungo: di lì a poco la stanza si sarebbe riempita di parenti, affini, amici e vicini curiosi.
Mia nonna quasi centenaria, si era stesa nel letto la sera prima, come sempre intorno alle nove, si era ddormentata serenamente, nonostante i dolori all'anca operata di recente, e non si era più rialzata.
Non si era più alzata, semplicemente perchè non si era più svegliata.
La morte migliore, dicono alcuni: "ti addormenti e non ti risvegli più!"
A me non piacerebbe, sebbene penso che le morti, alla fine, siano tutte uguali: si ferma il cuore, per le ragioni più diverse, e ti addormenti per sempre, oppure cadi nel nulla.
Poco dopo arrivarono a casa di mia nonna alcune parenti anziane, col compito di vestirla, prima che giungesse il rigor mortis e rendesse tutto più difficile.
Subito dopo arrivò anche il becchino stracarico di roba: il catafalco smontato in spalla, la croce di bronzo con l'asta telescopica, i lumini elettrici da mettere ai piedi e a capo del letto di morte e tutto l'armamentario di tovaglie e pizzi neri per coprire il letto e il cadavere, tutto contenuto in una borsa di tela che sembrava il pozzo senza fondo di S.Patrizio.
Allora fumavo ancora e per ammazzare il tempo io e mio zio, che fuma allegramente tuttora, uscimmo sul balconcino che da sulla strada, a fumare qualche sigaretta e a parlare un po.
Bisogna telefonare in America - diceva - e a Frosinone; qualcuno dovrà andare dal prete, subito, per far suonare le campane a morto e fissare la data del funerale.
E proseguì con la sua lista, come se volesse ricordare a se stesso le cose da fare - quando Angelo avrà finito di montare il catafalco provvederà a telefonare alla tipografia per i manifesti funebri.
Intanto che ascoltavo distrattamente mio zio, la mia attenzione fu attirata da una lunga serie di bottiglie di plastica, saranno state un paio di dozzine, pure di più, di quelle dell'acqua minerale ma senza l'etichetta di carta, piene d'acqua e tappate e allineate sotto il bordo del balcone.
Come i soldati cinesi di terracotta.
Strano, non avevo mai vista una cosa così.
Provai anche a darmi delle risposte sul possibile, anzi probabile, utilizzo: l'artefice di sicuro era stata Elena, la badante, quella col dente d'oro; a mia nonna non sarebbe mai venuta in mente una cosa così e, comunque non sapevo che l'avesse mai fatto in vita sua.
Con molta probabilità quelle bottiglie, quell'acqua, serviva ad innaffiare una cinquantina di piccoli vasetti di coccio, disseminati nel piccolo giradino, nei quali mia nonna, e la stessa Elena, piantumavano i loro piccoli fiori.
Con molta probabilità era acqua piovana raccolta direttamente dalla grondaia in una grossa conca e poi travasata nelle bottiglie.
Forse in Romania l'acqua, anche quella piovana, è una risorsa; la risparmiano e la riutilizzano, presumo con grandi benefici sulle bollette dell'acquedotto.
Qualche settimana dopo mi è capitato di passare davanti al giardinetto di mia Nonna.
Elena, esaurito il suo compito, s'era trasferita a Milano subito dopo il funerale, la casa di mia nonna era rimasta disabitata.
Di fiori nemmeno più l'ombra. Tutto seccato. Un deserto.
A testimonianza del vecchio giardinetto c'era solo la teoria di bottiglie d'acqua allineate sotto il muretto del balcone.
La conca d'acqua piovana era colma, ma le bottiglie nessuno le aveva riempite. E nemmeno svuotate.
smr
venerdì 16 novembre 2012
Storie di paese. 4
Un cugino di nonna Peppa, o un nipote, non ho capito bene, porta da Castelforte dei fagioli molto buoni e quasi miracolosi.
Li produce in piccole quantità un contadino che poi li rivende come al mercato nero.
Non sono molto grandi, hanno una buccia sottile e tenera e una polpa molto saporita: sono digeribilissimi.
Non fanno aria nello stomaco: questo è il loro pregio più grande e li rende diversi da tutti gli altri fagioli.
Nonna Peppa, che ha quasi cent'anni o giù di lì, li cucina vicino al fuoco del suo caminetto di mattoni rossi.
All'occorrenza lo accende anche d'estate.
Guai - dice - cuocere i fagioli sul gas. Non sarebbero così buoni.
Per essere buoni, i fagioli, devono sapere quasi di affumicato, che prendono solo a ridosso dei carboni di legno di quercia, arroventati dalla fiamma.
E devono cuocere lentamente.
Devono borbottare - dice lei.
Nonna Peppa mette l'acqua piovana filtrata in un coccio che si chiama pignatta, poi la riempie di fagioli spugnati dalla sera prima nella stessa acqua, aggiunge una costa di sedano, l'aglio sciacciato tra i palmi delle mani, che prende dall'orto che coltiva lei stessa dietro casa, e l'olio nostrano delle colline corenesi, che ricava dalla spremitura a freddo delle olive che ancora raccoglie lei a mano, oliva dopo oliva, accovacciata per terra.
Li lascia sobbollire per qualche ora coperti con un coperchio di stagno.
Quasi li dimentica.
Solo ogni tanto aggiunge un po d'acqua, se l'acqua di cottura si secca troppo.
Quando sono cotti bene li toglie dal fuoco e, ancora tiepidi, li mette nei vasetti di vetro, che tappa bene, solo dopo aver aggiunto un po d'olio crudo e un po di prezzemolo fresco.
Poi li distribuisce tra i tanti nipoti e pronipoti ghiottoni che ha disseminati in ogni angolo del paese.
L'unica ricompensa che aspetta, ogni volta e che, ogni volta, immancabilmente riceve, è la certezza che tutti hanno gradito il suo piatto.
E tutti si chiedono quando sarà la prossima volta che nonna Peppa cucinerà ancora quel piatto antico.
Se lo porterà dietro con lei, quando se ne andrà dal mondo dei vivi.
smr
Storie di paese. 3
Al mio paese, praticamente, ci sono solo due strade importanti, abbastanza grandi e lunghe.
Partono entrambe dalla Piazza centrale e vanno una verso sud ovest, l'altra verso est.
Entrambe si raccordano a una complanare che passa all'esterno del paese e che tutti chiamano per abitudine Circonvallazione.
In pratica una nuova provinciale concepita per evitare che i camion delle cave passassero al centro del paese congestionando e rendendo pericoloso il traffico.
Provate a pensare cosa succedeva quando non c'era.
Il primo dei due decumani si chiama Viale della libertà e arriva fino all'ingresso del paese, verso Ausonia, in pratica porta al cimitero; l'altro si chiama Via IV Novembre e va nella direzione opposta, verso l'uscita est del paese, verso Castelforte e al confine con la provincia di Latina o, imboccando dopo la scuola una lunga strada in salita che si chiama Cortefigliana, porta sopra al paese vecchio, ai vecchi rioni più alti: Curti, Magni, Torre.
Per il resto solo un dedalo inestricabile di viuzze, stradine, piazzette, scalette ripidissime e corti, vicoli in piano o in salita, alcuni larghi appena qualche metro, dove non c'entrano le macchine.
Per fortuna che non c'entrano, sennò qualcuno s'ìnfilerebbe pure lì.
Si, perchè, al mio paese se cammini a piedi rischi di camminare per centinaia di metri senza incontrare anima viva, quasi nessuno va a piedi.
Tutti si muovono in macchina: chi sale verso la zona alta, chi scende da sopra verso valle; chi si sposta longitudinalmente sul lungo falsopiano sul quale è spalmato il paese, lungo un paio di km, forse tre, ma non di più.
Siamo ca. 1700 abitanti e penso che non ci siano meno di un migliaio di macchine.
Sarei curioso di fare un censimento delle automobili, per sapere il numero esatto, perchè penso che la stima ad occhio sia per difetto.
Qualche buontempone ha anche pensato bene di farsi un Suv, tanto era lo spazio che aveva a disposizione.
Uno che va sempre in macchina, non lo incontri mai a piedi, ad esempio, è Luigi.
Non lo vedi mai e se lo vedi guida la punto bianca del padre, e se non lo vedi che guida la punto bianca del padre guida la vespa del padre, e se non guida niente, nè macchina nè vespa, non lo vedi.
Io non l'ho mai visto andare a piedi.
E tanto non vedi quasi mai nessuno andare a piedi.
E quando ci si incontra a piedi di che si parla dopo i convenevoli di rito?
Della benzina che costa 2 euro.
Ma - dico io - non dovrebbero parlarne quelli che vanno in macchina dell'aumento del prezzo della benzina?
E come farebbero: se vanno in macchina ...non s'incontrano?
Tutt'al più si ..scontrano.
Ma solo ogni tanto.
smr
giovedì 15 novembre 2012
Storie di paese. 2
Il facondo meccanico Giuseppe mi racconta i suoi anedotti mentre gonfia le gomme della mia macchina.
"Tuo padre venne una volta da me quando avevo l'officina nella parte alta del paese e mi scoprì a fumare, lui aveva smesso e mi disse: con quello che hai nei polmoni potrebbero asfaltarci una strada."
Giuseppe, incredulo, riferisce la cosa ad un suo vicino d'officina il quale conferma:
"E' vero - gli disse il vecchio saggio Arcangelo - anch'io fumavo e non respiravo e una volta in ospedale hanno dovuto sturarmi i polmoni, c'era davvero l'asfalto."
smr
Storie di paese. 1
L'altro giorno arrivo sul mio posto di lavoro in macchina.
Trovo
miracolosamente parcheggio davanti alla casa di Andrea, all'ombra di un
vecchio platano.
Scendo dall'auto, chiudo e sento un gattino che piange.
Nel cortile di Andrea c'è un ulivo secolare, qualcuno preferisce
credere che sia millenario, è storico di certo, ma non millenario,
millenario no non lo è: una volta appurato che anche quelli ben più
famosi di Getzemani non sono millenari anche i nostri fanno un passo
indietro.
Proprio attaccato con i suoi artigli nella corteccia del
vecchio albero, bucato come la gruviera, c'è il micetto piangente.
Si
sta disperando, è appeso a due metri da terra: non va ne su nè giù.
Mi
avvicino per soccorrerlo: l'idea è di prenderlo e rimetterlo a terra.
Appena mi vede, richiama tutte le sue forze e s'infila veloce in un
buco.
Ha visto improvvisamente un uomo, non sa che vuole aiutarlo, ha paura, il terrore gli da una forza che non
sapeva di avere: un uomo gli fa più paura di un vecchio albero.
Non lo
biasimo: gli volto le spalle e me ne vado al lavoro.
L'altro giorno arrivo sul mio posto di lavoro in macchina.
Trovo miracolosamente parcheggio davanti alla casa di Andrea, all'ombra di un vecchio platano.
Scendo dall'auto, chiudo e sento un gattino che piange.
Nel cortile di Andrea c'è un ulivo secolare, qualcuno preferisce credere che sia millenario, è storico di certo, ma non millenario, millenario no non lo è: una volta appurato che anche quelli ben più famosi di Getzemani non sono millenari anche i nostri fanno un passo indietro.
Proprio attaccato con i suoi artigli nella corteccia del vecchio albero, bucato come la gruviera, c'è il micetto piangente.
Si sta disperando, è appeso a due metri da terra: non va ne su nè giù.
Mi avvicino per soccorrerlo: l'idea è di prenderlo e rimetterlo a terra.
Appena mi vede, richiama tutte le sue forze e s'infila veloce in un buco.
Ha visto improvvisamente un uomo, non sa che vuole aiutarlo, ha paura, il terrore gli da una forza che non sapeva di avere: un uomo gli fa più paura di un vecchio albero.
Non lo biasimo: gli volto le spalle e me ne vado al lavoro.
smr
domenica 11 novembre 2012
Vivere e morire in paese. (Appunti di paesologia)
In un paese piccolo, piccolo come il mio, che non fa nemmeno 1700 abitanti, ogni anno muore almeno l'un per cento della popolazione: 15/17 persone, se va bene, cioè se ne muoiono pochi.
Perchè, se va male, nel senso che quell'anno ne moriranno molti, allora possono morire anche il doppio: cioè una buona trentina.
Vivere in un paese piccolo come il mio è come vivere in tempo di guerra, come vivere durante la guerra, anzi in una guerra che si sta ancora combattendo, che si combatte ogni giorno, ogni settimana, ogni mese, ogni anno.
Una guerra lunga e interminabile che, ogni quindici giorni, o quasi, annuncia un suo caduto; aggiorna il conteggio dei suoi morti; conta i suoi caduti totali.
Se vivi in un paese piccolo, non sei affatto un cittadino sereno che fa una vita serena, tranquilla, come molti pensano che sia la vita in paese e come, alla fine, meriteresti pure di fare, avendo scelto di vivere in paese piccolo, brutto e dimenticato da Dio e dagli altri uomini.
In una città è tutto diverso, penso; ma è diverso specialmente il rapporto con la morte, ne sono certo.
Quello che stava seduto al tuo fianco quella mattina in metropolitana e con cui hai scambiato due chiacchiere sul tempo, è morto una settimana dopo, o lo stesso giorno, ma tu non lo sai e non lo verrai mai a sapere; non lo conoscevi e, quando è sceso, eri già pronto a non vederlo più, a non incontrarlo mai più.
E non lo vedi più, nemmeno se resta in vita.
Quindi è come se fosse morto.
E se pure lo dovessi rivedere non lo riconosceresti ed è come se lo avessi visto per la prima volta.
Quello che stava davanti a te in fila al supermercato, a cui hai tamponato il carrello, nemmeno lo conoscevi, magari uscendo è stato investito da un'auto o ha avuto un infarto o s'è buttato sotto un treno in corsa, ma tu non lo conoscevi e non lo sai che è morto.
E non t'interessa di saperlo. Non ti informi.
In un paese piccolo potrebbe non interessarti chi vive e chi muore, nemmeno se non frequentavi il defunto, ma invece ti interessa, deve interessarti per forza, non dipendesse dal semplice fatto che in modo o in un altro vieni a sapere che uno è morto e che fanno i funerali in piazza, e il paese è la piazza; quindi sai che è morto qualcuno, sai chi è morto e sai che lo conoscevi, per forza.
La tua vita in paese, quindi pare tranquilla, ma non lo è.
E' piena di preoccupazione: chi sarà il prossimo?
Toccati! Potresti essere tu.
La tua vita in paese assomiglia a quella di un soldato.
Ricordate il soldato di Ungaretti?
"Si sta come d'autunno sugli alberi le foglie."
Ecco in paese si sta così, si vive così.
Se, invece che in una città, vivi in paese piccolo, sei come una foglia sul ramo, e non solo d'autunno; sei come un soldato, per tutto l'anno.
Anzi sei come un soldato appostato in trincea per tutto l'anno e ogni tanto ti arriva la notizia che è morto qualcuno: Giuseppe, e poi che è morto pure Paolo, e poi anche Carlo e qualche giorno dopo se n'è andato anche Lucio e che l'altra settimana, quel brutto male s'era portato Tommaso e che prima di loro, dall'inizio dell'anno, s'era portati Alessandro, Antonietta, Filippo e Maria e Luigia e ....
Tutta gente che conoscevi: amici, conoscenti, parenti, affini, coetanei, vicini di casa, vecchi compagni di scuola o di giochi, insomma i tuoi compaesani ...i tuoi commilitoni.
Poi dopo che ti hanno detto: lo sai chi è morto? E' morto Tizio; hai realizzato chi era; ti sei ricordato il suo volto; e ti ricordi pure che l'hai incontrato due giorni prima e magari ci avevi pure parlato, devi convincerti che non lo rivedrai più, mai più.
Da quel momento in poi puoi solo sperare d'incontrarlo in Paradiso.
Intanto, però, vai a far visita a casa, saluti i parenti, li baci li abbracci e gli stringi la mano, torni a casa; ti vai a preparare per andare al rito funebre e per accompagnarlo al cimitero, il giorno dopo.
Se ti era amico lo fai con partecipazione e convinzione e commozione; se non era un amico, ma un semplice conoscente, ci vai lo stesso sennò non ti vedono e può sembrare un'offesa; se, peggio ancora, ti stava sul cazzo, vale la regola del "parce sepulto": al funerale devi partecipare lo stesso; metti da parte le incomprensioni e le liti pregresse, le antipatie, e le quintalate di screzi e, in nome della carità cristiana che si deve almeno ai defunti, vai al cimitero, magari facendo anche una faccia triste, contrita, il più possibile adatta all'occasione ferale di cui non ti importa niente.
Quel gesto penoso di accompagnare il defunto nel suo ultimo viaggio ormai pare sia rimasto l'unico momento in cui, nei piccoli paesi, si esalta ancora un senso di umana partecipazione alla comunità, un sentimento d'amore, di compassione e di mutualità verso il tuo prossimo evangelico, che tra i vivi e i vivi non esiste più; si sostanzia ormai solo nei rapporti tra i vivi e i... morti.
E si, perchè la vita nei piccoli paesi non è più quella di prima.
E non sto parlando di secoli fa.
Sto parlando di soli trenta, quarant'anni fa.
Non bisogna andare molto indietro per capire che quella vita non esiste più e con essa non esistono più certi valori, certi sentimenti, certe necessità, certi usi e abitudini che la rendevano peculiare, piacevole, o almeno più sopportabile e, comunque, migliore di quella attuale.
Quarant'anni fa la morte di un vecchio era peggio della morte di un bambino, di un giovane o una persona di mezza età: la morte di un vecchio era una vera tragedia comunitaria; era la fine di una lunga storia di vita; era come veder abbattuta una vecchia quercia o un ulivo secolare; era come veder crollare un monumento antico o un palazzo nobiliare per un terremoto disastroso; come vedere distrutto un pezzo d'arte prezioso o un'insostituibile porzione della società.
Perchè i vecchi erano tenuti in altissima considerazione: per l'aiuto che avrebbero potuto ancora dare in consigli, per i loro ricordi, per la memoria dei fatti, delle storie antiche, dei posti, delle persone.
E non solo dalla loro famiglia, ma dall'intera società.
Oggi quando muore un vecchio sembra che ci siamo tolti un problema, un peso, un impiccio, un dente cariato.
E, per giunta, non avremo più badanti per casa che parlano lingue strane: altro sollievo!
"Tanto era vecchio!" si dice e di lui, nè la famiglia nè la società, rimpiangeranno niente.
Nemmeno la pensione, intascata intera dalla ingombrante e indiscreta badante rumena.
Oggi in paese non muoiono più tanti piccoli.
Prima ne morivano di più: ed erano tragedie strazianti, che segavano le ginocchia alla comunità. Il morale dei paesani si risollevava a fatica solo dopo molte settimane.
Nel cimitero del mio paese c'è una sezione dedicata alle bare bianche.
Sono anni, forse decenni, che non muore più un bambino. Per fortuna.
La medicina ha fatto enormi progressi.
Le malattie infantili non sono più mortali (da noi) e possono essere diagnosticate precocemente, alcune tra le più gravi anche prima della nascita.
La vita si è allungata, e i bambini, che sono sfuggiti alla morte precoce, diventeranno adolescenti, poi giovani, poi adulti e forse vecchi.
E quando saranno diventati grandi e avranno messo su famiglia si ammaleranno e moriranno più tardi, magari di cancro, di cuore o di diabete, ma potranno almeno dire di essere venuti al mondo e di aver vissuto qualche decennio.
A pensarci bene una persona che vive fino a 80 anni, che può essere considearata una bella età ma non certo un'età veneranda, ha vissuto solo 960 mesi, circa 28.800 giorni, più o meno 700.000 ore.
A pensarci bene mica poi così tanto!
Ma, sapete una cosa?
Vivere e morire in paese, non è poi così diverso che vivere e morire in qualsiasi altro posto del mondo.
smr
sabato 10 novembre 2012
Quinto motivo per cui non si può affermare che gli U.S.A. sono la più grande democrazia del mondo: l'Apartheid e la questione razziale.
La questione razziale oggi negli U.S.A.
Negli Stati Ubiti sono ancora oggi frequenti e numerosi gli episodi di razzismo e di discriminazione contro i neri, le cui condizioni per quanto riguarda l'accettazione sociale sono notevolmente migliorate rispetto a tempi più remoti, ma che economicamente continuano a soggiacere a maggiore povertà.La sproporzione tra il numero di neri detenuti nelle prigioni statunitensi e il loro numero complessivo tra la popolazione, nonché la loro più frequente condanna a morte, è da molti ritenuta un indizio del persistente razzismo nei loro confronti.
Il massiccio afflusso quotidiano di immigrati illegali dal confine con il Messico ha invece ingigantito le forme di ostilità razzista contro gli ispanici latino-americani.
A dimostrare quanto l'ideologia razzista abbia fatto presa anche a livello di cultura popolare statunitense, dove spesso ha sostituito il concetto di "classe sociale" nei conflitti sociali, resta ancora oggi una disponibilità da parte dei cittadini statunitensi a definirsi a vicenda o addirittura autodefinirsi in termini di "razza" o "etnicità".
Un atteggiamento peraltro sanzionato dai censimenti, che chiedono espressamente ad ogni cittadino di definire la "razza o etnicità" a cui appartiene.
La persistenza di un "problema razziale" negli Usa è rivelata anche dai bassissimi tassi di matrimoni misti fra bianchi e neri, che dopo un lieve aumento negli anni '60 sono nuovamente calati.
Fa eccezione la comunità latino-americana che, con i suoi tassi di meticciato relativamente elevati, dimostra di fare riferimento a un concetto di "razza" diverso da quelli prevalenti nella maggioranza "bianca" della popolazione statunitense.
Fino alla seconda parte del secolo XX si è avuta la divisione delle sacche di sangue destinate alle trasfusioni, in base alla razza del donatore, operata anche dalla Croce Rossa statunitense.
Nonostante l'elezione quattro anni fa del primo presidente nero: Barack Obama e la sua recente rielezione, c'è ancora tanto da fare per l'abbattimento definitivo delle barriere raziali ancora erette all'interno della società americana.
Gli U.S.A. non sono la più grande democrazia del Mondo. n.4
Dopo la situazione carceraria, le guerre d'intervento, l'alto numero di homeless, la quarta ragione per cui ritengo che gli U.S.A. non possano definirsi la più grande Democrazia mondiale riguarda la distribuzione della ricchezza interna.
La piu' recente statistica della ricchezza negli Stati Uniti divide la popolazione in 5 segmenti di 20% ciascuno.
Il lettore può guardare con attenzione il grafico pubblicato sopra.
Dal quale si vede benissimo che:
Il 20% controlla l'84% della ricchezza.
Il successivo 20% ne controlla l'11%.
Il rimanente 60% controlla il 4.03%.
O se volete, data una popolazione di 350 milioni di abitanti:
60 milioni controllano l'84% della ricchezza;
210 milioni, tutti insieme, controllano solo il 4.03 del totale.
Questi dati parlano da soli, a mio avviso, non hanno bisogno di nessun commento.
smr
La piu' recente statistica della ricchezza negli Stati Uniti divide la popolazione in 5 segmenti di 20% ciascuno.
Il lettore può guardare con attenzione il grafico pubblicato sopra.
Dal quale si vede benissimo che:
Il 20% controlla l'84% della ricchezza.
Il successivo 20% ne controlla l'11%.
Il rimanente 60% controlla il 4.03%.
O se volete, data una popolazione di 350 milioni di abitanti:
60 milioni controllano l'84% della ricchezza;
210 milioni, tutti insieme, controllano solo il 4.03 del totale.
Questi dati parlano da soli, a mio avviso, non hanno bisogno di nessun commento.
smr
venerdì 9 novembre 2012
Homeless in America.
Il terzo grande motivo per cui l'America non può, in nessun modo, essere definita la ...più grande democrazia del mondo, dopo le guerre d'ingerenza e il numero dei carcerati e la pena di morte (vigente in 35 dei 50 stati), è l'altissimo numero di Homeless, persone senza casa.
I dati sugli homeless sono fermi al giugno del 2008.
Secondo il National Law Center for Homelesseness and Poverty si attestavano sui 3.5 milioni di persone.
Ma a detta dello stesso Centro si tratta di una stima ampiamente per difetto, perche' i sistemi di misurazione del fenomeno oscillano tra il 'point-in time-counts' (una istantanea degli ospiti degli shelters ovvero dei rifugi comunali), e il 'period prevalence counts' riferito alla permanenza per un certo numero di giorni dei single o di quelli con famiglie.
Pensate che essi rappresentano più dell'uno per cento dell'intera popolazione degli Stati Uniti.
Se si applicasse questa percentuale all'Italia, avremmo ca 700.000 senza casa. Sic!
A me è capitato di poter apprezzare lo stacco duro e spietato tra il grande ...American dream e la cruda povertà, durante un viaggio negli States.
Vidi, a New York, sui marciapiedi della Quinta Strada, proprio fuori il negozio scintillante del gioielliere Tiffany, una donna, evidentemente senza casa, che chiedeva l'elemosina avvolta solo da una grande busta nera, quelle d'immondizia, per intenderci: fortuna che era estate.
giovedì 8 novembre 2012
Il secondo motivo per cui gli U.S.A. non possono essere considerati la più grande democrazia del mondo.
Subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, gli
Stati Uniti – coadiuvati o meno dai propri alleati – si sono messi
immediatamente all’opera per la creazione di un “mondo nuovo”, un
nuovo sistema di stati, di potenze e di rapporti internazionali che
garantisse la propria supremazia.
Nacque così un progetto teso
al raggiungimento di tale obiettivo.
Nonostante la presenza del rivale
sovietico, la “piovra a stelle e strisce” non si è mai fermata e,
dal
1989 in
poi, ha allungato ancor più i suoi tentacoli.
Molti dei piani
statunitensi sono andati in porto, basti pensare al mondo economico,
militare ed energetico, ove attualmente incontriamo sempre la presenza
egemone nordamericana.
Non basterebbe un’intera enciclopedia per
riassumere le tappe di questa progressiva conquista ed espansione.
Quello su cui voglio far soffermare l’attenzione del lettore, sono i
modi in cui alcuni di questi processi si sono potuti realizzare.
Modi disumani, violenti, repressivi, ingerenti.
I dati che
seguono fanno ormai parte della storia: sarebbe assurdo negarli e solo
pochi sciocchi si ostinano a volerli
mistificare.
Abbiamo voluto riportare solo cifre sicure, nella speranza che l’elenco non debba essere aggiornato.
Queste cifre, questi eventi, non hanno colori politici.
Sono
semplicemente numeri, che documentano gli interventi degli USA nella
politica nazionale, il sovvertimento di regolari elezioni, la
pianificazione di colpi di stato, lo scatenamento di guerre e la
fomentazione di odi intestini.
Non vengono risparmiati gli stessi
statunitensi.
Tutto in nome del profitto, del potere.
Questi sono solo
numeri, ma dietro questi numeri ci sono milioni di uomini, che hanno
avuto la sfortuna di veder cambiato il proprio destino da una ristretta
elite di politici, banchieri, militari e affaristi senza scrupoli.
Costoro vedono in ogni uomo solo una pedina di scambio: consumatori,
lavoratori, pedoni di una grande scacchiera.
Per noi, invece, l’uomo
ha in sé tante caratteristiche che convivono alla perfezione: da quella
economica, a quella politica, a quella guerriera a quella religiosa.
Ma
forse questo è troppo anche per loro.
(da Rinascita)
E ci limitiamo solo ad un elenco degli "interventi" USA nel
mondo e a bombardamenti con armi convenzionali:
Cina 1945-6
Corea 1950-3 (Guerra di Corea)
Guatemala 1954
Indonesia 1958
Cuba 1959-61
Guatemala 1960
Vietnam 1961-73
Congo 1964
Laos 1964-73
Perù 1965
Cambogia 1969-70
Guatemala 1967-69
Grenada 1983
Libano 1983-84
Libia 1986
El Salvador anni ‘80
Nicaragua anni ‘80
Iran 1987
Panama 1989
Iraq 1991-2002
Kuwait 1991
Somalia 1993
Bosnia 1994-5
Sudan 1998
Afghanistan 1998
Jugoslavia 1999
Afghanistan 2001-200?
Iraq 2003-200?
Non citiamo:
Utilizzo di armi non convenzionali;
Aggressioni chimiche e batteriologiche su paesi stranieri;
Appoggio ad aggressioni chimiche e batteriologiche di altri paesi
Test chimici sulla popolazione interna;
Tortura;
Sovvertimento dell'esito di elezioni straniere;
Ingerenze in paesi stranieri;
Le due bombe atomiche sganciate sul Giappone nel 1945.
In pratica gli U.S.A. hanno talmente tanta... Democrazia in casa loro che sono spesso tentati di esportarla. Sic!
mercoledì 7 novembre 2012
Perchè chi sostiene che gli U.S.A. sono la patria della democrazia dice una cazzata.
Quella che espongo di seguito è solo una delle tante ragioni per cui non sono d'accordo con chi sostiene che l'America è il paese più democratico del Mondo.
Chi lo sostiene dice una stronzata! Scusate il francesismo.
In buona fede non conosce la realtà; in mala fede se conosce il problema e sapendo tace.
In America ci sono più di 2.250.000 persone in prigione.
726 galeotti ogni 100.000 abitanti, uno ogni 138 americani: il record mondiale d’imprigionamento.
100.00 detenuti sono in isolamento.
128.00 sono ergastolani.
100.00 i minorenni in riformatorio e 15.000 nelle prigioni per adulti.
Se la stessa percentuale di detenuti l'applicassimo all'Italia avremmo la bellezza di 600.000 detenuti (invece degli attuali 60.000, che vengono già considerati un numero enorme).
Senza considerare, poi, che la più grande democrazia mondiale prevede la pena capitale in 35 stati su 50.
Chi sostiene che l'America è cambiata dopo la seconda elezione di Barack Obama (ad esempio Michael Moore) deve fare i conti anche con questa ed altre drammatiche realtà.
Più avanti ne elencherò alcune altre.
E penso che bisognerà anche fare tanti auguri, sinceri e di cuore, al presidente confermato Barack Obama, perchè il lavoro da fare, per trasformare gli U.S.A. in una vera democrazia, il lavoro che lo attende è molto duro e certamente non sarà finito nei prossimi quattro anni.
Purtroppo
e guardate questo video.
https://www.facebook.com/video.php?v=1419433821618577&set=vb.133191463526411&type=2&theater
smr
Chi lo sostiene dice una stronzata! Scusate il francesismo.
In buona fede non conosce la realtà; in mala fede se conosce il problema e sapendo tace.
In America ci sono più di 2.250.000 persone in prigione.
726 galeotti ogni 100.000 abitanti, uno ogni 138 americani: il record mondiale d’imprigionamento.
100.00 detenuti sono in isolamento.
128.00 sono ergastolani.
100.00 i minorenni in riformatorio e 15.000 nelle prigioni per adulti.
Se la stessa percentuale di detenuti l'applicassimo all'Italia avremmo la bellezza di 600.000 detenuti (invece degli attuali 60.000, che vengono già considerati un numero enorme).
Senza considerare, poi, che la più grande democrazia mondiale prevede la pena capitale in 35 stati su 50.
Chi sostiene che l'America è cambiata dopo la seconda elezione di Barack Obama (ad esempio Michael Moore) deve fare i conti anche con questa ed altre drammatiche realtà.
Più avanti ne elencherò alcune altre.
E penso che bisognerà anche fare tanti auguri, sinceri e di cuore, al presidente confermato Barack Obama, perchè il lavoro da fare, per trasformare gli U.S.A. in una vera democrazia, il lavoro che lo attende è molto duro e certamente non sarà finito nei prossimi quattro anni.
Purtroppo
e guardate questo video.
https://www.facebook.com/video.php?v=1419433821618577&set=vb.133191463526411&type=2&theater
smr
lunedì 5 novembre 2012
Il "doppio" volto di Persona.
Nel film "Persona" (Persona, 1966) celeberrimo film di Ingmar Bergman, forse il suo film più sperimentale ed enigmatico, è contenuta una grandissima prova di abilità tecnica da parte del regista e del suo direttore delle luci Sven Nyquist.
Scrive Bergman nel suo libro-diario Immagini:
“Io
e Sven Nyquist decidemmo di lasciare la metà del volto nel buio
completo... insomma, non avrebbe dovuto esserci neppure una sfumatura di
luce. Questo era inoltre un passo naturale a combinare, proprio nella
fase del monologo, i mezzi volti illuminati in modo che si fondessero in
un volto unico. La maggior parte delle persone ha, chi più e chi meno
un lato migliore del volto. Le immagini dei volti di Liv (Elisabeth
Vogler, n.d.r.) e di Bibi (Alma, n.d.r.) illuminati per metà, che poi noi unimmo insieme, dimostrarono il lato peggiore di ciascuna di loro”.
Al punto che, come ricorda sempre Bergman, nè Liv Ullman nè Bibi Andersson, si riconobbero nel "doppio" volto, ma ciascuna delle due attribuì quel volto all'altra collega, dicendo c'era brutto.
L'aneddoto è riportato nel mio saggio sul grande cinema di Ingmar Bergman: IL GENIO DI UPPSALA.
smr
sabato 3 novembre 2012
..."Ricordo che la donna, agghindata come Griet - la fanciulla che a suo tempo fu la vera fantesca del maestro..."
Così, assai maldestramente peraltro, nelle pagine del mio libro, cerco di far coincidere l'immagine della ...donna che mesceva il latte, con la vera fantesca di Vermeer, una ragazza olandese del '700, che si chiamava Griet.
E come si giunge a poter affermare che la donna che mesceva il latte di Vermeer fosse
Griet, la vera domestica del pittore?
Lo racconta in una ricostruzione
fedele la scrittrice Tracy Chevalier nel suo libro: "La ragazza con l'orecchino di
perla" (fra l'altro titolo di un altro vero dipinto del Maestro).
Delft, XVII secolo, quartiere protestante: la sedicenne Griet è in
cucina e, come al solito, sistema meticolosamente le verdure che sta
tagliando, abbinandole per colore in un cerchio.
Il padre, un modesto
decoratore di piastrelle di ceramica che ha perso la vista, sta
parlando, all'interno della casa con persone dalle voci decisamente
insolite, che suggeriscono «immagini di tappeti preziosi, libri, perle e
pellicce».
Le voci appartengono a una coppia, un uomo misterioso e una donna
con riccioli biondi e fare nervoso: sono Jan van der Meer (meglio conosciuto come Vermeer), il celebre
pittore, e sua moglie Catharina, persone ricche e influenti.
La madre
informerà Griet che, a partire dal giorno dopo, andrà a servizio dai
Vermeer, nel Quartiere dei Papisti e che potrà tornare a casa solo la
domenica.
La nuova vita di Griet sarà caratterizzata da una delle sue
specifiche mansioni: la pulizia dell'atelier dell'artista.
Questo
provocherà l'invidia di Tanneke, l'inserviente che da anni è in casa
Vermeer, ma che mai è potuta entrare nell'atelier, e della stessa moglie
del pittore, anch'ella relegata all'esterno della camera della
creatività.
Griet conquista la fiducia crescente dell'artista e non
soltanto: tra i due si genera un rapporto di complicità e di reciproca
comprensione, che sfocierà nella richiesta di Vermeer a Griet di posare
per un quadro.
Quando l'opera è pressoché terminata, Griet si rende
conto che manca qualcosa, e la stessa lacuna rileva il pittore, che
chiede a Griet di indossare gli orecchini di perla appartenenti alla
moglie.
Griet si fora le orecchie per l'occasione, non senza dolore, ma
senza alcuna esitazione e, in obbedienza a Vermeer, indossa gli
orecchini.
Venuta a conoscenza della cosa, la moglie si scatena contro
la servetta, la quale lascia il lavoro per sposare un giovane macellaio
che da tempo aveva iniziato a frequentare.
Quando, anni dopo, Griet
viene a conoscenza della morte di Vermeer, verrà chiamata dall'esecutore
testamentario, che le consegnerà gli orecchini del quadro, rivelandole
così la reale attenzione da parte del pittore morto.
In realtà, come s'intuisce dalla trama del romanzo di Tracy Chevalier la fantesca che versa il latte potrebbe essere anche Tanneke. Anzi, è assai probabile che fosse Tanneke, perchè era addetta alla cucina e perchè le era addirittura interdetto l'ingresso nell'atelier del pittore: come invece era concesso di fare a Griet.
Ma, per motivi subliminali, preferisco pensare che la mia lattaia e la lattaia di Vermeer fosse proprio lei: Griet, la donna che mesceva il latte indossando gli orecchini di perla.
In realtà, come s'intuisce dalla trama del romanzo di Tracy Chevalier la fantesca che versa il latte potrebbe essere anche Tanneke. Anzi, è assai probabile che fosse Tanneke, perchè era addetta alla cucina e perchè le era addirittura interdetto l'ingresso nell'atelier del pittore: come invece era concesso di fare a Griet.
Ma, per motivi subliminali, preferisco pensare che la mia lattaia e la lattaia di Vermeer fosse proprio lei: Griet, la donna che mesceva il latte indossando gli orecchini di perla.
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