venerdì 29 marzo 2013

Ingmar Bergman e Gesù Cristo.

Ingmar Bergman era talmente incuriosito e appassionato dalla figura di Gesù Cristo che aveva da tempo deciso di girare un film su di lui a Faro, la sua isola, ma era rammaricato dal fatto che diverse circostanze glielo avevano sempre impedito e racconta il suo disappunto nella sua autobiografia.
La buona occasione, ad ogni modo, sembrava, finalmente, essersi materializzata quando giunse a casa sua una folta delegazione di dirigenti della RAITV che gli si era rivolta per attribuirgli formalmente l'incarico di preparare la sceneggiatura per una Vita e Passione di Gesù Cristo.
Pagarono anche anticipatamente il suo lavoro: la bella somma, per l'epoca, di 30.000 dollari.
Bergman si mise subito all'opera e forte della educazione religiosa forzosamente ricevuta dal padre, pastore protestante, e di una solida conoscenza biblica raggiunta attraverso approfondite ricerche e studi sulla figura storica del Cristo, fu in grado in pochi giorni di spiegare il suo personalissimo e originalissimo progetto.

Risposi con un piano dettagliato delle ultime quarantotto ore della vita del Salvatore. Ogni episodio era incentrato su uno dei personaggi del dramma... Dissi che volevo girare il film a Faro. Le mura di Visby sarebbero state quelle intorno a Gerusalemme. Il mare che bagna i raukar sarebbe diventato il lago di Genezareth. Sulla collina pietrosa di Langhammars volevo erigere la croce.

Probabilmente il progetto del Maestro fu giudicato troppo innovativo e originale, per come era stato esposto loro, lontano da quello che forse si aspettavano di sentirsi raccontare, oppure troppo avulso dalla scenografia dei luoghi tradizionali della vita del Cristo.

Gli italiani lessero, rifletterono e arretrarono impalliditi. Pagarono generosamente e affidarono l'incarico a Franco Zeffirelli: ne risultò una vita e morte di Gesù come in un bel libro illustrato, una vera e propria biblia pauperum.

In un colpo solo la RAITV ottenne diversi risultati, non tutti e non proprio lusinghieri, purtroppo.
Con la loro visione provinciale delle cose  e dell'arte rimediarono una bruttissima figura con uno dei cineasti più grandi di tutti i tempi; ottennero la madre di tutte le Passioni di Cristo, che ancora si rappresentano (ahimè!) in tutta Italia; rinunciarono probabilmente a festeggiare l'ennesimo capolavoro a firma di Ingmar Bergman, che sarebbe stato almeno alla pari, se non addirittura superiore al Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini, senza alcun dubbio la migliore trasposizione delle ultime ore di Gesù mai realizzata per il cinema.
Insomma, grazie alla lungimiranza dei dirigenti RAI, oggi la cultura mondiale celebra una biblia pauperum in più e un capolavoro in meno.

smr

lunedì 11 marzo 2013

Breve nota a margine dell'incontro con Franco Arminio.

Sono appena tornato da Maranola, un piccolo paesino nei pressi di Formia (Lt), dove c'era di domenica pomeriggio, un incontro col poeta e scrittore Franco Arminio, professione paesologo. 
Ci tenevo a conoscerlo personalmente, siamo già amici da qualche anno su Fb, e dovevo anche rinfrescare l'invito che gli rivolgo da un paio d'anni di venire a Coreno Ausonio per una giornata dedicata interamente alla paesologia. 
Io sono convinto che la paesologia e Franco Arminio possano salvare i paesi dallo "spaesamento" e dalla estinzione definitiva alla quale sembrano condannati dalla "modernità" (che non sempre è vero progresso). 
In un piccolo ma preziossimo saggio di uno degli ultimi intellettuali veri: Raffaele La Capria, "La mosca nella bottiglia", l'autore sostiene, con una geniale metafora, che la mosca non uscirà mai dalla bottiglia individuandone l'uscita dal collo se non sarà aiutata ad uscirne.
Da chi? Dalla filosofia!
Ecco! Secondo me, Franco Arminio e la paesologia (come la filosofia per la mosca intrappolata) aiuteranno i "paesani" ad uscire dalla bottiglia, ad emanciparsi, a liberarsi dalle catene che li tengono legati al loro destino che appare segnato. 

La paesologia è la filosofia dei paesi.
Uno dei malintesi più grossolani nel quale alcuni cadono è pensare che gli intellettuali abbiano le risposte ai problemi. 
Non so se il conduttore dell'incontro con Franco Arminio stasera a Maranola l'abbia detto perchè convinto o per pura provocazione, ma pensando forse di fare bella figura ha detto che nei libri di Arminio non c'è lo "...straccio di una proposta!" 
Non mi meraviglia, dato che è una contestazione simile veniva mossa pure a Ingmar Bergman, reo di individuare nei suoi film i problemi ma di non essere capace di fornire soluzioni. 
Franco Arminio, Ingmar Bergman e una grande quantità di intellettuali si pongono delle domande, ma umanamente non sono capaci di fornire tutte le risposte. 
Essi intavolano un inizio di discussione; tentano un approfondimento; forniscono degli abbozzi di spiegazione; avviano verso una conoscenza che possa permettere di avvistare almeno una flebile luce in fondo al tunnel, di istradare su un sentiero di esperienza, possibilmente meno impervio e scosceso di quanto non possa apparire senza i loro preziosi insegnamenti.

venerdì 15 febbraio 2013

Storie di paese.

La casa che Umberto Cortese, il giovane napoletano venuto al paese qualche anno fa e morto tragicamente, aveva comprata a Coreno Ausonio per venire a viverci con la vecchia madre, aveva una storia, come tutte le case vecchie di paese.
Maria U., l'attuale proprietaria, l'aveva ereditata dalla madre Angela Di Bello, molto tempo prima della sua morte.
L'aveva fatta restaurare perfettamente per farne la sua casa, in occasione del suo matrimonio.
Solo qualche tempo dopo si era messa in cooperativa.
Allora, a malincuore, aveva deciso di vendere la sua cara casa materna, dotata di tutti i confort e col marmo per terra, per pagare una fetta consistente della sua nuova casa: quella dove tutt'ora vive con le figlie.
La madre di Maria, Angela, aveva ereditato a sua volta la casa dal padre e della madre: Francesco Di Bello e Paola Branca.
Avevo grande familiarità con loro e ogni tanto andavo anche a trovarli, perchè i nonni di Maria U. erano anche gli zii di mio padre: zì Franciscu era fratello carnale di nonna Anna Maria, la madre di mio padre.
I due vecchi coniugi furono protagonisti di una storia che negli anni '70 commosse molto tutta la popolazione del paese.
Se ne parlò per molti giorni e la memoria ancora sopravvive vivida.
I due protagonisti erano due brave persone, molto amate da tutti.
Morirono a un solo giorno di distanza l'uno dall'altra.
Prima morì Zia Paolina, non ricordo bene, ma mi pare per un tumore allo stomaco; il giorno dopo morì Zì Franciscu, di crepacuore.
Lei gli aveva fatto ...l'atto di richiamo.
Come si dice nel mio dialetto quando un coniuge morto chiama l'altro in paradiso.
E non aveva importanza che entrambi fossero anziani e molto ammalati: a tutti il fatto apparve pieno d'amore, di sensibilità e commozione.
Come se avessere deciso da sempre che se fosse andato via uno di loro due anche l'altro l'avrebbe subito raggiunto.
Ed era anche stato rivoltato il principio espresso da molti filosofi e psichiatri nel corso di tutto il '900 secondo il quale: chi sopravvive alla persona amata prima o poi reagisce, si adegua, si abitua alla sua assenza; intimamente è anche contento di essergli sopravvissuto, perchè l'attaccamento alla vita contrasta adeguatamente la sua paura della morte.
Chi sopravvisse, in quel caso, non fu contento di esserlo, ma preferì morire subito dopo, non sopportando il dolore immane che si era abbattuto su di lui, dopo la scomparsa della compagna.
Il dolore disumano era stato più grande dell'egoismo umano.

Ora la casa vuota 'n'fugniu iu rivu aspetta altre persone, altri abitanti che la ripopolino.
Non vede l'ora di poter raccontare altre storie.

giovedì 7 febbraio 2013

Umberto Cortese. Un uomo cortese, di nome e di fatto.

Tratto dal mio libro ''Storie dal Paese dei Ciclamini'' metto qui la triste storia di Umberto Cortese. Un uomo che cortese lo era davvero, di nome e di fatto.



   Al mio paese ogni tanto arriva qualche forestiero che, attirato dall'aria buona e dalla quiete innaturale, decide di metterci radici.
Qualche anno fa arrivò in paese, da Napoli, uno strano signore, abbastanza giovane, ma non abbastanza per poter essere definito ragazzo, che si chiamava Umberto Cortese.
Era in compagnia della madre, anziana e malata.
Erano solo loro due, non avevano altri parenti.
All'inizio fu accolto in paese con un po di diffidenza, un po' naturale in questi casi; un po' alimentata anche da alcune sue improvvide dichiarazioni e dal pregiudizio che accompagna quasi tutti quelli che provengono dalla Campania, tradizionalmente considerata terra di affari loschi e di camorra.
A chi gli chiedeva che lavoro facesse, il buon Umberto rispondeva in modo sibillino:
"Mah! Diciamo che mi occupo di assicurazioni!"
Ora, c'è da dire che nel gergo della camorra le "assicurazioni" sono i "contributi non-volontari" chiesti ai titolari di attività economiche in cambio di "protezione".
Protezione, non si capisce bene, da chi e da che cosa, poi, se proprio dalle organizzazioni malavitose possono provenire intimidazioni e attentati a danno di chi non paga.
Così si era scatenata intorno alla figura del buon Umberto una corsa ad appurare più notizie certe possibili sulla sua vera identità, attività e, perchè no!, presunta affiliazione ad organizzazioni camorristiche.
Qualcuno aveva anche avanzato l'ipotesi che il buon Umberto fosse stato mandato in avanscoperta dalla camorra per creare un primo avanposto dell'organizzazione, attirata dalla possibilità di notevoli affari legati allo sfruttamento del locale bacino marmifero, quindi alla commercializzazione del prezioso marmo.
E il sospetto non era del tutto peregrino perchè, da qualche anno, si era scoperto che le pietre informi provenienti dalle cave locali, venivano caricate sui camion della camorra e andavano a finire nelle scogliere e nei frangiflutti della costa di Napoli.
Bastò, comunque, acquisire notizie certe presso i locali carabinieri per scoprire che il buon Umberto nulla aveva a che fare con la camorra e col malaffare, che si chiamava davvero Umberto e che era Cortese di nome e di fatto.
Umberto, infatti, apparve subito per quello che era, cioè uno spensierato e pigro ragazzone, un po' cresciuto e un po' panciuto, senza e nemmeno alla ricerca di una occupazione, che si accontentava di vivere la sua normalissima vita oziosa, alle spalle dell'anziana madre, sfruttando a dovere i suoi beni e la sua succulenta pensione, che derivava dal lavoro di dirigente bancario del vecchio marito - e suo padre - morto qualche anno prima.
Lui e sua madre, stanchi entrambi della stressante e rumorosa vita cittadina, avevano pensato bene di sbaraccare dalla caotica Napoli; vendere la ricca e spaziosa casa con affaccio su Posillipo e investire il ricavato, non meno di 3-400 milioni, in parte nell'acquisto della casa di Maria U. in località Lormi, in parte nell'acquisto di titoli di stato, che potessero garantire un altro piccolo ma sicuro cespite.
La ricca pensione del padre e la rendita dei titoli assicuravano una vita agiata ad una vecchia quasi inferma e ad giovane uomo senza hobby cari, nè vizi troppo dispendiosi, se si eccettua i militaria di cui era accanito collezionista, il fumo e la gastromonia.
I due si erano insediati confortevolmente nella casa in pieno centro storico, ma poco lontana dal centro, appena ristrutturata di tutto punto da Maria U., quindi piena di tutti i confort e molto accogliente.
La madre non usciva quasi mai, ma Umberto aveva subito intessuto e stretto una rete di conoscenze, alcune delle quali sarebbero diventate vere e proprie amicizie, agevolate dal suo cattere estroverso, dalla grande quantità di tempo che aveva a disposizione durante la giornata e dalle sue indubbie e accattivanti capacità affabulatorie tutte partenopee.
Umberto, che vestiva sempre in tuta mimetica e calzava scarponi militari, indulgeva in alcuni piaceri fisici, soprattutto in quelli della carne: uno dei primi con cui aveva subito stretto amicizia, infatti, era stato il locale macellaio.
Ma gli piacevano anche la birra, il vino e il pesce fresco. Di cui era un accanito consumatore.
Non erano rare le sue puntatine settimanali nella zona delle pescherie di Formia.
Quotidiana, invece, era la sua passeggiata dall'amico macellaio, dove trovava delle ottime bistecche, le spuntature per il sugo quotidiano che lui stesso curava sui fornelli, una fumatina e quattro chiacchiere in tutto relax e libertà.
Io lo vedevo spesso e volentieri, Umberto, e ci scambiavo un cordiale saluto, durante la bella stagione, subito dopo le nove del mattino, mentre andava in giro a piedi per il paese a fare la sua bella spesa quotidiana.
Si vedeva dall'espressione beata che aveva stampata in faccia che a lui piaceva, facendo pure un po' di moto: e uql moto era il suo unico sport.
E anche questo si vedeva: era già rubicondo e in apparente ottima salute quando arrivò a Coreno; era diventato ancora più rotondo dopo appena qualche mese di residenza.
L'aria di collina, mitigata dal mare del Golfo di Gaeta gli aveva fatto proprio bene.
E lui evidentemente aveva fatto bene a sradicarsi da Napoli e a radicarsi al mio paese.
Ad ogni modo fare la spesa era la sua occupazione preferita e anche l'unica vera responsabilità giornaliera.
Così non era raro che lo rivedessi al ritorno, dopo qualche ora, prima che si ritirasse nella sua casa, per preparsi i suoi  piatti preferiti, i suoi appetirosi manicaretti, attendere alle faccende domestiche come una brava massaia e per accudire amorevolmente sua madre.
Umberto, anche a causa della stazza che glielo permetteva, assommava in se entrambe le figure dell'abbuffone e del raffinato bon vivant; del gourmand e del gourmet, per intenderci.
Spesso veniva da me per la manutenzione di qualche orologio, di cui era moderatamente appassionato o per qualche regalino da fare al figlio di uno dei pochi amici rimastigli a Napoli.
Dopo aver fatto i nostri piccoli affari ci scambiavamo le ricette preferite; mi parlava della cucina napoletana che tanto aveva  influenzato quella del mio e del "suo" nuovo paese; mi raccontava delle sue ex-fidanzate, spiegandomi il motivo per cui non si era  mai sposato.
Un giorno mi ripetè esattamente, direi tassonomicamente, gli ingredienti e la esatta preparazione  dell'insalata di rinforzo, uno dei piatti napoletani delle feste più tipici. Era sempre stata una mia grande curiosità, anche se devo confessare che non l'ho ancora provato.
Una delle peculiarità che mi avevano più colpito di Umberto Cortese era la sua capacità di raccontare le sue storie, anche quelle più serie, con leggerezza, senza mai emozionarsi nè scomporsi, nemmeno quando ricordava la malattia e la morte abbastanza prematura del padre o gli acciacchi attuali e irreversibili della madre.
Si emozionava vivamente solo quando indulgeva nei particolari relativi al piacere che il consumo di un particolare piatto gli procurava; era particolarmente lento e compassato quando si accendeva una normalissima sigaretta.
Pareva avere una ritualità per tutto ciò che faceva: fatta di gesti misurati ma plateali, eleganti ma ampi, pertinenti ma a volte anche spropositati.
Un giorno strano di primavera mi giunse come una schioppettata in pieno viso la notizia ferale:  Umberto Cortese era morto, improvvisamente.
Si era sentito male e s'era accasciato sulla sua poltrona dalla quale non s'era più alzato.
Addormentato per sempre.
Infarto fulminante. C'era scritto sul referto che il medico ha consegnato al necroforo.
Scoprimmo tutti dopo che era cardiopatico fin da bambino.
Lasciò sola la madre inferma.
Disgraziato! Ma come hai fatto ad andartene e a dimenticarti di lei?
Quel raro amico di Napoli, con gesto pietoso, l'aveva subito prelevata dalla vecchia ma confortevole casa ai Lormi e l'aveva portata in uno ospizio.
A distanza di qualche anno, dalla morte del figlio, per quanto ne so, potrebbe anche essere morta.
La casa ...'n' fugniu iu rivu è rimasta deserta.

Umberto Cortese, che cortese lo era davvero: di nome e di fatto, ha attraversato la nostra esistenza come un granello di polvere cosmica attraversa l'universo.
Alla stessa velocità.
Per disperdersi nell'infinito.
Ma lui ha lasciato un piccolo, discreto, prezioso ricordo di se.
A me è piaciuto ricordarlo, brevemente, così: coi suoi pregi, tanti e i suoi rari difetti.


smr

mercoledì 30 gennaio 2013

Storie di paese.

Nei paesi piccoli come il mio, di solito, non ci sono pescherie.
Dice che non fanno affari.
Gli affari da noi li fanno, invece, i pescivendoli ambulanti, quelli che vanno in giro col furgone, e portano il pesce fresco pescato nel braccio di mare compreso tra il Golfo di Gaeta e le isole Ponziane.
E' una cosa che non ho mai capita e non capirò mai: la gente compra il pesce dagli ambulanti ma alcune pescherie aperte negli ultimi anni nei paesi limitrofi, ad Ausonia o a Sant'antonio, ad esempio, hanno chiuso perchè vendevano poco e non conveniva restare aperti.
Delle due l'una o il lavoro andava veramente male, e quì sta il mistero, o volevano arricchirsi in fretta e facevano quel lavoro pure senza passione.
Allora, in entrambi i casi, hanno fatto bene a chiudere.

Al mio paese di pescivendoli ambulanti ce ne vengono tre.
Due sono indigeni: Gegè e Michele.
Michele è figlio d'arte.
Prima di lui c'era suo nonno.
Si chiamava come lui: Michele Coletti.
Era amico e coetaneo di mio nonno, dopo il lavoro giocavano a carte insieme al bar di Cardillo in piazza.
Michele andava a Formia, comprava il pesce fresco e poi veniva a venderlo a Coreno.
Il suo slogan era un doppio senso allusivo, un po greve ma simpatico e, sembra, pure efficace:
"Femmene, accorrete! Accorrete! E' arrivato Zì Michele, porta il pesce fresco, quello che fa bene e non fa crescere la pancia."
I figli avevano tradito la strada che lui aveva intrapreso: erano diventati macellai.
Erano stati la sua nemesi.
Forse dolorosa, sicuramente più ricca.
Il nipote ha ripreso la sua strada, para para, e l'ha rinverdita.
Il venerdì è al mercato di Coreno, ha il suo furgoncino frigorifero con le porte posteriori aperte e il banchetto davanti pieno di pesce fresco che vende anche a prezzo onesto.
La madre lo aiuta, fa la cassiera, incarta la merce, la imbusta, te la porge con una mano e prende i soldi con l'altra mano tesa.
Di Gegè, invece, so poco.
Pare che abbia intrapreso la carriera di pescatore al seguito del suocero, pescatore di lungo corso al porticciolo di Caposele a Formia.
Lui passa il giovedì, ma il giovedì è il mio giorno di chiusura, e di solito esco, per questo non c'incrociamo mai. Peccato!
Anche lui, dicono, usa portare pesce fresco a buon prezzo.
Qualche volta mi è capitato di assaggiare quello preso e cucinato da mia madre, che lo compra direttamente lei, aspettando che passi sotto casa o se lo fa prendere dalla vicina di casa Filomena, che è pure la zia di Gegè.

Il mercoledì mattina, puntuale come uno svizzero, invece arriva il terzo, quello che viene da fuori: Franco, da Castelforte.
E' grosso, con una coppola e barba bianca curata da capitan Findus e un'aria un po svagata. Ma è solo apparenza.
In realtà sta molto attento al peso e ai suoi affari.
ogni tanto quando spendi una bella sommetta ti aggiunge, senza che ne accorgi, una bella manciata di gamberetti freschissimi.
Anche lui porta il pescato del Tirreno con un furgoncino frigorifero bianco.
Sta immancabilmente qualche minuto prima delle 10 davanti al mio negozio, annunciato dalla musica dell'altoparlante e dalla sua voce gracchiante che invita a scendere in strada.
Le donne, ovviamente!
Pare che i pescivendoli, per tradizione, abbiano un buon rapporto solo con le donne.

Anche lui vende pesce freschissimo ad un ottimo prezzo.
Io prendo di solito qualche trancio di salmone, o i calamari da fare fritti ad anellini, o le vongole se ho voglia di una spaghettata o anche del Persico, per il fish&chips fritto in pastella, che mi ricorda tanto i pub inglesi.

smr

venerdì 11 gennaio 2013

Storie di paese. 29

Mio padre amava la caccia.
Gli piaceva il contatto diretto con la natura.
E il freddo in piena faccia di quelle giornate nebbiose, ventose e gelate d'inverno.
Lui si alzava presto, alle cinque di mattina.
Non gli pesava più di tanto.
Anzi gli piaceva.
In genere, al contrario di me, non gli piaceva poltrire nel letto.
La prima cosa che faceva, appena alzato, era accendere la cucina a legna che avevamo in sala da pranzo.
Ci metteva molto a scaldarsi ma quando era a pieno regime pareva un altoforno.
Lui la stipava di legna e l'accendeva, ma non gli serviva, perchè lui ci faceva solo il primo caffè della mattina.
L'accendeva per far trovare la casa calda a noi e alla mamma.
Che poi durante tutta la giornata la teneva accesa al minimo e ci cucinava.
Ricordo che oltre a tutti i tegami di sughi e sughetti, ci teneva sempre un pentolone d'acqua a scaldare.
Ci faceva tutte le faccende di casa.
Compreso lavarci i panni a mano.

In più ricordo che la stufa aveva, da un lato, un serbatoio rettangolare, profondo, pieno di altra acqua bollente.
Ci affogava dentro un mestolo d'alluminio anch'esso rettangolare con un lungo manico.
Ogni volta che le serviva acqua calda, mia madre la prendeva col mestolo.
E rifondeva immediatamente quella che prelevava.
Mi ricordo un particolare curioso legato alla vecchia cucina a legna: quando ero piccolo, con le mie sorelle più piccole di me, ci divertivamo a sputare sul ripiano infuocato e a vedere le palline di saliva che correvano, rimpalzando sul ferro, fino a qundo non trovavano una fessura nella quale scomparivano veloci.

Nel silenzio buio della notte che caratterizza l'ora del lupo, quando il caffè cominciava a sbuffare sui cerchi concentrici del piano ormai arroventati, mio padre, vestito di tutto punto, se ne serviva una grande tazza e se lo buttava in gola ancora fumante, subito dopo si accendeva l'immancabile sigaretta e via, di buon passo, verso le montagne.
Prima però aveva slegato Fido, lo splendido setter laverack bianco e nero, come i colori della sua Juventus, e insieme si avviavano a piedi in salita.
Che senso avrebbe avuto andare in macchina?
Mio padre era capace di girare per ore nei boschi più fitti; attraversare lentamente le radure più spoglie; scendere con attenzione lungo i pendii più scoscesi e sassosi dei nostri monti, senza sparare un solo colpo.
Se non c'erano prede lui non si scoraggiava.
Intanto si era fatta una bella, salutare passeggiata - diceva.
A sessant'anni, il molto calcio praticato da giovane e quelle sue lunghe passeggiate en plein air gli avevano permesso di conservare un fisico forte, robusto, atletico, come quello di un quaratenne.
Lui poi era capace di crearsi diversivi alla mancanza di prede da abbattere.
Si sarebbe fermato di sicuro a mangiucchiare qualche pera vergnina matura da uno degli ultimi alberelli che sapeva da bambino.
Poi avrebbe individuato e memorizzato un nuovo piccolo corniolo, anche quelli sempre più rari.
Prendeva come punto di riferimento una grossa quercia, una casella o una macéra e sarebbe tornato per tempo a raccoglierne i piccoli frutti rossi, quando fossero spuntati.
Li metteva, per aromatizzarla, nella bottiglia della grappa che, immancabilmente, ogni anno, dopo la vendemmia, gli regalava Papele, il collocatore, amico d'infanzia e appassionato di caccia, anche lui, e di distillati fatti in casa.
Poi avrebbe osservato estasiato per lunghi minuti a testa in su le evoluzioni in cielo di un falchetto reale, anche quello uno degli ultimi rimasti sulle nostre montagne.
Poi avrebbe chiacchierato per un po' del più e del meno col suo amico e coetaneo Bandareglio, uno degli ultimi pastore di capre.
Infine, perchè no?, avrebbe individuato e seguito nel fango le orme di qualche cinghiale selvatico.
Anche se diceva sempre che le battute di caccia al cinghiale non gli piacevano tanto.
Non lo divertivano.
E soprattutto considerava che, stare fermi in un posto ad aspettare che la bestia, nervosa e sfiancata, perchè spinta da una muta di cani, ti arrivi di fronte, nella radura, e piazzargli un colpo in piena testa, più che una battuta di caccia fosse una vera e proria esecuzione.
Le battute di caccia che gli piacevano di più e gli davano la piena soddisfazione erano quelle ai tordi e alle beccacce.
Per entrambe dovevi camminare molto, fin dietro il costone roccioso del Monte Maio.
Poi dovevi sapere il punto esatto dei passaggi degli stormi.
Poi dovevi saper sparare al volo. E non era facile.
Questo tipo di uccelli, entrambi rapidissimi nel volo e poco prevedibili nella direzione dei loro volteggi, non dovevano mai sembrargli vittime sacrificali.
Anche se, inermi contro una doppietta, era ugualmente una lotta impari col cacciatore.
Alla fine della lunga e defatigante giornata avrebbe ripreso soddisfatto la strada di casa, anche col carniere desolatamente vuoto.
Qualche volta sono andato anch'io a caccia con lui.
Sebbene la caccia non mi piacesse più di tanto, anzi, ammazzare gli uccelli mi faceva sentire proprio male e pieno di rimorsi.
Una sola volta era successo, e mi era bastato, che uccidessi, quasi per caso un uccello.
Ero dietro casa, da solo, puntai, mirari e sparai con un fucile a piombini.
Ad una distanza di una decina di metri, colpii in pieno ed ammazzai un piccolo uccello, forse una cinciallegra, seminascosta tra i rami di una piccola quercia.
Dopo che l'uccellino era caduto per terra stecchito dal mio colpo, recuperai il corpicino ancora caldo e gli feci il funerale.
Aveva un buco in pieno petto che gli usciva sul dorso.
Il proiettile lo aveva trapassato da parte a parte.
Non perse una sola goccia di sangue
Che orrore!
Mi maledissi.
Costrui una piccola bara, modellando una scatoletta di cartone e lo sotterrai, piangendo per il rimorso.
I sensi di colpa e la gratuità del mio gesto mi fecero sentire un verme per giorni e gioni.
Quella trascurabile morte aveva fatto emergere in me una vera e proria scissione interiore.

Alla fine dell'espiazione promisi a me stesso che non avrei più ucciso un animaletto, nemmeno una formica.
Prestai fede alla promessa solenna, che dura ancora oggi.
E, ancora oggi, rimprovero mio figlio se calpesta le formiche o cerca di riempire d'acqua le loro tane per vederle fuggire; o prende i coleotteri in cortile per imprigionarli nei barattoli o, peggio ancora, per schiacciarli tra le dita.
Anche se non sono mai stato un animalista, anzi, reputo sinceramente esagerate certe loro pretese, mi nutro di carne animale, ed ho sempre ritenuto giusto che gli animali vivano liberi ognuno nel loro habitat.
Forse anche per questo non ho mai capito il mio talento per il tiro al volo.
Il padreterno mi ha voluto regalare una cosa che non mi è mai servita, anzi che ho aborrita fin dal giorno della sua scoperta.
Anche perchè non ho mai praticato il tiro al piattello.
Ma, forse, era proprio quella la mia strada con le armi.

smr

domenica 6 gennaio 2013

Storie di paese. 25

Mio figlio Antonio, il primo, ha quasi 10 anni, li compie il 20 marzo.
La seconda, Sveva, ne ha compiuti otto lo scorso novembre.
Sono incazzato nero col maschio.
Quando sta in casa e non ha da fare i compiti gioca esclusivamente coi suoi giochi elettronici.
A 4 anni lo zio Sandro gli regalò la sua vecchia PS1 e una scatola piena di giochi.
Tutti rumorosi, violenti e per lo più inutili o, comunque, poco divertenti.
Il più bello, per me, era il tennis, il primo favoloso tennis elettronico con la rete in mezzo e due segmenti a fare da racchette e uno da pallina.
Da quella versione, che oggi sembra primitiva, sono passati due o tre lustri, sembrano passati due o tre secoli.
A 6 anni Antonio chiese ed ottenne da Babbo Natale una PSP.
La Play Station Portatile.
Con tanto di web cam per catturare gli invizimals.
Che cazzo saranno non lo so e non voglio nemmeno saperlo.
So solo che ogni tanto, quando vuole catturarli, lo vedo girare carponi per casa alla ricerca di un colore particolare. Dice lui!

Ad ogni compleanno Antonio riceveva un gioco nuovo, per lo più costoso, violento, rumoroso, inutile e poco divertente.
Ogni tanto mi viene vicino e mi dice: "Papà, questi giochi mi annoiano!"

Quest'anno ha chiesto ed ottenuta, sempre a Babbo Natale, una Wii.
Dentro la confezione c'era un gioco: rumoroso, colorato, stavolta violento no, ma inutile si.
E sempre poco divertente.
Risultato: se ha tutti i giochi spenti dice che si annoia.
Non sa fare altro.
Allora gli do un calcio in culo o una sberla in testa e lo mando giù in cortile a sgranchirsi le gambe con la bicicletta.
Oppure lo costringo a prendere in mano un libro.
Per leggere Il piccolo principe ci sta mettendo un paio di mesi.
E quello che avevo io nella mia libreria non andava bene.
No!
Un giorno è andato in biblioteca e se n'è presa una copia diversa.
In macchina gli ho detto: "Antonio il libro che hai preso è uguale a quello che già abbiamo a casa."
Mi risponde candidamente, ma anche intelligentemente (buon per lui):
"Lo so! Ma questa edizione ha le illustrazioni a colori. La nostra in bianco e nero."
Non ho una pezza a colore - appunto ! - touchè!
Ma, se tanto mi da tanto, per leggere Il signore degli anelli ci metterà un paio d'anni.
Anche perchè le rare illustrazioni e la carta geografica dei topos fantastici tolkeniani sono in bianco&nero.

Altro risultato del lavaggio di cervello dovuto ai giochi elettronici è la sua assoluta mancanza di fantasia.
Al contrario della sorella alla quale non piacciono i giochi elettronici e che, giocando quasi esclusivamente con le bambole Lalaloopsy, di cui fa collezione, ha una fantasia fervida e si diverte un mondo, anche quando gioca da sola.

Quando avevo la sua età il gioco più avveniristico che avevo a disposizione era il più classico dei trenini elettrici.
Me lo portò la Befana e durò appena qualche settimana.
Praticamente fino a quando non decisi di aprirlo e smontarlo pezzo a pezzo per vedere com'era fatto dentro.
Ovviamente non fui più capace di riassemblarlo e non corse più, nemmeno a spinta.

Ma a me, da sempre, sono piaciuti tutti i giochi che si facevano en plain air, e alla mia epoca quasi tutti i giochi si facevano all'aria aperta.
Avevamo gliu canteru, una specie di nascondino: uno dava un calcio a una lattina vuota di quelle dell'olio per automobili e gli altri correvano a nascondersi, mano mano che li trovavi li tanavi; se uno arrivava alla lattina prima di te e gli dava un altro calcio liberava tutti e si ricominciava da capo.
D'estate o in primavera, appresso a quella lattina deformata dai calci, ci passavamo intere serate.
Poi avevamo le biglie di vetro, le palline: giocavamo accosciati per terra, dentro la cunetta di cemento che costeggiava il Viale della Libertà dalla chiesa di Santa Margherita, in Piazza, fino alla curva.
Era divertentissimo, specie quando pioveva, perchè la pista era pulita, altrimenti dovevi spazzolare la terra e i residui di polvere continuamente con le mani, per far correre le palline senza scrucchi.
Una volta arrivati in fondo, siccome non potevamo andare in salita e non era nemmeno divertente come in discesa, tornavamo in piazza e si ripartiva.
Poi c'era gliu circiuglu, una ruota di bicicletta senza camera d'aria, senza raggi e senza copertone controllata con un filo di ferro, robusto ma flessibile, che correva nella scanalatura: vinceva chi non perdeva il controllo della ruota, la teneva dritta e faceva più metri spingendo col braccio e correndogli dietro.

Per un lungo periodo, al mio paese, sono andate di moda, complice anche l'assoluta mancanza di traffico, le favolose carrozzine con le ruote a palline: le costruivamo noi, da soli, con elementi semplici, un martello due chiodi e quattro viti, un asse di legno come sedile e tre ruote di ferro, i cuscinetti a sfera del tipo che costruivano solo alla RIV-Skf di Cassino.
Scoprii l'esistenza reale della mitica fabbrica quando, finita la scuola media, andai al Ginnasio a Cassino.
Due ruotine andavano dietro infilate in un asse fisso di legno e una davanti alloggiata in un mozzo sempre di legno.
Partivamo dalla piazza e poi lungo tutto Viale della Libertà, ad una velocità ragguardevole, fino alla curva del Camposanto.
Eravamo troppo veloci e allora eravamo costretti a mettere un freno, a volte anche due, uno a destra e uno a sinistra: una leva di legno coperta con un tacchetto di plastica dura, da far strusciare a terra per rallentare.  

Il gioco più moderno ed elettronico su cui potevamo contare era il flipper del Bar di Cardillo, in piazza.
Ma per giocare ci volevano i soldi e non sempre li avevamo.
E se proprio dovevamo mettere i soldi in un gioco per giocare preferivamo il calciobalilla: la gettoniera prendeva anche le cinque lire ammaccate, invece della moneta rossa delle venti lire, e giocavamo dieci palline in quattro.
Ed era rumoroso lo stesso e molto più divertente del flipper.
 
Qualcuno dalle parta alta del paese, quella più tradizionalista - in basso eravamo un pò più moderni e smaliziati - ogni tanto portava uno strummolo.
Se lo tirava fuori dalle tasche come fosse un'antica e preziosa reliquia.
Era solo un pezzo di legno molato a forma di ogiva, con un pezzo di chiodo che usciva dalla punta e scanalature intorno per attorcigliare attorno una cordicella di canapa con la quale si avviava la rotazione.
Arrivata a terra, anche a diversi metri di distanza, se il lancio era stato effettuato a regola d'arte, la trottola, faceva una scintilla sulla pietra e continuava a girare vorticosamente per lunghissimi minuti.
Quando aveva esaurito l'inerzia, lo strummolo si afflosciava a terra, esausto, inclinandosi tristemente su un lato.
Come fosse morto.

Il regalo più bello, più colorato e più poetico che Antonio abbia mai ricevuto è un trenino di legno colorato dell'Ikea che lo zio medico gli regalò quando aveva appena tre anni.
Si! E' proprio quello della foto.
Una motrice con tre carrozze colorate e una dozzina di pezzi di legno naturale a incastro per fare i binari a forma di otto.
Provo un groppo al cuore e un profondo senso di tristezza quando, passando in cortile, di quel trenino scorgo un pezzo interrato nell'aiuola, un'altro semi-nascosto nell'erba alta e la motrice nera e rossa a scolorire sul muretto di cinta.
Un giorno, prima che marciscano, dovrò cercarli tutti i 20 i pezzi perduti di Lillabo, il trenino colorato dell'Ikea - penso, fra me e me - dovrò rimeterli assieme, restaurarli e farli ... rivivere ancora per un altro secolo.
Sopravviveranno a tutti noi e quando qualcuno li ritroverà, magari scavandoli dalla terra, come li ho scavati io, dirà:
"Ma allora all'inizio del terzo millennio c'era ancora un po' di poesia sulla Terra!"


smr

venerdì 4 gennaio 2013

Storie di paese. 24


Negli anni '60, in primavera, la domenica pomeriggio, prima della messa vespertina e del cinema nella sala parrocchiale, quando il sole era ancora alto e la temperatura gradevole, al mio paese si passeggiava.
Non c'erano molte macchine e quelle che c'erano erano parcheggiate ben chiuse a chiavi e magari coperte al fresco sotto casa.
Tutto il paese passeggiava lungo il lungo Viale della Libertà.
Tutti passeggiavano: i ragazzini, in frotte rumorose; le ragazze più grandi, in gruppi di tre o quattro, tenendosi sotto braccioi; le coppiette, magari con genitori o fratelli piccoli al seguito; gli anziani, che parlavano di calcio o di politica o di agricoltura; i giovanotti, in cerca di qualche ragazza da puntare.
Insomma, centinaia e centinaia di persone spalmate tutte sui 300 metri del viale centrale del paese che dalla chiesa, in piazza, raggiungeva l'ingresso del centro abitato e del camposanto.

Oggi la domenica pomeriggio il mio paese sembra un paese fantasma: non incontri un'anima viva, manco a pagarla oro.
Mia madre dice, e non è un paradosso: "potresti andare in giro nudo bruco!"
Alla messa vespertina quei pochi che ci vanno arrivano in macchina, si fanno scaricare davanti al portale della chiesa e quando escono trovano la stessa macchina che li aspetta, li carica quasi al volo e li scarrozza a casa.
Il cinema non c'è più: la sala parrocchiale è stata trasformata in sala giochi dai ragazzi dell'ACR.
Sporadicamente ospita qualche rappresentazione teatrale che rinfocola per una sola sera i fasti della vecchia e affollata sala di Don Erasmo Ruggiero, l'Arciprete.

Negli anni '60 una tale quantità di persone, che spontaneamente si riversava in strada faceva notizia e attirava, ovviamente, dai paesi vicini, una discreta quantità di venditori ambulanti improvvisati.
Voglio dire non commercianti navigati ma, generalmente, vecchi coltivatori che, per sbarcare il lunario oppure per non sprecare un pomeriggio o anche per pubblicizzare i loro prodotti, arrivavano appositamente con la loro Ape Piaggio carica, per rivendere, senza licenza - ma tanto chi li controllava - i prodotti della loro terra a quelli che passeggiavano in strada.
C'era quasi sempre un venditore di lupini.
I lupini erano la nostra frutta esotica.
Qualcuno più schizzionoso diceva che venivano spugnati nel piscio e non li comprava.
A me ricordava piuttosto la storiella della volpe e dell'uva: "...nondum matura est!"
Qualche volta al venditore di lupini in salmoia, con la sua conca di plastica verde e i coppetti di carta pane gialla impilati, ai margini della curva a metà strada, si affiancava un venditore di more di gelsi.
E qualche volta veniva da Scauri anche uno che tostava e vendeva le noccioline americane.
E qualche volta, dall'Arpetecata delle Cetrancole arrivava anche uno che vendeva gli agrumi frattesi.
Che sono buoni perchè, da quelle parti, il sole tramonta prima, sono più succosi e concentrati e non sono ...scaorathi.
Proprio il venditore di gelsi, anzi era una venditrice di more di gelso bianche, originaria di Selvacava, qualche anno prima che nascessi io, fece guadagnare a mio padre il soprannome che lo accompagnò finchè visse e che gli è sopravvissuto: Americano.
Mio padre  se ne andava a spasso con i suoi amici.
E, tra questi, c'era Giovanni Viccarone, che qualche anno dopo la sua morte mi raccontò l'aneddoto.
Si avvicinò alla venditrice di gelsi e vide che la sua cesta era quasi vuota.
Rimanevano poche manciate di gelsi mezzi spiaccicati dal peso e dai calci involontari, sul fondo.
Le propose allora di fare una "svendita" delle more di gelso rimaste sul fondo della grande cesta e, per aiutare la donna a convincersi presto, le sventolò in faccia qualche banconota da mille lire.
Mio nonno, il suo solo finanziatore, all'epoca aveva iniziato vari commerci tutti molto promettenti e non permetteva certo che il suo unico figlio andasse in giro senza una lira in tasca.
Perciò provvedeva a rimpinguare il suo portafoglio ogni volta che usciva.
Gli altri suoi amici, invece, con genitori meno abbienti o semplicemente meno prodighi, erano tutti squattrinati.
Inutile dire che l'affare si concluse, con la soddisfazione di tutti.
La donna, che aveva già fatto il suo incasso, accettò la generosa offerta di mio padre lasciando che i suoi amici afferrassero tutta la cesta dai manici e si allontanassero, per appartarsi a degustare quella che per loro doveva apparire come una vera e propria manna.
Tra i rumorosi festeggiamenti degli amici, Giovanni si rivolse a mio padre e, con tono compreso, gli disse:
"Totò, oggi hai compiuto un gesto da vero ...americano."
E da quel giorno il soprannome gli rimase appiccicato addosso indissolubilmente.
Per tutti sarebbe stato Totò, l'americano.
E lo è ancora.

giovedì 3 gennaio 2013

Presentazione del libro "Un'estate con Monika" di Salvatore M.Ruggiero

Giovedì 27 Dicembre alle ore 20,30 nell'Aula Consiliare del Municipio di Coreno Ausonio (Fr) nel corso della "II° Serata in Onore di Ingmar Bergman", dedicata alla filmografia del grande regista svedese, è stato presentato il quarto (il terzo dedicato a Bergman) libro di Salvatore M.Ruggiero:


"UN'ESTATE CON MONIKA"




Nel corso della serata è stato anche proiettato il film di Bergman "Monica e il desiderio" ("Sommaren med Monika", 1952) dal quale l'autore ha tratto larga ispirazione per la stesura del suo racconto.
Il libro, recensito dal chiarissimo prof. Michele Piccolino, contiene un saggio critico dedicato al film e un racconto breve ispirato all'autore dalla visione dello stesso film.


 Sinossi
  
"Monika e Harry Lund, due giovani in cerca di vita e d’amore, si conoscono in uno squallido bar.
Insoddisfatti dell’umile lavoro, della paga modesta, della vita grama e del ruolo irrilevante che occupano nella società, dec
idono di fuggire insieme e di girare il mondo vivendo alla giornata.
Raggiunta in motoscafo Orno, un’isola deserta nell’arcipelago di fronte a Stoccolma, vi si installano vivendo quasi allo stato brado. Si sostengono mangiando funghi spontanei raccolti nel bosco, frutti selvatici, frutta rubata dai frutteti vicini e, perfino, un trancio d’arrosto sottratto (da Monica) al buffet di una villa sull’isola vicina.
Trascorrono le lunghe giornate estive scherzando e facendo l’amore, oziando, parlando, osservando il tramonto e bagnandosi in mare.
Monika, che ha tanta voglia di vivere e di divertirsi, lascia a briglie sciolte la sua bellezza e la sua femminilità, con prorompente fisicità.
Almeno fino a quando non si accorge di essere in cinta e si vede costretta a confessarlo a Harry.
Alla fine dell’estate decidono d’interrompere la fuga e di tornare in città con l’intento di regolare il loro rapporto, aiutati dalla vecchia zia di Harry.
Cosa che puntualmente avviene.
Ma, dopo un litigio violento, nel quale Harry accusa Monika d’adulterio - che lei nega, confessando tuttavia d’amare ancora la sua vecchia fiamma Lelle - si lasciano.
Il film finisce con un flash-back nel quale Harry rivede in uno specchio i felici momenti estivi passati insieme a Monika.
…E un motoscafo si allontana sull’acqua."

(Da Un'estate con Monika di SMR)



A proposito del titolo del  libro, che altro non è se non la traduzione del titolo originale del film,
l'autore scrive.

I distributori italiani hanno tradotto improvvidamente il sincero Sommaren med Monika (Letteralmente: Un’estate con Monica, N. d. A.) con un più pruriginoso Monica e il desiderio, che fu proiettato nei nostri cinema solo nel 1961, sull’onda del successo internazionale di Bergman, (arrivato con "Det sjunde inseglet", Il settimo sigillo, 1957; "Smulltronstallet", "Il posto delle fragole", 1958; "Jungfrukallan", "La fontana della vergine", 1959; N. d. A.). Quel titolo bizzarro è così rimasto appiccicato ad un film che racconta la storia di un amore giovanile, quasi fosse una parabola evangelica, fatto d’illusione, gioia e poi amarezza e abbandono.” (Aldo Garzia, Bergman The Genius)
Niente di meglio, del resto, accadde negli Stati Uniti dove il titolo del film fu tradotto con un molto banale e fuorviante: "The story of a bad girl".
(SMR)


 
Dalla presentazione dello stesso autore si legge:


"La scintillante idea primigenia di questo mio libro, Un estate con Monika, squarcia il buio profondo di una tarda notte insonne di un giorno qualsiasi della mia vita. Detto in tutta onestà, a quell’epoca non potevo ancora sapere se, una volta terminato, esso avrebbe contenuto un racconto o un saggio. O meglio, se dovesse - o potesse - essere considerato soltanto un racconto o soltanto un saggio...".


Dalla prefazione del prof. Giovanni Invitto, Ordinario di Filosofia Teoretica dell'Università del Salento, ed esperto di cinema e di Bergman, si legge:

"...Il racconto Un’estate con Monika, riferendosi al non-detto da Bergman, radicalizza, manifesta, descrive, senza falsi pudori, la bulimia sessuale della giovane e bella donna e ci offre una lettura realistica, non datata, coinvolgente, di ciò che il regista svedese sessant’anni fa non poteva esplicitare, ma solo lasciar intuire. Salvatore M. Ruggiero ci aiuta a vedere anche dietro le tende del teatro."


Il libro di Salvatore M.Ruggiero:
UN'ESTATE CON MONIKA,
insieme agli altri libri dello stesso autore:

IL GENIO DI UPPSALA

 e PARLA CON BERGMAN



è reperibile sul sito di lulu.com all'interno della vetrina autore.

LINK:

http://www.lulu.com/spotlight/salvatoredotruggiero57atgmaildotcom



SMR

sabato 22 dicembre 2012

Storie di paese. 23 Nonnu' Salvatore

Oggi e' la Giornata dei Nonni. 
Tratto dal mio libro ''Storie dal paese dei ciclamini'' metto qui la ''Piccola Storia di Paese n.23'', il raccontino che ho dedicato a mio Nonno Salvatore, chiamato da tutti noi nipoti ''Nonnu' '', dei suoi traffici e della sua triste morte.  Lui era il nonno con cui ho convissuto piu' lungamente e che ricordo con particolare nostalgia, sebbene fossi affezionato molto anche a Nonno Gaspare, detto ''Nonnu' Casparrinu''. Avevo solo 4 anni, invece, quando e' morta e ricordo poco, tranne il suo letto di morte, di Nonna Annamaria che in pratica non ho mai conosciuta. Ricordo bene, invece, Nonna Giovanna, glaciale e distaccata con noi nipoti come certi personaggi di Ingmar Bergman. 

                                   
                                          In copertina Mio Nonno Salvatore e il fido setter Fido


   Nonnù Salvatore, come lo chiamavamo in famiglia, aveva cominciato la sua avventura commerciale vendendo da ambulante stracci e un mucchio di altre cose: praticamente tutto quello che poteva essere comprato e venduto, legalmente e, certe volte, con il contributo degli amici napoletani, pieni di risorse, anche illegalmente. A un certo punto della sua sfolgorante carriera di piccolo commerciante, la passione piu' grande di Nonnu' Salvatore, il suo core business, come si direbbe oggi, erano diventati gli orologi svizzeri, che ai suoi tempi, fine anni '50, praticamente c'erano solo quelli, insieme all'oreficeria. Quasi subito si era reso conto che un tale commercio non si poteva fare da ambulante, ma richiedeva una sede fissa. I primi tempi, mentre faceva conoscere la sua nuova attività ai suoi compaesani, accoglieva i clienti a casa nostra, con grande soddisfazione di mia madre che, oltre a fare la commessa, senza retribuzione, doveva far trovare sempre in ordine e pulita la sala dove mio nonno li faceva accomodare e poi servire il caffè quando gli affari si erano chiusi con soddisfazione di entrambe le parti. Senza considerare che alcuni non venivano a casa col vestito della festa, ma magari nelle pause del lavoro in cantiere o nei campi, e mia madre, quasi sempre, quando se n'erano andati, doveva spolverare, scopare e lavare per terra dove erano passati coi loro scarponi da fatica. Dopo i reiterati, antipatici ma fondati rimbrotti di mia madre, mio nonno, suo malgrado, fu costretto a cercarsi un localino da affittare al centro. Trovò una stanzetta decente che dava sulla piazzetta del rione Gelso, proprio dietro la piazza, a due passi dalla Chiesa di S.Margherita: ottima collocazione, centrale, facilmente raggiungibile, ma riservata. I clienti avrebbero raggiunto il negozio facilmente, magari all'uscita della messa domenicale e avrebbero fatto le loro piccole spese al riparo da occhi troppo indiscreti.
   Mio nonno aveva messo una bella insegna all'esterno: Tutto per tutti, una vetrinetta con qualche orologio meccanico a carica manuale e qualche piccolo gioiello, un bancone e due sedie.
  La domenica mattina, a casa mi svegliavano presto, per aiutarlo a portare le valige coi preziosi fino al negozio e fargli da scorta, ma tanto sapevamo che nessuno dei nostri pacifici concittadini ci avrebbe mai rapinati. Il mio paese è sempre stato popolato da gente pacifica; non è mai stato teatro di fatti di sangue. Semmai qualche timore poteva, invece, provenire dai delinquentelli dei paesi vicini. In ogni caso la prudenza non era mai troppa: occhi ben aperti durante il breve tragitto e sempre pronti a darsela a gambe col malloppo ben stretto. Arrivati, sani e salvi, a destinazione, alzavamo la sarcinesca, aprivamo la porta e allestivamo la piccola vetrina. Pronti, per aspettare clienti da servire. Alla fine della giornata, di solito un'oretta abbondante dopo la fine della messa, quando la piazza si era svuotata e le casse del nonno si erano riempite, facevamo il percorso contrario, scortati anche da mio padre che, intanto, ci aveva raggiunti, a metà mattinata. Sfilando lungo Viale della Libertà, per raggiungere al civico n.10 casa nostra, facevamo sosta al Bar di Zio Fiore per comprare un vassoietto di paste assortite che lui faceva arrivare da Vezza, la più famosa pasticceria di Formia, solo la domenica e le altre feste comandate. Ad essere onesto devo anche dire che mio nonno Salvatore, pur non essendo per sua natura molto prodigo, anzi era un po' tirchio, riconosceva il mio impegno e ripagava volentieri il mio aiuto, elargendomi qualche moneta, che io investivo subito buttandola nel bigliardino o nei primi flipper elettrici arrivati in paese. Tanto il gelato me lo comprava papà e le paste me le pagava nonnù. Dopo un po di questo tran-tran domenicale mio nonno realizzò che pagare un affitto, anche minimo, era un inutile spreco di denaro e doveva farsi un suo negozio, anche piccolo. A dire il vero era un po' che aveva adocchiato un fazzoletto di terra in via IV Novembre, poco dopo la strettoia di Luciano Guardianeglio, e aveva messo spia, come si dice da noi quando metti in allerta il proprietario, ma non manifesti apertamente la tua volontà di acquistare, per non farsi vedere troppo interessati ed evitare di far lievitare il prezzo inutilmente. Poi si era messo, pazientemente, ad aspettare l'occasione giusta. Che puntuale, sarebbe arrivata di lì a poco. Un giorno che stava giocando a carte al bar del cognato Filippo Di Bello, in piazza Umberto, aveva visto avvicinarsi di corsa dal fondo del viale la moglie di Pecoreglio tutta trafelata a dirgli che il marito si era deciso a vendere i 15-20 mq per la bella sommetta di 200mila lire ed era pronto a perfezionare il contratto. Mio nonno, che forse si aspettava pure di più, corse a casa, prese i soldi, che naturalmente aveva in contanti e andò a sventolarli sotto il muso di Angelino la pecora. In un attimo avevano fatto il compromesso con tanto di scrittura privata sottoscritta. Di lì a poco, con l'aiuto di suo cognato falegname carpentiere, avrebbe ingrandito la sua proprietà immobiliare, edificando con blocchetti di tufo, due stanzette, una sull'altra, con tanto di tetto in canali e balconcino con ringhiera, al lato della strada, in posizione strategica per la sua attività commerciale.  Dove, ancora oggi, dopo 50 anni, tra mille difficoltà, sopravvive, gestita malamente da me. Seppi dopo che, qualche decina d'anni prima, dove sorge ora il mio negozio c'era un pozzo nel quale s'era buttata una donna suicida. Appena qualche giorno dopo il pozzo era stato interrato e della tragedia s'era subito perso anche il ricordo, al punto che, qualche anno dopo, nessuno si ricordava più il nome della disgraziata.
   Mio padre che, nel '66, quasi in concomitanza con l'arrivo di mio fratello Gaspare, detto Rino, aveva comprato la sua prima automobile, una Fiat 850 cremisi nuova fiammante al prezzo di lire 650.000, e non voleva lasciarla all'aperto, con l'aiuto di suo zio Vincenzo che faceva il falegname, costruì due vetrine mobili su rotelle e, quando il negozio aveva chiuso i battenti, lo trasformava in garage. La sera, quando il negozio era chiuso e doveva ricoverare la macchina, metteva dentro le vetrine facendole scivolare sulle rotelle lungo le pareti interne; la mattina faceva tutto al contrario: tirava su la saracinesca del garage, cacciava fuori la macchina, risistemava le vetrine e apriva l'oreficeria per mio nonno.
   Ci eravamo sistemati quasi da un anno nella nostra nuova casa a Valiavetta, quando mio nonno morì. In realtà non morì subito, mia madre lo trovò con la bava alla bocca, nel suo letto, nella sua stanza. Non sie era alzato alla solita ora perche' colpito da un ictus cerebri, un colpo apoplettico che gli avrebbe lasciato poche ore di vita, come sentenziò il nuovo medico Vittorio, amico di mio padre. Lo avevamo portato all'ospedale di Formia, di corsa con la 127 appartenuta a zio Peppino, l'ex-sindaco, morto l'anno prima, che mi aveva appena regalato proprio mio nonno per farsi scarrozzare. Nonnù era sopravvissuto ancora un paio di giorni, ma si vedeva che non ce l'avrebbe fatta. Era già un miracolo se avesse resistito per qualche ora. Una mattina presto stavo lì, nella sua stanzetta, seduto sul letto accanto vuoto, a seguire i suoi rantoli, a contare i suoi lenti, rumorosi, affannosi respiri. Avevo da poco dato il cambio a mio padre, ch'era restato per la notte. Con me c'era solo Zia Natalina, sua cognata, che corre sempre quando qualcuno della famiglia sta male: è la donna più buona e disinteressata che esista. In quei due lunghissimi giorni di permanenza e di agonia in ospedale, il suo cuore era stato spesso fibrillante, come ebbe modo di dirmi il mio amico medico Raimengia. A un certo punto, mio nonno, poveretto, aveva semplicemente cessato di respirare ed era morto. Come se qualcuno, improvvisamente, avesse tolto la spina. E' stata la prima persona che ho visto morire. Aveva 75 anni, era il 1980. Dopo di lui, a nemmeno una settimana di distanza, toccò a Nonno Gasparrino.

smr

lunedì 17 dicembre 2012

Storie di paese. 22

Il mio paese, il paese dove sono nato vivo e lavoro si chiama Coreno Ausonio.
Ausonio, in verità fu aggiunto dopo, verso la metà dell'800, prima era solo Coreno.
Probabilmente l'aggettivo fu aggiunto per dire che fu fondato alle pendici dei monti Ausoni, oppure per significare che l'antico popolo che abitava quelle terre erano gli Ausoni, dai quali derivarono gli Aurunci, anche loro ...bei monti, oppure per differenziarlo da qualche altro Coreno che sta in altre parti d'Italia, ma che io non ho mai trovato.
Oppure, secondo i più maliziosi tra gli abitanti della vicina Ausonia, antica Fratte, dal latino Fractae, che significa bosco atro (nome che sembra estratto dalla saga di Tolkien), per significare che il paese nacque da una loro costola, quando alcuni pastori frattesi, appunto, nel lontano medio-evo, in cerca di pascoli migliori per i loro greggi, si spostarono più a monte, fondando così il piccolo villaggio di Coreno.
Che sia ammetta oppure no la sua nascita da una costola di Fratte bisogna anche ammettere che, storicamente, se ne emancipò nel lontano 17° secolo.
Il problema, comunque, non sarebbe nemmeno l'aggettivo Ausonio, del quale, viste anche le annose polemiche, era meglio fare a meno; il vero problema è il nome, anzi il toponimo: Coreno.

Anzi, il vero problema è accertare da dove derivi? Qual'è il suo vero significato.
Ci sono due tre, o anche quattro, scuole di pensiero.
Una, affascinante, farebbe risalire il toponimo Coreno dal nome Kore (dea greca degli inferi) e Janus (della dea feritilità).
Ma io, modestamente, considero questa ipotesi altamente improbabile, perchè più adatta a spiegare, semmai, il toponimo di una vicina frazione di Ausonia: Correano.
La seconda e terza opinione, lo deriverebbe dal latino Corenius, nome proprio di persona.
Un antico abitante, o anche un'antica famiglia ausona o aurunca.
Ma questo, a sua volta, deriverebbe direttamente o indirettamente, dall'ancora più lontano korine(m) o korune, la clava di Ercole.
A tale proposito si racconta che le fondamenta e i resti di un magnifico tempio in pietra locale dedicato proprio al semi-dio greco Eracle, venerato in zona dagli antichi abitanti pagani, siano stati rinvenuti abbastanza recentemente e poi persi di nuovo, a poca distanza dal centro abitato, e più esattamente nelle campagne di Coreno.
La terza, comunque ugualmente valida e, pertanto, va opportunamente ricordata, farebbe derivare il nome Coreno dal greco: kora+oinou, regione o terra del vino.
E bisogna ammettere che anche questa ipotesi è molto suggestiva, anzi, fino a qualche tempo fa era la più accreditata.
Ed era anche quella che piaceva di più al più famoso storico corenese Don Giuseppe La Valle.
Tuttavia, anche se le numerose coltivazioni di viti presenti sul suo territorio, oggi tutte o quasi in completo stato di abbandono, farebbero supporre che veramente Coreno Ausonio, anzi Coreno e basta, potesse essere la terra del buon vino Falerno o Cecubo, a complicare notevolmente le cose ci si è messo il mio amico enologo autoctono Davide Biagiotti, il quale nella sua tesi di laurea ha sviluppato una teoria assai realistica e molto ben documentata che escluderebbe il significato più probabile di: terra del vino.
Nella sua tesi si legge infatti che le fertili e numerose coltivazioni di uva derivante dal vitigno abbuoto, dalla cui lavorazione, dai tempi degli antichi romani, quindi ab ovo, si produrrebbero i vini citati, Cecubo e Falerno, erano tutte posizionate lungo la linea costiera, pertanto non oltre qualche centinaio di metri dal mare, lungo la fascia che va da S.Felice al Circeo fino a Scauri, quella coincidente, per intenderci, con la cd. Riviera di Ulisse.
Mentre, nel contempo non c'è traccia di tali coltivazioni nell'entroterra, sul territorio più collinoso dell'attuale Coreno, che dista in linea retta almeno sei o sette chilometri dal mare.
Come dire: in vino veritas.
 
E così, ai corenesi che, come me, volessero risolvere il problema del significato e della derivazione del nome del loro paese non resta che mettersi alla ricerca di quel famoso Corenius da cui tutto ebbe inizio o, in via subordinata, cercare tra sassi e cespugli le vestigia di quel tempio fantasma di cui tutti parlano, ma che nessuno ha mai visto.

smr

domenica 16 dicembre 2012

Storia di paese. 21

   Metto qui un brano estratto dal mio libro ''Storie dal paese dei ciclamini''.


   ''Quando ero piccolo e il mio paese non era ancora a crescita zero, cioè il numero dei morti non superava il numero dei nuovi nati, al mio quartiere, le Casette, c'era sempre una vera torma di ragazzini che, ogni giorno, finita la scuola, nei lunghi pomeriggi estivi sciamavano lungo tutto Viale della Libertà per giocare o, semplicemente, per ammazzare il tempo. Quando ci eravamo stretti tutti al solito luogo di ritrovo, intorno al muretto della Curva, che divideva a metà il viale, non eravamo mai meno di una ventina, tra ragazzi e ragazze. Tutti tra i sei o sette e gli undici o docici anni.
C'erano Mimì, Nicola e Tonino, i tre fratelli Belmonte, solo dopo un pò arrivò pure Maurizio; Angela, Michele e Maria, i fratelli Adriano, che dopo se ne andarono a Roma; io e Annetta, la grande e le mie due sorelle più piccole Vannina e Mirella, i quattro Ruggiero, solo più tardi sarebbe arrivato Rino, l'ultimo, alla metà degli anni '60; Sergio e Teresa, fratello e sorella Di Massa; Angela, Marcello e Antonietta, tre dei molti figli di Di Raimo Eliseo; Maria e Franchina, le due sorelle Belmonte; Gaetano Ruggiero, figlio solo; Enzo Di Massa, aveva un fratello, ma se n'era andato in Brasile giovanissimo e non era più tornato; Sergio Ruggiero, il figlio del postino, che aveva fratelli e sorelle ma tutti più grandi di lui; Antonietta e Armida, le due sorelle Girasoli, che prima sono andate a Pavia e poi a Roma. Altri ragazzini arrivavano dai rioni vicini: Giuseppe e Tonino Di Vito, col cugino Antonio Ruggiero, ad esempio, arrivavano, per unirsi a noi, dai lontani Rollagni, come pure Marcello Stavole e Benigno Costanzo. La nostra specialità era la guerra tra indiani e cow-boy, che si combatteva nel bosco di querce dietro casa mia, nel cuore dei MerruniLa guerra era meglio che giocare a pallone, perchè a pallone nel campo sportivo potevamo giocare solo i maschietti, mentre alla guerra potevano partecipare pure le ragazzine. A loro era assegnato il ruolo di affascinanti squaws, ovviamente. Un'altra specialità che avevamo affinata nel tempo era svuotare i cespugli di alloro per farci i nostri rifugi. Quello più piccolo tra di noi s'infilava da sotto e una volta all'interno cominciava a tagliare i rami con una piccola sega o anche un coltello affilato, facendo in modo che non si diradasse troppo, anzi, lasciandolo apparentemente intatto, almeno dall'esterno. Se il lavoro era fatto a regola d'arte riuscivamo a ricavare all'interno del cespuglio una piccola stanzetta, un buen retiro, che i grandi utilizzavano come nascondiglio per il loro rito delle seghe collettive e noi più piccoli per il rito, altrettanto sacro, delle cicche collettive. C'era sempre tra noi qualcuno che riusciva a sfilare, senza essere visto, due o tre sigarette dal pacchetto del padre e a portarle in comunità per fumarcele assieme, tra grasse risate, sonori scoppi di tosse e qualche lacrimone. Con le frasche estratte dal cespuglio d'alloro costruivamo delle capanne: o il classico tepee a forma di cono da veri indiani o stese tra due grosse pietre cave dei rifugi improvvisati. Dipendeva molto dal tempo che avevamo a disposizione per costruirle. Per gli archi, invece, i rami dell'alloro non era utilizzabile, troppo duro e difforme; era preferibile, invece, usare i rami d'ulivo, più leggeri e flessibili, mentre per le frecce usavamo delle canne sottili. Pure per le fionde cercavamo le forcine adatte tra i rami degli alberi d'ulivo, mentre dalle vecchie camere d'aria delle biciclette tagliavamo le caratteristiche molle arancioni o nere. Un pezzo di pelle quadrato, preso da una vecchia scarpa, per metterci dentro i proiettili ed era fatta. Davide contro Golia, ogni giorno nel bosco. Quando non ci andava di giocare a pallone e nemmeno di fare la guerra tra indiani e cow-boys andavamo per funghi. I Merruni erano pieni di carrubi e i tronchi dei carrubi sono il terreno di coltura preferito dagli accettogli, una specie di grossa escrescenza bianco-marrone, carnosa, morbida e molto fragrante che alle prime piogge settembrine nasce sui tronchi degli alberi di carrubo. Li trovavi facilmente, inseguendo il forte odore che emanavano. Chi l'ha assaggiato assicura che è un fungo buonissimo e – purtroppo – rarissimo. Si presenta come una massa informe, compatta. A piena maturazione, ad appena due tre giorni dalla comparsa, assume un colore rosalatteo con venature giallognole.
Il gusto di questo fungo è decisamente diverso da quello di tutti gli altri funghi: è più vicino al sapore del filetto di maiale, del quale ha anche la consistenza. Si sviluppa all'esterno delle radici, dei rami o dei tronchi dei carrubi. Io, purtroppo, parlo de relato, non ne ho mai conosciuto il sapore: ogni volta che ne trovavo uno, e coi miei amici, lo dividevamo come si fa tra fratelli carnali, portavo regolarmente a casa la mia parte, ma mio padre, appena lo avvistava lo buttava subito fuori dalla finestra, dalla parte del bosco, da dove era venuto. Ancora prima che potessi iniziare la lenta cottura nel sugo di pomodoro fresco. Poi, assumendo un atteggiamento drammatico, ricordava a tutti che in un paese dell'Abruzzo che si chiama Pero dei Santi, nella Valle Roveto, un'intera famiglia qualche anno prima, era stata sterminata da funghi velenosi raccolti incautamente nel bosco. I miei amici, che avevano genitori forse meno colti ed informati dei miei, ma sicuramente più pragmatici, li mangiavano regolarmente e il giorno dopo mi assicuravano che si erano gustata, invece, una favolosa zuppa di funghi di carrubo. Dopo qualche anno ho scoperto che forse mio padre poteva avere ragione e, comunque, che i suoi timori non erano del tutto infondati. Come insegnano anche i nostri saggi contadini ciociari, se nei pressi dell’albero di carrubo, fino a 3-4 metri, cresce un albero d’ulivo, non bisogna assolutamente raccogliere il fungo e consumarlo. La vicinanza dei due apparati radicali, ne contamina in qualche modo la linfa e il fungo di carrubo presenta una certa tossicità. Forse non causerà la morte per avvelenamento, ma sicuramente potrà procurare seri problemi gastroenterici e anche epatici all'incauto consumatore. Nonostante tutto confesso che avrei corso volentieri il rischio: avrei voluto conoscere il sapore di quella leccornìa giovanile di cui non ricordo nemmeno l'odore. I nostri saggi contadini ciociari riferiscono, da secoli e secoli, che, in cucina, la morte sua è in umido con cipolla ed estratto concentrato di pomodoro, oppure a spezzatino con aglio, olio, prezzemolo e filetti di pomodoro fresco. E accompagnano ancora questa preziosa ricetta con due raccomandazioni. La prima: se, per caso, il fungo che avete raccolto è già un po’ passato di maturazione e la sua polpa, pur piena e compatta, è diventata un po’ legnosa, tagliatelo a fettine sottili, fatelo marinare un’ora in acqua e limone o aceto e cucinatelo come una normale cotoletta; la seconda: per la cottura del fungo di carrubo è indispensabile il tegame di coccio.

smr

sabato 15 dicembre 2012

Storie di paese. 20

Mio nonno Salvatore, Nonnù o Nonnu Salvatore, come lo chiamavamo in famiglia, aveva un grande fiuto per i piccoli affari e aveva cominciato a commerciare abbigliamento di seconda mano, subito dopo la guerra.
Faceva i mercati nei paesi vicini e anche alcune grosse fiere.
Certe volte infilava la sua bancarella anche in qualche campo boario.
A quei tempi, in zona, si organizzavano spesso, per le compravendite di animali di tutte le taglie: dai pulcini alle vacche. 
Siccome non aveva mai preso la patente ma aveva comunque comprato una macchina, una Topolino Fiat, era accompagnato sul posto da un autista (di solito erano o Minicu Roccu o il cugino Frosinone) e spesso dall'altro mio nonno Gasparrino Biagiotti, che, in cerca di prima occupazione, momentaneamente gli faceva da assistente alle vendite.
Sebbene i rapporti tra i due non fossero proprio idilliaci: Gaspare tendeva ad essere sempre onestissimo e non aveva malizia, al contrario di Nonnù Salvatore.
Quando un villico si misurava un pantalone o una giacca che risultava di qualche taglia più grande il primo diceva chiaramente al potenziale acquirente che non andava bene e bisognava cambiare taglia; il secondo, con un po' di malizia, sapendo di non avere la taglia giusta, stringeva il pugno intorno alla stoffa in eccesso, alla vita o dietro le spalle e diceva al cliente che andava benissimo, anzi, che con quel capo addosso, era un vero elegantone.
La malizia di mio nonno Salvatore permetteva di non perdere solo la vendita, ma non produceva alcun danno all'icauto acquirente: quello si sarebbe presentato la settimana successiva a pretendere di cambiare il pantalone o la giacca, con uno di taglia inferiore.
Che mio nonno aveva tutto il tempo di procurare.
Tuttavia, nonostante i rimbrotti dei poveri clienti insoddisfatti, mio nonno, al quale prendere in giro i villici doveva procurare un immenso piacere, non aveva mai pensato di modificare i suoi sistemi di vendita. Ad esempio, assortendosi meglio.
Ma a lui piaceva avere un po' di soldi in tasca, anzichè investirli tutti in merce. E continuava così.
L'altro nonno finì presto di violentare le sue saldezze morali, quando, di lì a poco, trovò l'occupazione definitiva, lasciando nonnu Salvatore da solo, senza assistente e in ambasce.

Verso la metà degli anni '50 accettò un posto da usciere all'ospedale Gemma De Posis di Cassino, gentilmente offertogli da Giulio Andreotti, che all'epoca ancora non era il Divo Giulio.
Quel posto era davvero soddisfacente: fatica fisica nulla e tante relazioni pubbliche, per le quali mio nonno Gaspare, al contrario di Nonnù Salvatore, aveva un vero talento.
Dopo un po che faceva questo commercio Nonnù Salvatore, pensò bene di mettersi in proprio: aveva capito, finalmente, che avrebbe guadagnavato di più.
I vestiti li faceva tagliare e cucire con stoffa da poco, di quart'ordine, pagata davvero poco. Ma almeno era resistente.
Spesso usava la tela dei paracadute che i giovani di Coreno trovavano ancora in montagna, magari appessi al ramo di un albero.
Il paracadutista si era impigliato cadendo e aveva tagliato le corde per liberarsi e salvarsi dai soldati tedeschi sempre in agguato.
Il paracadute era rimasto lì per settimane se non per mesi, la stoffa era talmente pesante e impermeabile che restava quasi intatta, solo un po stinta.
Ma tanto mio nonno ne avrebbe dovuto ricavare pantaloni da lavoro per contadini, mica smocking per signori.
Tutti sapevano che mio nonno comprava e vendeva di tutto e portavano a lui tutto quello che trovavano in montagna: schegge, bossoli vuoti di proiettili, polvere da sparo, paracadute, proiettili di Garand inesplosi, perfino i denti d'oro estratti dalla bocca dei cadaveri insepolti.
Ovviamente era abbastanza intelligente per capire che l'oro andava scambiato solo con altro oro e cominciò così ad interessarsi di oreficeria.
Di lì a poco avrebbe iniziato una nuova attività da orefice-orologiaio, con tanto di negozio.
Normalmente, mio nonno andava a Napoli con l'amico barbiere e qualche altro piccolo commerciante di Coreno suo amico e piazzava tutta la merce a Forcella, il mercato nero dietro a Piazza Garibaldi, zona Stazione FS.
Con quello che ricavava comprava tutto quello che serviva a lui per il suo piccolo commercio e quello che gli era stato ordinato dai suoi clienti.
Allora il mercoledì sera si portava appresso fasci pesantissimi di fioretti di ferro per le cave di marmo, balle di cartine per sigarette, buste piene di tabacco trinciato e sigari Toscani, lamette per rasoi da barba, abiti e scarpe nuove ed usate, orologi meccanici di marca, e molto altro ciarpame che comunque fosse suscettibile di essere venduto ai paesani.
Perfino le pietrine che si mettevano negli acciarini a benzina tipo Zippo.
Ovviamente insieme a tutta questa roba, per noi affascinante ma inservibile, portava anche qualche regalino per mia madre e per noi.
Per mia madre si trattava di cose da indossare, ma che mia madre non indossava mai perchè le reputava troppo dozzinali.
Dopo tutto era la figlia di Nonno Gaspare, e si sa, la mela non cade mai troppo lontana dall'albero.
Secondo il giudizio di mio nonno era semplicemente fanatica.
Per noi bambini si trattava quasi sempre di cose da mangiare.
Specialità gastronomiche napoletane, vere e proprie leccornìe.
Mi ricordo con struggente nostalgia le pizzette napoletane al pomodoro e mozzarella, i panzerotti ripieni di mozzarella, acciughe, pomodoro e basilico, i tarallucci morbidi glassati e le trecce di pasta lievitata candite e spolverate di zucchero. Oltre alle immancabili sfogliatelle.
E sotto Natale gli struffoli o la cicerchiata con i diavoletti colorati sopra.
Ma che panettoni, pandori, torroni e copeta.
Gli struffoli sono tutt'oggi il mio dolce natalizio preferito.
In pratica, mio nonno tornava da Napoli carico come un asino: allo stesso modo o forse anche di più di come era partito.
Ma la cosa più strana che abbia mai portato da Napoli fu un grosso fucile con una sola canna, un Beretta calibro 20 con tanto di bandoliera piena di cartucce.
Strana, non in assoluto, strana per lui, perchè mio nonno stava ad un'arma come il Papa poteva stare a un romanzo erotico.
Quando si presentò alla porta di casa col fucile in spalla e la bandoliera a tracolla e l'immancabile cappello in testa e le mani piene di buste e sacchetti mia madre non poteva credere ai suoi occhi.
Siccome era in possesso di un'ironia pungente, anzi corrosiva e proprio mio nonno era il suo bersaglio preferito, gli fece cenno di entrare, ma prima...
"Ah! Sei tu? Mi era parso, per un attimo, di avere sull'uscio di casa il brigante Faosaperata."
Non so se sia mito o storia, ad ogni modo il brigante Faosaperata si chiamava così da quando sfuggi ai gendarmi che lo inseguivano sulla neve, facendosene beffa perchè si era infilate le scarpe al contrario, producendo delle tracce che sembravano andare nella direzione opposta alla sua.
Ad ogni modo, dopo essere entrato in casa, mio nonno si era infilato in bagno per darsi una sciacquata e per pensare una replica efficace.
Ne era uscito raggiante e felice come un bambino.
Siccome non si perdeva mai d'animo, e anche per non darla vinta a mia madre, come se niente fosse successo, si era seduto al tavolo della cucina per rifocillarsi e aveva cominciato a raccontare.
"Ad un certo punto della vita uno deve pur prendersi qualche soddisfazione, deve farsi passare qualche sfizio, o dovrebbe soltanto lavorare come un mulo?".
Disse. E proseguì, teneramente:
"Allora oggi ho pensato bene di comprare questo fucile, una vera occasione, perchè il mio desiderio, da sempre, era di averne uno tutto mio. E mi piacerebbe andare a caccia e sparare ai beccafichi sotto gli alberi di fichi dei Vallisconti."
E, aggiunse, che quei beccafichi li avrebbe spiumati  a mano, uno per uno, eviscerati, cotti, arrostiti sul fuoco, e mangiati, caldi caldi, quasi interi, con tutte le ossa, che sono molto tenere e gustose, quanto e più della poca carne che hanno attaccata.
L'idea a me non sembrava affatto malvagia, anzi tutt'altro, mi pareva divertente, anche perchè aveva detto subito che a me sarebbe stato affidato un compito delicato, di grande responsabilità: raccogliere e recuperare gli uccellini caduti a terra prima che li prendesse il nostro Fido, un magnifico esemplare di Setter Laverack, e se li mangiasse lui con tutte le penne.
Naturalmente il sogno di mio nonno restò un sogno realizzato solo a metà.
Come era successo per la Topolino, aveva comprato il fucile ma non poté mai usarlo perchè non aveva la licenza di caccia e non aveva tempo né voglia di studiare per prendersela.

Sono passati quasi cinquant'anni e ancora sto aspettando nel mio letto che nonnu Salvatore venga a svegliarmi per una battuta di caccia al beccafico.
Di quei bei tempi mi restano mille di questi semplici, meravigliosi, colorati ricordi e il piccolo fucile a una sola canna Beretta calibro 20 comprato a Napoli da mio nonno.
I primi sono tutti gelosamente conservati nella mia testa e cercherò di narrali, sebbene non ne sia capace; il secondo resta conservato, altrettanto gelosamente, chiuso nell'armadietto di caccia in cantina.
Insieme ai fucili da caccia veri di mio padre.



smr