venerdì 24 gennaio 2014

magie di luce nel cucinino della LATTAIA


     Nel cucinino della lattaia, ancora prima che fuori, anche quell’altra lunga giornata estiva morente stava cedendo il suo posto al crepuscolo – pigramente, quasi con riluttanza. 
     Gli ultimi bagliori dorati del sole, che all’esterno disponeva perché il riverbero d’ogni suo singolo raggio andasse ad incendiare un tetto del paese, circonfusi nell’angusto locale, contribuivano a creare un’incantevole atmosfera rarefatta - uno sbalorditivo drammatico effetto di luci e ombre. 
     Un’aura irreale, quasi metafisica, avvolgeva l’ambiente e tutto ciò che, animato o inanimato, vi si trovava al momento. 
     Era come perdere gli occhi in uno spettacolare caleidoscopio; come mirare nella stessa camera oscura del pittore[1].


[1] E’ fatto noto - ma controverso, tra gli esperti d’arte - che Vermeer fosse solito ricreare nel suo studio l’assemblaggio dei soggetti che intendeva riprodurre nei suoi quadri, controllandone l’assetto attraverso l’obiettivo di un innovativo strumento ottico, chiamato appunto “camera oscura”.




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giovedì 23 gennaio 2014

in italia c'è gente che per entrare in casa passa in un arco gotico

un amico contadino

Solo adesso, da grande, a distanza di qualche decennio, penso d’avere finalmente compreso la reale natura del richiamo che quella persona rustica quieta e senza fronzoli, esercitava su di me - ciò che all’epoca mi affascinava veramente della sua essenziale ma pregiata personalità. 
Da come agiva, da come gestiva la sua vita, posso finalmente arguire che Giovanni fosse riuscito a stabilire un rapporto dinamico col tempo. 
Se n’era impossessato, diventandone padrone assoluto. 
Sembrava averlo addomesticato. Silenzioso lo amministrava mentalmente per arrivare a gestirlo in concreto. Sempre in grado di modellarlo sulle sue misurate eppure sontuose abitudini. 
Non permetteva che il tempo scandisse i suoi ritmi circadiani, se li regolava da solo, come pure i ritmi delle sue giornate, lunghe o corte, dure o leggere, piene o noiose che fossero. Pareva aver reso l’inesorabile corsa del tempo sua propizia alleata, invece che avversaria inclemente. 
Per dirla con Tomas Mann era consapevole del fatto che non solo ogni cosa buona vuole il suo tempo, ma anche ogni cosa grande. 
Così, come si regola un metronomo, Giovanni regolava le sue ventiquattrore, aumentandone o abbassandone la frequenza secondo le sue necessità. E facendo, per lo più, quello che, compatibilmente coi suoi impegni, gli procurava piacere fare - che si trattasse del suo lavoro, o anche delle sue passioni. 
Giovanni era paziente, calmo, costante, tenace, in tutto ciò che voleva realizzare. 
S’era allenato per tempo, col tempo e nel tempo, a non essere impaziente - mai. A saper attendere, ad aspettare con autocontrollo che gli eventi su cui faceva affidamento si compissero. 
Del resto il suo lavoro richiedeva proprio queste qualità, basato com’è sulla marcia del tempo, sul ciclico scorrere delle stagioni, sull’attesa, sempre tranquilla, mai insofferente, della lenta maturazione dei frutti. 
Insomma, di tutti i miei conoscenti, Giovanni era l’unica persona che mi appariva capace di esercitare sul suo tempo un controllo diretto - o, quantomeno, di non soffrirne la corsa. E, insieme, di contenere gli effetti di certi - diciamo così - fatali disguidi. 
Impresa non facile per gli altri cristiani.

mercoledì 22 gennaio 2014

il sogno di Gerardo

 
Come tutti gli umani, anche Gerardo agitava nell’anima 
il suo sogno. Segreto, ma nemmeno tanto. 
Diceva, a chiunque incontrava, che voleva andare in America. 
S’era perso sulle strade del mondo. Voleva perdersi sulle strade d’America. 
Forse per l’ultima volta. 
Intanto che aspettava di raggiungerla viveva già in uno straordinario nuovo mondo tutto suo. Una specie di strano limbo affollato di personaggi stralunati e istintivi - pellegrini bene andanti in questo mondo, come lui. 
- “Uno di questi giorni me ne parto. Vado alla… Merica!” proclamava solenne verso tutti. Adulti e bambini. Giovani e vecchi. 
Gerardo brandiva la sua sgrammaticata informazione come un randello - tanto la considerava strepitosa. 
Non sapeva di minacciare un distacco doloroso solo per lui - e per nessun altro. 

Non so se fosse spinto a un tale drammatico annuncio dalla voglia, sincera ma tardiva, di cambiare vita - d’allontanarsi per sempre dal paese nativo. 
O, invece, dal desiderio di realizzare un sogno tenuto nascosto per molto. 
Di certo il sogno più grande della sua vita. 

Gerardo già si vedeva issato dritto sul ponte più alto di un transatlantico. 
In fondo a tre settimane di traversata e di stiva. 
Morto di sonno e di stanchezza, stravolto dalla fame, spossato dalla nausea e dal vomito - ma felice. 
Riesco ad immaginare la probabile scena. 
Si! E’ proprio lui! Lo vedo! E’ Gerardo, quel piccolo uomo avvinghiato forte al corrimano salato del parapetto; il viso arrossato dal freddo; schiaffeggiato dell’acqua ghiaccia dell'oceano. 
Si regge il cappello schiacciato sulla testa rotonda. 
Il respiro è affannoso, controvento. 
Il petto è gonfio dell’ansia di chi si appresta a calpestare il sospirato molo di Ellis Island

In spalla un saccappà pieno del meno di niente che aveva. 
Ed ha la stessa faccia da grullo di sempre - solo appare un po’ meno avvilita.
 


martedì 21 gennaio 2014

il mio paese

 
Io penso che alla sua nascita - mille anni fa - il mio paese fosse molto diverso da com’è adesso. Anzi, sicuramente era diverso. Sicuramente era migliore. E, a suo modo, doveva pure essere bello. 
Posso immaginare com’era - senza sforzo. 
Se chiudo gli occhi le vedo ancora le sue case basse: paiono reggersi lungo il pendio scosceso, puntellate nella terra e nei sassi. Sembrano gatti che si reggono sul sofà con gli artigli ficcati nello schienale. 
Sono addossate, appiccicate una sull’altra, a modellare i minuscoli, caratteristici borghi, stipati di portici archi e loggiati, che conservano ancora il nome degli edificatori primordiali. Tutte di pietra viva e malta impastata a colpi di badile; tutte coi serramenti di quercia laccati al naturale. 
Li vedo ancora i suoi tetti coperti di coppi fatti a mano: tutti uguali nella forma, tutti diversi nei colori, estratti a caso dall’impasto di terracotta. 
Le vedo ancora le sue macere di pietra a segnare i confini delle proprietà - fuori del centro abitato e anche dentro. 
Appena spaccate, le pietre sono di un bianco abbagliante, quasi lunare; poi, col tempo, diventano grigie - per accompagnarsi meglio alla tristezza del paesaggio circostante. 

 

lunedì 20 gennaio 2014

Era mio padre


Era mio padre

Mio padre è morto già da quasi vent'anni – mi sembra ieri. 
Se n’è andato quando tutti avevamo ancora bisogno di lui. 
Ce l’ha portato via un cancro allo stomaco. Causa del decesso: Adenocarcinoma Gastrico. L’unica malattia che temeva davvero. Tutte le altre le avrebbe prese a calci nel culo. 
Quella no. Di quella aveva veramente paura. Si era convinto che anche sua madre - mia nonna - ne fosse morta. E anche lei prematuramente. 
Lui stava già cominciando a morire. Ma nessuno di noi s’è accorto ch’era gravemente ammalato. 
Neanche il dottore incapace al quale si era rivolto fiducioso - voleva curarlo col Ranidil?! - che per vedergli dentro lo stomaco gli ha cacciato dieci volte un tubo nero in gola. 
Solo lui presagiva la fine del viaggio. 
Ricordo - chi potrà mai dimenticarlo - l’ultimo sguardo rivolto dalla strada, verso casa, in alto, prima di salire in macchina, il giorno che partì per il S. Eugenio. 
Era avvilito, sapeva che non sarebbe più tornato. 
Era una luminosa mattina di giugno, ma una notte buia gli era già calata addosso. 
La sua fine improvvisa a tutti è sembrata una beffa. 
Proprio l’organo che permette agli uomini di sopravvivere, dentro di lui si è rifiutato di funzionare ancora. Come impazzito, l’ha ucciso. 
Quel male è ferocemente subdolo. Ti attacca da dentro, silenzioso e invisibile. Ti consuma inesorabile, mentre continui a fare tutto normalmente. 
Spesso non ti accorgi d’averlo se non quando è troppo tardi. 
Allora ho capito veramente come siano fragili gli uomini, anche quelli che sembrano forti. Come siamo fragili. 

Reclamando dall’uomo distratto che stava di guardia il permesso d’entrare da solo nella stanza fredda, ho voluto salutare mio padre per l’ultima volta. 
Siamo stati insieme per lunghi minuti, ma entrambi eravamo soli. 
Lui impietrito, avvolto in lenzuolo bianco; io senza parole, raccolto in una preghiera muta, il viso segnato dalle ultime lacrime che avevo da versare. 
Ma, come per un miracolo, il suo volto non era più sofferente. 
Papà sembrava guarito - restituito per sempre all’espressione serena di sempre. Quella che nelle eterne settimane precedenti avevo dimenticato. 
Ho avuto l’audacia di scoprire il suo corpo. Era nudo sotto il sudario. L’ho osservato per interminabili momenti. Ho letto, cucita nelle sue carni, una lunga inutile ferita - testimone della scienza impotente che s’arrende al mistero insopportabile della Vita e della Morte. 
E’ stata la prova più dura di tutta la mia vita. 
Sembra mostruoso, ma può essere lecito, scoprirsi a pregare perché una persona che ami non viva più, sofferente, ma si spenga al più presto. 

Oggi, quando mi capita d’entrare nella chiesa deserta percepisco ancora gli echi del necrologio commosso del suo collega più caro - interrotto dai frequenti singhiozzi degli altri. Uscendo, avverto lontano il crepitio sordo dell’ultimo applauso al passaggio della bara portata a spalla dai suoi amici più fedeli - mentre sulla piazza cala, come un velo pesante, immateriale e dolente, il fiacco rintocco della campana a martello dei morti. 

martedì 23 luglio 2013

La 2a Edizione della mia raccolta di racconti "LE STAGIONI DELLA LATTAIA - Il racconto breve della donna che mesceva il latte con altre sette piccole storie"

lunedì 22 luglio 2013

La 2a edizione de IL GENIO DI UPPSALA.



La 2a edizione de
"IL GENIO DI UPPSALA"
contiene due brevi saggi:
"Influenza del teatro di Strindberg sulla cinematografia di Ingmar Bergman"
e
"Influenza del pensiero filosofico di Soren Kirkegaard sulla cinematografia di Ingmar Bergman"
e
le recensioni di 17 film capolavoro del maestro:
Crisi;
La terra del desiderio;
Monika e il desiderio;
Una vampata d'amore;
Alle soglie della vita;
Il settimo sigillo;
Il posto delle fragole;
La fontana della vergine;
Il volto;
Luci d'inverno;
Il silenzio;
Come in uno specchio;
La vergogna;
Persona;
L'ora del lupo;
Sussurri e grida;
Fanny e Alexander.


Dettagli del prodotto

ISBN
9781291496901
Edizione
IIa edizione
Editore
LULU.COM
Pubblicato
21 luglio 2013
Lingua
Italiano
Pagine
286
Rilegatura
Copertina morbida con rilegatura termica
Inchiostro contenuto
Bianco e nero
Peso
0,49 kg
Dimensioni (centimetri)
Larghezza: 14,81, altezza: 20,98 
COSTO 20,00 EURO.

sabato 6 luglio 2013

Tutti i miei libri: alla faccia di Bartleby!


Fino ad ora, come autore, ho pubblicato 3 raccolte di racconti:

LE STAGIONI DELLA LATTAIA (ilmiolibro.it) 
"...Da quei giorni felici, che oggi mi appaiono come in un sogno - bello ma ormai sbiadito - sono passati più di quarant’anni. Per quanto possano sembrare lontani, quei giorni, quel mondo, quelle persone, insinuano il dubbio che non siano mai esistiti davvero. In questo libro non si tratterà di come magnificare quei giorni, quel mondo, quelle persone; ma si tenterà, piuttosto, d’impedire la definitiva estinzione del loro - fin troppo effimero - ricordo."                                                                                                                    



STORIE DAL PAESE DEI CICLAMINI
La paesologia è la filosofia dei paesi. Come la filosofia che aiuta "la mosca nella bottiglia", metafora geniale contenuta e spiegata in un prezioso saggio di Raffaele La Capria li aiuterà a salvarsi dalla estinzione, dal degrado socio-culturale e dall'abbandono ai quali sono destinati dai suoi abitanti stupidi e arroganti e dagli amministratori incolti, ambiziosi, incapaci e assetati di potere.

PAESOLOGO PER CASO
Diario in libertà tra una gita e l'altra in alcuni paesi delle province di Latina e di Frosinone. 

Il saggio:
IL GENIO DI UPPSALA - Il grande cinema di Ingmar Ernst Bergman spiegato a chi lo ignora
Il grande cinema di Ingmar Ernst Bergman spiegato a chi lo ignora attraverso la recensione di alcuni dei suoi capolavori immortali.

PARLA CON BERGMAN, 116 aforismi di Bergman
Un libro che raccoglie 116 aforismi, frasi celebri, stralci dalle sceneggiature dei film-capolavoro del Genio di Uppsala. Dedicato, oltre che al Maestro, a tutti i veri bergmaniani. 

6 saggi:
UN'ESTATE CON MONICA
Il libro contiene, per 1/3 del suo sviluppo, un saggio critico sul celeberrimo film di Ingmar Bergman e per i restanti 2/3 un racconto della stessa storia ispirato dalle immagini del film. 

FARO MAGICA
L'isola di Faro e Ingmar Bergman sono un tutt'uno. Parlare degli ultimi quarant'anni della vita di Bergman e parlare di Faro è la stessa cosa. Faro è la metafora dell'isolamento, geografico e intellettivo, di Bergman dal resto del mondo e dai suoi abitanti. Non è un caso che io abbia voluto contrappuntare il titolo di questo mio lavoro con un chiasma che può apparire ovvio ma che ha l'ambizione di essere assai eloquente. I destini dell'uomo e del luogo si sono intrecciati per circa quarant'anni; uno spazio temporale abbastanza lungo per qualsiasi uomo; infinitesimo rispetto alla durata del luogo.

LA TRILOGIA RELIGIOSA
Come in uno specchio apre anche la cd. Trilogia di Dio o dell'assenza di Dio o Religiosa. Proseguita, appunto, con Luci d'inverno e Il silenzio. Per la stessa personale ammissione di Ingmar Bergman che, aveva sempre invitato a vedere e a giudicare i suoi film singolarmente, si tratta di fatto di una trilogia. Ed egli stesso, infatti, accomunò i tre i film nella seguente classificazione: “Questi tre film trattano di una riduzione. Come in uno specchio: certezza conquistata; Luci d'inverno: certezza messa a nudo; Il silenzio (silenzio di Dio) la copia in negativo. Perciò formano una trilogia.3” Salvo poi auto-smentirsi successivamente: “Queste cose le scrissi nel 1963. Oggi penso che l'idea della trilogia non abbia né capo né coda. Era una Schnaps-Idee come dicono i bavaresi.

THE GENIUS - 8 capolavori di Ingmar Bergman.
Appunti sparsi dopo la visione di 8 grandi film di Ingmar Bergman


THE GENIUS - Appunti sparsi dopo la visione di 6 capolavori di Ingmar Bergman
6 capolavori di Ingmar Bergman.


Influenza del teatro di A. STRINDBERG Sulla Cinematografia di INGMAR BERGMAN
L’uomo August Strindberg è altrettanto affascinante della sua opera teatrale; allo stesso modo l'uomo Ingmar Ernst Bergman è altrettanto affascinante del suo cinema. 

17 saggi-monografie
IL SETTIMO SIGILLO

Un saggio su uno dei capolavori di Ingmar Bergman: Il settimo sigillo, un film che insieme a Il posto delle fragole diede la definitiva fama al regista svedese.


IL POSTO DELLE FRAGOLE
Di tutti i film di Ingmar Bergman Il posto delle fragole è, certamente, quello che ha dato al regista la definitiva fama planetaria; quello più famoso (insieme a Il settimo sigillo); quello che è rimasto più profondamente impresso nella memoria collettiva; quello più osannato dalla critica e il più premiato

PERSONA
Un'analisi del film Persona (Persona, 1966) che muove dalla metafora della maschera, nella vita come nell'arte e dal silenzio come rappresentazione universale della incomunicabilità. temi ricorrenti nel grande cinema di Ingmar Bergman.

SUSSURRI E GRIDA
All'interno di questo capolavoro, Ingmar Bergman affronta un tema ricorrente nella sua filmografia: il tema della morte, ponendo sullo sfondo una famiglia benestante composta da tre sorelle e una fantesca, i relativi mariti e amanti, all'interno di un paesaggio ameno e dominao dalle sfumature di rosso.

FANNY e ALEXANDER
Un'analisi critica di uno dei grandi capolavori di Ingmar Bergman: un'autobiografia sognata che prende a piene mani dalla fanciullezza del regista. 

COME IN UNO SPECCHIO
Come il uno specchio è la storia di una donna psicotica (Karin) in vacanza su un'isola col padre, il marito e il fratello. Dopo il riacutizzarsi della crisi chiede di essere portata in ospedale ma non vuole essere curata.

MONICA E IL DESIDERIO
Un saggio su uno dei film più famosi e scandalosi di Ingmar Bergman. Il film che lanciò una giovane e bella e sfrontata attrice svedese solo diciannovenne. Ingmar Bergman, Harriet Andersson e Monica e il desiderio sono entrati nella leggenda del cinema mondiale.

LA FONTANA DELLA VERGINE

La storia medievale di Karin, giovane e vergine stuprata e uccisa mentre porta i ceri alla sua chiesa, vendicata dal padre Tore che, per espiare i sui orrendi peccati, edificherà con le sue mani una chiesa nel punto esatto dove una polla d'acqua è sgorgata miracolosamente.


LUCI D'INVERNO

Luci d'inverno narra la storia di un pastore protestante, Tomas, che dopo aver perso la moglie è incapace d'amare un'altra donna che lo corteggia, la maestra Marta, ma soprattutto è incapace di ritrovare Dio e la fede che ha consumato interamente.


IL SILENZIO
In uno scompartimento ferroviario viaggiano, di ritorno in patria, dopo un lungo viaggio di villeggiatura all'estero, due sorelle: Ester ed Anna, e il figlio di questa, Johan (ovviamente nipote della prima). Il caldo è soffocante e procura un malore ad Anna, già gravemente malata. Si rende urgente la discesa dal treno alla prima stazione e una sosta in un albergo della città di Timoka, dove si parla una lingua incomprensibile, perfino per Anna che è una traduttrice.

LA VERGOGNA
Eva e Jan Rosenberg (interpretati da una sensazionale Liv Ullmann e da un Max von Sidow in stato di grazia), sono una coppia di artisti, musicisti, per l'esattezza. Suonano entrambi il violino. Non hanno figli. Ma sognano di averne in futuro (specie lei). Anzi, progettano di avere un figlio, senza sapere, naturalmente, che da lì a poco la guerra arriverà anche sul loro eremo. Dopo lo scioglimento della loro orchestra si sono, infatti, ritirati su un'isola deserta, dove sopravvivono coltivando verdure e ortaggi. Senza lussi né confort ma, almeno, in piena tranquillità. Nel mondo, però, già infuria la guerra.

CRISI
La trama del film racconta di una giovane diciottenne adottata che ritrova la madre, la segue in città e dopo qualche cocente delusione torna dalla donna che l'ha cresciuta e finisce per sposare l'uomo che l'ha sempre voluta in silenzio.

LA TERRA DEL DESIDERIO
Il film, in buona sostanza, racconta la storia d'amore tra il marinaio Johannes e Sally, che dopo varie vicessitudini si ritovano si amano e partono con una nave per terre lontane. 

ALLE SOGLIE DELLA VITA
Finalmente, nell'autunno del 1957, per Ingmar Bergman arrivò il momento di dedicarsi alla ...nascita della vita. Sebbene c'è da dire che, contrariamente a quanto troppo frettolosamente si è indotti a pensare, in Ingmar Bergman vita e morte non sono mai momenti così radicalmente distinti e il momento della nascita non può essere considerato mai troppo lontano dal momento del trapasso.

L'ORA DEL LUPO
Il pittore Johan e sua moglie Alma, in attesa di un bambino, vanno a vivere su un isola deserta. “L'isola è la gabbia strindberghiana, la prigione nella quale l'uomo si trova rinchiuso quando non riesce a risolvere il problema del rapporto con gli altri e quindi dell'amore.1” Johan tormentato dagli incubi e dai suoi demoni ha la strana abitudine di restare sveglio di notte e costringe a questa pratica logorante anche la moglie.

UNA VAMPATA D'AMORE
Il film è la storia di Albert Johansson, direttore di uno scalcagnato circo di provincia in profonda crisi di spettatori e d'incassi. Albert ha una relazione con una donna giovane e bella, Anna, chiamata enfaticamente la cavallerizza spagnola. Per lei ha abbandonato, qualche anno prima, la moglie, la casa e i tre i figli.



Salvatore M. Ruggiero

mercoledì 19 giugno 2013

Paesologo per caso.

E' il mio terzo libro da ...Paesologo per caso.
Ed è il ...Diario in libertà tra una gita e l'altra in alcuni paesi delle province di Latina e di Frosinone.

http://www.lulu.com/shop/salvatore-m-ruggiero/paesologo-per-caso/paperback/product-21071683.html

lunedì 10 giugno 2013

Notizie dal paese della ... Lattaia.

Oggi è accaduto un fatto straordinario. Ve lo racconto.
Avevo appena aperto il negozio, entra un signore che conosco per canbiare la pila all'orologio. Mentre eseguo il lavoro parliamo un po' del più e del meno. Conoscendomi per uno interessato alle questioni amministrative il discorso finisce sul piano di recupero del centro storico.
E' polemico e mi fa: "Ma come... stanno facendo la ristrutturazione dei Curti e invece di portare alla luce le pietre delle facciate le facciate le stanno intonacando?" 
Gli ripondo: "Io mi occupo di paesologia, e queste cose le ho scritte anche sul mio libro. Ne parlerò al sindaco. Adesso ascolta quello che ho da dirti, anzi da leggerti."
Poi prendo il mio libro e inizio a leggere dalla mia presentazione.
"Vivo in un paese brutto. Brutto, perché maltenuto; brutto, perché cresciuto disordinatamente - senza armonia; brutto, perché disseminato di case senza facciata; brutto, perché zeppo di stabili fatiscenti coi muri crepati. E’ un vero peccato! Perché di sicuro non è stato sempre così. Un difetto di senso estetico, poco meno che generale, l’ha reso brutto; il disinteresse, l’egoismo e la sciatteria, di chi lo ha amministrato per anni e della sua gente, hanno fatto il resto. Io penso che alla sua nascita - mille anni fa - fosse molto diverso da com’è adesso. Anzi, sicuramente era diverso. Sicuramente era migliore. E, a suo modo, doveva pure essere bello. Posso immaginare com’era - senza sforzo. Se chiudo gli occhi le vedo ancora le sue case basse: paiono reggersi lungo il pendio scosceso, puntellate nella terra e nei sassi. Sembrano gatti che si reggono sul sofà con gli artigli ficcati nello schienale. Sono addossate, appiccicate una sull’altra, a modellare i minuscoli, caratteristici borghi, stipati di portici archi e loggiati, che conservano ancora il nome degli edificatori primordiali. Tutte di pietra viva e malta impastata a colpi di badile; tutte coi serramenti di quercia laccati al naturale. Li vedo ancora i suoi tetti coperti di coppi fatti a mano: tutti uguali nella forma, tutti diversi nei colori, estratti a caso dall’impasto di terracotta. Le vedo ancora le sue macere di pietra a segnare i confini delle proprietà - fuori del centro abitato e anche dentro. Appena spaccate, le pietre sono di un bianco abbagliante, quasi lunare; poi, col tempo, diventano grigie - per accompagnarsi meglio alla tristezza del paesaggio circostante."
E per tutta risposta, quello entusiasta: "Ma questa è poesia!, Ma come lo hai dipinto bene. Lo voglio, lo voglio. Questo libro lo compro, voglio tenerlo a casa e conservarne una copia."
Lo paga, lo prende e fa per andarsene. Fa appena qualche metro e torna indietro, e con voce quasi commossa: "Ma, se tu hai questo dono, devi sfruttarlo meglio: scrivi ancora, scrivi molto, mi raccomando!"
Mi schermisco, ovviamente, per modestia, e mentre si accomiata mi commuovo anch'io: quella cosa della poesia è la stessa che mi disse il mio amico critico Roberto, morto di recente, la sera della presentazione a Coreno: "...Queste frasi hanno la cadenza della poesia!" 
Da due anni silenziosa mi rimbomba in testa, Antonio l'ha risvegliata.