lunedì 22 ottobre 2018

LEGGETE LA COSTITUZIONE ED EVITERETE DI ANDARE IN TV A DIFFONDERE FALSITA'.

L'Articolo 38 della Costituzione della Repubblica Italiana recita testualmente:

"Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all'assistenza sociale. I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria. Gli inabili ed i minorati hanno diritto all'educazione all'avviamento professionale. Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato. L'assistenza privata è libera."
Questo si, è parlare chiaro!
E, purtroppo, non parla certamente altrettanto chiaro l'egregio e titolatissimo Ezio Mauro che stamattina va in televisione a dire più o meno questo:
"Se la manovra economica del governo non prevede aiuti alla crescita allora si limita al puro assistenzialismo."



E allora? 
Perché, caro Ezio Mauro, le chiedo, non si dovrebbe fare assistenzialismo, se l'esercizio dello stesso è previsto anche dalla Costituzione della Repubblica Italiana, di cui tanti soloni, come Lei, si riempiono la bocca per poi disattenderla alla prima occasione utile? Lei l'ha letta la Costituzione o la sua disattenzione è frutto solo del tentativo maldestro e malriuscito di fare cattiva propaganda anti-governativa? Ergo disinformazione? Oppure, pensa che la Costituzione serva solo a preservare e a ribadire i poteri del Capo dello Stato quando qualcuno minaccia che essi debbano essere limitati? E non si pregi di smentire quanto ha detto e quanto appena le ho attribuito perché la sua frase io l'ho ascoltata con le mie orecchie e, se non dovesse bastare la mia testimonianza, potremmo sempre ricorrere ai filmati delle preziose teche RAI. 
Con osservanza, un suo ex-estimatore.

P.S. Ah! Quasi dimenticavo. La Costituzione dice pure che la Repubblica Italiana è basata sul lavoro, ma purtroppo non tutti ce l'hanno e dice pure che tutti i cittadini hanno diritto all'Assistenza Sanitaria e, purtroppo, pare che non tutti abbiano diritto a stare in buona salute e ad essere curati e guariti. Ma questo, ovviamente, passa in secondo piano rispetto allo "spread" e all'aumento del deficit. Sic! 
smr   

lunedì 8 ottobre 2018

Il sorriso sospeso.

   Una volta a Napoli, inizialmente solo nel rione Sanità, poi anche negli altri quartieri del centro, quando uno era allegro, perché qualcosa gli era andata bene, invece di pagare un caffè al barista ne pagava due e lasciava il secondo caffè, quello già pagato, per il prossimo cliente che, ovviamente, il più delle volte gli era sconosciuto. 
   Il barista avrebbe provveduto, in seguito, ad offrire gratuitamente il caffè ad un anonimo, ignaro e soddisfatto avventore.  
   La tradizione di questo gesto nobile, che fu chiamata "caffè sospeso", prese piede negli anni e si affermò, arrivando intatta fino ai nostri giorni.    
   Ancora oggi a Napoli, in molti bar storici del centro, vige la consuetudine di pagare al barista due caffè: consumando uno per sé e lasciando l'altro "sospeso", perché venga consumato, dallo sconosciuto, che arriverà al bancone dopo di noi. 
   Il caffè sospeso era ed è considerato un gesto nobile e altruistico; un modo come un altro per lasciare, non solo il caffè, ma anche un po' di zucchero, quindi di dolce, all'umanità che sta fuori di noi.




   Allora sarebbe bene che questa bella e nobile tradizione si "sdoppiasse"; che s'iniziasse anche la tradizione del... "sorriso sospeso". 
   Che tra l'altro non costa nemmeno l'euro del caffè, anzi non costa niente, anzi è completamente gratuito e, soprattutto, potrebbe essere contagioso.
   La mattina, quindi, quando usciamo di casa cominciamo a lasciare in giro, alla gente intorno a noi sorrisi, e non solo uno, ma anche più di uno: una raffica di sorrisi, all'indirizzo di tutte le persone che incontriamo per strada, e che, per lo più, ci sono sconosciute.
   Sarà cura delle persone che hanno ricevuto i nostri sorrisi di tenerne uno per sé e di provvedere a distribuire gli altri a quelli che incontreranno per strada.
   Noi rendiamo, con un sorriso, la vita dolce all'umanità che sta fuori di noi.
   Così faranno anche i nostri simili.
   E, insieme, aspettiamo che quel sorriso venga ricambiato. 
   In fondo basta poco. 
   Basta solo un... sorriso sospeso.
   E costa meno di un caffè... sospeso.






sabato 29 settembre 2018

Praticamente viviamo in una economia criminale.

Praticamente viviamo in una economia criminale fondata saldamente ed essenzialmente: 
1) sul rapporto perverso tra credito/debito, che vede le banche e i grandi istituti finanziari seduti stabilmente al centro del tavolo a fare da mazziere; 
2) sul mercato petrolifero e su quello automobilistico, che impongono entrambi il mancato sviluppo dei mezzi di trasporto collettivi e pubblici (soprattutto treni e autobus) perché ne danneggerebbero i profitti limitandoli se i trasporti fossero efficienti; 
3) sui grandi investimenti multinazionali che dettano le leggi della globalizzazione, fanno strame delle economie nazionali e, in più, impongono il loro prezzo del lavoro, sempre più basso e competitivo;
4) sui potentati economici e sui tycoons, di cui nemmeno si conosce il nome o la faccia, ma che hanno in mano la gran parte delle fabbriche mondiali di soldi;
5) sulle multinazionali dei metalli e dei diamanti che non sono altro che i neo-colonialisti moderni;
6) sui super-capitalisti delle comunicazioni, del web e dell'e-commerce mondiale, tutti grandi evasori multinazionali:
7) sulle lobby potentissime e criptate alla pubblica opinione che dettano i tempi dei parlamenti nazionali:

8) sui mezzi di comunicazione di massa televisivi e di carta stampata detenuti tutti indistintamente dai capitalisti che dettano i tempi della nostra vita e indirizzano le nostre opinioni.
Da tutto ciò risulta chiaro e logico che, quando si vara un DEF come l'ultimo varato dal governo attuale, nel quale si mette l'uomo della strada al centro degli interessi economici e non i soldi, e contemporaneamente si ignorano, invece, gli interessi dei grandi potentati, ci si debba aspettare una levata di scudi da parte da parte dell'establishment interessato solo a mantenere immutato lo status quo politico-economico.
Questo in due parole, il drammatico quadro, tagliato con l'accetta ma reale, nel quale si vara un DEF contro il quale i massimi vertici europei tuonano e imprecano, delineando scenari da day after. Un day after che la Grecia, solo per fare un esempio, ha già vissuto, solo per aver dovuto rispettare quei parametri imposti dall'Europa e dalla trojka. I poveri non li crea il PDF; i poveri li crea il rigore da aparatchik dei parametri europei. Lo sviluppo non lo crea l'Europa; lo sviluppo possiamo solo crearlo noi scelte coraggiose.
“L’obiettivo di deficit al 2,4% del Pil per il triennio 2019-2021 è necessario e coraggioso, quindi pericoloso, come evidenzia la prevedibile e prevista agitazione dei mercati. I grandi interessi interni e esterni colpiti reagiscono. Si apre un’inedita partita. Finalmente, ritorna il primato della politica sull’economia, condizione necessaria, ma non sufficiente, dati i rapporti di forza, al primato della sovranità costituzionale.” Ha detto Stefano Fassina, ex-sottosegretario all'economia ed ex-PD.





P.S. E noi? Noi siamo la ciccia che vine messa nel tritacrane per farne hamburgher o salsicce che l'economia mastica, digerisce e defeca. 
Noi siamo la carne da macello che resta intrappolata sotto i ponti che crollano, che s'ammala per le scorie chimiche messe proditoriamente nei cibi, che muore sotto le macerie dei terremoti e nei disastri aerei. 
Noi siamo quelli che muoiono negli ospedali o negli incidenti stradali e che vengono rimpiazzati subito da altra carne fresca.
Noi siamo quelli spremuti come limoni per fargli pagare anche l'ultima lira di tasse sui magri guadagni che, a stento, bastano per tirare avanti e far crescere la propria famiglia.

domenica 19 agosto 2018

La coerenza è la virtù degli stupidi






Uno dei più accaniti detrattori dell'attuale governo e dei suoi sostenitori, campione di ibero pensiero - noto per il suo recente attacco frontale alla apparentemente fragile e indifesa, ma tosta intellettualmente, giornalista de Il Fatto, Luisella Costamagna - Giuseppe Turani, giornalista emerito, laureato alla Bocconi, quindi collega di Sara Tommasi, è più volte intervenuto dall'alto del suo blog di cartone virtuale (Uomini&Business) sulla polemica che si è scatenata dopo il crollo del ponte Morandi di Genova.
Con una terminologia colorita e certe volte anche offensiva. La qual cosa dimostra sempre che si è a corto di idee e di argomenti.
Ora, non voglio entrare nel merito della polemica, per carità, ma voglio solo ricordare che nel lontano 1974 (quando il nostro eroe aveva poco più di 30 anni) uscì un suo libro che s'intitolava "Razza padrona" e aveva come sottotitolo
"Storia della borghesia di stato", un saggio di attualità nel quale si tuonava contro la borghesia italiana, razza padrona e ladrona (appunto), scritto con la collaborazione di Eugenio Scalfari, altro giornalista emerito in rovinosa caduta intellettuale (forse anche a causa dell'età, di cui però abbiamo avere rispetto perché... magari arrivarci anche noi) e pubblicato da Feltrinelli.
All'epoca lo Scalfari e il Turani erano rispettivamente amministratore delegato e redattore del settimanale bolscevico "L'Espresso".
La tesi centrale del loro libro è che "l'indebolimento dell'imprenditoria privata, con la scomparsa delle vecchie holding elettriche e l'indebitamento sempre più elevato dei gruppi superstiti, ha portato ad una sempre maggior importanza dell'economia pubblica come erogatrice di finanziamenti e come salvatrice di aziende in difficoltà. Di conseguenza, ha assunto sempre più potere un ceto che gli autori hanno battezzato “borghesia di stato”, in grado di intervenire presso i politici al potere per ottenere benefici per le aziende da loro rappresentate."
Ma il bello deve ancora venire. Il quinto capitolo, intitolato appunto "il saccheggio" si apre così: "Il saccheggio è stato certamente uno degli impegni prevalenti della Montedison a partire dal 1971 (anno dell'avvento di Cefis alla presidenza) A subire i suoi assalti sono stati i tanti lavoratori, i consumatori, il mezzogiorno, certi enti pubblici, certi enti a partecipazione statale, gli azionisti, i risparmiatori, il sistema industriale italiano e persino alcune regole della buona contabilità aziendale." 
E di che stiamo parlando? Sembra di leggere la recente cronaca industriale italiana. Non vi pare?
"Sic transit gloria mundi" sarebbe il caso di dire.
Dall'epoca sono passati 44 anni, erano altri tempi - direte voi - i nostri dovevano pur campare e campare le rispettive famiglie.
Ora, il più giovane dei due è diventato esperto di soldi e, forse, ha anche trovato il sistema per farli.
Nel frattempo, infatti, i due hanno un po' cambiato idea.
Del resto, come diceva Oscar Wilde:
"La coerenza è la virtù degli stupidi."
E gli "eroi moderni" - come si sa - proprio così stupidi non sono. O no?

smr

venerdì 17 agosto 2018

Due questioni di attualità

Voglio qui offrire due brevi riflessioni su altrettante questioni sollevate dall'attualità e dalla cronaca di questi giorni: 
1) la questione dei rapporti tra politica ed economia e imprenditori.
2) l'annosa questione dello Stato di Diritto.



   Sulla prima questione. 
   Specie ultimamente, ma da un paio di decenni ormai, quando penso a un signore sindaco di Firenze il pensiero mi corre a Giorgio La Pira; quando penso a un Presidente del Consiglio il pensiero mi corre ad Alcide De Gasperi. 
   Deformazione da vecchio democristiano? No! Certo che no! Deformazione di un appassionato alla vera democrazia e alla vera politica, quelle con la maiuscola; quelle fatte di passione civile, di etica e di preparazione profonda. 
   Esattamente tutto quello che oggi non c'è più. 
   Alcide De Gasperi, all'epoca, fine anni 40 inizi anni 50, aveva a che fare con un Presidente della Repubblica che si chiamava Einaudi, il primo vero Presidente della Repubblica, uomo di dottrina altissima, di impostazioni culturali eccezionali, noto nel mondo intero per la sua preparazione e per la sua etica. Per dire. 
   Molte volte mi è capitato di leggere o di ascoltare quando disse e poi scrisse, quante volte l'ho riletto: "l'economia è e deve essere ancella della politica". 
   Bisogna ricordare bene queste parole, "ancella", in latino - ancilla , serva: quindi in una vera democrazia sull'economia e sugli (im)prenditori deve prevalere la politica chiamata alla sintesi e al rispetto degli interessi di tutti non di pochi eletti; nonché agli interessi economici dei cittadini e non solo di una oligarchia aristocratica. Non deve prevalere l'economia che domina la politica e foraggia i politici. Proprio come succede oggi. 
   Allora, forse, la chiave per un modo nuovo di interpretare la democrazia sta proprio in questa piccola riflessione; sta in un rapido ritorno al passato migliore della nostra repubblica.

   Sulla seconda questione. 
   Lo stato di diritto è quella forma di Stato che assicura la salvaguardia e il rispetto dei diritti e delle libertà dell'uomo, insieme alla garanzia dello stato sociale. La sua sospensione equivale ad una perdita dei valori fondamentali della civiltà umana. Bene. Questo dovrebbe essere pacifico in dottrina. Ma la realtà è ben diversa. Lo sappiamo tutti ma alcuni fanno finta di non saperlo; alcuni di noi mettono la testa sotto la sabbia, come gli struzzi. 
   Oggi di fronte alla minaccia di questo governo di annullare la concessione delle autostrade ad Atlantia si invoca a gran voce lo Stato di Diritto. E non solo, si ammonisce il governo di aspettare l'operato della magistratura e il corso naturale della legge. Che in Italia tutti sanno corrisponde a tempi biblici. 
   E, allora, vorrei chiedere a questi moderni soloni: credete davvero di vivere in una nazione che garantisce, e a tutti, lo stato di diritto? 
   Se credete che sia così e la vostra risposta è si, vorrei parlare di alcuni casi in cui lo stato di diritto in Italia è già sospeso e avrei pure qualche ulteriore e semplice domanda da rivolgervi: 
   1) dov'è lo stato di diritto per i milioni di disoccupati in una repubblica che si proclama fondata sul diritto di tutti al lavoro? 
   2) E dov'è lo stato di diritto per i ca. 300.000 esodati procurati all'Italia dalla salvifica legge Fornero? 
   3) e dov'è lo stato di diritto di fronte all'inversione dell'onere della prova operato dal fisco nei confronti dei commercianti e degli artigiani costretti da anni agli studi di settori? 
   4) e dove va a finire il sacrosanto diritto alle cure e alla tutela della salute in un paese che non è in grado di garantire efficienza, professionalità e rapidità nella diagnosi, anche nel caso di malattie gravi?
   5) e ancora, dov'è lo stato di diritto quando equitalia arriva a pignorare la prima casa a un cittadino che non ha pagato, forse per indigenza, 2.000 euro di tassa comunale sull'immondizia?
   6) e, per finire, dov'è lo stato di diritto per i cittadini costretti a vivere con la pensione minima di 500 euro al mese?
   Qualcuno è in grado di rispondere? Credo di no!
   E quelli citati sono solo alcuni casi, i primi che mi sono venuti in mente, in cui lo stato di diritto viene calpestato in Italia, ma ce ne sarebbero ancora decine e centinaia se non, addirittura, migliaia. 
   Infine voglio chiudere ricordando che proprio a Genova, in occasione del G8 svoltosi tra il 19 e il 22 luglio del 2001, ci fu una delle più clamorose violazioni dello stato di diritto perpetrato dai governanti italiani nei confronti dei suoi stessi cittadini con quello che è passato alla storia (anche quella giudiziaria) come il massacro della scuola Diaz. 
   Amen!


smr

mercoledì 15 agosto 2018

Siamo carne da macello

Qualche semplice considerazione sul crollo del cavalcavia Morandi a Genova.




Siamo carne da macello, Noi siamo SOLO carne da macello. 
E' una vita che lo vado dicendo e quello che succede quotidianamente in Italia e nel Mondo lo dimostra. Inoppugnabilmente. 
Noi siamo immolati come vittime sacrificali sull'altare dell'economia, della modernità (che non sempre è vero progresso), del capitalismo miope e disumano, del consumismo sfrenato e ostinato. E sempre così andrà! 
I ponti crollano e continueranno a crollare. 
Le persone muoiono e continueranno a morire: nelle lattine con cui si spostano o sotto le macerie di mega-infrastrutture pencolanti costruite dai loro simili. 
I grandi costruttori di mega-infrastrutture continueranno ad usare cemento armato (poco) e sabbia (molta), invece che ferro, per aumentare il loro profitto, e continueranno a tirare su milioni su milioni per opere che non hanno alcun futuro: allora era meglio quando si usava la pietra. Masso su masso e senza malta. 
I padroni delle autostrade, che si sono stancati di fare maglioni colorati, adesso guadagnano 1,1 miliardi di euro all'anno, e continueranno a guadagnare 1,1 miliardi di euro all'anno, se non di più. Con tali enormi utili potranno finalmente comprare il pezzo di Patagonia che ancora gli manca, visto che ne hanno già metà. 
I politici, incapaci, impotenti e miopi, continueranno a fregarsene e ad esprimere, DOPO, il loro cordoglio fintamente triste, inutile e ipocrita. 
E noi? Noi, le persone, la gente, l'uomo della strada, la carne da macello, continueremo a morire, nel menefreghismo delle autorità, dei politici collusi con gli imprenditori, che foraggiano le loro campagne elettorali e i loro attici, e dei responsabili, che però non saranno responsabili mai di niente, anzi saranno sempre... i soliti, perfetti, irresponsabili.
I soliti perfetti impuniti.

P.S.1 Sogno un paese dove si controlli la stabilità di un viadotto prima che  rolli. Sogno, semplicemente, un Paese Normale.

P.S.2 Non si è trattato di una fatalità. La fatalità con le opere umane non esiste. Non lo dico io; lo afferma Renzo Piano. La fatalità non è esistita in altri casi simili e anche peggiori. Ad esempio la Diga del Vajont. Al minimo si è trattato di un errore umano o anche più di uno. Come largamente anticipato dall'ing. Brencich che non è un profeta. Lui aveva già detto che i calcoli di Morandi erano sbagliati e che il viadotto aveva avuto dei seri problemi strutturali. determinati da scelte progettuali sbagliate e obsolete.

http://stream24.ilsole24ore.com/video/notizie/genova-ing-brencich-il-ponte-morandi-e-stato-progettato-male/AEVXG4aF




P.S. 3 Un fascicolo è stato aperto dalla Magistratura di Genova, per Disastro Colposo. Intanto sta emergendo prepotente un sospetto terrificante: e se il crollo "spontaneo" del ponte fosse stato considerato solo una delle possibili opzioni? Quanto costa abbattere e ricostruire un viadotto? E allora... meglio aspettare che crolli da solo. Pare che nel 2017, dopo alcune verifiche, si stabilì che per l'abbattimento erano necessari 8/12 mesi e costi per 4/500 milioni. Tutto fu sospeso e aggiornato. PERCHE'?

smr

giovedì 2 agosto 2018

Il mio ultimo lavoro: "Storie vere di briganti ciociari e altri racconti".





Metto qui la eccellente prefazione del critico letterario e amico prof. Dante Cerilli. Che, naturalmente, ringrazio.




Nota critica alle Storie vere di briganti e altri racconti 

"Posso dire di avere abbastanza cognizione di causa per individuare la differente modalità scrittoria che Salvatore M. Ruggiero adopera quando scrive testi sugli argomenti e i personaggi che più lo avvincono (come il cinema, ad esempio, ed Ingmar Bergam), di paesologia (girovagando per i comuni del Lazio e di altre regioni, ispirato da Franco Arminio che ne è il codificatore, ma ammettendo che “Pagine lepine” ne sia addirittura precorritrice), di narrativa (come nel caso delle sue recenti pubblicazioni on-line e cartacee, o di Storie vere di briganti e altri racconti). Se nel primo caso il tenore dello stile rispecchia la caratteristica di chi vuole informare, divulgare, riflettere e ragionare sulle condizioni della poetica e sulle “pieghe” delle personalità artistico-individuali, nel secondo caso l’impronta diaristica e del “giornale” di viaggio prevalgono con l’intento di rendere snello ed agevole il discorso sulla toponomastica, topografia, e sulla carta tematica che rappresenta una mappa socio-economica di un paese ritratto insieme ai lineamenti storici che lo hanno connotato nel corso dei secoli e nella contemporaneità. Nel terzo caso, invece, l’aspetto creativo fa germogliare l’estro di questo prosatore, che contamina le forme ortodosse del periodare per costellarle di interpunzioni e di strutturazioni che rendono soggettiva la forma della proposizione, o con l’intento di usare concordanze ardite, come traslando il colloquiale del parlato reale alla sequela cronachistica del discorso semiologico su carta. Sebbene autobiografia, storia e affabulazione pervadano la narrativa di Salvatore M. Ruggiero, nel caso specifico di “Storie vere di briganti e altri racconti”, lette in anteprima, l’atteggiamento poetico-estetico dei piccoli saggi e della paesologia confluisce interamente nell’economia stilistico-strutturale ed organica dell’opera; per cui non è raro trovarvi citazioni colte scaturite 8 dalle più appassionate frequentazioni letterarie note al riguardo di Ruggiero e pittoriche (Vermeer), oppure quelle più localistiche (da segnalare la “Storia di Coreno” di don Giuseppe La Valle), per nulla escluse fiabe, favole, leggende, dicerie di ogni epoca di ogni nazione, ma soprattutto della Ciociaria, crogiuolo e ricettacolo di terminologie non autoctone che l’autore utilizza per rendere più autentico il parlato e sicuramente più affascinante per chi voglia scoprire connessioni etnolinguistiche ed etnostoriche. Tanto vale per la meticolosità delle descrizioni ambientali e “geografiche”, quanto per le informazioni di carattere storico (peraltro consegnate nella spontaneità e nell’immediatezza di un nonno che racconti le gesta dei personaggi illustri del paese al proprio nipotino), la suggestione emotiva di luoghi, ambienti e personaggi (dico io in una sorta di psicoantropologia del vecchio e del nuovo), siano essi briganti, banditi, massaie, lattaie, preti, perpetue, contadini, pastori, botteganti, sindaci, uomini dagli atteggiamenti e dai soprannomi bizzarri che affollano le scene ricreate e dipinte come nella sensibilità di colui che attraverso la scrittura vuole creare entusiasmo e gioia allo sguardo, agli occhi (come diceva Delacroix), tanto che tutto si pervade di leggerezza e talora d’impertinenza. L’eterogeneità delle storie narrate contribuisce a vedere un diverso piano di cimento dell’autore che dalla semplice narrazione di fatti e di eventi, con la riproduzione circostanziata e circostanziale di particolari “coreografici” del racconto, passa ad una più intima atmosfera che mai indulge ad un lirismo sdolcinato dei sentimenti rievocati, in effetti, con sobrietà. Salvatore M. Ruggiero, in verità, è così anche nella vita reale, quotidiana, egli sa scherzare, sa interagire con allegria con chiunque, sa condividere una gioia, ma senza abbandonarsi ad effusioni enfatiche, esasperate ed esagerate. Come pure egli sa comprendere (nel senso del termine che anche lui usa per dire “sentire insieme”, “mettere insieme” e “sentire-stare dentro”) il dolore, esteriormente, con una grande forza di spirito che comprime, appunto, ogni energia negativa e quasi 9 catarticamente la neutralizza, per essere più leggero e per non far pesare sugli altri il velo della tristezza. Per questo anche quando si parla di distacco, di gente che non c’è più, i toni sono sempre quelli del narratore “regredito” che fa vivere senza eccessivi traumi anche gli eventi più brutti. Una presunta originalità di questi racconti sta nel fatto che risultano avvincenti e si lasciano leggere non perché si arrivi ad un finale a sorpresa, a un colpo di scena, ad una conclusione eclatante: ogni volta ci si accorge che questo non succede e che il punto, che chiude l’ultimo pensiero espresso o narrato, sta lì a dire che si è definito solo un episodio, che solo un quadro di vita è stato incorniciato. Ogni racconto ha la sua specialità nel suo organismo, e la sua ricchezza in un filo conduttore che ti fa leggere, come in una corsa, tutto d’un fiato, fino alla parola che fa da attracco. Il motore di questa costruzione d’intrigo è tutto ciò che emoziona il protagonista bambino o adolescente, come la scena della lattaia che scatena un sommovimento erotico nella mente del piccolo che nella ritualità della mungitura e della distribuzione del latte associa ad ancestrali sentimenti; è la descrizione raccapricciante del fatto che occorse a Marco Ruggiero detto il cannibale, il sapore di zucchero e caffè stantio nella madia della casa divisa in “quarti”, il cachi sottratto nelle piratesche escursioni nel “quarto” di zia Maria la piccola, o il profumo e i colori degli alberi autunnali di zia Maria, la grande, il salotto buono di zio Peppino Barbera, maestro e sindaco, o la controversa personalità di Pascaglin’e tuppu che secondo il nonno dell’autore è come se avesse la corona in mano e il diavolo in saccoccia! Non ultimo è un chiaro accenno alle vicende politiche e amministrative di Coreno Ausonio che si è mostrata, nei secoli, sempre di spirito rivoluzionario contro l’oppressore, in epoca moderna (e anche oltre), sin dal XVIII sec., appena a un decennio dalla presa della Bastiglia, già impegnata contro le truppe francesi che scorrevano sul territorio del Regno di Napoli, e in questo si distinsero gente comune, sindaci e preti! 10 Dalla lettura di queste storie, inoltre, si ha percezione che non sia mai netto e chiaro il confine tra l’evento o fatto biografico e quello di fantasia, tra quello storico e quello puramente leggendario, nonché il paradosso a volte induce a pensare che l’autore o il popolo si siano abbandonati alle fonti dell’immaginario collettivo quasi a voler esorcizzare il male per far trionfare il bene; come quando, un tempo, nella ragione di vita o nella ragione d’essere di un accadimento si neutralizzava l’efferatezza, il disagio, una calamità, o un pauroso mistero. Eppure, una vitalità di personaggi, dalle qualità psico-caratteriali davvero esilaranti o torbide, intesse la trama di ogni racconto e lo rendono documento che tende a ricreare gli ambiti di un passato lontano, di Coreno Ausonio, ma anche recente, di cui Salvatore M. Ruggiero e qualche suo antenato (nonno, zio/zia, pro zio/zia, cugino, genitori), insieme ai “tredici casali” del paese (Vori, Onofri, Stavoli, Rollagni, Carelli, La Torre, Curti, Magni, Pozzi, Lormi, Tucci, La Piazza e Ranoccoli) sono protagonisti, e che altrimenti andrebbe perduto." (Dante Cerilli)

domenica 3 dicembre 2017

Che Dio ci liberi.

   La nostra classe politica, amorale o immorale che sia, è esattamente quella che una società disinteressata, sbrindellata e affaristica come la nostra riesce attualmente ad esprimere. 
In politica i vuoti si colmano automaticamente; le poltrone si occupano per il fatto stesso di esistere. 
Quelli che oggi competono sono individui senza scrupoli, quasi mai, e tranne qualche rara eccezione, fortemente motivati dall'idea di bene collettivo. 
Per lo più sono individui miopi, incolti, ruffiani, indegni, senza programmi o con l'unico obiettivo di modificare la loro condizione economica. 
E, soprattutto. si annidano in tutti i partiti. 
Un solo esempio: ultimamente in Ciociaria è stato nominato alla presidenza del SAF dove si richiedeva almeno un ingegnere, un semplice geometra, un figlio d'arte, senza arte e ne parte (direbbe Berlusconi) militante nel PD, ex PCI, ex PDS, ex DS, che si è dovuto dimettere dalla carica di cons. reg.le. SIC! 
E lo stesso - immagino - succede facilmente e quotidianamente in tutta la nazione. 
Che Dio ci liberi.
E prendiamo ancora, sempre in Ciociaria, il caso della Ideal Standard, la fabbrica di sanitari sita a Roccasecca (FR) che rischia di chiudere per delocalizzazione o perché farà affari con la Cina.
I bravi politici locali compreso il presidente della Provincia (ma non dovevano essere abolite?) fanno la corsa per esprimere solidarietà ai lavoratori. 
Ma la solidarietà ai lavoratori la possono esprimere gli altri lavoratori, i cittadini, e tutti quelli che non hanno responsabilità dirette nella mala gestione aziendale e che non esercitano - perché non è loro compito - alcun controllo sull'economia del territorio. 
Non possono esprimere solidarietà ai lavoratori e lavarsi le mani sulla loro sorte e sulla fine della loro occupazione i politici e gli amministratori locali, ancora meno i politici nazionali che non hanno mai costruito uno straccio di piano industriale. 
Dai politici si pretende di più e non lo fanno. Anzi non fanno niente, nemmeno il minimo sindacale di conservare quel poco che resta. 
In Ciociaria, poi, siamo rimasti all'epoca di Andreotti e dell'Austostrada del Sole. Sic!
Che Dio ci liberi.

mercoledì 22 novembre 2017

Io penso onestamente...

Io penso, onestamente, che oggi in Italia non ci sia nessuno, ma proprio nessuno, che possa, a buona ragione, lamentarsi dell'andazzo; non ci sia nessuno che abbia il diritto di urlare la propria rabbia contro la corruzione, contro la mala-politica e la mala-amministrazione; non ci sia nessuno che possa lamentarsi per la sporcizia e lo schifo delle amministrazioni dei piccoli paesi come delle grandi città. Io penso, onestamente, che noi tutti abbiamo, chi più chi meno, responsabilità o anche solo una generica "culpa in vigilando", perché non abbiamo denunciato un fatto di malaffare, anche un solo fatto di cui saremmo pure venuti a conoscenza, perché tutti prima o poi ne siamo, anche solo una volta, venuti a conoscenza. Io penso che tutti o quasi tutti siano compromessi e che, se anche non lo avessimo fatto noi direttamente, per i nostri interessi o per gli interessi di un parente o di un amico, almeno una volta abbiamo avuto la notizia di qualcuno che si sia rivolto a un sindaco intrallazzatore, a un direttore di banca corrotto, a qualche dirigente d'ufficio pubblico, a qualcuno che potesse qualcosa nelle stanze del potere o che abbia avuto accesso diretto o indiretto a quelle stanze. Il malaffare, la corruzione, l'interesse privato in atto pubblico o anche solo il... "non preoccuparti! Ci penso io, ho un amico" è sistemico e generalizzato; non è più un problema di persone, né di partiti politici, è un problema generale della nostra società che ne è interamente infettata. Abbiamo voglia noi ad azzuffarci come se stessimo facendo il tifo allo stadio durante la disputa di un derby stracittadino. Mi dispiace dire l'ovvio e anche ricordarlo ma qui non siamo all'Olimpico per Lazio-Roma e nemmeno a Milano per Inter-Milan. Noi continuiamo a litigare a "fare il tifo" per i 5-Stelle o per il PD, per Forza Italia o per la Lega, per Fratelli d'Italia o per SEL, inalberandoci e prendendo cappello, gli uni contro gli altri ogni volta che uno dei nostri avversari sbaglia, ogni volta che viene raggiunto da un avviso di garanzia o, addirittura, viene arrestato e incarcerato. L'altro giorno un mio conoscente mi ha mandato elegantemente "affanculo" per delle affermazioni che attenevano semplicemente alla nostra opposta visione delle questioni politiche. La verità è una, ed è una sola, ed è anche molto amara: sembra non ci sia più nessuno (o, quasi nessuno. Ed uso il quasi per pietà) in Italia che, una volta raggiunto un certo qual tipo di potere - dall'amministratore di condominio al deputato; dal preside al direttore generale di un ministero; dal capo dei vigili urbani del paese di checazzonesò al direttore di una filiale di una bancarella di provincia - che non usi quel potere a fini privati e non pubblici. Non c'è nessuno che si faccia più il minimo scrupolo di usare quel potere per tirare su qualche liretta per lui, per ottenere qualche vantaggio personale per se o per i suoi parenti o per gli amici e gli amici degli amici, per crearsi una pletora di sottopancia da scatenare per una campagna elettorale o per un consiglietto di amministrazione o per farsi regalare il Suv nuovo o per farsi fare la facciata della villetta gratis. Questo quando va bene. Perché in alcuni casi i vantaggi personali, a danno dei bilanci societari, dell'erario o della collettività, sono quantificabili in migliaia di euro, come nel caso di Scajola che si trovò intestato un attico con affaccio sul Colosseo "a sua insaputa" o come l'ultimo caso di Marra che ha avuto uno sconto sulla casa di ben 500.000 euro. Non passa giorno che i mezzi d'informazione non diano la notizia di un arresto, di un fermo, di una indagine per corruzione, interesse privato in atti pubblici, peculato e altri reati economici, nei confronti pi personaggi più o meno famosi, più o meno facoltosi, più o meno impegnati politicamente. Facciamo quindi tutti un bel MEA CULPA. Facciamo tutti un esame delle nostre coscienze sporche, evitando di tirare la croce sul vicino. Ricostruiamo il nostro senso civico. Solo così potremo sperare in una futura, possibile, non utopistica Italia migliore. sic stantibus rebus...

smr


sabato 28 ottobre 2017

La civiltà dell’immagine, il diritto d’informazione e la banalizzazione della violenza.


   Ieri mattina, mentre ero alla guida, ascoltando la radio, pensavo a una frase sinistra che ricordavo di aver ascoltato nel film "Il settimo sigillo". Una frase apocalittica, che fa venire i brividi a chiunque l'ascolti. A sentire quelle parole mi si rovesciava nella testa l'antico eppure eloquente aforisma di Confucio: "Vale più un'immagine che mille parole." Anche se, mentre l’ascolti, non vedi niente, come oggi usa in TV, non puoi fare a meno di lavorare di fantasia; non puoi fare a meno di immaginare la scena che viene raccontata e tutto il dolore e la violenza in essa espressa, espressa nelle parole orrifiche che stai ascoltando.
La frase del film recita così: “A Farjestad tutti parlavano di sinistri presagi e di altre orribili cose. Due cavalli si erano mangiati l'un l'altro nella notte, e nel cimitero si erano scoperte le tombe, e i resti di cadaveri si erano sparsi dappertutto. Ieri pomeriggio sono stati visti quattro soli nel cielo.”
Chi la proferisce fa riferimento agli oscuri presagi di una fine del mondo imminente, annunciati da una immane pestilenza - la morte nera - che sta decimando la popolazione d'Europa intorno al 1350. Bene, quella frase, dicevo fra me e me ieri mattina, è molto eloquente e significativa. Ed è l’esatta antitesi di quanto avviene oggi, nel tempo della civiltà dell’immagine; nell’epoca del diritto d’informazione. 
Essa produce, secondo me, il semplice risultato di “volgarizzare” la violenza, di banalizzarla e, quindi, di neutralizzarla.
E, mentre guidavo, continuavo a pensare: quanto c’è di più diverso, anzi di diametralmente opposto alla banalizzazione del male che oggi la TV produce annunciando le notizie terribili delle stragi dell'ISIS; documentando catastrofi e attentati terroristici; passando sul video, senza soluzione di continuità le immagini di morti ammazzati o di corpi mutilati dalle esplosioni. 
E lo pensavo, ad esempio, anche in relazione alle immagini della strage di Capaci o a quelle ancora più sconvolgenti del crollo delle Torri Gemelle, l'11 settembre del 2001.
E, allora, chiedevo a me stesso “e se, invece di vedere in TV e osservare, con punte di voyeurismo quasi compiaciuto ma subito dopo distratto, le immagini delle violenze che ogni giorno si verificano in ogni angolo del mondo, ci limitassimo ad ascoltare una voce sconosciuta e lontana, e senza volto, che ce le racconta, che narra la violenza, senza avere la possibilità di vedere il volto di chi parla, come alla radio, questo non sarebbe più efficace? Questo “non vedere”, questo “solo ascoltare” non potrebbe aiutarci ad elaborare meglio la immane portata di certi avvenimenti? Intendo, ovviamente, senza la banalizzazione delle immagini viste e riviste mille volte, che finiscono per svuotare di significato qualunque gravità e qualunque intollerabile scena, anche la più rivoltante o irritante?
Riflettiamo un attimo, quindi, sull'uso distorto che la TV fa della violenza e del sangue umani; analizziamo l’utilizzo anti-propedeutico, non sussidiario, giustificato esclusivamente dalla necessità di costruire audience, del giornalismo televisivo.
Le immagini del sangue, dei corpi straziati, di persone urlanti di dolore e di paura, anche versate a profusione nelle nostre case, anzi, proprio perché versate a profusione, senza soluzione di continuità, davanti ai nostri occhi finiscono per esaurire contestualmente la loro forza; finiscono per perdere la loro capacità d'impatto; per fallire il compito e l'obiettivo che si prefiggono, che dovrebbero avere: cioè di insegnarci ad esecrarle e a prenderne le distanze. 
Quelle immagini rendono inutili loro stesse, si rendono addirittura dannose. 
Si! Dannose. Perché ci fanno abituare ad esse; ci inducono a conviverci. Replicate all'infinito non ci insegnano più niente. Perdono anche il loro piccolo valore didascalico. Non c'è niente di più inutilmente freddo e asettico della violenza, del sangue versato per terra, dei corpi mutilati, delle salme esangui, visti e rivisti mille volte: non insegnano più niente ai vivi. Non ci dicono più niente. Nemmeno ci ammoniscono più. Non hanno più alcun valore, semplicemente.


lunedì 23 ottobre 2017

Ad Alberto, compagno di gioventù.

Ciao Alberto,
l'altro giorno ho saputo che te ne sei andato da questo mondo. 
Improvvisamente. Non so come, né perché. Ma quello, onestamente, mi interessa poco. 
E' pure inutile che ti dica che alla sconcertante notizia, appresa attraverso il social che frequento, sono rimasto basito.
Ora che hai molto da fare, tutto impegnato a salutare i tuoi cari e la tua vita piena, probabilmente il mio nome non ti dirà niente. 
Potrei, forse, smuovere qualche ricordo nella tua testa facendoti vedere qualche mia foto di 40 anni fa. Di quando eravamo giovani,  belli, pieni di speranze e iperattivi. Se avessi buona memoria: se avessi una memoria come la mia certo ti ricorderesti chi sono. 
Ma, come potrei biasimarti per la tua amnesia, se ci siamo incrociati poche volte, per qualche ora appena e quasi mezzo secolo fa? 
Ci incrociammo, che eravamo appena ventenni, nella nostra piccola Coreno, come si incrociano due granelli di pulviscolo atmosferico nell'universo infinito. 
L'occasione, se ora ricordi, fu qualche amico comune, la tua simpatia contagiosa e la comune passione per lo sport, in particolare, per la pallacanestro. 
E come poteva essere il contrario se tu venivi da Varese, la culla del grande basket italiano? 
Anzi ti stupì molto, e molto positivamente, di trovare al sud, nel tuo paesello d'origine, una agguerrita squadretta di coetanei appassionati, aggressivi e mal vestiti che si era appena iscritta a un torneo estivo. Con i tuoi terzi tempi devastanti, ci avresti aiutato a vincerlo. Ti ricordi ora della enorme coppa dorata che ci diedero in premio gli odiati ausoniesi? Hahahahahaha!!!!!!
Ma, se non sbaglio persona, ti piaceva anche il tennis. Almeno quanto piaceva a me.
E, un altro paio di altre volte ci trovammo a incrociare le nostre vecchie Slazengher di legno nel campetto che l'amministrazione aveva realizzato agli Stavoli, alla Scuola Elementare. 
Era verde e stretto, quasi senza out, e ti lamentavi perché i tuoi recuperi prodigiosi, i tuoi formidabili allunghi laterali, le tue armi vincenti, erano quasi impossibili. 
E giù teorie interminabili bestemmie nel tuo curioso dialetto ad ogni quindici perso senza colpa. 
Adesso, dall'espressione che scorgo sul tuo viso disteso, scommetto che ti sei ricordato chi scrive queste due righe per te. 
Si! Sono proprio io. Sono Salvatore - gli amici mi chiamavano Totore - il figlio dell'Americano, il maestro Antonio Ruggiero. 
Era, anno più anno meno, coetaneo di tuo padre. Anche loro, i nostri amati padri, se ne sono andati da un po'. Se sei arrivato in Paradiso e sei fortunato potrai vederli e salutarli. Probabilmente in questo preciso momento stanno giocando a pallone nelle nuvole. Così passano il tempo: facendo quello che gli piaceva di più, oltre a passeggiare sulle nostre montagne. 
Che altro posso dirti? Niente di più di quello che ho detto. 
Anzi no. Un ultima cosa voglio scriverla. Avrei preferito incontrarti ancora, anche solo una volta, da attempati signori quali entrambi siamo diventati, mentre passeggi nei vicoli del nostro amato paesello, anche con un'espressione seria, magari anche taciturna, perfino triste, piuttosto che vederti fintamente sorridente nella foto che un caro amico ha messo a corredo del tuo necrologio.
A questo punto può confortarci solo il pensiero che, in questo crogiolo di drammi oscuri e di commedie tragicomiche che ci ostiniamo a chiamare Vita; in questa Partenza triste; in questo Commiato ineluttabile che, prima o poi, tocca a tutti noi, tu, in fondo, ci hai solo preceduti.
Ciao ancora Alberto, compagno indimenticato di pochi ma felici pomeriggi di gioventù. 
Che il viaggio eterno ti sia lieve.



sabato 23 settembre 2017

Il mio Autunno

Sul fondo di una conca di pietra scavata/
marcisce l'autunno di mille foglie ammassate/
nell'acqua piovana raccolta dal vento/
ha trovato la pace il ricordo di un inverno mollo/
il villico aspetta che la primavera gentile gli soffi la nuca/
come un delicato battito d’ali di farfalla/
fremono nella trepida attesa i dolci mandorli in fiore/
e le ragazze fresche che si sciolgono in languide risa/
vanno con la voglia di mare appiccicata alla pelle/
chi aspetta che esplodano di giallo le pigre ginestre sul colle/
chi si appronta a vedere come il sole incendia tetti di coppi e di pietre solagne/
alle otto di sera.





La copertina del mio libro di poesie che contiene la poesia pubblicata: Il mio Autunno.


giovedì 17 agosto 2017

Il mistero dell'antico tempio romano scomparso.

Le tre rare foto in b/n che corredano il pezzo sono state ritrovate nella biblioteca di un appassionato di storia antica e di archeologia locale qualche settimana fa. E sono state scattate presumibilmente nel corso della II Guerra Mondiale da un soldato alleato. Esse raffigurano le rovine scomparse del Tempio della Dea Artemide, situato presumibilmente (e come si può evincere dall'angolazione che consente di vedere sul lato sinistro la mole inconfondibile del Monte Fammera) nei pressi dell'attuale città di Minturno (LT) ma abbastanza distante dall'antica Minturnae e dalla odierna zona archeologica. Si è arrivati con buona approssimazione alla attribuzione divina e alla datazione, risalente intorno al V° secolo a.C., perché le colonne del tempio scomparso ricordano quelle dell’Artemision di Siracusa e prendono a modello le peculiarità architettoniche del famoso tempio di Artemide ad Efeso, in Turchia. Allo stesso modo le basi su cui poggiano le colonne mostrano affinità stilistiche con il tempio di Hera a Samo (Grecia).


Il tempio di Artemide nostrano era di notevoli dimensioni. Secondo le notizie che abbiamo originariamente copriva un area di ca. 1.475 mq essendo lungo 59 m. e largo 25, con sei colonne sulle due parti frontali e 14 (o 16) lungo i fianchi. L’ingresso dell’edificio (il pronao), era rivolto ad Oriente, la parte terminale (l’opistodomo), era orientato verso Occidente. Non è riscontrabile la presenza di un naòs, bensì quella di un sekos aperto, mentre il peristilio era coperto con tegoloni di terracotta, le cui parti terminali erano ornate con eleganti figure policrome.Purtroppo il tempio risulta attualmente (e incomprensibilmente) scomparso. 


Le ultime notizie certe risalgono all'epoca delle foto in nostro possesso. 
Varie e diverse sono le ipotesi fatte intorno alla sua scomparsa: potrebbe essere stato completamente interrato da qualcuno interessato più alla speculazione edilizia che all'archeologia; oppure potrebbe essere stato smontato incassato e spedito via mare a qualche ricco collezionista straniero; oppure ancora potrebbe essere crollato semplicemente e coperto da sterpaglie che ne impediscono la localizzazione. Fatto è che se fosse ritrovato potrebbe costituire per l'intero comprensorio il sito archeologico di maggiore importanza ed interesse. 


Voglio rivolgere un accorato appello a tutti coloro in grado di dare notizie certe che possano aiutare nella localizzazione del tempio. 
Prego pertanto chiunque possa aiutare a contattare la sovrintendenza ai beni culturali archeologici o le autorità locali. 
GRAZIE!

martedì 8 agosto 2017

Disastri minerari:sono tutte tragiche storie di emigrazione.

Il disastro di Marcinelle avvenne la mattina dell'8 agosto 1956 nella miniera di carbone Bois du Cazier di Marcinelle, in Belgio
Si trattò d'un incendio, causato dalla combustione d'olio ad alta pressione innescata da una scintilla elettrica. 
L'incendio, sviluppatosi inizialmente nel condotto d'entrata d'aria principale, riempì di fumo tutto l'impianto sotterraneo, provocando la morte di 262 persone delle 275 presenti, in gran parte emigranti italiani
L'incidente è il terzo per numero di vittime tra gli italiani all'estero dopo i disastri di Monongah e di Dawson.
Se di Marcinelle si ricorda qualcuno ogni tanto, degli altri due non si ricorda nessuno, mai.

Quello di Monongah lo ricordo io, nel mio libro: 
"Storie dalla Valle del Liri"



"...Stavolta la storia tragica che arriva dalla Marsica non è di guerre, né di terremoti, ma è una storia tragica di emigrazione. Canistro ha pagato un triste tributo al fenomeno migratorio: erano provenienti dalla cittadina alcuni dei lavoratori rimasti vittime del più grave disastro minerario della storia degli Stati Uniti, avvenuto il 6 dicembre 1907 a Monongah, nella Virginia Occidentale. è il più grave disastro minerario della storia degli Stati Uniti. L'incidente rappresenta anche una delle più gravi sciagure minerarie mondiali: morì circa un terzo dei tremila abitanti di Monongah. Delle 171 vittime "ufficiali" italiane un centinaio erano emigrati da località molisane, una quarantina erano calabresi e una trentina abruzzesi di Canistro e di Civita d‟Antino."

giovedì 13 luglio 2017

Oggi Ingmar Ernst Bergman avrebbe compiuto 99 anni.





Oggi è il compleanno di Ingmar Ernst Bergman.
Il più grande regista di tutti i tempi è nato il 14 Luglio del 1917 a Uppsala, una cittadina a nord di Stoccolma, in Svezia.
Per ricordare questa data importante metto qui la presentazione, da me firmata, del mio libro "Il Genio di Uppsala". Il più completo ed esaustivo (circa 300 pagine) tra tutti quelli che ho dedicato al grande cineasta.
Chi avrà la costanza e la curiosità di leggerlo si farà anche un'idea della sua grandezza.



Presentazione
La ragione, direi anzi la necessità, che ha costituito la scaturigine primordiale di questo libro, deriva dalla volontà di sgombrare il campo da alcuni luoghi comuni che da molto, troppo tempo accompagnano il cinema di Ingmar Bergman. L'autore non ritiene accettabile, infatti, la posizione di rifiuto - quasi pregiudiziale - che molte persone (anche alcune di quelle che si autodefiniscono colte) assumono davanti alla pachidermica filmografia di Bergman, accampando come giustificazione, assai generica e frettolosa, la ragione secondo la quale i suoi film, sovente e tranne qualche rara eccezione, siano tristi, difficili da capire, noiosi, se non addirittura pericolosa causa di depressione psichica. Ritengo, quindi, partendo dal semplice assunto che tutti noi finiamo per amare solo ciò che conosciamo, rifuggendo di conseguenza, da tutto ciò che ci è ignoto, sia importante divulgare, spiegandolo a chi lo ignora (appunto), il grande cinema di Bergman, e che la diffusione e la conoscenza siano un ottimo viatico alla piena e profonda comprensione delle tematiche in esso contenute. Sicuro che - come mi piace dire - un mondo popolato da un gran numero di bergmaniani sarebbe certamente un mondo migliore di quello sul quale viviamo. A proposito del grande cinema di Ingmar Bergman, l'autore di questo saggio ha maturato, da tempo e nel tempo, alcune opinioni personali, che vuole qui rapidamente elencare e spiegare all'eventuale spaesato lettore. Esse sono maturate in un quarto di secolo di appassionata ricerca, di studio, informazione e documentazione sull'opera di quello che (quasi) universalmente viene considerato: the best director ever. Ma, l'autore deve pure ammettere che, forse, quelle opinioni non possono essere considerate esclusivamente personali, nel senso che esse potrebbero essere agevolmente condivise da tutti coloro che Bergman lo amano, almeno quanto lui. Tuffarsi nella filmografia di Bergman è come effettuare una discesa nel mallstroem dei sentimenti umani; significa essere rapiti e restare imprigionati in una vera e propria tempesta di stati d'animo contrapposti, spesso contrastanti, spesso inesplicabili.
Prima opinione
Ingmar Bergman ha, in qualche modo, legato la sua fama globale ai cineforum. Anzi, si può affermare, senza timore di essere smentiti, che il suo cinema rappresenti il cinema da cineforum per antonomasia. Nel senso di cinema d'autore, ovviamente. Anche chi scrive queste note, come molti altri appassionati cinefili, ha infatti iniziato a vedere i suoi film più famosi e importanti (Il settimo sigillo; Il posto delle fragole; La fontana della vergine; e poi tutti gli altri girati negli anni '50 e '60), nelle proiezioni organizzate da una assai volenterosa associazione di cinefili, nel paese in cui è nato, vive, e attualmente lavora. Certamente, di quei film non capì tutto subito, anzi, probabilmente, all'epoca gli sfuggi la grossa parte del loro profondo significato. Ma nel poco o tanto - non so - che gli rimase, che finì per sedimentarsi nella sua mente di quelle visioni partecipate, ovviamente ancora non supportate da saldi parametri culturali - assenti nel suo retroterra culturale ancora in via di formazione - era nettissima la sensazione di aver assistito ad uno spettacolo che recava in se qualcosa di grandioso visivamente, artisticamente, filosoficamente, ontologicamente. Pur versando nella ignoranza più crassa, infatti, egli si rendeva perfettamente conto che i temi trattati, i problemi affrontati, i serrati dialoghi tra i protagonisti, le robuste sceneggiature, i continui ed eloquenti riferimenti culturali, filosofici e religiosi, la perfezione tecnica delle riprese, le interpretazioni stratosferiche degli attori, insomma il sontuoso impianto complessivo di quei film riconduceva ai grandi interrogativi esistenziali che già da qualche anno risuonavano nella sua coscienza e nella sua anima. Chi siamo? Dove andiamo? Qual'è il significato della nostra esistenza terrena? Chi ci ha creati? Esiste davvero un Dio? Ci sarà mai data l'opportunità di vederlo? Interrogativi tutti destinati a restare - ahimè! - senza risposte esaustive, né definitive, ma che in modo semplice avevano almeno l'effetto immediato di sollevare il popolo bergmaniano dalla banalità, di innalzarlo dalla apparente inutilità della sua vita quotidiana, elevandolo verso il trascendente, o almeno verso un'idea di trascendenza che tutti, nella loro mente, hanno e si costruiscono.
Seconda opinione
La seconda opinione è legata indissolubilmente alla estrema coerenza, quasi pervicace e monocorde, pur nell'ammissione della sua estrema complessità, dei temi e degli argomenti trattati ed eviscerati da Bergman nei suoi film. Dal primo all'ultimo di una serie di più di 50 film girati in più di 50 anni di attività il Maestro non ha mai perso di vista le grandi problematiche esistenziali; si è sempre occupato dei problemi ontologici dell'uomo moderno, dei suoi sentimenti, delle sue paure, delle sue psicosi, delle sue angosce, dei suoi demoni. Come uno speleologo si è calato nei meandri dell'anima umana, negli angoli oscuri della psiche e ha posto davanti all'obiettivo della sua speculazione tutti i più grandi quesiti filosofici dell'uomo storico. Ha usato il suo cinema per porsi una notevole quantità di domande; e per cercare, al contempo, delle risposte plausibili a queste domande. Alcune di esse sono venute, altre sono mancate, più o meno clamorosamente. Tuttavia si può dire che l'obiettivo di Bergman, per sua stessa ammissione, non era certo quello di dipanare il mistero insondabile della vita e della morte, bensì quello molto meno ambizioso e molto più umano di tentare, attraverso la sua arte, d'intavolare un inizio di discussione; di tentare un approfondimento; di fornire degli abbozzi di spiegazione; di avviare su una via di conoscenza che potesse permettere di avvistare almeno una flebile luce in fondo al tunnel; di istradare su un sentiero di esperienza, possibilmente meno impervio e scosceso di quanto non potesse apparire senza i suoi preziosi insegnamenti.
Terza opinione
Ingmar Bergman ha avuto, tra le innumerevoli altre, la indubbia capacità di contornarsi di attori e attrici straordinari. Senza di loro, cosa sarebbe stato il cinema e, soprattutto, cosa sarebbe stato il suo cinema? Avrebbe avuto la stessa straordinaria forza espressiva, la stessa straordinaria efficacia? Cosa sarebbe stato della sua arte se Bergman non avesse avuto sottomano e non avesse saputo trovare, istruire, plasmare e far crescere professionalmente e umanamente attori e attrici del calibro di Max von Sidow e Gunnar 7 Bjornstrand; di Bibi Anderson e Liv Ulman; di Ingrid Thulin e Ulla Jacobson? Oppure, se non avesse potuto sfruttare per la rappresentazione delle sue complesse ed articolate sceneggiature interpreti che erano o che sono diventati, anche per merito dei suoi film, dei veri e propri mostri sacri del cinema mondiale? Mi riferisco, ovviamente, a Viktor Sjostrom, Erland Josephson, Nils Joffe, Ingrid Bergman, etc. . Bergman stesso, parlando delle sue sceneggiature, dei suoi testi scritti per il cinema, confessa: “...quando l'attore, alla fine, s'impossessa delle sue parole e le trasforma in espressioni sue proprie, lui stesso finisce per perdere il contatto con il significato originale delle battute. Gli artisti riescono a destare nuova vita in scene piene solo di chiacchiere”. Quarta opinione
Ingmar Bergman, per sua stessa ammissione, ha usato il suo cinema, la sua arte, i suoi film anche come normalissimo, prosaico strumento per raggiungere una fama globale imperitura e per assicurarsi l'agiatezza economica (se non una vera ricchezza); che spesso gli sono mancate: si pensi, ad esempio, al suo disastroso inizio di carriera. Ha usato - anche di questo particolare veniamo a conoscenza per sua stessa ammissione - i film come vere e proprie sedute di auto-psicanalisi. Ha lavorato nel cinema trasmettendo, attraverso le sue sceneggiature e le sue riprese, agli attori le sue proprie angosce, le sue proprie paure, le sue proprie psicosi. Perché essi interpretando i suoi personaggi, le trasmettessero allo spettatore. A noi. Non ha mai fatto mistero di avere accumulato nel corso della sua infanzia problematiche psicologiche, derivanti dagli strani rapporti intrattenuti, suo malgrado, con la madre e col padre. A proposito di tale sofferto rapporto famigliare, egli stesso ammise: “Immagino che i più forti impulsi a girare Il posto delle fragole siano derivati proprio dal dissidio coi miei genitori. Io mi ritraevo nella figura di mio padre, cercando spiegazioni alle amare controversie con mia madre. Credevo di capire di essere stato un bambino non desiderato, cresciuto in un grembo freddo e generato in una crisi... fisica e psichica. Il diario di mia madre ha in seguito confermato questa mia impressione: mia madre era profondamente ambivalente nei suoi sentimenti verso il suo disgraziato, morente bambino”. Ingmar Bergman non ha mai evitato di parlare dei suoi personali problemi, magari preferendo trincerarsi dietro a più opportuni silenzi, oppure dietro al comodo paravento di strategiche omissioni o anche dietro a una artificiosa mancanza di chiarezza. Ha lui stesso messo i suoi estimatori a parte dei piccoli o grandi segreti personali spesso sconvenienti e poco affascinanti, se non addirittura imbarazzanti. Insomma, pur attribuendosi certamente una buona dose di genialità artistica ed ammettendo l'indiscussa grandezza di alcune delle sue opere, non ha mai rifiutato il suo ruolo di uomo storico, pieno di difetti, di essere umano con luci ed ombre, di persona in fondo normale, potenzialmente geniale, ma anche debole e fallibile. Lui stesso ne ha parlato apertamente e scritto altrettanto chiaramente nelle sue varie biografie. A modestissimo avviso dell'autore, anche in questo suo anticonvenzionale, originale ed estroso atteggiamento va ricercata una parte cospicua della sua grandezza.
Quinta e ultima opinione
Nel corso della sua lunghissima carriera cinematografica, Ingmar Bergman ha prodotto una serie di film nei quali ha affrontato direttamente le tematiche religiose; ha espresso ansie e inquietudini della cultura del suo tempo; ha indagato sui sentimenti e sui rapporti interpersonali, intersessuali e interfamigliari; ha, perfino, tradotto in immagini le sue stesse paure personali. Nelle altre sue opere che pure non sembrano rivolte altrettanto apertamente al trascendente, né alla metafisica, si percepisce nel linguaggio e nelle messe in scena allestite dal maestro svedese un retroterra che rimanda alla sua profonda formazione protestante scandinava, alle sue rocciose letture di formazione (soprattutto Strindberg, Ibsen e Kirchegaard) e alla sua solida cultura biblica. Dall'analisi dei suoi film più importanti, si scoprirà che non solo di Dio o del suo silenzio o della sua assenza, si tratta, ma di un rapporto che coinvolge e chiama in causa anche le modificazioni socio-economico-culturali a cui è andata incontro la società in un arco temporale di quasi sessant'anni. Cambiano i riferimenti sociali e quelli culturali, e cambia anche, in un certo senso, l'antropologia che il regista si trova di fronte; evolve, inesorabilmente, la disposizione con cui uomini e donne del nostro tempo sperimentano il proprio incontro con gli altri e la ricerca, eventuale, di una parola trascendente.
Tutti i suoi film contengono importanti connotazioni culturali, religiose, sentimentali, psicologiche, sociali, finanche politiche, in un senso molto lato.
Solo per necessità di informazione, anche sommaria, ne accenniamo di seguito una rapida elencazione:
• I film della fine degli anni '40, gli anni dell'esordio ma anche gli anni del disagio sociale in Svezia e dell'inizio del cd. neorealismo: Crisi (1946), Piove sul nostro amore (1946), La terra del desiderio (1947), Musica nel buio (1948), Città portuale (1948), Prigione (1949), Sete (1949), Verso la gioia (1950), Questo non accadrebbe qui (1950);
• I film degli anni '50, in cui, per primo, Bergman aveva cominciato a fare il punto sulla condizione femminile, sul ruolo della donna nella società moderna e a preconizzare certe sue importanti conquiste sessuali: Un'estate d'amore (1951), Donne in attesa (1952), Monica e il desiderio (1953), Una vampata d'amore (1953), Una lezione d’amore (1954), Sogni di donna (1955), Sorrisi d’una notte d’estate (1955), Alle soglie della vita (1958); • i film, dei primi anni '60, la cd. Trilogia Religiosa, o di Dio, o dell'assenza di Dio. I film del confronto diretto dell'uomo con Dio: Come in uno specchio (1961), Luci d’inverno (1963), Il silenzio (1963);
• i film sui turbamenti della psiche e sulla fenomenologia dell'occulto: Il volto (1958), Persona (1966), L’ora del lupo (1968);
• i film della sua adesione ferma e convinta alla battaglia civile pacifista e della conseguente presa di distanza dalla guerra: La vergogna (1968);
• i film, non facilmente dimenticabili, i grandi momenti di una creatività in cui la vera risposta era l’arte in sé (“ars gratia artis”), l'arte alta come così alto in quegli anni ancora il cinema non era stato; i suoi capolavori assoluti: Il settimo sigillo (1956), Il posto delle fragole (1957), La fontana della vergine (1960), Sussurri e grida (1972), Scene da un matrimonio (1975), Sinfonia d'autunno (1978);
• e infine, l'ultima grande tappa della sua lunga carriera, il canto del cigno e testamento poetico autobiografico appunto Fanny e Alexander (1982).