sabato 15 aprile 2017

Ingmar Bergman, Gesù Cristo e la Passione



   Ingmar Bergman era talmente incuriosito e appassionato dalla figura di Gesù Cristo che aveva da tempo deciso di girare un film su di lui a Faro, la sua isola, ma era rammaricato dal fatto che diverse circostanze glielo avevano sempre impedito e racconta il suo disappunto nella sua autobiografiaLa buona occasione, ad ogni modo, sembrava, finalmente, essersi materializzata quando giunse a casa sua una folta delegazione di dirigenti della RAITV che gli si era rivolta per attribuirgli formalmente l'incarico di preparare la sceneggiatura per una Vita e Passione di Gesù Cristo. Pagarono anche anticipatamente il suo lavoro: la bella somma, per l'epoca, di 30.000 dollari.
Bergman si mise subito all'opera e forte della educazione religiosa forzosamente ricevuta dal padre, pastore protestante, e di una solida conoscenza biblica raggiunta attraverso approfondite ricerche e studi sulla figura storica del Cristo, fu in grado in pochi giorni di spiegare il suo personalissimo e originalissimo progetto.

Risposi con un piano dettagliato delle ultime quarantotto ore della vita del Salvatore. Ogni episodio era incentrato su uno dei personaggi del dramma... Dissi che volevo girare il film a Faro. Le mura di Visby sarebbero state quelle intorno a Gerusalemme. Il mare che bagna i raukar sarebbe diventato il lago di Genezareth. Sulla collina pietrosa di Langhammars volevo erigere la croce.

Probabilmente il progetto del Maestro fu giudicato troppo innovativo e originale, per come era stato esposto loro, lontano da quello che forse si aspettavano di sentirsi raccontare, oppure troppo avulso dalla scenografia dei luoghi tradizionali della vita del Cristo.

Gli italiani lessero, rifletterono e arretrarono impalliditi. Pagarono generosamente e affidarono l'incarico a Franco Zeffirelli: ne risultò una vita e morte di Gesù come in un bel libro illustrato, una vera e propria biblia pauperum.

In un colpo solo la RAI-TV ottenne diversi risultati, non tutti e non proprio lusinghieri, purtroppo. Con la loro visione provinciale delle cose  e dell'arte rimediarono una bruttissima figura con uno dei cineasti più grandi di tutti i tempi; ottennero la madre di tutte le Passioni di Cristo, che ancora si rappresentano (ahimè!) in tutta Italia; rinunciarono probabilmente a festeggiare l'ennesimo capolavoro a firma di Ingmar Bergman, che sarebbe stato almeno alla pari, se non addirittura superiore al Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini, senza alcun dubbio la migliore trasposizione delle ultime ore di Gesù mai realizzata per il cinema.
Insomma, grazie alla lungimiranza dei dirigenti RAI, oggi la cultura mondiale celebra una biblia pauperum in più e un capolavoro in meno.

smr

mercoledì 12 aprile 2017

il giocoliere




Era da tanto che non vedevo esibirsi dal vivo un artista di strada. Devo essere sincero, mi aspettavo d’incontrarlo a Santarcangelo, la patria del Festival internazionale del teatro in piazza e anche degli artisti di strada. Come se aspettasse anche lui l’incontro l’anonimo giocoliere arriva quasi all’improvviso, sbuca da un vicolo, proviene da non so dove e appare nella strada centrale. Sta in sella a una specie di sidecar improvvisato: una vecchia bici - al posto della moto - che posteggia lesto dietro di lui, dalla quale stacca un carrettino - al posto del carrello del passeggero - che mette un poco più avanti, appena dietro al suo palcoscenico ideale. Sopra c’è un’enorme sacca di tela, sopra la sacca sta seduto comodamente il cane. Suppongo contenga le poche cose che gli servono per il suo povero spettacolo. Così è. Il corso, pure se centrale, appare quasi deserto nel sonnacchioso primo pomeriggio di un sabato freddo e uggioso di metà febbraio. Lui e il suo cane; noi della nostra piccola comitiva e qualche paesano che non ha nulla da fare e sfida il freddo e il gelicidio. Dalla sacca logora dietro di lui, comincia a pescare qualcosa: tre o quattro clave da far volteggiare in aria; mazzi di torce, sciolte una ad una, oppure legate fra loro a gruppi di tre, da far volteggiare solo dopo che gli ha dato fuoco. Per questo tira fuori un paio di bottiglie di vetro col tappo a molla e la guarnizione arancione. Piene di gasolio o di un 40 altro liquido infiammabile puzzolente. Qualche immancabile accendino di plastica e il resto dell’armamentario che serve per il suo povero spettacolo. Da quale vita fugge quel giovane uomo? Chi è e da dove viene questo signore un po’ malmesso che nel mezzo dell’esibizione chiede un applauso e quando finisce solo qualche monetina? Non ha freddo in maniche di camicia coperto da un pantalone di stoffa sottile e un paio di scarpe da tennis sfondate ai piedi? Dove ha mangiato, se lo ha fatto, oggi a pranzo? Tutte domande e altre ancora che in pochi attimi si affastellano nella mia testa e che resteranno senza risposta, mentre, cercando di non farmi notare, rubo un fotogramma della sua vita e proseguo il mio giro. Ogni tanto ripenso allo spettacolo dell’artista di strada: non posso farci niente a me quel pensiero fa una tristezza infinita.


martedì 11 aprile 2017

C'era una volta il... vespasiano.

Nessuno, tra quelli che vi si sono imbattuti anche solo una volta, può aver dimenticato quell'orribile prefabbricato di cemento, che stava di fronte al bar di Zio Fiore. A suo modo era pure originale. Un grosso parallelepipedo, cavo all'interno, sormontato da un tetto piatto e sottile, con gli spigoli arrotondati. Ancora oggi, a distanza di anni, se dovessi indicare l'effluvio che, dall'infanzia, ricordo più intensamente - e con meno rimpianto - di sicuro citerei, non senza un iniziale imbarazzo, quell'olezzo acre e pungente di urina che proveniva insistente dal vespasiano. I ragazzini più alti, incuranti dei miasmi di cui era impregnato e che si diffondevano intorno, riuscivano perfino a farne un posto di gioco: si aggrappavano alle pareti e si lasciavano dondolare, lanciandosi con un colpo di reni, e atterravano poco più in la, sulle punte dei piedi. Quell'orinatoio era stato sistemato con arguzia, quasi strategicamente, di fronte al bar, sull'altro lato della strada. Li separava solo il viale. Per raggiungerlo percorrevi, dal bar, uno dei primi attraversamenti pedonali che ricordo in paese. Insomma era abbastanza vicino per i passi malfermi dei bevitori di professione. Quelli che ne avevano bisogno lo raggiungevano veloci, quasi con una punta di vergogna e scomparivano presto dietro i pannelli maleodoranti. Specialmente il sabato sera si assisteva a una curiosa processione, una lenta diaspora, un piccolo continuo esodo, di individui silenziosi dalle vesciche gonfie. Attraversavano la strada con espressione dolente e avvilita. Un giorno, qualcuno, da qualche parte, aveva deciso 86 che il vespasiano doveva scomparire. Come per eliminare una vergogna. E un bel giorno al nostro risveglio non lo trovammo. Al suo posto c'era una piazzola di cemento fresco ben levigato. L'abituale prospettiva del viale verso la piazza non esisteva più. Io provai una strana sensazione di spaesamento. Intendiamoci, mica lo rimpiansi. Come si fa rimpiangere un vespasiano. Tuttavia la sua assenza era irrimediabile. Era come se il paesaggio fosse stato stravolto, anzi, impoverito.

domenica 19 marzo 2017

In memoria di mio padre.

Ho reclamato, dall’uomo distratto che stava di guardia,
il permesso di entrare da solo,
nella stanza fredda.
Ho voluto salutare mio padre,
per l’ultima volta.
Siamo stati insieme per lunghi minuti,
ma entrambi eravamo soli.
Lui impietrito,
avvolto in lenzuolo bianco;
io senza parole,
raccolto in una preghiera muta,
il viso segnato dalle ultime lacrime che avevo da versare.
Come per un miracolo,
il suo volto non era più sofferente.
Papà sembrava guarito,
restituito per sempre all’espressione serena di sempre.
Quella che nelle eterne settimane precedenti avevo dimenticato.
Ho avuto l’audacia di scoprire il suo corpo.
Era nudo,
sotto il sudario.
L’ho osservato per interminabili momenti.
Ho letto, cucita nelle sue carni, una lunga inutile ferita,
testimone della scienza impotente,
che s’arrende al mistero insopportabile della Vita e della Morte.
E’ stata la prova più dura di tutta la mia vita.
Sembra mostruoso,
ma può essere lecito,
scoprirsi a pregare perché una persona che ami non viva più,
sofferente,
ma si spenga al più presto.
Oggi,
quando mi capita d’entrare nella chiesa deserta,
percepisco ancora gli echi del necrologio commosso del suo collega più caro,
interrotto dai frequenti singhiozzi degli altri.
Uscendo,
avverto lontano il crepitio sordo dell’ultimo applauso,
al passaggio della bara,
portata a spalla dai suoi amici più fedeli,
mentre sulla piazza cala,
come un velo pesante,
immateriale e dolente,
il fiacco rintocco della campana a martello dei morti.


domenica 25 dicembre 2016

Dai Seviri a ...Formigoni.

    A proposito della questione degli attuali politici credo sia utile tornare all'epoca aurea dei Seviri che avanzavano la loro candidatura al Sevirato versando una "summa honerosa" attestante la loro capacità economica: in buona sostanza dovevano comprare, pagandolo di tasca propria, l'onore di poter ricoprire una carica pubblica amministrativa. Bei tempi! Tra le tante mansioni dei "Seviri Augustales" c'era l'obbligo di offrire, a loro spese, ogni anno, un sacrificio, distribuendo incenso e vino a tutti gli abitanti del Municipio. Carica onerosa, quindi, quella dei Seviri, a cui si cercava di sfuggire, ma che col tempo venne, addirittura, rafforzata, aumentandone il costo. Gli antichi romani, duemila anni fa, avevano già trovato l'antidoto alla corruzione.


Buon Natale dal ...tessitore.

 


   Esistono delle persone che non vogliono far estinguere i ricordi dei tempi passati; non vogliono far dimenticare certi ricordi salienti della loro comunità. Quelle persone sono i tessitori. Io mi ritengo un tessitore, nella accezione più positiva e utile del termine. Mi ostino a voler raccontare il mio paese, i suoi abitanti, le persone che conoscevo, quelle che avevano qualcosa da riferire; qualcosa che valesse la pena di tramandare. Nella lunga storia dell'umanità il racconto delle piccole storie di alcune persone reca in se una forma di commento, perché molte storie di persone si commentano da sole; si commentano da sole, solo raccontandole. Si fonda su questa pietra d'angolo, costituita dai ricordi, il lavoro dei tessitori, di coloro, cioè, che intrecciano le trame perdute; ricostruiscono la memoria comune e riavvolgono i fili del nostro passato. La perdita dei ricordi, del passato, della memoria, delle tradizioni è malattia della nostra epoca e allora serve a questo il faticoso lavoro di chi cerca di recuperare quello che si è perso: sfidare l’oblio rinverdendo i ricordi. Ma quelle persone sono anche ...tessitori di sogni, perché con passione e coraggio proiettano il meglio del passato su un mondo futuro migliore. La damnatio memoriae era l'uso di scalpellare l'incisione (epigrafe) nel punto in cui compariva il nome del condannato (nel caso di un suo comportamento scorretto), lasciando inalterato il resto del testo. Le mie storie sono l'esatto contrario, funzionano alla rovescia: condannano i protagonisti ad essere ricordati attraverso la narrazione delle loro gesta. La epigrafe è un testo solenne, normalmente breve, inciso su una lastra di materiale non deperibile, di norma: marmo, pietra o (meno frequentemente) metallo. Le mie storie non sono testi solenni ma sono normalmente brevi, come epigrafi, e in esse tento di mettere nella giusta luce brandelli di vite delle persone che ho conosciuto. Anche questa raccolta di racconti, infatti, è stata resa possibile dalle persone e dalle loro vite (normali, in molti casi; straordinarie, in alcuni); dalle loro esperienze di vita (normali, in molti casi; strane, in alcuni), dagli aneddoti a loro legati, dai racconti: raccolti personalmente da me o riportati da altri testimoni. Dalla quantità di queste informazioni è possibile ricostruire un modo di vivere, anzi, 6 un modo di intendere la vita che, probabilmente, non esiste più; che è scomparso e che non è più possibile riesumare, se non attraverso la narrazione, le parole scritte, in una parola, i racconti. Non possiamo sapere chi siamo se non sappiamo cosa eravamo, cosa siamo stati. Noi eravamo polvere e polvere torneremo ad essere. L'unica cosa che potrà sopravviverci è la memoria, il ricordo di noi. Alla memoria collettiva che si nutre dei nostri ricordi è dedicata questa raccolta. L'anima è la memoria che lasciamo. Un'altra piccola peculiarità dei racconti di vita è che essi costituiscono esempi di moralità; anzi, essi sono dei veri e propri racconti morali, intesi nel senso francese del termine moraliste, come in Francia, appunto, viene considerato colui che ha qualcosa da dire, qualcosa da raccontare, quindi, qualcosa da insegnare. Da vivo e anche da morto!

(dal mio libro Cronache dal piccolo borgo della pietra millenaria.)

sabato 4 giugno 2016

Nino Manfredi, una eccellenza ciociara.

Metto qui un brano dal mio libro "Storie dal paese dei ciclamini", in cui ricordo la visita privata (che diventò pubblica) fatta negli anni '70 da Nino Manfredi al mio paese. L'occasione è la data della sua morte: 4 giugno 2004 a Roma.


Una volta, al mio paese, è venuto Nino Manfredi. Era, se non ricordo male, la metà degli anni '70. Nino Manfredi aveva da poco fatto costruire la sua villetta a Scauri, affacciata sulla celeberrima Spiaggia dei Sassolini. Un posto che io conoscevo bene, perché mio padre ogni estate ci portava al mare a Scauri, prendeva un ombrellone per quindici giorni al Lido Delizia e qualche volta, deviando dal consueto tragitto sull'Appia, ci portava a vedere questa spiaggetta deliziosa, fatta tutta di sassolini e resti di conchiglie, ben nascosta dietro a Monte d'Oro. Negli anni '60, Nino Manfredi, in cerca di un buen retiro in riva al mare, l'aveva trovata e se n'era innamorato subito. La Spiaggia, poi, fu immortalata nel film "Per grazia ricevuta" (vincitore del premio per l'opera prima a Cannes, nel 1971) dello stesso Manfredi, e nello sceneggiato "Il conte di Montecristo" con Gerard Depardieu e Ornella Muti. Altre scene dello stesso film vennero girate in una bellissima villa di Via del Golfo, nella zona di Scauri vecchia. Nino Manfredi aveva deciso che proprio sulla Spiaggia dei Sassolini, il posto più esclusivo di Scauri, sarebbe sorta la sua villa. Oggi quel posto ricade nel territorio del Parco Nazionale della Riviera d'Ulisse e non sarebbe possibile ottenere nemmeno l'autorizzazione per l'installazione di una cuccia per cani. Ma quella era l'epoca della cementificazione selvaggia a Minturno e un sindaco democristiano più che compiacente, anzi, lusingato all'idea di ospitare il famoso attore nel territorio del suo comune, facendo uno strappo alle norme edilizie del PRG (in realtà non so se Scauri ne abbia mai avuto uno), gli aveva fatto avere facilmente e rapidamente la tanto agognata concessione edilizia (che, peraltro, non si negava a nessuno ne facesse richiesta, figuriamoci a Manfredi). L'artista lo aveva ripagato facendosi vedere ogni tanto a braccetto con lui, sul lungomare della cittadina tirrenica a fargli un po' di pubblicità con la sua popolarità e a ricambiare il simpatico gesto accettando anche di ricevere la cittadinanza onoraria d'ordinanza. Ad essere onesti fino in fondo bisogna dire che quella casa, oltre a regalare i famosi tramonti mozzafiato sul mare davanti a Monte d'Oro cari, qualche migliaio di anni fa, anche al princeps senatus Marco Emilio Scauro, che diede il suo nome alla cittadina, regalò più di qualche grattacapo al suo legittimo proprietario. Successe quando, qualche decennio fa, egli confessò candidamente ad un giornale locale di essere stato costretto a rivolgersi a un piccolo boss locale della camorra per far cessare la rumorosa attività notturna di un giovane pescatore di frodo, che quasi ogni notte andava a far esplodere le sue bombe nelle acque di fronte alla villa, disturbando ovviamente i sonni dell'attore. Insorse immediatamente, tuonando strali contro di lui il titolare della parrocchia di S. Albina di Scauri, il mio compaesano Don Simone di Vito, additando come pessimo esempio il comportamento equivoco e quanto meno improvvido dell'inconsapevole Nino Manfredi. Sempre a Scauri, ma dall'altro lato della riviera, a sud, verso Napoli, nei pressi di Monte d'Argento, aveva la sua casetta di legno da pesca, meno pretenziosa e con affaccio sulle acque salmastre della foce del Garigliano, Zì Petrucciu 'e scafaritthu, un mio compaesano, ricco imprenditore del marmo. L'aveva fatta costruire per ospitarci gli attrezzi per la pesca ma, soprattutto, per piazzarci una bilancia nuova fiammante: con la quale pescava per il suo esclusivo fabbisogno personale, d'estate, quasi ogni giorno, al ritorno dalla consueta supervisione nelle sue cave. Pietro Parente era un gourmet: amava il pesce appena pescato, la falanghina fresca, la convivialità e tutta la buona tavola. Non so come avesse conosciuto Nino Manfredi, ma non doveva essere stato così difficile. Secondo me era successo, presumibilmente, durante una delle loro scorribande nei numerosi ristoranti locali, alla spasmodica ricerca del pesce fresco del Tirreno, di cui, entrambi erano ghiotti. E così un bel giorno aveva addirittura invitato il famoso attore al suo casotto sul fiume. E qualche tempo dopo aveva pensato bene di invitarlo in visita privata al suo paese, per fargli vedere la sua principesca dimora nuova, strategicamente piazzata proprio al centro del paese e - perché no! - per alimentare un po la sua popolarità presso i compaesani e il suo personale ego, entrambe cose che non fanno mai male a nessuno. Nino Manfredi era un tipo ruspante, che di fronte a un bagno di folla e a un pranzo luculliano non si tirava mai indietro, e venne di buon grado a Coreno Ausonio: l'ultimo paese (in senso geografico e non solo) della "sua" Ciociaria. E si! Perché, forse non tutti lo sanno, ma anche Nino Manfredi, uno dei più grandi e noti attori italiani di sempre è ciociaro, essendo nato a una cinquantina di chilometri più a nord di Coreno Ausonio, esattamente a Castro dei Volsci. Tra le montagne di Ceprano e Amaseno. Per la verità - mi sia consentito di aprire una succosa parentesi - la provincia di Frosinone e la Ciociaria hanno dato i natali ad altri due mostri sacri del cinema italiano: a Sora è nato il grande regista ed attore Vittorio De Sica e a Fontana Liri l'altro grandissimo attore Marcello Mastroianni. E non è finita qui, perché a Frosinone, nel capoluogo, è nato un altro grande del cinema italiano: Carlo Ludovico Bragaglia, precursore, negli anni venti, del grande cinema muto italiano; mentre da due cittadini di Cervaro nacque, in America, Anthony Minghella, morto prematuramente e autore del grande The english patient, vincitore di ben nove premi Oscar. Insomma, la Ciociaria (o Alta Terra di Lavoro) ha dato un bel contributo pesante al nostro grande cinema nazionale. Chiudo la parentesi. E fu così che Nino Manfredi, rispondendo ad un gentile invito del caro amico Pietro Parente, in un tiepido pomeriggio di primavera, venne a Coreno, partendo da Scauri o da Castro dei Volsci - non so - e, percorrendo un bel tratto della Cassino-Mare, la nuova SS 630, appena finita ed inaugurata. Naturalmente tra gli abitanti del paese si era da giorni sparsa la voce dell'arrivo del regista e indimenticabile interprete del film Per grazia ricevuta, fresco reduce dal Festival di Cannes, girato al paese del collega ed amico Marcello Mastroianni, che tanto somiglia a Coreno Ausonio e agli altri 91 centri della provincia ciociara. Inutile dire che quella che doveva essere una visita strettamente privata, per l'arrivo in paese di uno dei personaggi più noti e polari di tutta la nazione, si era ben presto e quasi spontaneamente trasformata in una visita pubblica se non ufficiale. Quando l'attore col suo autista arrivarono a Coreno, facendosi faticosamente largo tra due ali di folla che stazionavano da ore lungo tutto il Viale della Libertà, dal camposanto fino a Piazza Umberto, parcheggiarono la Fiat 1100 all'interno del distributore dell'Agip, grigio e rosso, nuovo di zecca. Sceso dall'auto, il grande Manfredi, fu accolto dal caloroso fraterno abbraccio di Pietro Parente e dalle urla inneggianti dei suoi euforici concittadini. Inutile dire che quella che doveva essere una breve e veloce passeggiata di qualche decina di metri, fino alla casa dell'imprenditore, finì per durare qualche ora. Chi si offriva di ospitare Manfredi in casa sua, anche solo per un centesimo di secondo; chi gli offriva da gustare un caffè caldo caldo appena uscito o un bicchiere di vino locale appena imbottigliato; chi gli chiedeva l'autografo e chi invece pretendeva in omaggio una foto di scena con qualche attrice famosa e formosa, magari pure autografata. Prima di poter arrivare a casa del suo anfitrione ed imboccare il maestoso portale di marmo, Nino Manfredi fu costretto a stringere qualche migliaio di mani, praticamente quelle di tutti i cittadini corenesi; baciare sulle guance qualche decina di bambini piccoli appena nati, offerti dalle loro giovani madri; invitato, anzi strattonato, a posare per centinaia di foto ricordo, compresa quella, in cui sta col parroco Don Peppino La Valle, che illustra la mia storia; a raccontare qualche gustoso, ma anche pruriginoso, aneddoto sullo sfavillante mondo della celluloide, in lungo e in largo frequentato. Da quei lontani anni '70, se si esclude l'ospitata di qualche cantante o gruppo rock più o meno di moda o di un personaggio politico di levatura nazionale, democristiano o comunista, nessun altra persona famosa, nessun'altra stella del cinema è più venuta a turbare la sonnacchiosa quiete montana del mio paese. A meno che l'evento non mi sia sfuggito. Ma penso di poterlo escludere. Degli interpreti principali di quello spettacolare pomeriggio, Pietro Parente è morto, qualche decina di anni fa, dopo aver impersonato, per gentile 43 concessione del suo amico attore e per il suo perfetto phisique du rhole la parte del capostazione, con tanto di cappello, mustacchi e fischietto, nel film Cafè Express diretto da Nanni Loy. Nino Manfredi ha continuato, anche saltuariamente, a frequentare la sua villa con affaccio sulla Spiaggia dei Sassolini e le scene dorate del cinema, fino alla sua morte, avvenuta qualche anno fa, nel 2004, a Roma. Don Peppino La Valle è morto anche lui. Gli sopravvivono, oltre alle fotografie, qualche libro di storia stampato postumo e un sacco di aneddoti, anche non proprio edificanti, diciamo pure compromettenti. E, purtroppo, sono morte anche una buona parte delle comparse strepitanti che quel giorno parteciparono alla storica kermesse. A me è piaciuto solo ricordare, a qualche sparuto lettore, un evento curioso ed irripetibile della nostra storia recente, altrimenti assai povera. 


lunedì 7 marzo 2016

Dedicata alle donne (ma soprattutto alla mia donna).

DEDICATA ALLE DONNE.


MILLE VOLTE GRAZIE.

Grazie, per la sigaretta tenuta in quel modo.
Grazie, per le gambe accavallate.
Grazie, per i capelli sciolti e quella mano che li sposta.
Grazie, per gli sguardi regalati da sconosciuta
e anche per gli sguardi non ricambiati,
ma solo con gli occhi non ricambiati...
Grazie, per il levi’s a pelle che indossi e per quella gonna a fiori troppo poco indossata.
Grazie, per la scia di odori che lasci quando passi.
Grazie, per quella minigonna in primavera sul motorino.
Grazie, per quell’intelligenza tanto pronta e così avanti.
Grazie, per i sorrisi fatti di punti e parentesi.
Grazie, per la dolcezza come lingua universale.
Grazie, per i post-it coi fiorellini e i cuoricini.
Grazie, per il periodo premestruale, che ci permette di accudirti.
(A te piace tanto.)
Grazie, per il colore degli occhi, qualunque esso sia.Grazie, per la sicurezza ostentata e per la timidezza celata e per la voglia di arrivare e per la capacità di troncare ed essere sicura.
Grazie, per la tua voglia di essere mamma.
Grazie per i tuoi “quanto è carino”...“ma in fondo è un cretino."Grazie, per le pieghe della stoffa sul tuo corpo.
Da quello indoviniamo quanto sei bella.
Grazie, per il rimmel di troppo quando piangi.
Grazie, perchè sei diversa da noi. Sennò, sai che noia sarebbe!
Grazie, perchè ogni tanto ci fai capire quanto siamo stupidi.
Grazie, per quelle lacrime sempre appese alle ciglia.
Grazie, per quello che pensi e che non dici e anche per quello che dici e che non pensi. Perché la discrezione è tutto, ma la riservi solo per quando serve.
Grazie, per come balli. E per come sopporti la nostra imbranataggine nel ballo.Grazie, perché sei sempre mamma e non sempre amante.
Grazie, perchè sei amante (ogni tanto) e non sempre mamma.
Grazie, per quegli appunti perfetti.
Grazie, per quella grafia sempre così tonda.
Grazie, perché stai cambiando e grazie anche perchè non cambi troppo.
Grazie, per come sei, quando sei come sei.
Grazie, perché non sempre ti capiamo.
Grazie, per le tue mani e per le tue unghie curate. (Che ogni tanto ci fai assaggiare nella carne)
Grazie, perché la guardi negli occhi, quella tua cara amica, e vi siete già capite.
Grazie, per l’entusiasmo ai matrimoni; per come ami la nonna; per i tuoi giorni no, o così e così.
Grazie, per i tuoi dolori.
Grazie, per il mistero e per il pizzo nero.
Grazie, per come scrivi.
Grazie, perché ci sei, quando ti chiedo aiuto.
Grazie, per come godi.
Grazie, per i chili di troppo che non sono mai troppi.
Grazie, perché ti basta essere.
Grazie, perché ci sarai sempre, anche se non ci sarai mai.
Grazie, per le tue confessioni, anche se ci fanno tanto male.
Grazie, per le immagini che trovi.
Grazie, per il tuo tutto. Grazie, per il tuo niente.
Grazie mille ...a tutte le donne.

E la vostra giornata non sia una volta l'anno, ma ogni giorno.

domenica 28 febbraio 2016

La prefazione di Massimo Roscia al mio libro.



Metto qui la prefazione, eccellente e molto poetica, che l'amico Massimo Roscia*
ha voluto gentilmente regalarmi per il mio volume: 
"Compendio di Antichi Giochi e Passatempi Dimenticati".


Prefazione di Massimo Roscia 

 "Un cerchio di ferro rotola sobbalzando lungo il polveroso e sconnesso viottolo di campagna. Lo seguono un ramo biforcuto e due gambe fanciullesche, coperte di lividi e polvere, che non conoscono stanchezza. Al di là del fosso, lungo il quale scorre un’acqua limpidissima che si insinua tra abbracci di ranuncoli dai fusti striscianti e i petali dorati, compaiono altre due gambette. Sono piantate al centro del prato, conficcate al suolo come avidissime radici. Salde e divaricate, sorreggono il gracile busto in torsione dell’uomo che sarà. Il cerchio tracciato nell’erba è un cerchio magico che delimita il bene e si alimenta dei sorrisi e delle urla festanti dei bambini che stanno esercitando il loro irrinunciabile diritto al gioco. Proprio al centro di questo anello di gioia, una lippa volteggia a mezz’aria, viene colpita con forza e precisione dal bastone e scaraventata lontano, oltre le robinie, oltre i tetti rossastri delle case, oltre la valle, oltre le nuvole, oltre i confini del mondo conosciuto. Le voci si spezzano come bocconi di pane e si trasformano in monosillabiche espressioni di stupore; le mani ancora rosee e paffute si levano al cielo e salutano il colpo perfetto. È tardi, ma il sole non è ancora tramontato. C’è ancora tempo per una corsa fino al vecchio mulino, un nascondino tra i vicoli ombreggiati o una battaglia con le cerbottane, le fionde e i fucili a elastico. L’estate volge al termine e si inchina all’autunno. Mentre gli ultimi frutti avvizziscono sui rami e il vento fa frusciare gli steli con le sue calde carezze, le bambine giocano a campana e saltano la corda. Uno, due, tre, cento, mille saltelli sconfiggono il tempo. E la felicità diventa eterna. Salvatore M. Ruggiero, recuperando, codificando e 8 condividendo la memoria orale che narra di antichi giochi e passatempi, è riuscito a distillare quegli attimi e a catturare quella felicità. Lo ha fatto superando la mera rievocazione nostalgica e leggendo/rileggendo la storia della nostra terra attraverso gli occhi di un bambino; occhi enormi, avidi, curiosi, sognanti, puri; occhi luminosi come biglie di vetro; occhi ricolmi di amore; occhi che non sanno mentire; occhi semplici e generosi che ci restituiscono il vero senso della vita." 


(*Massimo Roscia è nato a Roma nel 1970 - qualcuno sostiene nel 1870. Scrittore, critico enogastronomico, docente, condirettore editoriale del periodico “Il Turismo Culturale”. Autore di romanzi, saggi, ricerche, guide e vincitore di diversi premi letterari, ha esordito nel 2006 con “Uno strano morso ovvero sulla fagoterapia e altre ossessioni per il cibo”. L’originale noir sul rapporto cibo nevrosi ha ottenuto in pochi mesi un grande successo di pubblico e di critica. Da qualche anno insegna comunicazione, tecniche di scrittura emozionale, editing, letteratura gastronomica e marketing territoriale. Nei minuti liberi continua a scarabocchiare e a chiedersi cosa fare da grande.)



Voglio ricordare agli amici che ne desiderassero una copia che il libro è in vendita (come tutti i miei libri) sul sito del mio editore on-line Lulu.com, all'interno della mia Vetrina-Autore, della quale metto qui il link. 

http://www.lulu.com/spotlight/salvatoredotruggiero57atgmaildotcom

N.B. Del volume esistono due versioni: una con fotografie e disegni a colori al costo di 32.00 euro e un'altra con foto e disegni in b&n in vendita a 14.00 euro.

sabato 9 gennaio 2016

Non maltrattare gli anziani.




"Quarant'anni fa la morte di un vecchio era peggio della morte di un bambino, di un giovane o una persona di mezza età: la morte di un vecchio era una vera tragedia comunitaria; era la fine di una lunga storia di vita; era come veder abbattuta una vecchia quercia o un ulivo secolare; era come veder crollare un monumento antico o un palazzo nobiliare per un terremoto disastroso; come vedere distrutto un pezzo d'arte prezioso o un'insostituibile porzione della società. Perché i vecchi erano tenuti in altissima considerazione: per l'aiuto che avrebbero potuto ancora dare in consigli, per i loro ricordi, per la memoria dei fatti, delle storie antiche, dei posti, delle persone. E non solo dalla loro famiglia, ma dall'intera società. Oggi quando muore un vecchio sembra che ci siamo tolti un problema, un peso, un impiccio, un dente cariato. E, per giunta, non avremo più badanti per casa che parlano lingue strane: altro sollievo! "Tanto era vecchio!" si dice e di lui, ne la famiglia ne la società, rimpiangeranno niente. Nemmeno la pensione,
intascata intera dalla ingombrante e indiscreta badante rumena."


dal mio libro: Storie dal paese dei ciclamini.



martedì 5 gennaio 2016

I fagioli cotti sul fuoco.



Un cugino di nonna Peppa, o un nipote, non ho capito bene, porta da Castelforte dei fagioli molto buoni e quasi miracolosi. Li produce in piccole quantità un contadino che poi li rivende come al mercato nero. Non sono molto grandi, hanno una buccia sottile e tenera e una polpa molto saporita: sono digeribilissimi. Non fanno aria nello stomaco: questo è il loro pregio più grande e li rende diversi da tutti gli altri fagioli. Nonna Peppa, che ha quasi cent'anni o giù di lì, li cucina vicino al fuoco del suo caminetto di mattoni rossi. All'occorrenza lo accende anche d'estate. “Guai - dice - cuocere i fagioli sul gas. Non sarebbero così buoni.” Per essere buoni, i fagioli, devono sapere quasi di affumicato, che prendono solo a ridosso dei carboni di legno di quercia, arroventati dalla fiamma. E devono cuocere lentamente. “Devono borbottare - dice lei - come a Zi Peppucciu.” Nonna Peppa mette l'acqua piovana filtrata in un coccio che si chiama pignatta, poi la riempie di fagioli spugnati dalla sera prima nella stessa acqua, aggiunge una costa di sedano, l'aglio schiacciato tra i palmi delle mani, che prende dall'orto che coltiva lei stessa dietro casa, e l'olio nostrano delle colline corenesi, che ricava dalla spremitura a freddo delle olive che ancora raccoglie lei a mano, oliva dopo oliva, accovacciata per ore per terra. Li lascia bollire lentamente per qualche ora coperti con un coperchio di stagno. Quasi li dimentica. Solo ogni tanto aggiunge un po’ d'acqua, se l'acqua di cottura si secca troppo. Quando sono cotti bene li toglie dal fuoco e, ancora tiepidi, li mette nei vasetti di vetro, che tappa bene, solo dopo aver aggiunto un po’ d'olio crudo e un po’ di prezzemolo fresco. Poi li distribuisce tra i tanti nipoti e pronipoti ghiottoni che ha disseminati in ogni angolo del paese. L'unica ricompensa che aspetta, ogni volta e che, ogni volta, immancabilmente riceve, è la certezza che tutti hanno gradito il suo piatto. E tutti si chiedono quando sarà la prossima volta che nonna Peppa cucinerà ancora quel piatto antico, semplice e gustoso. Se lo porterà dietro con lei, quando se ne andrà dal mondo dei vivi.

venerdì 25 dicembre 2015

Pranzo di Natale al ristorante Le Cannardizie. Una piacevole novità.

Pranzo di Natale a Le Cannardizie. Una piacevole novità.

Quest'anno io e mia moglie abbiamo deciso di consumare il tradizionale pranzo di Natale fuori casa, al ristorante. La scelta non poteva che cadere sul più rinomato ristorante di Atina: Le Cannardizie, dell'amica Patrizia Patina e dell'altro socio patron, lo chef Bastianelli. Dovevo colmare una grave lacuna eno-gastronomica che si protraeva da troppo tempo. Lo avevo promesso a me stesso, da tempo. Il nome, poi, è tutto un programma. Anche nel mio dialetto significa "cannarutizie", che in italiano significa ghiottonerie.



Attraversando la fitta coltre di nebbia che copre la Valle del Basso Liri, anche a mezzogiorno, e dalla quale non mi lascio intimidire, raggiungo Atina. E vengo premiato dalla vista del centro storico e da una meravigliosa mattinata di sole.



Una rapida sosta per ammirare la splendida piazza Garibaldi, assolata e luminosa, e ci infiliamo svelti nella Stretta della Posterula che conduce all'ingresso del ristorante.


I titolari hanno scelto una sede molto prestigiosa: la Cantina Visocchi, un vero e proprio museo contenente attrezzi enologici  d'epoca ottocentesca. La Cantina fu fondata e gestita da Pasquale Visocchi, un geniale agronomo al quale si deve la introduzione dei vitigni francesi in Val di Comino, dove sono ancora alla base del celeberrimo Cabernet di Atina, Doc dal 1999. 
All'interno, ad attenderci, troviamo in bella vista tutti i prodotti di CiociariaExpò, il sito on-line tramite il quale è possibile acquistare i prodotti tipici della provincia di Frosinone, un servizio ideato e creato da Patrizia appositamente per tutti coloro che volessero gustare o regalare le golosità ciociare. Ci accoglie caldamente una ragazza spigliata alla quale chiedo della mia amica Patrizia e che mi risponde sorridendo: "io sono la figlia, qualora non si notasse." Allude, ovviamente, ad una spiccata somiglianza che di primo acchito mi era sfuggita. E' evidente che le mie qualità di fisionomista, con la vecchiaia incipiente, cominciano a fare cilecca. Patrizia ci raggiunge subito e ci saluta calorosamente. Come sempre. Ci accompagna al tavolo. Un tavolo da otto per quattro persone. Noto subito che lo spazio occupato dai tavoli è minimo e c'è ampio spazio fra una tavolata e l'altra. Patrizia mi spiega che la sua intenzione non era di gestire una mensa aziendale ma un ristorante dove i clienti venissero accuditi e coccolati e avessero anche il loro spazio "abitabile". Un locale dove i clienti fossero pienamente soddisfatti e non rimpinzati come oche da foi gras. E subito capisco pure che pranzare nel caldo e accogliente locale sarà, praticamente, come pranzare a casa mia.
Ci accomodiamo e stabiliamo il menù con Patrizia, scegliendo di assaggiare praticamente tutte le portate. Cominciamo con un antipastino di pizze fritte, asciutte e ancora calde, e una scelta di tre formaggi locali: pecorino, ricottina e scamorzina. Il palato comincia a sciogliersi e a produrre saliva. Giustamente!
Proseguiamo con un bel piatto colorato di un verde intenso, verde come i prati della Val di Comino: tagliolini alla cicorietta fresca di campo adagiati su un letto di spuma di pecorino di Picinisco, a due passi; un abbondante piatto di gnocchi di patate con funghi porcini e una robusta porzione di lasagne alla ciociara.
Approfittando della presenza a tavola dei bambini, che non sono due gourmand, assaggio tutto.
Il bello è che, alla fine, se fossi costretto, non saprei quale piatto scegliere. Essendo i tre piatti tutti ottimi e di mio pieno gradimento.
Intanto degusto con grande piacere una coppa di vino bianco locale.
Alle Cannardizie, i titolari, entrambi esperti sommeliers, hanno scelto di trattare e di servire solo vini laziali, anche al bicchiere, che si accompagnano egregiamente ai piatti confezionati, tutti ancorati saldamente alla tradizione gastronomica del territorio della Bassa Ciociaria o Alta Terra di Lavoro.
Nel caso specifico, Patrizia mi consiglia un bel brand di chardonnay e sauvignon blac, il Bianco La Creta delle Cantine Iucci di Sant'Elia, a un tiro di schioppo da Atina. Un vino fruttato, con un gran bel bouquet, fresco, fragrante, con una buona persistenza. Un gran vino locale da 13,5°.
Capisco e approvo appieno la scelta dei patron.
I secondi sono sontuosi. Vitello arrosto al vino bianco, capretto arrosto con patate e steccata di Morolo alla piastra con tartufo nero. Anche questi piatti li ho assaggiati tutti e anche tra questi, se fossi costretto, non saprei quale scegliere: ben preparati, cucinati, contornati e ... ben innaffiati.
Potendo ordinare il vino al bicchiere ho scelto di abbinare al mio secondo un Cabernet di Atina Doc di Palombo. Anche questo un gran bel vino: caldo, rotondo, con profumi e sentori di frutti selvatici a bacca rossa, molto grasso e persistente.
Di contorno scegliamo una delicata insalata di misticanza, ben condita solo con sale e olio evo locale e delle patate di Avezzano arrosto saporite e cotte alla perfezione. Mi accorgo solo a questo punto di non aver toccato il pane; non ne ho avuto alcun bisogno.
Al dolce, infatti, arriviamo tutti satolli, ma nessuno può, né vuole, fare a meno di assaggiare i biscottini al vino, i tozzetti alla nocciola, croccanti al punto giusto e i biscotti di pan di zenzero alla cannella. Spazzoliamo alla perfezione il vassoietto che ci viene portato in tavola.
Fosse dipeso solo da me, mi sarei volentieri trattenuto ancora un po nell'ambiente caldo e accogliente della cantina, ma i bambini scalpitano, sono insofferenti, e dobbiamo andare. Ma lo faccio solo dopo il caffé.
Si conclude così, piacevolmente, una bella, intensa esperienza eno-gastronomica; una passeggiata nelle bontà di una terra antica, che ricca e abbondante come una cornucopia, non finisce e, grazie a Dio, non finirà mai di sfornare.
E da ripetere anche nelle altre stagioni dell'anno.
Pago il conto, anche questa è una gradita sorpresa natalizia. E' irrisorio per la qualità delle materie prime e per la bontà dei piatti, tutti abbondanti e eccellenti.
Prima di andare via faccio una rapida visita al meraviglioso terrazzo del ristorante, dal quale si gode una vista mozzafiato su tutta la Valle di Comino. E' doverosa e devo pure scattare qualche foto che sicuramente finirà nel mio prossimo libro, probabilmente una di esse andrà a nobilitare la copertina.
Vado a salutare Patrizia e tutto lo staff.


Quattro chiacchiere con la mia cara e coraggiosa amica Patrizia sono sempre poche.
Parliamo di alcuni impegni personali, di alcuni progetti paesologici comuni e ci promettiamo di rivederci presto. Qualcosa mi dice che anche stavolta la promessa sarà onorata.
Ma non potrei andarmene da Atina senza chiederle una confezione di Fagioli Cannellini di Atina Dop che prego di inserire nel conto, ma che lei, fermissima, mi offre in gentilissimo e inaspettato omaggio (inaspettato per me, non per il bel personaggio che è lei) e che io, pur recalcitrante, accetto, insieme a un bel bacio e a un caldo abbraccio. In quei gesti non leggo la cerimonia, nè l'ipocrisia che oggi va tanto di moda: in essi è racchiusa tutta l'umanità e l'ospitalità che gli abitanti di queste terre sanno offrire ai loro ospiti, viandanti come me.


Una sosta di pura devozione è doverosa davanti alla meravigliosa e antichissima Posterula romana, salvata miracolosamente da un improvvido quanto frettoloso tentativo di abbattimento, di cui porta ancora i segni. Resta la testimonianza imperitura che, con tutta probabilità, hanno ragione gli abitanti di questi posti: la Atina Potens (di virgiliana memoria) è sorta prima della eterna Roma Caput Mundi.

rgiliana

Vado via da Atina e dalla Valle di Comino accompagnato dalla mestizia che mi coglie ogni volta che ci metto piede. Fortuna che è sempre stemperata dalla certezza che ci tornerò molto presto.  

smr

mercoledì 23 dicembre 2015

BUONNATALE! E'NNATALE!


"Tutti gli idioti che vanno in giro con ...BUON NATALE! sulle labbra dovrebbero essere fatti bollire con il loro pudding - o con i loro Lussekatter, emenderebbe - e sepolti con una spina di agrifoglio nel cuore."
La paternità di questa frase amara  dovrebbe essere di Ebenezer Scrooge (il mio avatar del momento), citato da Burgess nel THE INIMITABILE, citato a sua volta in A.R. Falzon nella sua INTRODUZIONE A C.DICKENS, RACCONTI DI NATALE.
Con tutto quello che succede al mondo, agli uomini (giusti, meno giusti, non giusti e ingiusti), a noi, a voi, a me, mi parrebbe più opportuno astenersi dall'augurare un buon natale in cui mostra di non credere più nessuno, o che comunque appare "svuotato" di qualsiasi succo e di qualsiasi significato che sia meno che ipocrita.
Le pessime, disastrose condizioni nelle quali ci troviamo, noi e la società in cui viviamo, sono state determinate dallo iato profondo che separa (sempre di più) quello che diciamo da quello che facciamo. In sintesi: predichiamo bene ma razzoliamo male.
Quindi siamo più falsi delle banconote del monopoli.
Nello stesso momento in cui lo auguri, caro amico, è come se dicessi  (perché, effettivamente, in fondo in fondo lo pensi), col sorriso d'occasione sulle labbra: NON ME NE PUO' FREGARE UN CAXXO, E ANCHE DI MENO, DEL TUO BUON NATALE!
Quindi, se proprio non se ne può fare a meno, proporrei di dire solo ...E' NATALE! Che è già tanto. ;-)

domenica 20 dicembre 2015

ORPELLI SVANITI Libro di Dante Cerilli e AA.VV.

   ORPELLI SVANITI Libro di Dante Cerilli e AA.VV.



   Ieri sera, sabato 19 dicembre, a Supino (FR), nel salone delle rappresentanze dello Sporting Club
"La Selvotta", il prof. Dante Cerilli, in occasione del Ventennale della Rivista di Critica Letteraria "LE PAGINE LEPINE", ha presentato il suo nuovo libro "GLI ORPELLI SVANITI" - Giornalismo culturale e d’ambiente dalle “Pagine lepine”, con una Sezione Filologico-Esegetica di Autori vari e la prefazione di Aldo Cervo.
Dante Cerilli (Supino, FR, 1965), autore del libro e direttore responsabile di Pagine lepine, vive e lavora principalmente a Roma. È giornalista e scrittore dai molteplici interessi culturali, pubblica articoli dal 1982, saggi e monografie dal 1988 e libri di poesie dal 1990. La sua opera è conosciuta ed
apprezzata in Italia e all’Estero.
La presentazione è stata condotta dall'amico poeta Giuseppe Napolitano.
Prima di me è intervenuta anche la poetessa Ida Di Ianni e l'altra amica Antonietta Rossi della facoltà di Filosofia dell'Università "La Sapienza".
Questo è quanto mi attiene e si legge nel risvolto della copertina del libro.
«Ma, è nata prima la Paesologia o le “Pagine Lepine”? [...] Esse preesistevano alla Paesologia. Anzi, esistevano prima che Franco Arminio codificasse le regole portanti della sua nuova disciplina. [...]. Non a caso la rivista fondata e diretta da Dante Cerilli prende il nome dalla catena di
Monti ciociari alle cui pendici si trova adagiato Supino, il suo paese di nascita...»
(Salvatore M. Ruggiero, da "Pl rivista paesologica…")



Quello che segue, invece, per chi avesse la pazienza di leggerlo, il testo integrale del mio contributo, contenuto nel libro Orpelli Svaniti, da pagina 231 a pagina 242.

di Salvatore Marco Ruggiero
PAGINE LEPINE RIVISTA PAESOLOGICA. PAESOLOGIA COME “FILOSOFIA” DI VITA
(Motto per una querelle: “Ma, è nata prima la Paesologia o “Pagine lepine”?)

Con l’amico Dante Cerilli ci è capitato di parlare di paesologia questa estate, una
sera a Coreno, eravamo a cena dal Brigante. Quella amena discussione deve aver
lasciato il segno, nella sua curiosità e nel suo spirito critico, entrambi unici se, nemmeno
due mesi dopo, ha ritenuto di dovermi investire di un incarico per il quale gli sono grato
ma che mi investe di ardua responsabilità: spulciare praticamente tutti i numeri di
“Pagine lepine” (di cui quest’anno cade il ventennale) per controllare bene e stabilire
con esattezza se in esse si trattasse o meno di paesologia. Il motto per una querelle
sarebbe, allora, se sia nata prima la Paesologia o “Pagine lepine”. Può sembrare una questione retorica se non addirittura oziosa, ma è di cruciale importanza giacché, se si fossero trovate inequivocabili tracce di paesologia nelle “Pagine lepine” di Dante Cerilli, essa si potrebbe fregiare del titolo di rivista (anche) paesologica e, quasi certamente, “ante litteram”. Con molta probabilità, che in me si fa quasi assoluta certezza, sono nate prima le “Pagine lepine”. Esse preesistevano alla
paesologia. Anzi, esistevano prima che Franco Arminio codificasse le regole portanti
della sua nuova disciplina. E perché? Il perché è semplice! Perché, anche se i suoi
primi scritti risalgono agli anni ’80 (Cimelio dei profili, Catania: Lunario Nuovo, 1985
e Atleti, Avellino. Associazione librai di Avellino, 1987) in essi ancora non si parlava
ancora di paesologia. Di paesologia, invece, si comincia a parlare e, soprattutto a scrivere,
nei primi anni del terzo millennio, con L’universo alle undici del mattino, (Napoli:
Edizioni d’If, collana I miosotis, 2002); Viaggio nel cratere, (Milano, Sironi, collana
Indicativo presente, 2003); Circo dell’Ipocondria, (Firenze, Le Lettere, collana Fuori
formato, 2006). A ragione di questo supporto bibliografico, si può affermare, senza timore di smentita alcuna, che “Pagine lepine” sia, dunque, rivista paesologica “ante litteram”: lo si può
evincere dalla breve ma esaustiva ricerca che ho dipanato attraverso la lettura di molti
articoli della Rivista di Supino (FR). Prima però, a beneficio di quanti non conoscessero la disciplina, relativamente nuova, quindi poco conosciuta, permettetemi di spiegare cosa sia la paesologia!
La paesologia (da non confondere con la “Storia locale” di un paese che oggi,
forse con un’accezione tendenzialmente negativa, si è d’abitudine portati a chiamare
paesanologia e che studia quello che il paese è stato in passato) ha l’ambizione di
analizzare il paese come si vede, quindi com’è, come appare; e di dire come potrebbe
o dovrebbe essere, per apparire o essere migliore. Uno degli ultimi pensatori italiani
veri: Raffaele La Capria, in un suo piccolo ma preziosissimo saggio, “La mosca nella
bottiglia - Elogio del senso comune” 1996, Bur-Edizioni, sostiene (riprendendo la
geniale metafora di Wittgenstein) che la mosca imprigionata nella bottiglia, pensa di
essere libera perché, attraverso il vetro, vede il mondo esterno ma, ovviamente, tutti i
suoi tentativi di uscire dalle pareti trasparenti della bottiglia saranno vani. La mosca
non uscirà mai dalla bottiglia, individuandone l’unica uscita possibile: attraverso il
collo, se non sarà aiutata a uscirne, oppure, se non prenderà coscienza che è imprigionata.
Da chi sarà aiutata la mosca ad uscire attraverso il collo della bottiglia? Ma, dalla
filosofia! Da chi sennò? Ecco! Secondo me, Franco Arminio e la Paesologia (come la
filosofia per la mosca intrappolata nella bottiglia) possono aiutare i paesani a uscire
dalla bottiglia, ad emanciparsi, a liberarsi dalle catene che li tengono legati al loro
avaro destino che, altrimenti, appare ineluttabilmente segnato. E, ancora. “Chi è il paesologo? E che fa?” E’ la domanda che spesso mi viene rivolta quando sono in giro per visitare i paesi e confesso il mio vizio. Se dovessi rispondere, fornendo delle definizioni sintetiche ma calzanti, direi che il paesologo è un turista culturale e anche di più, un emulo della letteratura di viaggio ottocentesca, un
percorritore del Grand Tour, un autentico autore odeporico. Dove, con questo termine
un po’ desueto, non si fa altro che significare la descrizione di un viaggio; il resoconto
delle notizie riguardanti un viaggio; la rendicontazione delle esperienze e delle sensazioni
fatte e provate durante il viaggio. Se, invece, dovessi rispondere fornendo una definizione
più esaustiva, direi che il paesologo è chi elabora una fotografia istantanea del paese e
racconta come il paese debba o possa evolversi. Il paesologo indica come il paese può
salvarsi; suggerisce di emendare ciò che va emendato; di trasformare ciò che va
trasformato; di conservare ciò che merita di essere conservato. Il paesologo non è un
sognatore: può esserlo pure, ma deve anche avere i piedi ben piantati per terra, nella
terra e nella realtà’. Il paesologo non è un passatista, ma attraverso l’analisi del passato
prospetta per il paese e per i paesani un futuro migliore. Il paesologo ha il compito di
scuotere i paesani dal sonnambulismo collettivo e dall’autismo sociale dei quali sono
prigionieri. Il paesologo è un partigiano della bellezza; combatte contro il brutto. In
un’epoca, come la nostra, nella quale pare che il brutto, in tutte le sue forme trionfi, il
paesologo ha l’obbligo morale di scendere in campo contro la sconcezza, armato della
sua energia, del suo senso estetico, per cogliere il bello che non si vede, che è nascosto
dall’abitudine e dalla presbiopia dei paesani; per esaltarlo. Il paesologo è, in una persona,
tre persone distinte: un testimone, perché osserva il paese e racconta come conservarne
l’essenza vitale; un tribuno, perché con la sua azione difende il paese, i paesani e la
conoscenza; un artista, perché deve saper toccare le corde del sentimento di chi lo
ascolta. Come scriveva l’enciclopedista Condorcet: “L’uomo può predire con sicurezza
completa i fenomeni di cui conosce le leggi; può in base all’esperienza del passato
prevedere con grande probabilità, gli avvenimenti dell’avvenire.” Se vogliono
sopravvivere, i paesi (prima ancora che le nazioni) devono saper uscire dal grigiore nel
quale sono caduti, altrimenti si realizzerà la tremenda divinazione dei disfattisti. O il
paese rinascerà (prima ancora che le nazioni) o sarà destinato a morire e a non sentire
più il soffio dolce di una vicina primavera. E per riuscirci dovrà saper invertire la regola
diffusa del benessere individuale con la regola aurea della prosperità collettiva: la
prima prerogativa delle tribù barbariche; la seconda delle fiorenti civiltà avanzate.
Per una stranissima quanto insospettata, ma piacevole, coincidenza, nel mio viaggio
alla scoperta della paesologia nelle “Pagine lepine” mi sono subito imbattuto proprio
nello scritto dell’autore-editore Dante Cerilli che, citando Raffaele La Capria, nel
Numero 0, Anno I, Gennaio/Marzo 1995, del suo editoriale, scriveva paesologicamente:
«Gli intellettuali, per un processo di rilancio e di consono sviluppo di Napoli, non
possono sottrarsi al loro ruolo di “rigeneratori” della società e della cultura, pertanto
nemmeno Raffaele La Capria, attento osservatore di ‘fatti’ napoletani, è rimasto
insensibile all’impoverimento di valori, di ideali e dell’ etica, di cui si è smarrito, in
generale, il senso. L’opportunità di affrontare i problemi della società, soprattutto quella
dai poliedrici volti della città campana, è congeniale con la poetica intima dell’autore
napoletano… ». E, qualche rigo dopo, aggiungeva sicuro: «L’opera di Raffaele La Capria, nella sua
veste narrativa o saggistica, è pervasa da un motivo conduttore esplicito nel rapporto
tra l’evoluzione storico-sociale della sua città e la formazione di una consapevole e
coerente “immagine mentale” dei fenomeni realistico-oggettivi dalla quale far nascere
una nuova civiltà. L’esempio del filo dialettico tra La Capria, Napoli (come nel rapporto
capriccioso tra due innamorati) ed un Universo “complesso” e circostante, è riscontrabile
nei seguenti titoli: Un giorno d’impazienza (1952), Ferito a morte (1961), Amore e
psiche (1973), False partenze (1974), Variazioni sopra una nota sola (1977), Fiori
giapponesi (1979), L’armonia perduta (1986), La neve sul Vesuvio (1988), Letteratura
e salti mortali (1990) Capri non più Capri (1991) ed il recente saggio, L’occhio di
Napoli». Si può, e a buona ragione, sostenere che… “La paesologia è la filosofia dei paesi”
(Come amo dire nel mio scritto che porta questo titolo). Ma, a proposito di filosofi e di
intellettuali pensatori, mi sia concesso ancora un piccolo inciso. Uno dei malintesi più
grossolani nel quale alcuni cadono è convincersi che i pensatori (filosofi e non), o
come sono erroneamente chiamati, gli intellettuali, abbiano il compito di fornire le
risposte ai problemi del mondo. Essi in realtà si “esercitano” in un’indagine speculativa
e di pensiero che non può dare, ovviamente e per fortuna, risposte conclusive, ma che
certamente concorrono a dare all’uomo una sostanziale materia su cui ragionare e
riflettere. Così, per l’appunto fanno Franco Arminio, Ingmar Bergman, Raffaele La
Capria, Wittgenstein, Dante Cerilli, e una grande quantità di intellettuali, stimolati
dalla loro curiosità e sensibilità, cimentandosi un sentiero di esperienza, possibilmente
meno impervio e scosceso di quanto non appaia senza i loro preziosi insegnamenti.
Proseguendo volontariamente la ricerca, mi convinco sempre di più che le
“Pagine lepine” potranno riservare a me e anche agli audaci lettori ulteriori
sorprese. Continuando, infatti, nella disamina dell’abbondante repertorio di “Pagine
lepine” di cui D.C. mi ha ben rifornito, alla ricerca di piccole tracce, di indizi, che
in certi momenti si fanno prove conclamate di paesologia proclamata, mi imbatto
in un bel pezzo a cura di Antimo Monti (ospitato sul Numero 3, Anno XI del
Luglio/Settembre 2005) dedicato ad un’opera curata da Francesco De Napoli:
“Scotellaro oltre il Sud”, un libro nel cinquantenario della morte. Così scrive
l’autore: «Rocco Scotellaro era nato a Tricarico (Matera) il 19 aprile 1923.
Scomparve improvvisamente, appena trentenne, a Portici (Napoli) il 15 dicembre
1953, per cause mai definitivamente accertate, si ritiene per un infarto cardiaco.
Nel Cinquantenario della Scomparsa, Francesco De Napoli ha realizzato
un’interessante antologia letteraria, dal titolo Rocco Scotellaro oltre il Sud (Venafro,
Edizioni EVA, 2003, pag. 204), […]. Vi si leggono contributi critici di N. Carducci,
P. Ferrari, D. Cara, B. Andolfi, D. Cerilli, V. Esposito, A. La Rocca, B. e G. Russo,
L. Mondo, G. Stabile, e poetici di un’altrettanto lunga lista di nomi. […]». Scrive
De Napoli nella nota bio-bibliografica e critica di Scotellaro: «Come non amare la
poesia e la lezione umana, civile e intellettuale di Rocco Scotellaro, anima ed
espressione della cultura popolare e contadina, di cui seppe incarnare ed interpretare
in maniera esemplare le attese e le angosce, i sogni e le disillusioni, le festosità e i
lutti? Rocco Scotellaro, nato e morto tra privazioni e patimenti, come tutti gli
umili descritti, cantati e dipinti da Carlo Levi nei suoi capolavori. Un vinto tra i
vinti trasformatosi, dopo la prematura scomparsa, in vincitore. Rocco Scotellaro
oltre il Sud: è questo il senso del nostro devoto sentire, che vuol essere anche una
sfida ai riduttivi giudizi di provincialismo poetico-culturale da qualcuno
ingenerosamente espressi nei suoi confronti». A proteggere Scotellaro dalla
malvagità e dalla perfidia dei suoi detrattori non erano bastati l’affetto e la solidarietà
di personaggi come Rocco Mazzarone, Carlo Levi e Manlio Rossi-Doria. Accusato
di concussione allorché fu eletto Sindaco del paese natio, Scotellaro venne arrestato
e, benché riconosciuto innocente, si sentì in dovere di rinunciare all’incarico di
primo cittadino. Si trasferì perciò a Portici, presso l’Istituto Agrario, per dedicarsi
ad una serie di indagini a carattere socio-etno-antropologico, sull’esempio di Ernesto
de Martino. Fra i collaboratori di Rocco Scotellaro nell’ultimo periodo napoletano,
fu Gilberto Antonio Marselli, originario di Cassino (FR) e docente di Sociologia
nell’Ateneo di Napoli. Marselli ha espresso un giudizio estremamente lusinghiero
dell’antologia scotellariana. Ne riportiamo un estratto: «A me, che ho avuto il
piacere ed il privilegio di condividere con Rocco Scotellaro molte delle sue
esperienze, dà un notevole sollievo e conforto il vedere che altri, del tutto
insospettabili, hanno avuto l’occasione di assolvere encomiabilmente le due
funzioni (…) di mantenere vivo il ricordo e di aprire un dibattito intorno all’opera
di Scotellaro. E questo è proprio il caso dell’Antologia curata da Francesco De
Napoli che, mirabilmente, spazia dai saggi alle poesie alla biografia, corredando il
tutto con un’interessante documentazione iconografica. E’ bello constatare come
Rocco sia stato correttamente ed efficacemente inteso anche da chi non aveva
potuto condividere con lui certe esperienze. E’ la limpida dimostrazione che la
vera arte, la corretta ricerca, un certo modo di vivere sono eterni e vincono anche
la morte». Non bastasse quello che abbiamo appena letto, si aggiunga il fatto che Rocco
Scotellaro viene citato quasi quotidianamente come la faccia bella della rivincita
del Sud, dell’impegno civile, politico e intellettuale dell’Italia Interna, negletta e
povera, tanto cara a Franco Arminio, l’inventore della paesologia. E lo stesso
scrittore-poeta di Bisaccia ci viene in soccorso, con un brano dedicato a Tricarico,
il paese di Rocco Scotellaro, scritto nel 2010 e reperibile su Comunità Provvisorie
- Il blog di Franco Arminio e dei paesologi. Vi si può leggere una bellissima ed
interessante pagina di paesologia a cui rimando, affinché il lettore curioso ed
esperiente possa gustare direttamente on-line tanta affascinante suggestione che è
nel testo. Ritornando al discorso, nella poesia del lucano Rocco Scotellaro si impone
costantemente l’urgenza di una comunanza (leggi “mutualità” e “cooperazione”)
a tal punto che s’impone una citazione dal mio libro Cronache dal piccolo borgo
della pietra millenaria: «Tra le tante, almeno due sono le condizioni sufficienti
che si richiedono a un paese per continuare a funzionare - non dico bene, ma
almeno decentemente - e, quindi, per sopravvivere: la Mutualità e la Cooperazione
tra i paesani. Non sono ammesse eccezioni, né condizioni, specie se il paese è
piccolo. Piccolo come il mio. Anzi, più il paese è piccolo, più la mobilitazione
dev’essere generale; allora tutti devono contribuire: socialmente, economicamente,
culturalmente. Tutti devono fare la loro parte. E anche di più. Altrimenti il sistema
non funziona […]»; cooperazione che si appalesava in circostanze critiche come
“la povertà, la miseria, i briganti, le angherie e i soprusi dei potenti, le guerre, le
carestie, gli eventi atmosferici catastrofici, le epidemie o i terremoti disastrosi”, o
“per un grosso animale caduto in un dirupo e da recuperare, vivo o morto. […]” o
quando “un covone di fieno stagionato” andava «improvvisamente a fuoco: allora
si urlava e si portava acqua nei secchi: “gliu metale s’è appicciathu”!», e tanto
altro ancora (cfr. Ruggiero, op. cit.). Quella di Rocco Scotellaro che è una comunanza
che è tutt’uno con l’idea stessa di poesia come valore sociale, nel quadro di quel Sud arretrato e postbellico, ansioso di rivendicazioni e allineamenti, in cui la sua presenza letteraria e umana,
da impegnato sindaco-poeta socialista di Tricarico (eletto nel 1946, quando Rocco
aveva solo ventitré anni), si affermò. Per documentare al meglio quanto vado
dicendo, metto qui una sua poesia accorata e molto significativa, emblematica del
discorso paesologico che andiamo costruendo e sviluppando: “A una madre.”
“Come vuoi bene a una madre
che ti cresce nel pianto
sotto la ruota violenta della Singer
intenta ai corredi nuziali
e a rifinire le tomaie alte
delle donne contadine?
Mi sganciarono dalla tua gonna
pollastrello comprato alla sua chioccia.
Mi mandasti fuori nella strada
con la mia faccia.
La mia faccia lentigginosa ha il segno
delle tue voglie di gravida
e me le tengo in pegno.
Tu ora vorresti da me
amore che non ti so dare.
Siamo due inquilini nella casa
che ci teniamo in dispetto,
ti vedo sempre tesa
a rubarmi un po’ di affetto,
tu che a moine non mi hai avvezzato.
Una per sempre io ti ho benvoluta
quando venne l’altro figlio di papà:
nacque da un amore in fuga,
fu venduto a due sposi sterili
che facevano i contadini
in un paese vicino.
Allora alzasti per noi lo stesso letto
e ci chiamavi Rocco tutt’e due.”
Ma si può produrre grande poesia paesologica (più o meno consapevolmente)
anche parlando di montagne “indifferenti”, ma che indifferenti non sono (almeno nel
modo in cui lo intendono i marsigliesi quando si riferiscono ai molluschi morti che loro
chiamano appunto: “indifferents”).
Succede quando le montagne (ci) parlano di “volti scomparsi, lavori sofferenti ed
amati, canti spiegati nei campi… fervidi afflati rurali” . A farlo è il poeta-editore
Amerigo Iannacone nella sua poesia Montagne:
Cime che fanno corona
immobili antiche maestose
intorno alla casa modesta
raccontano storie remote
di bimbi con loro in simbiosi
di volti da tempo scomparsi
di lavori sofferti ed amati
di canti spiegati nei campi
di cuori protesi al futuro
di fervidi afflati rurali
di affetti immortali.
Montagne indifferenti
al cosiddetto progresso
al codice binario
ai giorni incalzanti e concitati,
con un refolo di vento
con una nuvola bassa
mandano antichi sussurri
del tempo perduto e rimpianto.
E, a tale proposito, Dante Cerilli, nel numero di Pagine lepine A. XIV - N. 1,
gennaio/marzo 2008, scrive: «Caro Amerigo, quello che tu scrivi nella poesia
“Montagne” mi conferma quello che penso della tua spiritualità. Hai scelto la
componente più materiale, maestosa, più grande come le montagne della tua terra per
parlare di ciò che invece è esile, impalpabile, impercettibile se non all’animo delicato
e sensibile che sa amare e patire il vecchio ed il nuovo, il vecchio per la nostalgia di
certezze la cui esperienza è a volte irripetibile, il nuovo per l’ampio respiro che affratella
e che vorrebbe essere respiro di speranza ed amore anche quando la vena della malinconia
intacca perniciosa l’alta mole della “montagna”. Mi pare un ossimoro non linguistico,
questa poesia, ma sostanziale di corpo e spirito. Continua ad abbracciare il tempo la tua
poesia con l’alito caldo del pensiero che oggi anche i tuoi figli possono ingerire».
Andiamo avanti. Per il peso letterario dei suoi scritti e per il radicamento che i suoi
scritti hanno nella sua terra d’origine, un’altra figura importantissima che si annota
negli annali della paesologia ante-litteram, nella quale mi imbatto leggendo tra i vecchi
numeri dell’editoriale, è certamente Cesare Pavese. Cantore di un mondo bucolico
(quasi) perduto, certamente poetico ma duro e per certi versi violento, fortemente
caratterizzato dalla coltivazione della vite langarola e del suo vitigno principe: il nebbiolo.
L’autore indimenticato e indimenticabile de La Luna e i falò, il suo ultimo romanzo,
dal bellissimo titolo paesologico, scritto tra il 18 settembre e il 9 novembre 1949 e
pubblicato nell’aprile del 1950. Romanzo misto di passato e presente, e proprio per
questo motivo non narrato nei minimi dettagli; in esso vengono raccontati eventi che
non sono (apparentemente) collegati tra loro, se non dai pensieri e dalle riflessioni del
protagonista. Ne troviamo traccia nel Numero2, Anno XII, Giugno/Settembre 2006,
delle “Pagine lepine”. “In effetti – scrive Dante Cerilli – quello che si vuole sottolineare
è la personalità di Pavese e la connessione sostanziale che essa detiene con la struttura
complessiva dell’opera (e con il territorio nel quale essa nasce, ndr) e, quindi, che
“Pavese era un uomo tormentato e inquieto, non semplice da capire – sono parole di
Sini – se non lo si studia a fondo e non lo si ama profondamente.” Ma più che
nell’articolo: “Letto e tradotto anche in Vietnam e Macedonia lo scrittore langarolo.
Cesare Pavese negli “Infiniti Specchi”, firmato dallo stesso direttore Dante Cerilli, mi
è piaciuto ravvisare aspetti chiari di paesologia nel pezzo di spalla: “Una rilettura di F.
De Napoli. Pavese tra mito simbolo ed altro”. Vi si legge, infatti: “Egli deve essere
studiato ed approfondito al di fuori dei vincoli estetici e poetici del suo tempo, ovvero
deve essere “decontestualizzato” dal neorealismo, non tanto perché egli non abbia
niente a che fare con quel periodo – perché si direbbe il falso – quanto peri l fatto che
quella corrente costituirebbe una demarcazione, un limite della valenza globale della
sua opera. Per ciò che ha pensato ed ha scritto, Cesare Pavese occupa una posizione
significativa della cultura italiana del Novecento. Lo studio per settori, o della poesia,
o delle traduzioni, o dell’ideologo, e la relazione a volte sofferta e contrastante con il
neo-realismo non hanno fatto che ledere all’unitarietà ed all’organicità della critica.
Nel solco di questa direzione diventa, così, controversa la figura e la funzionalità dell’arte
dello scrittore delle Langhe che, invero, possono senz’altro assurgere a testimonianza
emblematica nella quale si rispecchia la crisi esistenziale della giovane generazione
del dopoguerra, ed attestarsi come momento strumentale di transizione dalla cultura
del primo Novecento (con le sue embrionali, evolute o involute ideologie e poetiche) a
quella dell’altra seconda parte del secolo, liberata dalle contingenze di una storia che
pian piano ha visto gli intellettuali, se non in casi rarissimi e di epigonismo, sempre
meno schierati ed impegnati al suo interno. Non si può far passare inosservato un
qualche tempo di silenzio critico su Cesare Pavese, peraltro sfatato negli ultimissimi
anni da un rinnovato interesse. Cesare Cases, difatti, ha parlato di “classico” disatteso
dai giovani e tenuto in scarsa considerazione dai “vecchi”, non troppo convinti dalla
strada da seguire o segnare per fondare nuovi studi.”
Ma la paesologia è anche viaggio, perché, come diceva Jan Myrdal, “Viaggiare è
come innamorarsi: il mondo si fa nuovo…”. E quando mi domando “quali sono le
qualità che il paesologo deve avere”, mi piace rispondermi che “Il paesologo deve
avere: gambe robuste, occhi ben aperti e cuore trepido. Sempre!”.
Dove la paesologia odeporica scritta trova la sua forma definitiva, sublimata alla
perfezione, nelle “Pagine lepine” è nel pezzo dedicato a “L’Odeporico estivo del 2011"
(A Collesano (PA) sulla scia culturale di Antonio Piromalli, Fra storia, turismo, diporto
e l’umanità perfettibile di Paolo Schicchi) dove l’autore-editore, ad esempio, scrive
con prosa vertiginosa: «I vigili, sono imprendibili, ma la rocambolesca gimcana
tra i tornanti all’interno del paese, però, ci hanno fatto capire che esso si
estendeva a ridosso di un monte e che la strada perpendicolare poteva essere
intersecata ad angoli retti ad ogni inversione di marcia. Niente da fare; allora
andiamo a visitare la chiesa madre, un’imponente edificio a capanna (a quattro
tetti spioventi) e due campanili perimetrali a lato del prospetto, tutto in stile
classico-novecentesco con qualche segno gotico nei rosoni e nelle lesene e un
sapore bizantino che probabilmente è un leitmotiv costante della Sicilia: ciò
quanto appare, ma l’edificio ha origini nel 1400 e si consolida strutturalmente
in pieno clima di Controriforma. All’interno, un’austerità classico-romanica,
da cui emerge, campeggiante e sospeso sotto la capriata, un crocifisso ligneo
a dimensione naturale (1555) detto della “Provvidenza”». Oppure più avanti:
«Vicino la piazza, nei pressi della Basilica, c’è la lapide di Paolo Schicchi,
che Piromalli ricorda con un saggio in Pagine siciliane (Messina, Sicania,
1992, pp. 101-116), trova un posto anche nel mio “Piromalli e la Sicilia”. Per
questo dovevo consegnare quel libro, ufficialmente alla comunità di Collesano:
altra cosa sarebbe stata averlo mandato per posta. Dell’impegno politico,
civile e poetico di Paolo Schicchi (1865-1950) è l’obiettivo della “formazione
di una coscienza anarchica: emancipazione e autonomia della personalità”,
al fine di lottare contro i poteri precostituiti, le “menzogne costituzionali dello
Stato” e “le stesse federazioni anarchiche”, laddove esse sono gerarchizzate
e distorte. Il suo principale obiettivo, dunque, “trova nell’irrequietezza degli
scapigliati la temperie culturale per esprimere la sua pedagogia anarchica,
rivoluzionaria”. Personaggio brillante e coriaceo, discutibile per certe
posizioni estreme e per l’utopia che talune idee potevano far prevedere (ma
anche per lo spirito sovversivo dell’anarchismo), ebbe vita mirabolante di
lotta e di persecuzioni con una condanna per anarchia a Viterbo di undici
anni e tre mesi, più altri undici mesi per offese ai giurati). Nel suo canzoniere,
La cannata. Ditirambo galera, scritto durante la prigionia ad Orbetello,
espresse, come scrive opportunamente Piromalli, “alcuni motivi della
negatività del reale, delle mistificazioni sociali che costituiranno le direzioni
della critica novecentesca nei confronti del costume e della cultura del secondo
Ottocento”». Per chiudere con un molto eloquente, romantico, beneaugurante, speranzoso
e… paesologico: «Passeggiamo ancora per il paese…». (Cfr. Pl, 2012, n. 2, p.1)
Mi piace chiudere questo mio lavoro con tre perle di garbo e di grazia paesologica:
tre poesie di Brandisio Andolfi, poeta casertano. Le ho trovate, quando oramai pensavo
che non ci sarebbe stato più niente di paesologico da scoprire, come un raro quadrifoglio
in un prato tutto verde, nel numero di “Pagine lepine” che cito di seguito: A. XVI - N.
1, gennaio/marzo 2010. Vi si legge, sotto la lunga titolazione (impiega occhiello, titolo, sommario
e catenaccio) tipicamente cerilliana (quasi wertmulleriana): A Mirabella Eclano
gli studenti del liceo classico incontrano l’apprezzato scrittore di Caserta.
Prosodia e poetica dai testi di Brandisio Andolfi, egida di Luisa Martiniello.
Un foglio con su digitata una poesia inedita, Oltre la vita e la memoria, una
cartolina illustrata da Cristiana Andolfi (L’inizio del temporale, tempere
35x40), sul cui retro si legge...
Stanotte, che notte!
Stanotte, che notte,
con i lampi che stracciavano le nuvole
sul corpo nudo della campagna!
Rigava gli alberi un pianto di pioggia;
una furia di tempesta
sopra il rigoglio della primavera.
Sopra il mare serpenti di fuoco
s’inabissavano tra le onde
richiamati da misteriosi mostri marini.
Sussulti ed incubi il sonno.
Poi la quiete sopra la tempesta all’alba:
l’aurora ha vestito di luce la montagna;
sul mare hanno ripreso a veleggiare
le grandi farfalle bianche.
Stanotte, che notte con l’urlo della morte
fuggita a nuova rotta in seno alla tempesta!
Il direttore di “Pagine lepine”, meticoloso nella costruzione dei pezzi a
commento di quanto pubblicato, fornisce molte notizie di carattere filologico,
com’è sua materia, ma inconsapevomente descrive anche situazioni e condizioni
che fanno la circostanzialità dell’evento e fanno emergere non solo il pregio
delle persone, ma anche i luoghi in sui esse vivono. Scrive infatti: «Un’altra
composizione poetica di Brandisio Andolfi ed il libro La poesia nella scuola. Brandisio
Andolfi. Dettati dell’anima. [...] Gli alunni del Liceo Classico “Aeclanum” a confronto
con il poeta (a cura della professoressa Luisa Martiniello, Foggia, Bastogi, 2009, pp.
122) costituiscono il piego che mi è giunto in redazione da Caserta, inviato dallo scrittore
nativo di Casale di Carinola (1931). La poesia, La casa in mezzo al verde, sempre di
Brandisio Andolfi:
Vieni, saliamo questa collina;
dall’alto ti farò vedere
la casa in mezzo al verde.
Tu non l’hai vista mai una casa
isolata, lontana, tutta bianca
come sposa in mezzo a un giardino.
Udrai l’abbaiare del cane fargli
festa quando rincasa il padrone
che lo zittisce con una carezza.
Vedrai il filo di fumo del camino
salire verso il cielo come l’incenso
sacro per il campanile della pieve.
Proverai nell’anima la gioia della pace
giungere dai raggi del tramonto.
Vieni, ti farò scorgere un angolo
di paradiso pure su questa terra,
dove abita lo spirito del bene,
la sacralità della quiete.
Reca i valori alti dell’uomo – continua sempre Cerilli – e per questo sarà
imperitura. Un carattere impressionistico e romantico, insieme ad un’aura di folgorazioni
e di visioni laocoontiane mitico-oniriche, nel registro tutto novecentesco di una scrittura
densa da cui si è operato lo scarto del superfluo e del quotidiano, fanno di Stanotte, che
notte! forse la più bella e la più suggestiva poesia del genere dopo Temporale, Dopo
l’acquazzone, Lampo ed altre correlate di Giovanni Pascoli».
Dante Cerilli non riesce a contenere il suo entusiasmo nei confronti di questa
forma di Poesia gentile e ancora non sa (al momento in cui scrive) che si tratta, oltre
che di grande esempio di poesia classica, anche di vera poesia paesologica. Aggiunge,
quasi esaltato: «Il libro di cui nell’incipit è un buon lavoro fatto dai ragazzi di Mirabella
Eclano a scuola; non sono sempre gli stessi, ovvio, ma nel 1994 si occuparono anche
della poesia di Dante Cerilli, non come è in questo caso per Brandisio Andolfi, ma
tanto è sufficiente per dire che, invece, i “professori” sono gli stessi, ovvero quelli che
da sempre lavorano per un senso superiore della scuola e della poesia, come l’infaticabile
Luisa Martiniello, degna di cotal padre, amico superiore, Pasquale, già preside di
quell’Istituto, fondatore (1983) ed animatore del Premio di poesia “Aeclanum”. L’analisi
è condotta con competenza critica e metodologica, vengono ben evidenziate le figure
metriche, rimiche, retoriche, con ampi tessuti di interpretazione ed approfondimento
(quasi sempre molto ortodossi). Insomma, un lavoro su B. Andolfi che rende merito
agli autori ed al poeta in vetrina, minuziosamente studiato. E, alla fine, conclude con
un significativo apprezzamento critico, dedicato all’autore Andolfi: “Scritti
impressionistici, dunque, ma anche didascalici e gnomici, raffinati nella forma, nella
scelta lessicale, e densi di moralità come avviene in “Oltre la vita...” (l’estensore
dell’articolo, Cerilli, propone un’altra poesia - nd SMR).--
OLTRE LA VITA E LA MEMORIA
Non la pioggia, né la neve, né il tuono
che hanno tempestato la tua vita
moriranno con te, uomo.
Non le stagioni
che hanno riempito di gioie,
di dolori, di speranze il tuo tempo.
Non morirà con te
lo scorrere dell’acqua
nel fiume e nel rigagnolo;
né la nuvola bianca
che s’alza nella notte silenziosa
e spazia per il cielo con il vento
fino ad incontrarsi con il mare
e la montagna.
Non morirà l’effigie
che nasce dalla pietra o sulla tela;
né la parola che semina d’idee
i campi della Storia.
Non moriranno con te
la forza del pensiero,
la voce della Gloria
che porteranno il grido della Libertà
oltre i confini della Vittoria.
Non morirà con te la Poesia:
luce del tuo spirito, uomo,
oltre la vita e la memoria. [B.A.]
Conclusioni e Commiato
E con una punta di dispiacere
(solo mio, giacché il sentimento
che voi proverete sarà – immagino
– di pura soddisfazione) siamo
giunti, cari amici lettori, alla fine
di questa lunga ma piacevole,
quasi epica, galoppata alla ricerca
di tracce evidenti della paesologia
nella Rivista trimestrale di cultura
e attualità fondata e diretta da
Dante Cerilli che prende il nome
di “Pagine lepine”. Pagine che,
ovviamente, prendono il nome
dalla catena di Monti ciociari alle
cui pendici si trova adagiato
Supino, il suo paese di nascita.
Che altro aggiungere se non
l’ammissione onesta e sincera che
anche per un paesologo della
prima ora, smaliziato e disilluso,
come me, si è trattato di una vera
e propria scoperta, piacevole
ancorché sorprendente? Anzi,
devo aggiungere che quando
l’amico Dante, mi ha immeritatamente
e avventatamente incaricato
di svolgere per lui questa
ricerca non nutrivo molta fiducia
nella positiva riuscita di una tale
incauta, avventurosa operazione.
Ma questo, ovviamente, mi sono
guardato bene dal dirglielo.

Coreno Ausonio, 18 ottobre 2015 [S.M.R.]

lunedì 14 dicembre 2015

Natale vive solo nei ricordi.



Ogni anno, i primi di Dicembre, mio padre prendeva me e mia sorella Anna e ci portava in montagna, un pomeriggio di un giorno feriale, subito dopo pranzo. Facevamo una lunga passeggiata nei boschi, in salita, alla ricerca di un bel ginepro da usare come albero di Natale. Era diventata una tradizione; una bella tradizione; la nostra bella tradizione natalizia. Dovevamo cercare nella rada macchia mediterranea delle nostre montagne un ginepro abbastanza dritto e pieno, con la classica forma a goccia, non più alto di un paio di metri, facilmente trasportabile. Più o meno come quello della foto. E non era facile trovarlo perché il ginepro, dalle nostre parti, raramente diventa un albero vero; spesso resta un arbusto informe o assume la forma tonda di un cespuglio basso. Qualche volta, infatti, non lo avevamo trovato con quelle caratteristiche precise. Ma non desistevamo: mio padre aveva affinato una buona tecnica e riusciva ad assemblarne ad occhio anche due tre pezzi presi da due tre piante diverse. Quindi tagliava i rami da alberelli diversi e, una volta tornati a casa, li legava stretti stretti fra loro col filo di ferro e gli dava la forma di un vero albero di Natale. La chioma di aghi verdi, fitta fitta, non permetteva a nessuno di vedere il trucchetto: le palline e gli altri addobbi avrebbero fatto il resto. Una volta individuata la pianta o le piante che facevano al nostro bisogno, dovevamo abbattere il ginepro dalla base del tronco, ma non ci sentivamo in colpa: un vero spirito ecologista, negli anni '60, non era ancora diffuso dalle nostre parti. Portavamo sempre con noi una sega, un'accetta e una corda: con le prime due facevamo un lavoro pulito a tagliarlo quasi da terra e ad aggiustare il tronco, con la corda lo legavamo, trascinandolo sull'erba, per portarlo fino alla strada. Da lì mio padre l'avrebbe portato a spalla fino a casa. La vera festa era quando l'albero eletto arrivava finalmente nel salone di casa. Dove ci aspettavano gli altri fratelli e sorelle più piccole. Dopo aver posizionato per bene l'alberello su una base di marmo, di quelle che reggono gli ombrelloni dei bar in estate, lo portavamo nell'angolo vicino alla 49 finestra che dava su Viale della Libertà e cominciavamo ad addobbarlo con palline, festoni, lucette. Per ultimo mio padre che ovviamente era il più alto posizionava il puntale dorato. Solo a quel punto la sua frase d'obbligo. Rivolto a tutti noi, che assistevamo in silenzio al rito conclusivo, con una espressione tra il serio e il faceto, come solo lui sapeva fare così bene: "Ricordate bambini! La vita è come l'albero di Natale - diceva - c'è sempre qualcuno che rompe le palline." Poi chiudeva il suo breve discorso d'inaugurazione con la classica raccomandazione d'obbligo: "Voi però cercate di evitare di farlo... almeno per quest'anno." Ingmar Bergman racconta nelle sue memorie: "...sono profondamente fissato alla mia infanzia. Alcune impressioni sono estremamente vivaci: la luce, l'odore, tutto... E' tutto come in un film. Da pochi frammenti di un film, che ho impostato ed è in esecuzione, posso ricostruire tutto nei minimi dettagli. L'unica cosa che non posso ricrearne sono gli odori." Aveva ragione: gli odori dell'infanzia non si possono ricreare; puoi solo augurarti di (ri)sentirli, anche solo per caso. A me basta risentire l'odore penetrante del ginepro e della sua resina per rituffarmi nei miei ricordi d'infanzia degli anni '60: quell'odore acre, che avrebbe impregnato la casa per quasi un mese, era il primo segnale invisibile ma certo che di lì a poco, a casa nostra ci sarebbe stata una grande festa. La più bella festa dell'anno.