martedì 1 gennaio 2019

Il racconto della strage dei soldati francesi a Coreno nel marzo del 1799.

   Il racconto che vi accingete a leggere non è tutto falso, nel senso che non è tutto inventato e, quindi, frutto della mia fantasia; alcuni spunti, infatti, sono veri, ed hanno precisi riferimenti storici a fatti, a nomi, a relativi personaggi realmente esistiti. Ma non è nemmeno tutto vero, nel senso che nella sua costruzione ho fatto lavorare, oltre che la mera documentazione, anche una fervida fantasia. Il racconto, quindi, se da una parte può considerarsi come una buona metà del frutto maturo di una semplice appassionata - seppure, per certi versi, disordinata e abrupta - ricerca storica; dall'altra - la metà restante del pomo - si deve considerare come la mia schietta invenzione personale usata da collante per le notizie storiche che avevo attinte e messe assieme.



   Quella mattina presto, quando il vecchio prete Don Giovanni Di Siena fu svegliato all'improvviso dalla fedele perpetua Sandella, non era ancora scoccata l'ora del lupo: l'ora nella quale la maggior parte delle persone nasce o muore, l'ora delle paure più ancestrali, l'ora che succede immediatamente alla notte più buia e che precede l'alba, ma quando la luna non è ancora tramontata e il sole non è ancora spuntato in cielo. E di certo, quel prete di campagna, uno dei dieci preti che risiedevano contemporaneamente nel piccolo villaggio tra le montagne, con dodici tra chiese e cappelle, non poteva nemmeno lontanamente immaginare quello che sarebbe successo nel corso di quella giornata appena iniziata con la chiamata urgente di una estrema unzione. Cose così straordinarie e importanti che gli abitanti di Coreno avrebbero letto più di cento anni dopo solo nei libri di storia. "Tanti giorni, tante ore, per morire nella grazia di Dio e quel vecchio pazzo ultraottantenne di Salvatore il cositore proprio oggi doveva scegliere per andarsene?" Aveva pensato Don Giovanni. Ma lui, così ligio al dovere e al suo ufficio, non aveva mai pensato di declinare il gentile invito del figlio a raggiungere al più presto la loro casa, anzi, avrebbe passato le Alpi camminando sulle ginocchia pur di arrivare prima della comare secca; pur di raggiungere in tempo il capezzale e benedire il vecchio morente prima che esalasse l'ultimo respiro. Quando la fedele perpetua Sandella gli aveva portato nel letto la notizia della chiamata urgente Don Giovanni non era ancora arrivato al terzo sonno. La donna, che stava con lui da quando, appena uscito dal seminario, era stato nominato dal Vescovo di Gaeta, una trentina d'anni prima, era entrata come una Erinni nella sua stanza, quasi aveva sfondato la porta con una spallata, con addosso il pesante scialle di lana che non si toglieva mai - nemmeno d'estate - e la candela in mano, e lo aveva quasi scaraventato giù dal letto dandogli una delle sue poderose smanacciate sulle spalle. La stessa identica energia con la quale smanacciava nella vecchia madre di legno l'impasto del pane che almeno una volta a settimana faceva in casa, da almeno cinquant'anni. Si era solo sincerata che il pitale per la notte non fosse da svuotare poi, come se niente fosse successo, ma solo quando fu sicura di averlo svegliato definitivamente, perché lo aveva visto seduto sul letto a stropicciarsi gli occhi con entrambe le mani, era scesa, borbottando, al piano di sotto, per accendere la cucina a legna, per fare il caffè e per scaldare il latte: sapeva bene che il suo Don Giovanni, per nessuna ragione al mondo, sarebbe uscito di casa senza aver prima consumato una robusta colazione contadina - come la chiamava lui. Una zuppa di latte gigantesca che lei gli serviva da anni nella stessa insalatiera piccola e sbreccata e che consisteva in un mezzo litro di latte abbondante e fumante, appena sporcato da un goccio di caffè nero caldo, e due o tre spesse fette di pane, praticamente, una mezza pagnotta di pane casareccio tuffata dentro a spugnare lentamente. Un paio di cucchiaiate piene piene di miele di carrubo, del quale andava pazzo, ben sciolte e il prete sarebbe stato bene fino al lontanissimo pranzo di mezzogiorno. Non era ancora passata mezz'ora dalla chiamata e lui era già pronto ad uscire. Per non perdere il vizio aveva anche trovato il tempo di dire due o tre preghiere del mattino. Invece, non aveva trovato il tempo, né la voglia, di farsi la barba. Non ci pensava nemmeno di radersi alle quattro del mattino e per giunta in pieno inverno. Eppoi era diventato un suo piccolo vezzo: d'inverno amava portare la barba lunga di tre giorni. Ogni tre giorni l'accorciava con la forbice affilata che il barbiere Angelo Farina gli aveva regalato, appena arrivato in paese, insieme a un altrettanto affilato e prezioso rasoio col manico d'osso vero. Poi, quando l'aria cominciava a scaldarsi, in primavera inoltrata, ricominciava a radersi, provando un vero piacere fisico. Uno dei pochi. Dopo aver fatto colazione, rifocillato per bene, Don Giovanni era sceso fino al portone, aveva tolto la pesante sbarra di ferro e, girando il chiavistello, l'aveva aperto. Come era solito fare, prima di uscire, si era fermato un momento e si era affacciato sull'uscio della canonica che dava sulla stradina in discesa che separava la chiesa e la canonica dalla piazza principale del paese, guardando prima a destra e poi a sinistra. L'alba non era ancora spuntata e non sapeva se quel giorno avesse visto in cielo un timido sole; la luce dell'unica lampada a olio accesa in piazza era scarsa e lui non era riuscito a vedere niente. Ma tanto non c'era niente da vedere, là fuori. Ma tanto nemmeno s'aspettava di vedere qualcosa. Era solo un'abitudine innocua benché inveterata.

   Era una mattina presto di un giorno della metà di marzo dell'Anno Domini 1799, faceva molto freddo e la neve aveva continuato a cadere copiosa durante tu bianca bianca, fitta fitta, che in qualche ora aveva coperto tutto e si era perfino attaccata ai muri e alle finestre, smossa e mulinata, quand'era ancora in aria, da una tramontana, che al paese, in quel periodo dell'anno era di casa, ogni santo giorno. Poi, all'improvviso, era cessata, ma qualche fiocco ghiacciato continuava a cadere, anzi a muoversi in orizzontale, spinto velocemente da folate di vento freddo. Una delle tante folate di vento ghiacciato che scendeva da Costamagni colpì il vecchio prete Don Giovanni Di Siena in pieno volto come un pugno di ferro. Gli fece quasi male fisicamente. La sua faccia sembrava improvvisamente trasformata in un puntaspilli, tempestata com'era di minuscole punture ghiacciate. Il vento gelido gli frustava le guance e gli trafiggeva le pupille; l'odore ferroso del freddo gli bruciava le narici ad ogni respiro; lui, per tutta risposta, chiamato dal suo ufficio ineludibile, chiuse intrepido la bocca, strizzò gli occhi, si alzò per bene il lungo bavero del tabarro, dentro al quale si era avvolto, arrotolandoselo addosso un paio di volte, si appiattì per bene, con due colpi ben assestati del palmo aperto sulla testa, il cappellaccio di feltro a falde larghe dal quale non si separava mai quando usciva fuori d'inverno e scese i tre gradini tre che lo separavano dalla strada. S'incamminò, finalmente, attraversando veloce la piazza. E sparì subito nel buio pesto che l'attendeva nello stretto Vicolo delle Carceri, vicino alla Casa della Corte, oggi Casa Comunale; già casa Petricone Diomede, ora casa Di Massa. La casa dove era nato, dove abitava, dove aveva sempre lavorato, e dove sarebbe morto Salvatore il cositore stava in salita, in un vicolo stretto, appena passato, sulla destra, l'Arco dei Carpentieri. In tutto distava un centinaio di metri dalla canonica. Ma in quella notte buia, con quel tempo da lupi e con quel freddo a Don Giovanni quei cento metri erano sembrati un centinaio di chilometri. Li aveva percorsi non perfettamente dritto, ma praticamente piegato in avanti, quasi a metà, andando faticosamente controvento e quasi in apnea. Calpestando il tappeto soffice della neve che stava già trasformandosi in ghiaccio. Se poi, al già tragico rito dell'estrema unzione, per il quale era stato chiamato e che lo attendeva, avesse aggiunto i pessimi auspici che tutti avevano tratto dall'eclissi solare del 11 febbraio appena passato, le allarmanti notizie riguardanti le truppe francesi ormai allo sbando che sciamavano per tutta l'Alta Terra di Lavoro facendo il bello e il cattivo tempo e, per finire, il retrogusto amarognolo di un cattivo presentimento che aveva in bocca da quando era stato svegliato di soprassalto la mattina presto, il quadro nefasto di quella giornata appena iniziata sarebbe stato completo. Se tutto fosse andato bene comunque si sarebbe conclusa con un funerale - pensò il prete. Se tutto fosse andato male chissà cosa sarebbe potuto succedere. E un attimo dopo si trovò davanti la porta del povero Salvatore. Afferrò il batacchio di bronzo e, quasi per scrollarsi dalla mente quei brutti pensieri lo sbatté con forza due o tre volte. Assorto e infreddolito com'era non s'era nemmeno accorto che la porta era solo socchiusa e che l'ingresso e le scale erano rischiarate da una lampada ad olio lasciata lì per fargli luce. Ebbe appena il tempo per pensare a quanto premurosi e ossequiosi erano i suoi amati fedeli che fu raggiunto dal figlio di Salvatore, un trentenne robusto e irsuto che gli si parò davanti per prendergli il tabarro e accompagnarlo alla camera da letto dove giaceva il padre. Nello stesso momento in cui Don Giovanni si apprestava ad impartire il sacramento al moribondo, in quasi tutte le abitazioni dei tredici casali del paese i fuochi erano stati accesi, l'acqua calda sobbolliva già nei cocci e, per piccoli e grandi, s'improvvisava una parca colazione fatta di latte allungato con caffè d'orzo, accompagnato con qualche tozzo di pane raffermo. I più abbienti avrebbero aggiunto al primo e in qualche caso unico pasto caldo della giornata, anche qualche noce e qualche fico secco, presi dal fondo della grossa panca di legno di quercia che faceva anche da dispensa. I capifamiglia e i cinque eletti dal popolo alla carica di amministratori, dopo che Antonio De Gori, sindaco nel 1799, sarebbe decaduto dalla carica, si erano dati appuntamento di buon'ora, per le sei del mattino, alla taverna del Pipistrello. Ordine del giorno: discutere il da farsi dopo le notizie giunte, a tarda sera del giorno precedente, dalla vicina Castelforte. La ferale notizia, infatti, portata al galoppo da un abitante di Ventosa che aveva assistito da un'altura ai tafferugli avvenuti al centro del paese, consisteva nella rivolta scatenata dagli abitanti contro le truppe degli invasori francesi. Qualche centinaio di persone armate di forconi, badili, asce e falcioni, ne avevano malmenati e trucidati molti, mettendo in fuga i pochi che erano riusciti a salvarsi dal macello. Quello che restava del distaccamento francese si era faticosamente riunito in un casale disabitato nelle campagne della contrada Aurito, ad appena qualche chilometro da Coreno, e sarebbe sicuramente passato nelle vicinanze del paese o attraverso il centro per aggregarsi al comando francese di stanza ad Ausonia. Una compagnia di cinquanta soldati, esattamente quarantanove, malamente armati, benché stanchi, affamati e morti di freddo, di lì a poco sarebbe potuta sfilare lentamente attraverso il decumano principale del paese e, percorrendo la vecchia via delle Stramete, avrebbe tentato di raggiungere la vicina Ausonia. Da lì, unendosi a quello che rimaneva del potente esercito invasore francese, avrebbe cercato d'imbarcarsi e di tornare in Francia. Gli abitanti di Coreno, date le scarse simpatie provate per i francesi, specie dopo che Napoleone era tornato per insediarsi sul trono che era stato dei Borbone, si erano posti una domanda più che legittima; volevano meditare bene sul da farsi: vendicarsi delle vessazioni o costruire ponti d'oro ai soldati francesi? Far pagare care ai francesi le costrizioni generali, le leve continue e obbligatorie e tutte le altre imposizioni o accelerare la loro fuga? Di questo avrebbero animatamente discusso quella mattina presto. I primi ad arrivare alla taverna del Pipistrello, ch'era poco lontano dalla piazza e dal rione Pozzi, furono il sindaco del 1799 Antonio De Gori e quattro dei cinque consiglieri eletti per l'anno 1800 (uno di loro era lo stesso sindaco): Mattia Biagiotti, Angelo Ruggiero, Giuseppe La Valle e Francesco Di Vito. Poi, a mano a mano arrivarono i rappresentanti di tutte le famiglie, da tutti i tredici casali di Coreno: gli Vori, gli Onofri, gli Stavoli, i Rollagni, i Carelli, la Torre, i Curti, i Magni, i Pozzi, i Lormi, i Tucci, la Piazza, i Ranoccoli. Ad essi si sarebbero aggiunti, appena oltre l'orario dell'appuntamento, il medico, il notaro, i due giudici a contratto e lo speziale. E solo verso la fine dell'animata discussione anche Don Giovanni di Siena, ch'era stato avvertito dell'importante incontro dal figlio di Salvatore il cositore, prima di lasciare la casa del morituro. Il giovane, peraltro, mentre passava in extremis la notizia al prete, si era pure meravigliato che lo stesso non sapesse niente di quanto accadesse in paese in quelle ore e che non fosse stato invitato alla riunione strategica; ma gli era più che evidente il motivo per il quale né gli amministratori né i capifamiglia, né medico, né lo speziale e nemmeno il notaro avevano anche lontanamente accarezzata l'idea di avere il prete fra i piedi mentre discutevano fra loro quelle questioni: il giovane aveva ascoltato i sermoni del prete la domenica durante la messa cantata e da qualche anno, Don Giovanni Di Siena, praticamente da quando l'invasione francese era iniziata, non aveva fatto altro che, invitare i suoi concittadini alla calma e alla collaborazione con l'invasore, magari anche facendo buon viso a cattivo gioco, per evitare inutili violenze e anche per avere il tempo di vedere come si fosse messa la questione col Papa e coi Borbone. Una strategia doppiogiochista dettata, anzi suggerita in segreto, dalle alte sfere ecclesiastiche che evidentemente collideva con le intenzioni bellicose e tutt'altro che pacifiche dei concittadini di Coreno e degli altri paesi dell'Alta Terra di Lavoro. Il figlio di Salvatore il cositore aveva dato al prete, prima un po' d'acqua, poi la notizia esplosiva dell'assemblea pubblica ma segreta, poi una robusta sorsata di quella grappa aromatizzata al corniolo che producevano clandestinamente in famiglia e riservavano solo agli amici o alle persone importanti. Don Giovanni, a quel punto, aveva davanti solo due strade praticabili: una facile facile, l'altra molto difficile, anzi, difficilissima: andare a Gaeta, in udienza dal Vescovo, al quale avrebbe spifferato tutto ma, con quel tempaccio, ci avrebbe messo una giornata intera; o andare di corsa all'assemblea popolare e sperare di convincere quei testoni a non fare pazzie. Scelse la seconda alternativa, quella più difficile; Don Giovanni si precipitò sul posto, conquistò il centro dell'assemblea, prese la parola e levò alto il suo disappunto. Ma inutilmente, anche dopo la sua invettiva che, in certi passaggi, pareva quasi un anatema, una reprimenda, i concittadini bellicosi e determinati non cambiarono idea, avendo deciso quasi all'unanimità di vendicarsi dei francesi: li  avrebbero attesi e attaccati in località Fontanelle. Un vero e proprio agguato attendeva i malcapitati quarantanove soldati francesi, e quasi sicuramente la fine del loro percorso terreno. Non rimaneva che procurasi le armi, riunirsi in piazza, mandare un paio di vedette in osservazione e trasferirsi tra i cespugli della via delle Stramete per farla finita coi maledetti francesi. A pochi chilometri di distanza dal centro abitato di Coreno una compagnia di soldati francesi, anzi quello che ne restava, esattamente quarantanove, ridotti in brandelli dagli abitanti di Castelforte, mezzi nudi, morti di fame, di freddo e di stenti; feriti fisicamente e psicologicamente depressi, si erano da poco incamminati verso Coreno, raccolti in una mesta e silenziosa fila indiana; facevano a ritroso la strada che avevano percorso festanti e allegri solo qualche giorno prima. Calpestavano la neve fresca a passi lenti e cadenzati; chi con stivali sfondati, chi a piedi nudi. Avevano deciso di passare all'interno del centro abitato, invece di aggirarlo; avrebbero così evitato un percorso più accidentato; una lunga e più faticosa diaspora tra i campi e tra i boschi e tra le pietre. E confidavano pure che seppure avessero incontrato nei campi qualche contadino o anche cittadini di Coreno per la strada, al massimo quelli avrebbero potuto deriderli e offenderli; non avrebbero mai immaginato che la pacifica popolazione di Coreno potesse adire le vie di fatto, usando la violenza contro inermi e disarmati soldati in ritirata. Se fossero stati fortunati, con cinque o sei ore di cammino avrebbero raggiunto il distaccamento di Ausonia. E da lì, dopo qualche ora di riposo, avrebbero ripreso la marcia verso il porto più vicino dove si sarebbero imbarcati per la Francia. La brutta avventura sarebbe stata archiviata nel giro di qualche settimana. Intanto Michele Lavalle, la giovane sentinella appostata sulla collina dalle parti della contrada Poera; l'altra, un certo Pasquale Di Vito, anch'egli molto giovane e dalla buona vista, era stata piazzata più a valle su una piccola altura tra i boschi di Cannotteranea - aveva avvistato la piccola compagnia francese in lento avvicinamento. Quando fu sicuro di quello che aveva visto, si alzò immediatamente, balzando in piedi con la velocità di una molla, dal suo rifugio dietro a un grosso masso e correndo verso il tratturo prese la via per Coreno da sud-est. In poco più di cinque minuti - come il corridore di maratona - raggiunse la locanda del Pipistrello, il quartier generale dei rivoltosi. La movimentata ma assai breve assemblea cittadina si era conclusa col voto favorevole alla rappresaglia. Contrari erano stati solo il voto del consigliere Biagiotti, che aveva uno zio prete e il parere, benché favorevole senza espressione di voto e nemmeno richiesto, del prete della parrocchia di S. Margherita V.M.. I due erano stati i soli a lasciare la locanda, non senza un codazzo polemico e trascinandosi dietro una marea di insulti e di improperi da parte degli altri presenti che contavano su una unanimità piena. Gli altri quattro consiglieri erano rimasti; come erano rimasti i capifamiglia, i due giudici a contratto, e gli anziani. L'unico ch'era mancato era Salvatore il cositore, sul punto di andarsene dalla sera precedente. Ora non restava che tornare a casa velocemente, cercare ciascuno un'arma e radunarsi in piazza per poi prendere la strada delle Stramete e raggiungere il punto dell'agguato, alle Fontanelle. Quasi a metà strada tra Coreno e Ausonia. Tutto, qualsiasi arma, anche impropria, bastava che fosse da taglio o contundente, avrebbe fatto al caso: naturalmente erano da privilegiare i fucili, anche quelli da caccia, e sarebbero state gradite anche le pistole da ricaricare; ma anche i forconi per smuovere la paglia, i falcioni per mietere il fieno e la suglia, i bastoni snodati per battere i ceci e i fagioli sull'aia sarebbero andati bene. Qualcuno era anche andato in cantina a recuperare la mazza di ferro del torchio per l'uva. Alla fine dopo circa un'ora all'appuntamento in piazza si erano presentate più di cento persone. Quasi tutti uomini maturi, forti e motivati, più qualche giovane la cui età era compresa tra i venti e i trent'anni, che non aveva voluto che il padre andasse da solo. Quando si furono radunati tutti partirono con passo svelto per ritrovarsi dopo appena mezz'ora tutti acquattati tra i cespugli e dietro i sassi sulla collina che domina il passaggio a valle delle Fontanelle, poco dopo il Belvedere e prima del Castello, e non avrebbero avuto molto da aspettare perché non era passata più di un'ora da quando si erano trasferiti e non erano passate più di tre da quando la vedetta aveva avvistati i francesi alle Poera. Il tempo era passato anche piacevolmente e senza soverchi nervosismi avendo appreso, sempre dalla vedetta, che i francesi erano disarmati e assai malmessi. Il piano congegnato dai rivoltosi era semplice ma pareva assai efficace: far sfilare lungo la strada i francesi, poi, mentre un drappello di corenesi li avrebbe presi alle spalle per neutralizzarli con le armi improprie, dalla collina chi era in possesso di un fucile o di una pistola avrebbe fatto fuoco dal lato destro scoperto. Quando l'ultimo soldato francese era sfilato sulla perpendicolare degli appostati, da un lato una settantina di corenesi si staccarono scendendo di corsa a valle. Armati di forconi, falcioni, bastoni di ferro e di mazze di legno cominciarono a colpire violentemente e a massacrare i poveri soldati, quasi tutti disarmati; dall'appostamento ch'era una cinquantina di metri sulla collina che dominava la strada gli altri, quelli armati di fucili e pistole, aprirono il fuoco; una gragnola di colpi arrivò sul lato destro della fila indiana, i francesi cominciarono a cadere come pere mature. La mattanza durò in tutto nemmeno una decina di minuti: la strada si era, rapidamente, coperta di cadaveri e di corpi agonizzanti e rantolanti, rivoletti di porpora si spargevano lentamente sulla neve bianca. Dei quarantanove soldati francesi nessuno avrebbe rivisto il suolo patrio. E per molto tempo nessuno avrebbe più saputo niente di loro. Ora per i rivoltosi si poneva il problema di finire i moribondi feriti a morte con pugnali e baionette. Un colpo al cuore e il trapasso era agevolato. Quindi di sgombrare la strada dai cadaveri e di nasconderli definitivamente alla vista degli altri scout francesi, che certamente li avrebbero cercati, e delle autorità del regno. Qualcuno si era ricordato che nelle vicinanze, ad appena un centinaio di metri, c'era un podere di proprietà di certo Giuseppe Ruggiero, e al centro del podere c'era un pozzo. L'uomo non aveva partecipato all'agguato, perché troppo anziano, ma tutti pensarono che l'odio che aveva sempre mostrato di nutrire nei confronti dei francesi gli avrebbe certamente suggerito di mettere a disposizione la sua proprietà per una giusta causa comune. Anche se una volta riempito di cadaveri il pozzo, va da se, non sarebbe stato più utilizzabile. Anzi avrebbe dovuto essere interrato e sigillato per evitare possibili epidemie. All'unanimità si decise di sfruttare la possibilità, non c'era tempo per scavare una grande fossa comune. Due o tre uomini per volta presero per le gambe e per i piedi un soldato francese e lo trasportarono nelle vicinanze del pozzo. Mentre qualcuno più giovane e veloce sarebbe corso al paese per caricare un carretto di calce e di badili. Era in uso all'epoca di tenere sempre a disposizione delle grosse quantità di calce nelle fornaci scavate apposta per quello scopo; le calcare. Ogni strato di cadaveri sarebbe stato coperto con una abbondante spolverata di calce e di terriccio e pietre; alla fine del lavoro il pozzo sarebbe stato sigillato con un tappo di malta e pietre. Nessuno si sarebbe più accorto del macabro contenuto del pozzo. In giro si sarebbe sparsa la voce ch'era stato avvelenato da qualche animale in decomposizione e il padrone era stato costretto a interrarlo. Quando tutti i cadaveri furono rimossi, trasportati e buttati nel pozzo gli uomini, ormai sfiniti, tornarono sul luogo della strage, per cancellare ogni traccia: grattarono la neve, il ghiaccio e lo strato più superficiale della ghiaia insanguinata che copriva il fondo della strada sterrata. Poi riportarono un nuovo strato di ghiaia e sopra di essa sparsero badilate di neve fresca. Nel giro di un'altra ora sembrava che lì non fosse successo mai niente. Presto il ricordo della strage sarebbe stato rimosso oltre che dal suolo anche dalla testa degli stessi autori; l'eccidio sanguinolento sarebbe diventato un avvenimento incerto e dai contorni indefiniti; una specie di mito, di imago, che tutti, alla fine, avrebbero rimosso dalla loro mente o confuso con un sogno collettivo. Il plotone di omicidi composto di gente normale e di padri di famiglia si avviò mestamente verso il paese. In salita, con passo stanco, tutti erano svuotati dalle forze. Svuotati di energia ma  convinti di aver fatto la cosa giusta. Avrebbero certamente accelerato la fuga dei francesi dai territori occupati. La coscienza personale in subbuglio sarebbe stata sedata e soddisfatta dalla constatazione di aver agito per il bene comune e per un interesse superiore. Oltre che per l'affermazione della giustizia.

lunedì 22 ottobre 2018

LEGGETE LA COSTITUZIONE ED EVITERETE DI ANDARE IN TV A DIFFONDERE FALSITA'.

L'Articolo 38 della Costituzione della Repubblica Italiana recita testualmente:

"Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all'assistenza sociale. I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria. Gli inabili ed i minorati hanno diritto all'educazione all'avviamento professionale. Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato. L'assistenza privata è libera."
Questo si, è parlare chiaro!
E, purtroppo, non parla certamente altrettanto chiaro l'egregio e titolatissimo Ezio Mauro che stamattina va in televisione a dire più o meno questo:
"Se la manovra economica del governo non prevede aiuti alla crescita allora si limita al puro assistenzialismo."



E allora? 
Perché, caro Ezio Mauro, le chiedo, non si dovrebbe fare assistenzialismo, se l'esercizio dello stesso è previsto anche dalla Costituzione della Repubblica Italiana, di cui tanti soloni, come Lei, si riempiono la bocca per poi disattenderla alla prima occasione utile? Lei l'ha letta la Costituzione o la sua disattenzione è frutto solo del tentativo maldestro e malriuscito di fare cattiva propaganda anti-governativa? Ergo disinformazione? Oppure, pensa che la Costituzione serva solo a preservare e a ribadire i poteri del Capo dello Stato quando qualcuno minaccia che essi debbano essere limitati? E non si pregi di smentire quanto ha detto e quanto appena le ho attribuito perché la sua frase io l'ho ascoltata con le mie orecchie e, se non dovesse bastare la mia testimonianza, potremmo sempre ricorrere ai filmati delle preziose teche RAI. 
Con osservanza, un suo ex-estimatore.

P.S. Ah! Quasi dimenticavo. La Costituzione dice pure che la Repubblica Italiana è basata sul lavoro, ma purtroppo non tutti ce l'hanno e dice pure che tutti i cittadini hanno diritto all'Assistenza Sanitaria e, purtroppo, pare che non tutti abbiano diritto a stare in buona salute e ad essere curati e guariti. Ma questo, ovviamente, passa in secondo piano rispetto allo "spread" e all'aumento del deficit. Sic! 
smr   

lunedì 8 ottobre 2018

Il sorriso sospeso.

   Una volta a Napoli, inizialmente solo nel rione Sanità, poi anche negli altri quartieri del centro, quando uno era allegro, perché qualcosa gli era andata bene, invece di pagare un caffè al barista ne pagava due e lasciava il secondo caffè, quello già pagato, per il prossimo cliente che, ovviamente, il più delle volte gli era sconosciuto. 
   Il barista avrebbe provveduto, in seguito, ad offrire gratuitamente il caffè ad un anonimo, ignaro e soddisfatto avventore.  
   La tradizione di questo gesto nobile, che fu chiamata "caffè sospeso", prese piede negli anni e si affermò, arrivando intatta fino ai nostri giorni.    
   Ancora oggi a Napoli, in molti bar storici del centro, vige la consuetudine di pagare al barista due caffè: consumando uno per sé e lasciando l'altro "sospeso", perché venga consumato, dallo sconosciuto, che arriverà al bancone dopo di noi. 
   Il caffè sospeso era ed è considerato un gesto nobile e altruistico; un modo come un altro per lasciare, non solo il caffè, ma anche un po' di zucchero, quindi di dolce, all'umanità che sta fuori di noi.




   Allora sarebbe bene che questa bella e nobile tradizione si "sdoppiasse"; che s'iniziasse anche la tradizione del... "sorriso sospeso". 
   Che tra l'altro non costa nemmeno l'euro del caffè, anzi non costa niente, anzi è completamente gratuito e, soprattutto, potrebbe essere contagioso.
   La mattina, quindi, quando usciamo di casa cominciamo a lasciare in giro, alla gente intorno a noi sorrisi, e non solo uno, ma anche più di uno: una raffica di sorrisi, all'indirizzo di tutte le persone che incontriamo per strada, e che, per lo più, ci sono sconosciute.
   Sarà cura delle persone che hanno ricevuto i nostri sorrisi di tenerne uno per sé e di provvedere a distribuire gli altri a quelli che incontreranno per strada.
   Noi rendiamo, con un sorriso, la vita dolce all'umanità che sta fuori di noi.
   Così faranno anche i nostri simili.
   E, insieme, aspettiamo che quel sorriso venga ricambiato. 
   In fondo basta poco. 
   Basta solo un... sorriso sospeso.
   E costa meno di un caffè... sospeso.






sabato 29 settembre 2018

Praticamente viviamo in una economia criminale.

Praticamente viviamo in una economia criminale fondata saldamente ed essenzialmente: 
1) sul rapporto perverso tra credito/debito, che vede le banche e i grandi istituti finanziari seduti stabilmente al centro del tavolo a fare da mazziere; 
2) sul mercato petrolifero e su quello automobilistico, che impongono entrambi il mancato sviluppo dei mezzi di trasporto collettivi e pubblici (soprattutto treni e autobus) perché ne danneggerebbero i profitti limitandoli se i trasporti fossero efficienti; 
3) sui grandi investimenti multinazionali che dettano le leggi della globalizzazione, fanno strame delle economie nazionali e, in più, impongono il loro prezzo del lavoro, sempre più basso e competitivo;
4) sui potentati economici e sui tycoons, di cui nemmeno si conosce il nome o la faccia, ma che hanno in mano la gran parte delle fabbriche mondiali di soldi;
5) sulle multinazionali dei metalli e dei diamanti che non sono altro che i neo-colonialisti moderni;
6) sui super-capitalisti delle comunicazioni, del web e dell'e-commerce mondiale, tutti grandi evasori multinazionali:
7) sulle lobby potentissime e criptate alla pubblica opinione che dettano i tempi dei parlamenti nazionali:

8) sui mezzi di comunicazione di massa televisivi e di carta stampata detenuti tutti indistintamente dai capitalisti che dettano i tempi della nostra vita e indirizzano le nostre opinioni.
Da tutto ciò risulta chiaro e logico che, quando si vara un DEF come l'ultimo varato dal governo attuale, nel quale si mette l'uomo della strada al centro degli interessi economici e non i soldi, e contemporaneamente si ignorano, invece, gli interessi dei grandi potentati, ci si debba aspettare una levata di scudi da parte da parte dell'establishment interessato solo a mantenere immutato lo status quo politico-economico.
Questo in due parole, il drammatico quadro, tagliato con l'accetta ma reale, nel quale si vara un DEF contro il quale i massimi vertici europei tuonano e imprecano, delineando scenari da day after. Un day after che la Grecia, solo per fare un esempio, ha già vissuto, solo per aver dovuto rispettare quei parametri imposti dall'Europa e dalla trojka. I poveri non li crea il PDF; i poveri li crea il rigore da aparatchik dei parametri europei. Lo sviluppo non lo crea l'Europa; lo sviluppo possiamo solo crearlo noi scelte coraggiose.
“L’obiettivo di deficit al 2,4% del Pil per il triennio 2019-2021 è necessario e coraggioso, quindi pericoloso, come evidenzia la prevedibile e prevista agitazione dei mercati. I grandi interessi interni e esterni colpiti reagiscono. Si apre un’inedita partita. Finalmente, ritorna il primato della politica sull’economia, condizione necessaria, ma non sufficiente, dati i rapporti di forza, al primato della sovranità costituzionale.” Ha detto Stefano Fassina, ex-sottosegretario all'economia ed ex-PD.





P.S. E noi? Noi siamo la ciccia che vine messa nel tritacrane per farne hamburgher o salsicce che l'economia mastica, digerisce e defeca. 
Noi siamo la carne da macello che resta intrappolata sotto i ponti che crollano, che s'ammala per le scorie chimiche messe proditoriamente nei cibi, che muore sotto le macerie dei terremoti e nei disastri aerei. 
Noi siamo quelli che muoiono negli ospedali o negli incidenti stradali e che vengono rimpiazzati subito da altra carne fresca.
Noi siamo quelli spremuti come limoni per fargli pagare anche l'ultima lira di tasse sui magri guadagni che, a stento, bastano per tirare avanti e far crescere la propria famiglia.

domenica 19 agosto 2018

La coerenza è la virtù degli stupidi






Uno dei più accaniti detrattori dell'attuale governo e dei suoi sostenitori, campione di ibero pensiero - noto per il suo recente attacco frontale alla apparentemente fragile e indifesa, ma tosta intellettualmente, giornalista de Il Fatto, Luisella Costamagna - Giuseppe Turani, giornalista emerito, laureato alla Bocconi, quindi collega di Sara Tommasi, è più volte intervenuto dall'alto del suo blog di cartone virtuale (Uomini&Business) sulla polemica che si è scatenata dopo il crollo del ponte Morandi di Genova.
Con una terminologia colorita e certe volte anche offensiva. La qual cosa dimostra sempre che si è a corto di idee e di argomenti.
Ora, non voglio entrare nel merito della polemica, per carità, ma voglio solo ricordare che nel lontano 1974 (quando il nostro eroe aveva poco più di 30 anni) uscì un suo libro che s'intitolava "Razza padrona" e aveva come sottotitolo
"Storia della borghesia di stato", un saggio di attualità nel quale si tuonava contro la borghesia italiana, razza padrona e ladrona (appunto), scritto con la collaborazione di Eugenio Scalfari, altro giornalista emerito in rovinosa caduta intellettuale (forse anche a causa dell'età, di cui però abbiamo avere rispetto perché... magari arrivarci anche noi) e pubblicato da Feltrinelli.
All'epoca lo Scalfari e il Turani erano rispettivamente amministratore delegato e redattore del settimanale bolscevico "L'Espresso".
La tesi centrale del loro libro è che "l'indebolimento dell'imprenditoria privata, con la scomparsa delle vecchie holding elettriche e l'indebitamento sempre più elevato dei gruppi superstiti, ha portato ad una sempre maggior importanza dell'economia pubblica come erogatrice di finanziamenti e come salvatrice di aziende in difficoltà. Di conseguenza, ha assunto sempre più potere un ceto che gli autori hanno battezzato “borghesia di stato”, in grado di intervenire presso i politici al potere per ottenere benefici per le aziende da loro rappresentate."
Ma il bello deve ancora venire. Il quinto capitolo, intitolato appunto "il saccheggio" si apre così: "Il saccheggio è stato certamente uno degli impegni prevalenti della Montedison a partire dal 1971 (anno dell'avvento di Cefis alla presidenza) A subire i suoi assalti sono stati i tanti lavoratori, i consumatori, il mezzogiorno, certi enti pubblici, certi enti a partecipazione statale, gli azionisti, i risparmiatori, il sistema industriale italiano e persino alcune regole della buona contabilità aziendale." 
E di che stiamo parlando? Sembra di leggere la recente cronaca industriale italiana. Non vi pare?
"Sic transit gloria mundi" sarebbe il caso di dire.
Dall'epoca sono passati 44 anni, erano altri tempi - direte voi - i nostri dovevano pur campare e campare le rispettive famiglie.
Ora, il più giovane dei due è diventato esperto di soldi e, forse, ha anche trovato il sistema per farli.
Nel frattempo, infatti, i due hanno un po' cambiato idea.
Del resto, come diceva Oscar Wilde:
"La coerenza è la virtù degli stupidi."
E gli "eroi moderni" - come si sa - proprio così stupidi non sono. O no?

smr

venerdì 17 agosto 2018

Due questioni di attualità

Voglio qui offrire due brevi riflessioni su altrettante questioni sollevate dall'attualità e dalla cronaca di questi giorni: 
1) la questione dei rapporti tra politica ed economia e imprenditori.
2) l'annosa questione dello Stato di Diritto.



   Sulla prima questione. 
   Specie ultimamente, ma da un paio di decenni ormai, quando penso a un signore sindaco di Firenze il pensiero mi corre a Giorgio La Pira; quando penso a un Presidente del Consiglio il pensiero mi corre ad Alcide De Gasperi. 
   Deformazione da vecchio democristiano? No! Certo che no! Deformazione di un appassionato alla vera democrazia e alla vera politica, quelle con la maiuscola; quelle fatte di passione civile, di etica e di preparazione profonda. 
   Esattamente tutto quello che oggi non c'è più. 
   Alcide De Gasperi, all'epoca, fine anni 40 inizi anni 50, aveva a che fare con un Presidente della Repubblica che si chiamava Einaudi, il primo vero Presidente della Repubblica, uomo di dottrina altissima, di impostazioni culturali eccezionali, noto nel mondo intero per la sua preparazione e per la sua etica. Per dire. 
   Molte volte mi è capitato di leggere o di ascoltare quando disse e poi scrisse, quante volte l'ho riletto: "l'economia è e deve essere ancella della politica". 
   Bisogna ricordare bene queste parole, "ancella", in latino - ancilla , serva: quindi in una vera democrazia sull'economia e sugli (im)prenditori deve prevalere la politica chiamata alla sintesi e al rispetto degli interessi di tutti non di pochi eletti; nonché agli interessi economici dei cittadini e non solo di una oligarchia aristocratica. Non deve prevalere l'economia che domina la politica e foraggia i politici. Proprio come succede oggi. 
   Allora, forse, la chiave per un modo nuovo di interpretare la democrazia sta proprio in questa piccola riflessione; sta in un rapido ritorno al passato migliore della nostra repubblica.

   Sulla seconda questione. 
   Lo stato di diritto è quella forma di Stato che assicura la salvaguardia e il rispetto dei diritti e delle libertà dell'uomo, insieme alla garanzia dello stato sociale. La sua sospensione equivale ad una perdita dei valori fondamentali della civiltà umana. Bene. Questo dovrebbe essere pacifico in dottrina. Ma la realtà è ben diversa. Lo sappiamo tutti ma alcuni fanno finta di non saperlo; alcuni di noi mettono la testa sotto la sabbia, come gli struzzi. 
   Oggi di fronte alla minaccia di questo governo di annullare la concessione delle autostrade ad Atlantia si invoca a gran voce lo Stato di Diritto. E non solo, si ammonisce il governo di aspettare l'operato della magistratura e il corso naturale della legge. Che in Italia tutti sanno corrisponde a tempi biblici. 
   E, allora, vorrei chiedere a questi moderni soloni: credete davvero di vivere in una nazione che garantisce, e a tutti, lo stato di diritto? 
   Se credete che sia così e la vostra risposta è si, vorrei parlare di alcuni casi in cui lo stato di diritto in Italia è già sospeso e avrei pure qualche ulteriore e semplice domanda da rivolgervi: 
   1) dov'è lo stato di diritto per i milioni di disoccupati in una repubblica che si proclama fondata sul diritto di tutti al lavoro? 
   2) E dov'è lo stato di diritto per i ca. 300.000 esodati procurati all'Italia dalla salvifica legge Fornero? 
   3) e dov'è lo stato di diritto di fronte all'inversione dell'onere della prova operato dal fisco nei confronti dei commercianti e degli artigiani costretti da anni agli studi di settori? 
   4) e dove va a finire il sacrosanto diritto alle cure e alla tutela della salute in un paese che non è in grado di garantire efficienza, professionalità e rapidità nella diagnosi, anche nel caso di malattie gravi?
   5) e ancora, dov'è lo stato di diritto quando equitalia arriva a pignorare la prima casa a un cittadino che non ha pagato, forse per indigenza, 2.000 euro di tassa comunale sull'immondizia?
   6) e, per finire, dov'è lo stato di diritto per i cittadini costretti a vivere con la pensione minima di 500 euro al mese?
   Qualcuno è in grado di rispondere? Credo di no!
   E quelli citati sono solo alcuni casi, i primi che mi sono venuti in mente, in cui lo stato di diritto viene calpestato in Italia, ma ce ne sarebbero ancora decine e centinaia se non, addirittura, migliaia. 
   Infine voglio chiudere ricordando che proprio a Genova, in occasione del G8 svoltosi tra il 19 e il 22 luglio del 2001, ci fu una delle più clamorose violazioni dello stato di diritto perpetrato dai governanti italiani nei confronti dei suoi stessi cittadini con quello che è passato alla storia (anche quella giudiziaria) come il massacro della scuola Diaz. 
   Amen!


smr

mercoledì 15 agosto 2018

Siamo carne da macello

Qualche semplice considerazione sul crollo del cavalcavia Morandi a Genova.




Siamo carne da macello, Noi siamo SOLO carne da macello. 
E' una vita che lo vado dicendo e quello che succede quotidianamente in Italia e nel Mondo lo dimostra. Inoppugnabilmente. 
Noi siamo immolati come vittime sacrificali sull'altare dell'economia, della modernità (che non sempre è vero progresso), del capitalismo miope e disumano, del consumismo sfrenato e ostinato. E sempre così andrà! 
I ponti crollano e continueranno a crollare. 
Le persone muoiono e continueranno a morire: nelle lattine con cui si spostano o sotto le macerie di mega-infrastrutture pencolanti costruite dai loro simili. 
I grandi costruttori di mega-infrastrutture continueranno ad usare cemento armato (poco) e sabbia (molta), invece che ferro, per aumentare il loro profitto, e continueranno a tirare su milioni su milioni per opere che non hanno alcun futuro: allora era meglio quando si usava la pietra. Masso su masso e senza malta. 
I padroni delle autostrade, che si sono stancati di fare maglioni colorati, adesso guadagnano 1,1 miliardi di euro all'anno, e continueranno a guadagnare 1,1 miliardi di euro all'anno, se non di più. Con tali enormi utili potranno finalmente comprare il pezzo di Patagonia che ancora gli manca, visto che ne hanno già metà. 
I politici, incapaci, impotenti e miopi, continueranno a fregarsene e ad esprimere, DOPO, il loro cordoglio fintamente triste, inutile e ipocrita. 
E noi? Noi, le persone, la gente, l'uomo della strada, la carne da macello, continueremo a morire, nel menefreghismo delle autorità, dei politici collusi con gli imprenditori, che foraggiano le loro campagne elettorali e i loro attici, e dei responsabili, che però non saranno responsabili mai di niente, anzi saranno sempre... i soliti, perfetti, irresponsabili.
I soliti perfetti impuniti.

P.S.1 Sogno un paese dove si controlli la stabilità di un viadotto prima che  rolli. Sogno, semplicemente, un Paese Normale.

P.S.2 Non si è trattato di una fatalità. La fatalità con le opere umane non esiste. Non lo dico io; lo afferma Renzo Piano. La fatalità non è esistita in altri casi simili e anche peggiori. Ad esempio la Diga del Vajont. Al minimo si è trattato di un errore umano o anche più di uno. Come largamente anticipato dall'ing. Brencich che non è un profeta. Lui aveva già detto che i calcoli di Morandi erano sbagliati e che il viadotto aveva avuto dei seri problemi strutturali. determinati da scelte progettuali sbagliate e obsolete.

http://stream24.ilsole24ore.com/video/notizie/genova-ing-brencich-il-ponte-morandi-e-stato-progettato-male/AEVXG4aF




P.S. 3 Un fascicolo è stato aperto dalla Magistratura di Genova, per Disastro Colposo. Intanto sta emergendo prepotente un sospetto terrificante: e se il crollo "spontaneo" del ponte fosse stato considerato solo una delle possibili opzioni? Quanto costa abbattere e ricostruire un viadotto? E allora... meglio aspettare che crolli da solo. Pare che nel 2017, dopo alcune verifiche, si stabilì che per l'abbattimento erano necessari 8/12 mesi e costi per 4/500 milioni. Tutto fu sospeso e aggiornato. PERCHE'?

smr

giovedì 2 agosto 2018

Il mio ultimo lavoro: "Storie vere di briganti ciociari e altri racconti".





Metto qui la eccellente prefazione del critico letterario e amico prof. Dante Cerilli. Che, naturalmente, ringrazio.




Nota critica alle Storie vere di briganti e altri racconti 

"Posso dire di avere abbastanza cognizione di causa per individuare la differente modalità scrittoria che Salvatore M. Ruggiero adopera quando scrive testi sugli argomenti e i personaggi che più lo avvincono (come il cinema, ad esempio, ed Ingmar Bergam), di paesologia (girovagando per i comuni del Lazio e di altre regioni, ispirato da Franco Arminio che ne è il codificatore, ma ammettendo che “Pagine lepine” ne sia addirittura precorritrice), di narrativa (come nel caso delle sue recenti pubblicazioni on-line e cartacee, o di Storie vere di briganti e altri racconti). Se nel primo caso il tenore dello stile rispecchia la caratteristica di chi vuole informare, divulgare, riflettere e ragionare sulle condizioni della poetica e sulle “pieghe” delle personalità artistico-individuali, nel secondo caso l’impronta diaristica e del “giornale” di viaggio prevalgono con l’intento di rendere snello ed agevole il discorso sulla toponomastica, topografia, e sulla carta tematica che rappresenta una mappa socio-economica di un paese ritratto insieme ai lineamenti storici che lo hanno connotato nel corso dei secoli e nella contemporaneità. Nel terzo caso, invece, l’aspetto creativo fa germogliare l’estro di questo prosatore, che contamina le forme ortodosse del periodare per costellarle di interpunzioni e di strutturazioni che rendono soggettiva la forma della proposizione, o con l’intento di usare concordanze ardite, come traslando il colloquiale del parlato reale alla sequela cronachistica del discorso semiologico su carta. Sebbene autobiografia, storia e affabulazione pervadano la narrativa di Salvatore M. Ruggiero, nel caso specifico di “Storie vere di briganti e altri racconti”, lette in anteprima, l’atteggiamento poetico-estetico dei piccoli saggi e della paesologia confluisce interamente nell’economia stilistico-strutturale ed organica dell’opera; per cui non è raro trovarvi citazioni colte scaturite 8 dalle più appassionate frequentazioni letterarie note al riguardo di Ruggiero e pittoriche (Vermeer), oppure quelle più localistiche (da segnalare la “Storia di Coreno” di don Giuseppe La Valle), per nulla escluse fiabe, favole, leggende, dicerie di ogni epoca di ogni nazione, ma soprattutto della Ciociaria, crogiuolo e ricettacolo di terminologie non autoctone che l’autore utilizza per rendere più autentico il parlato e sicuramente più affascinante per chi voglia scoprire connessioni etnolinguistiche ed etnostoriche. Tanto vale per la meticolosità delle descrizioni ambientali e “geografiche”, quanto per le informazioni di carattere storico (peraltro consegnate nella spontaneità e nell’immediatezza di un nonno che racconti le gesta dei personaggi illustri del paese al proprio nipotino), la suggestione emotiva di luoghi, ambienti e personaggi (dico io in una sorta di psicoantropologia del vecchio e del nuovo), siano essi briganti, banditi, massaie, lattaie, preti, perpetue, contadini, pastori, botteganti, sindaci, uomini dagli atteggiamenti e dai soprannomi bizzarri che affollano le scene ricreate e dipinte come nella sensibilità di colui che attraverso la scrittura vuole creare entusiasmo e gioia allo sguardo, agli occhi (come diceva Delacroix), tanto che tutto si pervade di leggerezza e talora d’impertinenza. L’eterogeneità delle storie narrate contribuisce a vedere un diverso piano di cimento dell’autore che dalla semplice narrazione di fatti e di eventi, con la riproduzione circostanziata e circostanziale di particolari “coreografici” del racconto, passa ad una più intima atmosfera che mai indulge ad un lirismo sdolcinato dei sentimenti rievocati, in effetti, con sobrietà. Salvatore M. Ruggiero, in verità, è così anche nella vita reale, quotidiana, egli sa scherzare, sa interagire con allegria con chiunque, sa condividere una gioia, ma senza abbandonarsi ad effusioni enfatiche, esasperate ed esagerate. Come pure egli sa comprendere (nel senso del termine che anche lui usa per dire “sentire insieme”, “mettere insieme” e “sentire-stare dentro”) il dolore, esteriormente, con una grande forza di spirito che comprime, appunto, ogni energia negativa e quasi 9 catarticamente la neutralizza, per essere più leggero e per non far pesare sugli altri il velo della tristezza. Per questo anche quando si parla di distacco, di gente che non c’è più, i toni sono sempre quelli del narratore “regredito” che fa vivere senza eccessivi traumi anche gli eventi più brutti. Una presunta originalità di questi racconti sta nel fatto che risultano avvincenti e si lasciano leggere non perché si arrivi ad un finale a sorpresa, a un colpo di scena, ad una conclusione eclatante: ogni volta ci si accorge che questo non succede e che il punto, che chiude l’ultimo pensiero espresso o narrato, sta lì a dire che si è definito solo un episodio, che solo un quadro di vita è stato incorniciato. Ogni racconto ha la sua specialità nel suo organismo, e la sua ricchezza in un filo conduttore che ti fa leggere, come in una corsa, tutto d’un fiato, fino alla parola che fa da attracco. Il motore di questa costruzione d’intrigo è tutto ciò che emoziona il protagonista bambino o adolescente, come la scena della lattaia che scatena un sommovimento erotico nella mente del piccolo che nella ritualità della mungitura e della distribuzione del latte associa ad ancestrali sentimenti; è la descrizione raccapricciante del fatto che occorse a Marco Ruggiero detto il cannibale, il sapore di zucchero e caffè stantio nella madia della casa divisa in “quarti”, il cachi sottratto nelle piratesche escursioni nel “quarto” di zia Maria la piccola, o il profumo e i colori degli alberi autunnali di zia Maria, la grande, il salotto buono di zio Peppino Barbera, maestro e sindaco, o la controversa personalità di Pascaglin’e tuppu che secondo il nonno dell’autore è come se avesse la corona in mano e il diavolo in saccoccia! Non ultimo è un chiaro accenno alle vicende politiche e amministrative di Coreno Ausonio che si è mostrata, nei secoli, sempre di spirito rivoluzionario contro l’oppressore, in epoca moderna (e anche oltre), sin dal XVIII sec., appena a un decennio dalla presa della Bastiglia, già impegnata contro le truppe francesi che scorrevano sul territorio del Regno di Napoli, e in questo si distinsero gente comune, sindaci e preti! 10 Dalla lettura di queste storie, inoltre, si ha percezione che non sia mai netto e chiaro il confine tra l’evento o fatto biografico e quello di fantasia, tra quello storico e quello puramente leggendario, nonché il paradosso a volte induce a pensare che l’autore o il popolo si siano abbandonati alle fonti dell’immaginario collettivo quasi a voler esorcizzare il male per far trionfare il bene; come quando, un tempo, nella ragione di vita o nella ragione d’essere di un accadimento si neutralizzava l’efferatezza, il disagio, una calamità, o un pauroso mistero. Eppure, una vitalità di personaggi, dalle qualità psico-caratteriali davvero esilaranti o torbide, intesse la trama di ogni racconto e lo rendono documento che tende a ricreare gli ambiti di un passato lontano, di Coreno Ausonio, ma anche recente, di cui Salvatore M. Ruggiero e qualche suo antenato (nonno, zio/zia, pro zio/zia, cugino, genitori), insieme ai “tredici casali” del paese (Vori, Onofri, Stavoli, Rollagni, Carelli, La Torre, Curti, Magni, Pozzi, Lormi, Tucci, La Piazza e Ranoccoli) sono protagonisti, e che altrimenti andrebbe perduto." (Dante Cerilli)

domenica 3 dicembre 2017

Che Dio ci liberi.

   La nostra classe politica, amorale o immorale che sia, è esattamente quella che una società disinteressata, sbrindellata e affaristica come la nostra riesce attualmente ad esprimere. 
In politica i vuoti si colmano automaticamente; le poltrone si occupano per il fatto stesso di esistere. 
Quelli che oggi competono sono individui senza scrupoli, quasi mai, e tranne qualche rara eccezione, fortemente motivati dall'idea di bene collettivo. 
Per lo più sono individui miopi, incolti, ruffiani, indegni, senza programmi o con l'unico obiettivo di modificare la loro condizione economica. 
E, soprattutto. si annidano in tutti i partiti. 
Un solo esempio: ultimamente in Ciociaria è stato nominato alla presidenza del SAF dove si richiedeva almeno un ingegnere, un semplice geometra, un figlio d'arte, senza arte e ne parte (direbbe Berlusconi) militante nel PD, ex PCI, ex PDS, ex DS, che si è dovuto dimettere dalla carica di cons. reg.le. SIC! 
E lo stesso - immagino - succede facilmente e quotidianamente in tutta la nazione. 
Che Dio ci liberi.
E prendiamo ancora, sempre in Ciociaria, il caso della Ideal Standard, la fabbrica di sanitari sita a Roccasecca (FR) che rischia di chiudere per delocalizzazione o perché farà affari con la Cina.
I bravi politici locali compreso il presidente della Provincia (ma non dovevano essere abolite?) fanno la corsa per esprimere solidarietà ai lavoratori. 
Ma la solidarietà ai lavoratori la possono esprimere gli altri lavoratori, i cittadini, e tutti quelli che non hanno responsabilità dirette nella mala gestione aziendale e che non esercitano - perché non è loro compito - alcun controllo sull'economia del territorio. 
Non possono esprimere solidarietà ai lavoratori e lavarsi le mani sulla loro sorte e sulla fine della loro occupazione i politici e gli amministratori locali, ancora meno i politici nazionali che non hanno mai costruito uno straccio di piano industriale. 
Dai politici si pretende di più e non lo fanno. Anzi non fanno niente, nemmeno il minimo sindacale di conservare quel poco che resta. 
In Ciociaria, poi, siamo rimasti all'epoca di Andreotti e dell'Austostrada del Sole. Sic!
Che Dio ci liberi.

mercoledì 22 novembre 2017

Io penso onestamente...

Io penso, onestamente, che oggi in Italia non ci sia nessuno, ma proprio nessuno, che possa, a buona ragione, lamentarsi dell'andazzo; non ci sia nessuno che abbia il diritto di urlare la propria rabbia contro la corruzione, contro la mala-politica e la mala-amministrazione; non ci sia nessuno che possa lamentarsi per la sporcizia e lo schifo delle amministrazioni dei piccoli paesi come delle grandi città. Io penso, onestamente, che noi tutti abbiamo, chi più chi meno, responsabilità o anche solo una generica "culpa in vigilando", perché non abbiamo denunciato un fatto di malaffare, anche un solo fatto di cui saremmo pure venuti a conoscenza, perché tutti prima o poi ne siamo, anche solo una volta, venuti a conoscenza. Io penso che tutti o quasi tutti siano compromessi e che, se anche non lo avessimo fatto noi direttamente, per i nostri interessi o per gli interessi di un parente o di un amico, almeno una volta abbiamo avuto la notizia di qualcuno che si sia rivolto a un sindaco intrallazzatore, a un direttore di banca corrotto, a qualche dirigente d'ufficio pubblico, a qualcuno che potesse qualcosa nelle stanze del potere o che abbia avuto accesso diretto o indiretto a quelle stanze. Il malaffare, la corruzione, l'interesse privato in atto pubblico o anche solo il... "non preoccuparti! Ci penso io, ho un amico" è sistemico e generalizzato; non è più un problema di persone, né di partiti politici, è un problema generale della nostra società che ne è interamente infettata. Abbiamo voglia noi ad azzuffarci come se stessimo facendo il tifo allo stadio durante la disputa di un derby stracittadino. Mi dispiace dire l'ovvio e anche ricordarlo ma qui non siamo all'Olimpico per Lazio-Roma e nemmeno a Milano per Inter-Milan. Noi continuiamo a litigare a "fare il tifo" per i 5-Stelle o per il PD, per Forza Italia o per la Lega, per Fratelli d'Italia o per SEL, inalberandoci e prendendo cappello, gli uni contro gli altri ogni volta che uno dei nostri avversari sbaglia, ogni volta che viene raggiunto da un avviso di garanzia o, addirittura, viene arrestato e incarcerato. L'altro giorno un mio conoscente mi ha mandato elegantemente "affanculo" per delle affermazioni che attenevano semplicemente alla nostra opposta visione delle questioni politiche. La verità è una, ed è una sola, ed è anche molto amara: sembra non ci sia più nessuno (o, quasi nessuno. Ed uso il quasi per pietà) in Italia che, una volta raggiunto un certo qual tipo di potere - dall'amministratore di condominio al deputato; dal preside al direttore generale di un ministero; dal capo dei vigili urbani del paese di checazzonesò al direttore di una filiale di una bancarella di provincia - che non usi quel potere a fini privati e non pubblici. Non c'è nessuno che si faccia più il minimo scrupolo di usare quel potere per tirare su qualche liretta per lui, per ottenere qualche vantaggio personale per se o per i suoi parenti o per gli amici e gli amici degli amici, per crearsi una pletora di sottopancia da scatenare per una campagna elettorale o per un consiglietto di amministrazione o per farsi regalare il Suv nuovo o per farsi fare la facciata della villetta gratis. Questo quando va bene. Perché in alcuni casi i vantaggi personali, a danno dei bilanci societari, dell'erario o della collettività, sono quantificabili in migliaia di euro, come nel caso di Scajola che si trovò intestato un attico con affaccio sul Colosseo "a sua insaputa" o come l'ultimo caso di Marra che ha avuto uno sconto sulla casa di ben 500.000 euro. Non passa giorno che i mezzi d'informazione non diano la notizia di un arresto, di un fermo, di una indagine per corruzione, interesse privato in atti pubblici, peculato e altri reati economici, nei confronti pi personaggi più o meno famosi, più o meno facoltosi, più o meno impegnati politicamente. Facciamo quindi tutti un bel MEA CULPA. Facciamo tutti un esame delle nostre coscienze sporche, evitando di tirare la croce sul vicino. Ricostruiamo il nostro senso civico. Solo così potremo sperare in una futura, possibile, non utopistica Italia migliore. sic stantibus rebus...

smr


sabato 28 ottobre 2017

La civiltà dell’immagine, il diritto d’informazione e la banalizzazione della violenza.


   Ieri mattina, mentre ero alla guida, ascoltando la radio, pensavo a una frase sinistra che ricordavo di aver ascoltato nel film "Il settimo sigillo". Una frase apocalittica, che fa venire i brividi a chiunque l'ascolti. A sentire quelle parole mi si rovesciava nella testa l'antico eppure eloquente aforisma di Confucio: "Vale più un'immagine che mille parole." Anche se, mentre l’ascolti, non vedi niente, come oggi usa in TV, non puoi fare a meno di lavorare di fantasia; non puoi fare a meno di immaginare la scena che viene raccontata e tutto il dolore e la violenza in essa espressa, espressa nelle parole orrifiche che stai ascoltando.
La frase del film recita così: “A Farjestad tutti parlavano di sinistri presagi e di altre orribili cose. Due cavalli si erano mangiati l'un l'altro nella notte, e nel cimitero si erano scoperte le tombe, e i resti di cadaveri si erano sparsi dappertutto. Ieri pomeriggio sono stati visti quattro soli nel cielo.”
Chi la proferisce fa riferimento agli oscuri presagi di una fine del mondo imminente, annunciati da una immane pestilenza - la morte nera - che sta decimando la popolazione d'Europa intorno al 1350. Bene, quella frase, dicevo fra me e me ieri mattina, è molto eloquente e significativa. Ed è l’esatta antitesi di quanto avviene oggi, nel tempo della civiltà dell’immagine; nell’epoca del diritto d’informazione. 
Essa produce, secondo me, il semplice risultato di “volgarizzare” la violenza, di banalizzarla e, quindi, di neutralizzarla.
E, mentre guidavo, continuavo a pensare: quanto c’è di più diverso, anzi di diametralmente opposto alla banalizzazione del male che oggi la TV produce annunciando le notizie terribili delle stragi dell'ISIS; documentando catastrofi e attentati terroristici; passando sul video, senza soluzione di continuità le immagini di morti ammazzati o di corpi mutilati dalle esplosioni. 
E lo pensavo, ad esempio, anche in relazione alle immagini della strage di Capaci o a quelle ancora più sconvolgenti del crollo delle Torri Gemelle, l'11 settembre del 2001.
E, allora, chiedevo a me stesso “e se, invece di vedere in TV e osservare, con punte di voyeurismo quasi compiaciuto ma subito dopo distratto, le immagini delle violenze che ogni giorno si verificano in ogni angolo del mondo, ci limitassimo ad ascoltare una voce sconosciuta e lontana, e senza volto, che ce le racconta, che narra la violenza, senza avere la possibilità di vedere il volto di chi parla, come alla radio, questo non sarebbe più efficace? Questo “non vedere”, questo “solo ascoltare” non potrebbe aiutarci ad elaborare meglio la immane portata di certi avvenimenti? Intendo, ovviamente, senza la banalizzazione delle immagini viste e riviste mille volte, che finiscono per svuotare di significato qualunque gravità e qualunque intollerabile scena, anche la più rivoltante o irritante?
Riflettiamo un attimo, quindi, sull'uso distorto che la TV fa della violenza e del sangue umani; analizziamo l’utilizzo anti-propedeutico, non sussidiario, giustificato esclusivamente dalla necessità di costruire audience, del giornalismo televisivo.
Le immagini del sangue, dei corpi straziati, di persone urlanti di dolore e di paura, anche versate a profusione nelle nostre case, anzi, proprio perché versate a profusione, senza soluzione di continuità, davanti ai nostri occhi finiscono per esaurire contestualmente la loro forza; finiscono per perdere la loro capacità d'impatto; per fallire il compito e l'obiettivo che si prefiggono, che dovrebbero avere: cioè di insegnarci ad esecrarle e a prenderne le distanze. 
Quelle immagini rendono inutili loro stesse, si rendono addirittura dannose. 
Si! Dannose. Perché ci fanno abituare ad esse; ci inducono a conviverci. Replicate all'infinito non ci insegnano più niente. Perdono anche il loro piccolo valore didascalico. Non c'è niente di più inutilmente freddo e asettico della violenza, del sangue versato per terra, dei corpi mutilati, delle salme esangui, visti e rivisti mille volte: non insegnano più niente ai vivi. Non ci dicono più niente. Nemmeno ci ammoniscono più. Non hanno più alcun valore, semplicemente.