domenica 17 marzo 2019

Greta Thunberg e la sua lotta giusta.

   In relazione alle polemiche scatenatesi intorno al caso di Greta Thunberg e alla sua campagna contro i cambi climatici e a favore dell'ambiente (meglio specificare), mi pare sia il caso di riproporre integralmente il suo discorso, quello che l'ha consegnata alle cronache internazionali, tenuto a Katowice, in Polonia, in occasione della ventiquattresima Conferenza delle Parti sul Clima (COP24) nel dicembre del 2018. 
Non penso che l'abbiano letto tutti. Anzi, penso che lo abbiano letto in pochi. E, allora, leggiamolo! 




“Il mio nome è Greta Thunberg, ho quindici anni e vengo dalla Svezia. Parlo per conto di Climate Justice Now. Molte persone dicono che la Svezia è solo un piccolo Paese e non importa quel che facciamo. Ma ho imparato che non sei mai troppo piccolo per fare la differenza. E se alcuni ragazzi ottengono attenzione mediatica internazionale solo perché non vanno a scuola per protesta, immaginate cosa potremmo fare tutti insieme, se solo lo volessimo veramente. Ma per fare ciò dobbiamo parlare chiaramente, non importa quanto questo possa risultare scomodo. Voi parlate solo di una infinita crescita della green economy, perché avete troppa paura di essere impopolari. Parlate solo di andare avanti con le stesse idee sbagliate che ci hanno messo in questo casino, anche quando l’unica cosa sensata da fare è tirare il freno di emergenza. Non siete abbastanza maturi per dire le cose come stanno, anche questo fardello lo lasciate a noi bambini. A me, invece, non importa di risultare impopolare, mi importa della giustizia climatica e del pianeta. La civiltà viene sacrificata per dare la possibilità a una piccola cerchia di persone di continuare ad accumulare un'enorme quantità di profitti. La nostra biosfera viene sacrificata per far sì che le persone ricche in Paesi come il mio possano vivere nel lusso. É la sofferenza di molti a garantire il benessere a pochi. Nel 2078 festeggerò il mio settantacinquesimo compleanno. Se avrò dei bambini probabilmente passeranno quel giorno con me e forse mi faranno domande su di voi. Forse mi chiederanno come mai non avete fatto niente quando era ancora il tempo di agire. Dite di amare i vostri figli sopra ogni cosa ma gli state rubando il futuro proprio davanti ai loro occhi. Finché non vi concentrerete su cosa deve essere fatto anziché su cosa sia politicamente meglio fare, non c’è alcuna speranza. Non possiamo risolvere una crisi se non la trattiamo come tale: dobbiamo lasciare i combustibili fossili sotto terra e dobbiamo focalizzarci sull’uguaglianza. E se le soluzioni sono impossibili da trovare all'interno di questo sistema significa che dobbiamo cambiare il sistema. Non siamo venuti qui per pregare i leader di occuparsene. Ci avete ignorato in passato e continuerete a farlo. Siete rimasti senza scuse e noi siamo rimasti senza più tempo. Noi siamo qui per farvi sapere che il cambiamento sta arrivando, che vi piaccia o no.
Il vero potere appartiene al popolo. Grazie.”

(Greta Thunberg)

   Ora, onestamente, io non lo so se dietro l'appello accorato di Greta Thunberg "Salviamo il mondo dai cambiamenti climatici, salviamo l'ambiente! Ci resta poco tempo." ci sia o possa esserci la ricerca di pubblicità gratuita globale per la prossima uscita del libro della madre (la abbastanza famosa cantante Malena Ernman che, nel 2009 partecipò anche all’Eurovision e che vanta diverse apparizioni televisive) e nemmeno se il grande stratega di questa campagna sia Ingmar Renzhog, esperto di marketing e di pubblicità, che avrebbe sfruttato a sua volta l’immagine della ragazza per lanciare la sua start up. Io rispetto tutte le posizioni, anche quelle più critiche; anche quelle che gridano al complotto globalista che, però, andrebbe provato e non solo paventato. Ma due cose le so e sono certe. Una è la validità, la fondatezza, la ineludibilità e anche l'urgenza del messaggio di Greta; l'altra la spontaneità della mobilitazione giovanile. Entrambe le cose dovrebbero darci una nuova speranza; dare una nuova speranza al Mondo, invece che provocare sospetto e farci avanzare riserve. Tutto il resto è ciarpame ed ha un nome, si chiama dietrologia, uno sport molto diffuso, non solo in italiano ma anche a livello mondiale, che rischia di soppiantare, in quanto a notorietà, il calcio. Checché se ne dica, la piccola Greta ha fatto il culo ai grandi. Anche a Trump. Nonostante questo e nonostante tutto il resto, nel bieco tentativo di screditarla, alcuni media hanno anche pubblicato delle foto nelle quali Greta è ritratta mentre fa colazione con cibi confezionati nella plastica. Altro che green economy. SIC! 
   E che argomentazione è, da parte dei vari detrattori delle manifestazioni giovanili, quella secondo la quale i giovani intervistati non sanno spiegare cos'è il buco nell'ozono? Come se tutti i manifestanti dovessero essere fisici o meteorologi? Sarebbe come se a tutti i manifestanti per o contro le riforme costituzionali si richiedesse di aver superato l'esame universitario di diritto pubblico o costituzionale. SIC! 


   Tirando le somme, per concludere, nel caso di Greta Thunberg e del suo messaggio, io direi che basterebbe guardare la luna e non il dito che indica la luna; basterebbe prendere per buona la finalità, l'obiettivo che ne fa una causa più che giusta e lasciar perder tutto il contorno mediatico che potrebbe anche essere superfluo, se non inutile. 
   Un ultimo inciso. Come al solito intorno al fenomeno mediatico di Greta e al suo messaggio si sta incrostando tutto il meglio e tutto il peggio di cui gli esseri umani moderni sono capaci, sul web e fuori dal web; io non faccio molta differenza: se uno è stronzo lo può essere fuori e dentro il web. Anche se bisogna ammettere che nel web ci si divide: si è haters o si è lovers, di qualcuno o di qualcosa. Ho letto da qualche parte che Greta Thunberg sarebbe una icona creata a tavolino da Soros e dai globalisti. SIC! Qualche ambientalista da salotto più sopraffino si sarebbe addirittura scandalizzato per aver visto Greta bere da un bicchiere di plastica. Che pesta la colga! 
   Allora, l'appello che faccio è questo. Scordiamoci di Greta Thunberg e del suo cerchi magico (ammesso che ne abbia uno; noi che ai cerchi magici siamo abituate, eccome!) e concentriamoci solo sul messaggio, sulla sua utilità, sulla sua fondatezza e sulla sua urgenza.  
   Invece, fra tutti gli episodi ai quali tutti dovremmo applaudire mi piace ricordare la enorme mobilitazione spontanea degli studenti italiani che, venerdì 15 marzo, sono scesi in piazza. Non so voi, ma io ho avuta la perniciosa impressione che alcuni presidi e alcuni professori si sarebbero incazzati di meno se avessero saputo che i loro studenti avevano disertato le lezioni per aver fatto semplicemente sega, invece che per essersi mobilitati in massa, invadendo le piazze e sfilando al centro delle città più grandi per una causa giusta se non sacrosanta. Qualcuno accusa i giovani moderni di essere tra i maggiori responsabili dell'inquinamento. Poveracci! Hanno preso gli stessi vizi dei genitori. Tra gli episodi, invece, di cui tutti dovremmo vergognarci mi piace ricordare le dichiarazioni cervellotiche e gratuite, ineleganti e violente, scorrette e fuori luogo di due suffragette del polically in-correct, di due vecchi arnesi dello showbizz, sprezzanti del ridicolo e in cerca di un ultimo barlume di visibilità per il loro ego in delirio e in declino: Rita Paone (ex-cantante, ex-peldicarota, ex-gian burrasca) e Maria Giovanna Maglie (ex-giornalista). La prima ha detto di Greta: "Quella 'bimba' con le treccine che lotta per il cambio climatico, non so perché ma mi mette a disagio. Sembra un personaggio da film horror...".; la seconda: "Greta Thunberg? Se non fosse malata la metterei sotto con l'auto." Poi, come se nulla fosse, entrambe hanno cercato di cancellare la memoria delle loro tristi gaffes chiedendo scusa: ma troppo tardi, intanto avevano entrambe perso l'occasione per tenere la bocca chiusa. E per evitare di mostrarci le loro (quelle si) brutte facce.
   L'ultima puttanata eccellente non poteva che spararla Vittorio Feltri. Credendo di aver fatto il battutone dal suo salotto dorato ha tuonato: "Greta Thunberg si lamenta del riscaldamento globale quando abita in Svezia che è una nazione notoriamente fresca!"

"Il vero potere appartiene al popolo!" (G.T.)

Peccato che il popolo non perda mai l'occasione di mostrare di non saperlo.

smr

lunedì 4 febbraio 2019

Oggi è la Giornata Mondiale contro il Cancro.

     Oggi, 4 Febbraio 2019, proclamato nel 2000 dall'UICC (Unione Internazionale Contro il Cancro),  è il WORLD CANCER DAY, la Giornata Mondiale contro il Cancro. 

   Lo slogan di quest’anno, lo stesso che campeggerà sulla campagna del prossimo triennio, è “I Am And I Will”, perché, si legge nel lancio della giornata: “Chiunque tu sia, hai il potere di ridurre l'impatto del cancro per te, le persone che ami e per il mondo. È tempo di prendere un impegno personale”.

   Come mio personale contributo e come tributo a tutti i malati di cancro e, soprattutto, a quanti sono morti a causa di questa malattia, a cominciare dalla mia carissima Patrizia, per proseguire col mio caro padre, e tutti gli altri amici e conoscenti, metto qui un brano del mio libro "Il Cancro Addosso".
  Il brano scelto contiene qualche dato statistico che si riferisce, ovviamente, al momento in cui il libro è stato scritto, cioè al febbraio del 2018, ma i dati, pur non aggiornati, sostanzialmente e numericamente sono ancora tutti ampiamente validi. 
   Aggiungo solo un ulteriore dato statistico: lo scorso anno, secondo l'OMS (Organizzazione Mondiale della Salute), si sono ammalati di cancro, nelle sue diverse forme, 18.000.000 di persone in tutto il mondo, e 9.600.000 malati sono morti.



   "Cinquanta anni fa si ammalava di cancro una persona su cinquanta; in un futuro ormai prossimo se ne ammalerà una persona su due. Proprio oggi, nel febbraio del 2018 - mentre sto scrivendo - una persona su tre si ammala di cancro, non ne guarisce mai definitivamente ed è condannata alla spada di Damocle della recidiva; una persona su tre ancora muore di cancro; solo una persona su tre ne è immune, per motivi che, peraltro, ancora sfuggono alla scienza. La prima causa di morte tra le donne, in Italia, in Europa e nel Mondo, è ancora il cancro alla mammella. Il cancro nelle sue diverse e più diffuse forme è ancora la prima causa di morte in Italia, in Europa e nel Mondo. Nel 2015 fra le prime 15 cause di morte c’erano sei diversi tipi di cancro: 1) alle vie respiratorie (polmoni, bronchi, bocca, laringe e faringe); 2) alla mammella; 3) al pancreas; 4) al colon retto; 5) al fegato; 6) allo stomaco. E questi sono anche i più diffusi. Qualcuno le ha scomposte, per smorzarne l’impatto mediatico che, altrimenti, sarebbe deflagrante, ma messe insieme sarebbero la prima causa di morte su nove cause diverse tutte meno gravi, seppur letali. Nel 2017 i casi di tumore in Italia sono stati 369.000, di questi 51.000 sono stati casi di cancro al seno (quasi tutti riferiti ad individui di sesso femminile, tranne 500 casi tra i maschi). Nel 2014 (ultimo dato ISTAT disponibile) i decessi attribuibili al cancro sono stati 177.301. Il tumore al seno è la neoplasia più comune nelle donne, con circa 1 milione 700 mila nuovi casi diagnosticati in tutto il mondo ogni anno. Statisticamente una donna su otto si ammala di cancro alla mammella. Nel 2015 sono stati stimati globalmente 560.000 decessi causati da tumore al seno, oltre il 90% dei quali è stato causato dalla diffusione della malattia ad altre parti del corpo. Più del 30% delle donne con diagnosi iniziale di tumore al seno in stadio precoce potrà infatti sviluppare un tumore metastatico. Mentre il 5-10% delle donne si presenta alla diagnosi iniziale con la malattia primaria già metastatica. C’è da dire che in Italia la sopravvivenza da carcinoma mammario avanzato o metastatico è molto aumentata, passando dai 15 mesi degli anni '70, ai 58 mesi di inizio 2000. Ma questo dato ovviamente non basta; non può essere soddisfacente; non può farci contenti. Potremmo essere soddisfatti, appagati e contenti solo quando non si parlerà più di 58 mesi ma di 58 anni. Ed io, intanto - probabilmente per i prossimi 58 anni, ma spero caldamente di no - aspetterò che qualcuno, con coraggio e onestà intellettuale, venga a sostenere pubblicamente che l’emergenza sanitaria mondiale non è più il cancro; che l’emergenza sanitaria mondiale è l’Aids, magari, ma non il cancro; che l’emergenza sono le malattie infettive o il diabete e l’obesità, ma non il cancro; che l’emergenza sono gli incidenti stradali ma non il cancro. Oppure, semplicemente, che non ci sono più emergenze sanitarie nel Mondo. Si può concludere, allora, dicendo che il cancro è la malattia moderna più antica del mondo. Oppure - se preferite - che è la malattia antica più moderna del mondo. Che gli abbiamo dato qualche millennio di vantaggio prima di accorgerci che sarebbe diventata così letale, distruttiva e catastrofica, ogni giorno sempre di più. E che ora non ci resta che rimboccarci tutti le maniche per dare alle generazioni che verranno le giuste possibilità per emanciparsi dal dolore e per regalare loro una maggiore speranza di sopravvivenza prolungata. Che non sia legata sollo alla fortuna personale di ognuno, alla sua buona stella."



   Infine voglio ricordare che tutti i proventi derivanti dalla vendita del mio libro "Il Cancro Addosso" saranno devoluti per la creazione di una Associazione Patrizia De Magistris. Se non fosse possibile dare vita a una tale benefica iniziativa i proventi verranno devoluti all'AIRC (Associazione Italiana Ricerca contro il Cancro).

   Questi i link seguendo i quali si arriva alle piattaforme sulle quali si può prenotare una copia del libro: lulu.com e/o amazon.com.

http://www.lulu.com/shop/salvatore-m-ruggiero/il-cancro-addosso/paperback/product-23718536.html

https://www.amazon.it/cancro-addosso-Salvatore-M-Ruggiero/dp/0244399247/ref=sr_1_6?s=books&ie=UTF8&qid=1537202139&sr=1-6&keywords=salvatore+m.+ruggiero

venerdì 1 febbraio 2019

Addio! Mister Zurich.

   Quando vado verso casa, rientrando dal lavoro, prima d'imboccare l'ultima curva, mi trovo inevitabilmente di fronte il tabellone di zinco dell'albo pretorio comunale. E' inchiodato al muro, contiene anche i necrologi, se ci sono morti, e io ci butto sempre un occhio.  
   L'altro giorno c'era un manifesto funebre nuovo: annunciava la morte di Paolo De Gori, 74 anni. Non ancora abbastanza vecchio per morire. Ma di questi tempi si fa fatica a comprendere qual è l'età giusta per morire.
   Avevo i miei ragazzi in macchina con me e ho cercato di aiutarli a capire chi fosse Paolo. Si! Perché quando ho commentato a voce alta la dipartita di... Mister Zurich, loro stentavano a intendere a chi alludessi usando quel soprannome strano. 


   Io Paolo De Gori lo chiamavo Mister Zurich da quando, verso la fine degli anni '70, dopo un periodo da emigrati in Svizzera, da Zurigo, si era ritirato, con la moglie, a Gaeta, dove vivevano e lavoravano insieme al bar Zurich, locale da loro due fondato e gestito. 



   Lo chiamavo Mister Zurich da quando, almeno 40 anni fa, con il nipote Costa, mio amico, e le nostre ragazze dell'epoca, avevamo preso a frequentare stabilmente il suo Bar Zurich, a Gaeta, in Via Firenze, ai piedi di Monte Orlando. 

  Andavamo sempre volentieri, ufficialmente per un gelato, ma poi, approfittando della sua disponibilità, per scendere nel seminterrato dove era stata allestita una discoteca, piccola ma accogliente e con tanto di impianto stereo, di palla luccicante e luci stroboscopiche. E, soprattutto, sempre deserta a quell'ora del mattino.
   Dopo averci rampognato per bene, ma paternamente, perché quella mattina non eravamo andati a scuola, Paolo ci confezionava e serviva con la solita meticolosa cura un bel banana-split, poi accendeva l'impianto stereo e metteva sul piatto un LP di Julio Iglesias che ci piaceva tanto: "Sono un pirata, sono un signore". 
   E il locale finalmente era inondato dalle sue dolci, suadenti, romantiche melodie. 
   Poi risaliva al bar e si spegnava le luci alle spalle, lasciandoci accomodati sui confortevoli divanetti di pelle, immersi nella penombra complice dei nostri baci appassionati.
 Ricordo perfettamente che del LP di Iglesias ci piaceva a tutti, in particolare, una canzone: "Pensami!"  
    La musica e il testo di quel pezzo per me sono indimenticabili. Ancora li ricordo a memoria, senza sforzo.
"Pensami! Tanto tempo e intensamente con il corpo e con la mente, come se io fossi lì... 
Guardami! Con quegli occhi azzurro mare che mi sanno anche ingannare ma mi piaci anche così...
Sognami! Con la forza di un amante che è lontano e non distante ma che arriva dentro qui... 
Baciami! Bacia tutta la mia pelle. Si può arrivare alle stelle dicendo un semplice si."  


   Caro amico Paolo, di te conserverò il ricordo di un uomo gentile e dai modi sempre signorili. Insieme a Julio Iglesias e alle sue indimenticabili canzoni, alle tue paternali e ai tuoi meravigliosi gelati, mi farai ricordare sempre quei bellissimi momenti, un pezzo della mia gioventù vissuta spensieratamente, in piena leggerezza.

Addio! Mister Zurich. 

smr

martedì 1 gennaio 2019

Il racconto della strage dei soldati francesi a Coreno nel marzo del 1799.

   Il racconto che vi accingete a leggere non è tutto falso, nel senso che non è tutto inventato e, quindi, frutto della mia fantasia; alcuni spunti, infatti, sono veri, ed hanno precisi riferimenti storici a fatti, a nomi, a relativi personaggi realmente esistiti. Ma non è nemmeno tutto vero, nel senso che nella sua costruzione ho fatto lavorare, oltre che la mera documentazione, anche una fervida fantasia. Il racconto, quindi, se da una parte può considerarsi come una buona metà del frutto maturo di una semplice appassionata - seppure, per certi versi, disordinata e abrupta - ricerca storica; dall'altra - la metà restante del pomo - si deve considerare come la mia schietta invenzione personale usata da collante per le notizie storiche che avevo attinte e messe assieme.



   Quella mattina presto, quando il vecchio prete Don Giovanni Di Siena fu svegliato all'improvviso dalla fedele perpetua Sandella, non era ancora scoccata l'ora del lupo: l'ora nella quale la maggior parte delle persone nasce o muore, l'ora delle paure più ancestrali, l'ora che succede immediatamente alla notte più buia e che precede l'alba, ma quando la luna non è ancora tramontata e il sole non è ancora spuntato in cielo. E di certo, quel prete di campagna, uno dei dieci preti che risiedevano contemporaneamente nel piccolo villaggio tra le montagne, con dodici tra chiese e cappelle, non poteva nemmeno lontanamente immaginare quello che sarebbe successo nel corso di quella giornata appena iniziata con la chiamata urgente di una estrema unzione. Cose così straordinarie e importanti che gli abitanti di Coreno avrebbero letto più di cento anni dopo solo nei libri di storia. "Tanti giorni, tante ore, per morire nella grazia di Dio e quel vecchio pazzo ultraottantenne di Salvatore il cositore proprio oggi doveva scegliere per andarsene?" Aveva pensato Don Giovanni. Ma lui, così ligio al dovere e al suo ufficio, non aveva mai pensato di declinare il gentile invito del figlio a raggiungere al più presto la loro casa, anzi, avrebbe passato le Alpi camminando sulle ginocchia pur di arrivare prima della comare secca; pur di raggiungere in tempo il capezzale e benedire il vecchio morente prima che esalasse l'ultimo respiro. Quando la fedele perpetua Sandella gli aveva portato nel letto la notizia della chiamata urgente Don Giovanni non era ancora arrivato al terzo sonno. La donna, che stava con lui da quando, appena uscito dal seminario, era stato nominato dal Vescovo di Gaeta, una trentina d'anni prima, era entrata come una Erinni nella sua stanza, quasi aveva sfondato la porta con una spallata, con addosso il pesante scialle di lana che non si toglieva mai - nemmeno d'estate - e la candela in mano, e lo aveva quasi scaraventato giù dal letto dandogli una delle sue poderose smanacciate sulle spalle. La stessa identica energia con la quale smanacciava nella vecchia madre di legno l'impasto del pane che almeno una volta a settimana faceva in casa, da almeno cinquant'anni. Si era solo sincerata che il pitale per la notte non fosse da svuotare poi, come se niente fosse successo, ma solo quando fu sicura di averlo svegliato definitivamente, perché lo aveva visto seduto sul letto a stropicciarsi gli occhi con entrambe le mani, era scesa, borbottando, al piano di sotto, per accendere la cucina a legna, per fare il caffè e per scaldare il latte: sapeva bene che il suo Don Giovanni, per nessuna ragione al mondo, sarebbe uscito di casa senza aver prima consumato una robusta colazione contadina - come la chiamava lui. Una zuppa di latte gigantesca che lei gli serviva da anni nella stessa insalatiera piccola e sbreccata e che consisteva in un mezzo litro di latte abbondante e fumante, appena sporcato da un goccio di caffè nero caldo, e due o tre spesse fette di pane, praticamente, una mezza pagnotta di pane casareccio tuffata dentro a spugnare lentamente. Un paio di cucchiaiate piene piene di miele di carrubo, del quale andava pazzo, ben sciolte e il prete sarebbe stato bene fino al lontanissimo pranzo di mezzogiorno. Non era ancora passata mezz'ora dalla chiamata e lui era già pronto ad uscire. Per non perdere il vizio aveva anche trovato il tempo di dire due o tre preghiere del mattino. Invece, non aveva trovato il tempo, né la voglia, di farsi la barba. Non ci pensava nemmeno di radersi alle quattro del mattino e per giunta in pieno inverno. Eppoi era diventato un suo piccolo vezzo: d'inverno amava portare la barba lunga di tre giorni. Ogni tre giorni l'accorciava con la forbice affilata che il barbiere Angelo Farina gli aveva regalato, appena arrivato in paese, insieme a un altrettanto affilato e prezioso rasoio col manico d'osso vero. Poi, quando l'aria cominciava a scaldarsi, in primavera inoltrata, ricominciava a radersi, provando un vero piacere fisico. Uno dei pochi. Dopo aver fatto colazione, rifocillato per bene, Don Giovanni era sceso fino al portone, aveva tolto la pesante sbarra di ferro e, girando il chiavistello, l'aveva aperto. Come era solito fare, prima di uscire, si era fermato un momento e si era affacciato sull'uscio della canonica che dava sulla stradina in discesa che separava la chiesa e la canonica dalla piazza principale del paese, guardando prima a destra e poi a sinistra. L'alba non era ancora spuntata e non sapeva se quel giorno avesse visto in cielo un timido sole; la luce dell'unica lampada a olio accesa in piazza era scarsa e lui non era riuscito a vedere niente. Ma tanto non c'era niente da vedere, là fuori. Ma tanto nemmeno s'aspettava di vedere qualcosa. Era solo un'abitudine innocua benché inveterata.

   Era una mattina presto di un giorno della metà di marzo dell'Anno Domini 1799, faceva molto freddo e la neve aveva continuato a cadere copiosa durante tu bianca bianca, fitta fitta, che in qualche ora aveva coperto tutto e si era perfino attaccata ai muri e alle finestre, smossa e mulinata, quand'era ancora in aria, da una tramontana, che al paese, in quel periodo dell'anno era di casa, ogni santo giorno. Poi, all'improvviso, era cessata, ma qualche fiocco ghiacciato continuava a cadere, anzi a muoversi in orizzontale, spinto velocemente da folate di vento freddo. Una delle tante folate di vento ghiacciato che scendeva da Costamagni colpì il vecchio prete Don Giovanni Di Siena in pieno volto come un pugno di ferro. Gli fece quasi male fisicamente. La sua faccia sembrava improvvisamente trasformata in un puntaspilli, tempestata com'era di minuscole punture ghiacciate. Il vento gelido gli frustava le guance e gli trafiggeva le pupille; l'odore ferroso del freddo gli bruciava le narici ad ogni respiro; lui, per tutta risposta, chiamato dal suo ufficio ineludibile, chiuse intrepido la bocca, strizzò gli occhi, si alzò per bene il lungo bavero del tabarro, dentro al quale si era avvolto, arrotolandoselo addosso un paio di volte, si appiattì per bene, con due colpi ben assestati del palmo aperto sulla testa, il cappellaccio di feltro a falde larghe dal quale non si separava mai quando usciva fuori d'inverno e scese i tre gradini tre che lo separavano dalla strada. S'incamminò, finalmente, attraversando veloce la piazza. E sparì subito nel buio pesto che l'attendeva nello stretto Vicolo delle Carceri, vicino alla Casa della Corte, oggi Casa Comunale; già casa Petricone Diomede, ora casa Di Massa. La casa dove era nato, dove abitava, dove aveva sempre lavorato, e dove sarebbe morto Salvatore il cositore stava in salita, in un vicolo stretto, appena passato, sulla destra, l'Arco dei Carpentieri. In tutto distava un centinaio di metri dalla canonica. Ma in quella notte buia, con quel tempo da lupi e con quel freddo a Don Giovanni quei cento metri erano sembrati un centinaio di chilometri. Li aveva percorsi non perfettamente dritto, ma praticamente piegato in avanti, quasi a metà, andando faticosamente controvento e quasi in apnea. Calpestando il tappeto soffice della neve che stava già trasformandosi in ghiaccio. Se poi, al già tragico rito dell'estrema unzione, per il quale era stato chiamato e che lo attendeva, avesse aggiunto i pessimi auspici che tutti avevano tratto dall'eclissi solare del 11 febbraio appena passato, le allarmanti notizie riguardanti le truppe francesi ormai allo sbando che sciamavano per tutta l'Alta Terra di Lavoro facendo il bello e il cattivo tempo e, per finire, il retrogusto amarognolo di un cattivo presentimento che aveva in bocca da quando era stato svegliato di soprassalto la mattina presto, il quadro nefasto di quella giornata appena iniziata sarebbe stato completo. Se tutto fosse andato bene comunque si sarebbe conclusa con un funerale - pensò il prete. Se tutto fosse andato male chissà cosa sarebbe potuto succedere. E un attimo dopo si trovò davanti la porta del povero Salvatore. Afferrò il batacchio di bronzo e, quasi per scrollarsi dalla mente quei brutti pensieri lo sbatté con forza due o tre volte. Assorto e infreddolito com'era non s'era nemmeno accorto che la porta era solo socchiusa e che l'ingresso e le scale erano rischiarate da una lampada ad olio lasciata lì per fargli luce. Ebbe appena il tempo per pensare a quanto premurosi e ossequiosi erano i suoi amati fedeli che fu raggiunto dal figlio di Salvatore, un trentenne robusto e irsuto che gli si parò davanti per prendergli il tabarro e accompagnarlo alla camera da letto dove giaceva il padre. Nello stesso momento in cui Don Giovanni si apprestava ad impartire il sacramento al moribondo, in quasi tutte le abitazioni dei tredici casali del paese i fuochi erano stati accesi, l'acqua calda sobbolliva già nei cocci e, per piccoli e grandi, s'improvvisava una parca colazione fatta di latte allungato con caffè d'orzo, accompagnato con qualche tozzo di pane raffermo. I più abbienti avrebbero aggiunto al primo e in qualche caso unico pasto caldo della giornata, anche qualche noce e qualche fico secco, presi dal fondo della grossa panca di legno di quercia che faceva anche da dispensa. I capifamiglia e i cinque eletti dal popolo alla carica di amministratori, dopo che Antonio De Gori, sindaco nel 1799, sarebbe decaduto dalla carica, si erano dati appuntamento di buon'ora, per le sei del mattino, alla taverna del Pipistrello. Ordine del giorno: discutere il da farsi dopo le notizie giunte, a tarda sera del giorno precedente, dalla vicina Castelforte. La ferale notizia, infatti, portata al galoppo da un abitante di Ventosa che aveva assistito da un'altura ai tafferugli avvenuti al centro del paese, consisteva nella rivolta scatenata dagli abitanti contro le truppe degli invasori francesi. Qualche centinaio di persone armate di forconi, badili, asce e falcioni, ne avevano malmenati e trucidati molti, mettendo in fuga i pochi che erano riusciti a salvarsi dal macello. Quello che restava del distaccamento francese si era faticosamente riunito in un casale disabitato nelle campagne della contrada Aurito, ad appena qualche chilometro da Coreno, e sarebbe sicuramente passato nelle vicinanze del paese o attraverso il centro per aggregarsi al comando francese di stanza ad Ausonia. Una compagnia di cinquanta soldati, esattamente quarantanove, malamente armati, benché stanchi, affamati e morti di freddo, di lì a poco sarebbe potuta sfilare lentamente attraverso il decumano principale del paese e, percorrendo la vecchia via delle Stramete, avrebbe tentato di raggiungere la vicina Ausonia. Da lì, unendosi a quello che rimaneva del potente esercito invasore francese, avrebbe cercato d'imbarcarsi e di tornare in Francia. Gli abitanti di Coreno, date le scarse simpatie provate per i francesi, specie dopo che Napoleone era tornato per insediarsi sul trono che era stato dei Borbone, si erano posti una domanda più che legittima; volevano meditare bene sul da farsi: vendicarsi delle vessazioni o costruire ponti d'oro ai soldati francesi? Far pagare care ai francesi le costrizioni generali, le leve continue e obbligatorie e tutte le altre imposizioni o accelerare la loro fuga? Di questo avrebbero animatamente discusso quella mattina presto. I primi ad arrivare alla taverna del Pipistrello, ch'era poco lontano dalla piazza e dal rione Pozzi, furono il sindaco del 1799 Antonio De Gori e quattro dei cinque consiglieri eletti per l'anno 1800 (uno di loro era lo stesso sindaco): Mattia Biagiotti, Angelo Ruggiero, Giuseppe La Valle e Francesco Di Vito. Poi, a mano a mano arrivarono i rappresentanti di tutte le famiglie, da tutti i tredici casali di Coreno: gli Vori, gli Onofri, gli Stavoli, i Rollagni, i Carelli, la Torre, i Curti, i Magni, i Pozzi, i Lormi, i Tucci, la Piazza, i Ranoccoli. Ad essi si sarebbero aggiunti, appena oltre l'orario dell'appuntamento, il medico, il notaro, i due giudici a contratto e lo speziale. E solo verso la fine dell'animata discussione anche Don Giovanni di Siena, ch'era stato avvertito dell'importante incontro dal figlio di Salvatore il cositore, prima di lasciare la casa del morituro. Il giovane, peraltro, mentre passava in extremis la notizia al prete, si era pure meravigliato che lo stesso non sapesse niente di quanto accadesse in paese in quelle ore e che non fosse stato invitato alla riunione strategica; ma gli era più che evidente il motivo per il quale né gli amministratori né i capifamiglia, né medico, né lo speziale e nemmeno il notaro avevano anche lontanamente accarezzata l'idea di avere il prete fra i piedi mentre discutevano fra loro quelle questioni: il giovane aveva ascoltato i sermoni del prete la domenica durante la messa cantata e da qualche anno, Don Giovanni Di Siena, praticamente da quando l'invasione francese era iniziata, non aveva fatto altro che, invitare i suoi concittadini alla calma e alla collaborazione con l'invasore, magari anche facendo buon viso a cattivo gioco, per evitare inutili violenze e anche per avere il tempo di vedere come si fosse messa la questione col Papa e coi Borbone. Una strategia doppiogiochista dettata, anzi suggerita in segreto, dalle alte sfere ecclesiastiche che evidentemente collideva con le intenzioni bellicose e tutt'altro che pacifiche dei concittadini di Coreno e degli altri paesi dell'Alta Terra di Lavoro. Il figlio di Salvatore il cositore aveva dato al prete, prima un po' d'acqua, poi la notizia esplosiva dell'assemblea pubblica ma segreta, poi una robusta sorsata di quella grappa aromatizzata al corniolo che producevano clandestinamente in famiglia e riservavano solo agli amici o alle persone importanti. Don Giovanni, a quel punto, aveva davanti solo due strade praticabili: una facile facile, l'altra molto difficile, anzi, difficilissima: andare a Gaeta, in udienza dal Vescovo, al quale avrebbe spifferato tutto ma, con quel tempaccio, ci avrebbe messo una giornata intera; o andare di corsa all'assemblea popolare e sperare di convincere quei testoni a non fare pazzie. Scelse la seconda alternativa, quella più difficile; Don Giovanni si precipitò sul posto, conquistò il centro dell'assemblea, prese la parola e levò alto il suo disappunto. Ma inutilmente, anche dopo la sua invettiva che, in certi passaggi, pareva quasi un anatema, una reprimenda, i concittadini bellicosi e determinati non cambiarono idea, avendo deciso quasi all'unanimità di vendicarsi dei francesi: li  avrebbero attesi e attaccati in località Fontanelle. Un vero e proprio agguato attendeva i malcapitati quarantanove soldati francesi, e quasi sicuramente la fine del loro percorso terreno. Non rimaneva che procurasi le armi, riunirsi in piazza, mandare un paio di vedette in osservazione e trasferirsi tra i cespugli della via delle Stramete per farla finita coi maledetti francesi. A pochi chilometri di distanza dal centro abitato di Coreno una compagnia di soldati francesi, anzi quello che ne restava, esattamente quarantanove, ridotti in brandelli dagli abitanti di Castelforte, mezzi nudi, morti di fame, di freddo e di stenti; feriti fisicamente e psicologicamente depressi, si erano da poco incamminati verso Coreno, raccolti in una mesta e silenziosa fila indiana; facevano a ritroso la strada che avevano percorso festanti e allegri solo qualche giorno prima. Calpestavano la neve fresca a passi lenti e cadenzati; chi con stivali sfondati, chi a piedi nudi. Avevano deciso di passare all'interno del centro abitato, invece di aggirarlo; avrebbero così evitato un percorso più accidentato; una lunga e più faticosa diaspora tra i campi e tra i boschi e tra le pietre. E confidavano pure che seppure avessero incontrato nei campi qualche contadino o anche cittadini di Coreno per la strada, al massimo quelli avrebbero potuto deriderli e offenderli; non avrebbero mai immaginato che la pacifica popolazione di Coreno potesse adire le vie di fatto, usando la violenza contro inermi e disarmati soldati in ritirata. Se fossero stati fortunati, con cinque o sei ore di cammino avrebbero raggiunto il distaccamento di Ausonia. E da lì, dopo qualche ora di riposo, avrebbero ripreso la marcia verso il porto più vicino dove si sarebbero imbarcati per la Francia. La brutta avventura sarebbe stata archiviata nel giro di qualche settimana. Intanto Michele Lavalle, la giovane sentinella appostata sulla collina dalle parti della contrada Poera; l'altra, un certo Pasquale Di Vito, anch'egli molto giovane e dalla buona vista, era stata piazzata più a valle su una piccola altura tra i boschi di Cannotteranea - aveva avvistato la piccola compagnia francese in lento avvicinamento. Quando fu sicuro di quello che aveva visto, si alzò immediatamente, balzando in piedi con la velocità di una molla, dal suo rifugio dietro a un grosso masso e correndo verso il tratturo prese la via per Coreno da sud-est. In poco più di cinque minuti - come il corridore di maratona - raggiunse la locanda del Pipistrello, il quartier generale dei rivoltosi. La movimentata ma assai breve assemblea cittadina si era conclusa col voto favorevole alla rappresaglia. Contrari erano stati solo il voto del consigliere Biagiotti, che aveva uno zio prete e il parere, benché favorevole senza espressione di voto e nemmeno richiesto, del prete della parrocchia di S. Margherita V.M.. I due erano stati i soli a lasciare la locanda, non senza un codazzo polemico e trascinandosi dietro una marea di insulti e di improperi da parte degli altri presenti che contavano su una unanimità piena. Gli altri quattro consiglieri erano rimasti; come erano rimasti i capifamiglia, i due giudici a contratto, e gli anziani. L'unico ch'era mancato era Salvatore il cositore, sul punto di andarsene dalla sera precedente. Ora non restava che tornare a casa velocemente, cercare ciascuno un'arma e radunarsi in piazza per poi prendere la strada delle Stramete e raggiungere il punto dell'agguato, alle Fontanelle. Quasi a metà strada tra Coreno e Ausonia. Tutto, qualsiasi arma, anche impropria, bastava che fosse da taglio o contundente, avrebbe fatto al caso: naturalmente erano da privilegiare i fucili, anche quelli da caccia, e sarebbero state gradite anche le pistole da ricaricare; ma anche i forconi per smuovere la paglia, i falcioni per mietere il fieno e la suglia, i bastoni snodati per battere i ceci e i fagioli sull'aia sarebbero andati bene. Qualcuno era anche andato in cantina a recuperare la mazza di ferro del torchio per l'uva. Alla fine dopo circa un'ora all'appuntamento in piazza si erano presentate più di cento persone. Quasi tutti uomini maturi, forti e motivati, più qualche giovane la cui età era compresa tra i venti e i trent'anni, che non aveva voluto che il padre andasse da solo. Quando si furono radunati tutti partirono con passo svelto per ritrovarsi dopo appena mezz'ora tutti acquattati tra i cespugli e dietro i sassi sulla collina che domina il passaggio a valle delle Fontanelle, poco dopo il Belvedere e prima del Castello, e non avrebbero avuto molto da aspettare perché non era passata più di un'ora da quando si erano trasferiti e non erano passate più di tre da quando la vedetta aveva avvistati i francesi alle Poera. Il tempo era passato anche piacevolmente e senza soverchi nervosismi avendo appreso, sempre dalla vedetta, che i francesi erano disarmati e assai malmessi. Il piano congegnato dai rivoltosi era semplice ma pareva assai efficace: far sfilare lungo la strada i francesi, poi, mentre un drappello di corenesi li avrebbe presi alle spalle per neutralizzarli con le armi improprie, dalla collina chi era in possesso di un fucile o di una pistola avrebbe fatto fuoco dal lato destro scoperto. Quando l'ultimo soldato francese era sfilato sulla perpendicolare degli appostati, da un lato una settantina di corenesi si staccarono scendendo di corsa a valle. Armati di forconi, falcioni, bastoni di ferro e di mazze di legno cominciarono a colpire violentemente e a massacrare i poveri soldati, quasi tutti disarmati; dall'appostamento ch'era una cinquantina di metri sulla collina che dominava la strada gli altri, quelli armati di fucili e pistole, aprirono il fuoco; una gragnola di colpi arrivò sul lato destro della fila indiana, i francesi cominciarono a cadere come pere mature. La mattanza durò in tutto nemmeno una decina di minuti: la strada si era, rapidamente, coperta di cadaveri e di corpi agonizzanti e rantolanti, rivoletti di porpora si spargevano lentamente sulla neve bianca. Dei quarantanove soldati francesi nessuno avrebbe rivisto il suolo patrio. E per molto tempo nessuno avrebbe più saputo niente di loro. Ora per i rivoltosi si poneva il problema di finire i moribondi feriti a morte con pugnali e baionette. Un colpo al cuore e il trapasso era agevolato. Quindi di sgombrare la strada dai cadaveri e di nasconderli definitivamente alla vista degli altri scout francesi, che certamente li avrebbero cercati, e delle autorità del regno. Qualcuno si era ricordato che nelle vicinanze, ad appena un centinaio di metri, c'era un podere di proprietà di certo Giuseppe Ruggiero, e al centro del podere c'era un pozzo. L'uomo non aveva partecipato all'agguato, perché troppo anziano, ma tutti pensarono che l'odio che aveva sempre mostrato di nutrire nei confronti dei francesi gli avrebbe certamente suggerito di mettere a disposizione la sua proprietà per una giusta causa comune. Anche se una volta riempito di cadaveri il pozzo, va da se, non sarebbe stato più utilizzabile. Anzi avrebbe dovuto essere interrato e sigillato per evitare possibili epidemie. All'unanimità si decise di sfruttare la possibilità, non c'era tempo per scavare una grande fossa comune. Due o tre uomini per volta presero per le gambe e per i piedi un soldato francese e lo trasportarono nelle vicinanze del pozzo. Mentre qualcuno più giovane e veloce sarebbe corso al paese per caricare un carretto di calce e di badili. Era in uso all'epoca di tenere sempre a disposizione delle grosse quantità di calce nelle fornaci scavate apposta per quello scopo; le calcare. Ogni strato di cadaveri sarebbe stato coperto con una abbondante spolverata di calce e di terriccio e pietre; alla fine del lavoro il pozzo sarebbe stato sigillato con un tappo di malta e pietre. Nessuno si sarebbe più accorto del macabro contenuto del pozzo. In giro si sarebbe sparsa la voce ch'era stato avvelenato da qualche animale in decomposizione e il padrone era stato costretto a interrarlo. Quando tutti i cadaveri furono rimossi, trasportati e buttati nel pozzo gli uomini, ormai sfiniti, tornarono sul luogo della strage, per cancellare ogni traccia: grattarono la neve, il ghiaccio e lo strato più superficiale della ghiaia insanguinata che copriva il fondo della strada sterrata. Poi riportarono un nuovo strato di ghiaia e sopra di essa sparsero badilate di neve fresca. Nel giro di un'altra ora sembrava che lì non fosse successo mai niente. Presto il ricordo della strage sarebbe stato rimosso oltre che dal suolo anche dalla testa degli stessi autori; l'eccidio sanguinolento sarebbe diventato un avvenimento incerto e dai contorni indefiniti; una specie di mito, di imago, che tutti, alla fine, avrebbero rimosso dalla loro mente o confuso con un sogno collettivo. Il plotone di omicidi composto di gente normale e di padri di famiglia si avviò mestamente verso il paese. In salita, con passo stanco, tutti erano svuotati dalle forze. Svuotati di energia ma  convinti di aver fatto la cosa giusta. Avrebbero certamente accelerato la fuga dei francesi dai territori occupati. La coscienza personale in subbuglio sarebbe stata sedata e soddisfatta dalla constatazione di aver agito per il bene comune e per un interesse superiore. Oltre che per l'affermazione della giustizia.

lunedì 22 ottobre 2018

LEGGETE LA COSTITUZIONE ED EVITERETE DI ANDARE IN TV A DIFFONDERE FALSITA'.

L'Articolo 38 della Costituzione della Repubblica Italiana recita testualmente:

"Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all'assistenza sociale. I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria. Gli inabili ed i minorati hanno diritto all'educazione all'avviamento professionale. Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato. L'assistenza privata è libera."
Questo si, è parlare chiaro!
E, purtroppo, non parla certamente altrettanto chiaro l'egregio e titolatissimo Ezio Mauro che stamattina va in televisione a dire più o meno questo:
"Se la manovra economica del governo non prevede aiuti alla crescita allora si limita al puro assistenzialismo."



E allora? 
Perché, caro Ezio Mauro, le chiedo, non si dovrebbe fare assistenzialismo, se l'esercizio dello stesso è previsto anche dalla Costituzione della Repubblica Italiana, di cui tanti soloni, come Lei, si riempiono la bocca per poi disattenderla alla prima occasione utile? Lei l'ha letta la Costituzione o la sua disattenzione è frutto solo del tentativo maldestro e malriuscito di fare cattiva propaganda anti-governativa? Ergo disinformazione? Oppure, pensa che la Costituzione serva solo a preservare e a ribadire i poteri del Capo dello Stato quando qualcuno minaccia che essi debbano essere limitati? E non si pregi di smentire quanto ha detto e quanto appena le ho attribuito perché la sua frase io l'ho ascoltata con le mie orecchie e, se non dovesse bastare la mia testimonianza, potremmo sempre ricorrere ai filmati delle preziose teche RAI. 
Con osservanza, un suo ex-estimatore.

P.S. Ah! Quasi dimenticavo. La Costituzione dice pure che la Repubblica Italiana è basata sul lavoro, ma purtroppo non tutti ce l'hanno e dice pure che tutti i cittadini hanno diritto all'Assistenza Sanitaria e, purtroppo, pare che non tutti abbiano diritto a stare in buona salute e ad essere curati e guariti. Ma questo, ovviamente, passa in secondo piano rispetto allo "spread" e all'aumento del deficit. Sic! 
smr   

lunedì 8 ottobre 2018

Il sorriso sospeso.

   Una volta a Napoli, inizialmente solo nel rione Sanità, poi anche negli altri quartieri del centro, quando uno era allegro, perché qualcosa gli era andata bene, invece di pagare un caffè al barista ne pagava due e lasciava il secondo caffè, quello già pagato, per il prossimo cliente che, ovviamente, il più delle volte gli era sconosciuto. 
   Il barista avrebbe provveduto, in seguito, ad offrire gratuitamente il caffè ad un anonimo, ignaro e soddisfatto avventore.  
   La tradizione di questo gesto nobile, che fu chiamata "caffè sospeso", prese piede negli anni e si affermò, arrivando intatta fino ai nostri giorni.    
   Ancora oggi a Napoli, in molti bar storici del centro, vige la consuetudine di pagare al barista due caffè: consumando uno per sé e lasciando l'altro "sospeso", perché venga consumato, dallo sconosciuto, che arriverà al bancone dopo di noi. 
   Il caffè sospeso era ed è considerato un gesto nobile e altruistico; un modo come un altro per lasciare, non solo il caffè, ma anche un po' di zucchero, quindi di dolce, all'umanità che sta fuori di noi.




   Allora sarebbe bene che questa bella e nobile tradizione si "sdoppiasse"; che s'iniziasse anche la tradizione del... "sorriso sospeso". 
   Che tra l'altro non costa nemmeno l'euro del caffè, anzi non costa niente, anzi è completamente gratuito e, soprattutto, potrebbe essere contagioso.
   La mattina, quindi, quando usciamo di casa cominciamo a lasciare in giro, alla gente intorno a noi sorrisi, e non solo uno, ma anche più di uno: una raffica di sorrisi, all'indirizzo di tutte le persone che incontriamo per strada, e che, per lo più, ci sono sconosciute.
   Sarà cura delle persone che hanno ricevuto i nostri sorrisi di tenerne uno per sé e di provvedere a distribuire gli altri a quelli che incontreranno per strada.
   Noi rendiamo, con un sorriso, la vita dolce all'umanità che sta fuori di noi.
   Così faranno anche i nostri simili.
   E, insieme, aspettiamo che quel sorriso venga ricambiato. 
   In fondo basta poco. 
   Basta solo un... sorriso sospeso.
   E costa meno di un caffè... sospeso.






sabato 29 settembre 2018

Praticamente viviamo in una economia criminale.

Praticamente viviamo in una economia criminale fondata saldamente ed essenzialmente: 
1) sul rapporto perverso tra credito/debito, che vede le banche e i grandi istituti finanziari seduti stabilmente al centro del tavolo a fare da mazziere; 
2) sul mercato petrolifero e su quello automobilistico, che impongono entrambi il mancato sviluppo dei mezzi di trasporto collettivi e pubblici (soprattutto treni e autobus) perché ne danneggerebbero i profitti limitandoli se i trasporti fossero efficienti; 
3) sui grandi investimenti multinazionali che dettano le leggi della globalizzazione, fanno strame delle economie nazionali e, in più, impongono il loro prezzo del lavoro, sempre più basso e competitivo;
4) sui potentati economici e sui tycoons, di cui nemmeno si conosce il nome o la faccia, ma che hanno in mano la gran parte delle fabbriche mondiali di soldi;
5) sulle multinazionali dei metalli e dei diamanti che non sono altro che i neo-colonialisti moderni;
6) sui super-capitalisti delle comunicazioni, del web e dell'e-commerce mondiale, tutti grandi evasori multinazionali:
7) sulle lobby potentissime e criptate alla pubblica opinione che dettano i tempi dei parlamenti nazionali:

8) sui mezzi di comunicazione di massa televisivi e di carta stampata detenuti tutti indistintamente dai capitalisti che dettano i tempi della nostra vita e indirizzano le nostre opinioni.
Da tutto ciò risulta chiaro e logico che, quando si vara un DEF come l'ultimo varato dal governo attuale, nel quale si mette l'uomo della strada al centro degli interessi economici e non i soldi, e contemporaneamente si ignorano, invece, gli interessi dei grandi potentati, ci si debba aspettare una levata di scudi da parte da parte dell'establishment interessato solo a mantenere immutato lo status quo politico-economico.
Questo in due parole, il drammatico quadro, tagliato con l'accetta ma reale, nel quale si vara un DEF contro il quale i massimi vertici europei tuonano e imprecano, delineando scenari da day after. Un day after che la Grecia, solo per fare un esempio, ha già vissuto, solo per aver dovuto rispettare quei parametri imposti dall'Europa e dalla trojka. I poveri non li crea il PDF; i poveri li crea il rigore da aparatchik dei parametri europei. Lo sviluppo non lo crea l'Europa; lo sviluppo possiamo solo crearlo noi scelte coraggiose.
“L’obiettivo di deficit al 2,4% del Pil per il triennio 2019-2021 è necessario e coraggioso, quindi pericoloso, come evidenzia la prevedibile e prevista agitazione dei mercati. I grandi interessi interni e esterni colpiti reagiscono. Si apre un’inedita partita. Finalmente, ritorna il primato della politica sull’economia, condizione necessaria, ma non sufficiente, dati i rapporti di forza, al primato della sovranità costituzionale.” Ha detto Stefano Fassina, ex-sottosegretario all'economia ed ex-PD.





P.S. E noi? Noi siamo la ciccia che vine messa nel tritacrane per farne hamburgher o salsicce che l'economia mastica, digerisce e defeca. 
Noi siamo la carne da macello che resta intrappolata sotto i ponti che crollano, che s'ammala per le scorie chimiche messe proditoriamente nei cibi, che muore sotto le macerie dei terremoti e nei disastri aerei. 
Noi siamo quelli che muoiono negli ospedali o negli incidenti stradali e che vengono rimpiazzati subito da altra carne fresca.
Noi siamo quelli spremuti come limoni per fargli pagare anche l'ultima lira di tasse sui magri guadagni che, a stento, bastano per tirare avanti e far crescere la propria famiglia.

domenica 19 agosto 2018

La coerenza è la virtù degli stupidi






Uno dei più accaniti detrattori dell'attuale governo e dei suoi sostenitori, campione di ibero pensiero - noto per il suo recente attacco frontale alla apparentemente fragile e indifesa, ma tosta intellettualmente, giornalista de Il Fatto, Luisella Costamagna - Giuseppe Turani, giornalista emerito, laureato alla Bocconi, quindi collega di Sara Tommasi, è più volte intervenuto dall'alto del suo blog di cartone virtuale (Uomini&Business) sulla polemica che si è scatenata dopo il crollo del ponte Morandi di Genova.
Con una terminologia colorita e certe volte anche offensiva. La qual cosa dimostra sempre che si è a corto di idee e di argomenti.
Ora, non voglio entrare nel merito della polemica, per carità, ma voglio solo ricordare che nel lontano 1974 (quando il nostro eroe aveva poco più di 30 anni) uscì un suo libro che s'intitolava "Razza padrona" e aveva come sottotitolo
"Storia della borghesia di stato", un saggio di attualità nel quale si tuonava contro la borghesia italiana, razza padrona e ladrona (appunto), scritto con la collaborazione di Eugenio Scalfari, altro giornalista emerito in rovinosa caduta intellettuale (forse anche a causa dell'età, di cui però abbiamo avere rispetto perché... magari arrivarci anche noi) e pubblicato da Feltrinelli.
All'epoca lo Scalfari e il Turani erano rispettivamente amministratore delegato e redattore del settimanale bolscevico "L'Espresso".
La tesi centrale del loro libro è che "l'indebolimento dell'imprenditoria privata, con la scomparsa delle vecchie holding elettriche e l'indebitamento sempre più elevato dei gruppi superstiti, ha portato ad una sempre maggior importanza dell'economia pubblica come erogatrice di finanziamenti e come salvatrice di aziende in difficoltà. Di conseguenza, ha assunto sempre più potere un ceto che gli autori hanno battezzato “borghesia di stato”, in grado di intervenire presso i politici al potere per ottenere benefici per le aziende da loro rappresentate."
Ma il bello deve ancora venire. Il quinto capitolo, intitolato appunto "il saccheggio" si apre così: "Il saccheggio è stato certamente uno degli impegni prevalenti della Montedison a partire dal 1971 (anno dell'avvento di Cefis alla presidenza) A subire i suoi assalti sono stati i tanti lavoratori, i consumatori, il mezzogiorno, certi enti pubblici, certi enti a partecipazione statale, gli azionisti, i risparmiatori, il sistema industriale italiano e persino alcune regole della buona contabilità aziendale." 
E di che stiamo parlando? Sembra di leggere la recente cronaca industriale italiana. Non vi pare?
"Sic transit gloria mundi" sarebbe il caso di dire.
Dall'epoca sono passati 44 anni, erano altri tempi - direte voi - i nostri dovevano pur campare e campare le rispettive famiglie.
Ora, il più giovane dei due è diventato esperto di soldi e, forse, ha anche trovato il sistema per farli.
Nel frattempo, infatti, i due hanno un po' cambiato idea.
Del resto, come diceva Oscar Wilde:
"La coerenza è la virtù degli stupidi."
E gli "eroi moderni" - come si sa - proprio così stupidi non sono. O no?

smr

venerdì 17 agosto 2018

Due questioni di attualità

Voglio qui offrire due brevi riflessioni su altrettante questioni sollevate dall'attualità e dalla cronaca di questi giorni: 
1) la questione dei rapporti tra politica ed economia e imprenditori.
2) l'annosa questione dello Stato di Diritto.



   Sulla prima questione. 
   Specie ultimamente, ma da un paio di decenni ormai, quando penso a un signore sindaco di Firenze il pensiero mi corre a Giorgio La Pira; quando penso a un Presidente del Consiglio il pensiero mi corre ad Alcide De Gasperi. 
   Deformazione da vecchio democristiano? No! Certo che no! Deformazione di un appassionato alla vera democrazia e alla vera politica, quelle con la maiuscola; quelle fatte di passione civile, di etica e di preparazione profonda. 
   Esattamente tutto quello che oggi non c'è più. 
   Alcide De Gasperi, all'epoca, fine anni 40 inizi anni 50, aveva a che fare con un Presidente della Repubblica che si chiamava Einaudi, il primo vero Presidente della Repubblica, uomo di dottrina altissima, di impostazioni culturali eccezionali, noto nel mondo intero per la sua preparazione e per la sua etica. Per dire. 
   Molte volte mi è capitato di leggere o di ascoltare quando disse e poi scrisse, quante volte l'ho riletto: "l'economia è e deve essere ancella della politica". 
   Bisogna ricordare bene queste parole, "ancella", in latino - ancilla , serva: quindi in una vera democrazia sull'economia e sugli (im)prenditori deve prevalere la politica chiamata alla sintesi e al rispetto degli interessi di tutti non di pochi eletti; nonché agli interessi economici dei cittadini e non solo di una oligarchia aristocratica. Non deve prevalere l'economia che domina la politica e foraggia i politici. Proprio come succede oggi. 
   Allora, forse, la chiave per un modo nuovo di interpretare la democrazia sta proprio in questa piccola riflessione; sta in un rapido ritorno al passato migliore della nostra repubblica.

   Sulla seconda questione. 
   Lo stato di diritto è quella forma di Stato che assicura la salvaguardia e il rispetto dei diritti e delle libertà dell'uomo, insieme alla garanzia dello stato sociale. La sua sospensione equivale ad una perdita dei valori fondamentali della civiltà umana. Bene. Questo dovrebbe essere pacifico in dottrina. Ma la realtà è ben diversa. Lo sappiamo tutti ma alcuni fanno finta di non saperlo; alcuni di noi mettono la testa sotto la sabbia, come gli struzzi. 
   Oggi di fronte alla minaccia di questo governo di annullare la concessione delle autostrade ad Atlantia si invoca a gran voce lo Stato di Diritto. E non solo, si ammonisce il governo di aspettare l'operato della magistratura e il corso naturale della legge. Che in Italia tutti sanno corrisponde a tempi biblici. 
   E, allora, vorrei chiedere a questi moderni soloni: credete davvero di vivere in una nazione che garantisce, e a tutti, lo stato di diritto? 
   Se credete che sia così e la vostra risposta è si, vorrei parlare di alcuni casi in cui lo stato di diritto in Italia è già sospeso e avrei pure qualche ulteriore e semplice domanda da rivolgervi: 
   1) dov'è lo stato di diritto per i milioni di disoccupati in una repubblica che si proclama fondata sul diritto di tutti al lavoro? 
   2) E dov'è lo stato di diritto per i ca. 300.000 esodati procurati all'Italia dalla salvifica legge Fornero? 
   3) e dov'è lo stato di diritto di fronte all'inversione dell'onere della prova operato dal fisco nei confronti dei commercianti e degli artigiani costretti da anni agli studi di settori? 
   4) e dove va a finire il sacrosanto diritto alle cure e alla tutela della salute in un paese che non è in grado di garantire efficienza, professionalità e rapidità nella diagnosi, anche nel caso di malattie gravi?
   5) e ancora, dov'è lo stato di diritto quando equitalia arriva a pignorare la prima casa a un cittadino che non ha pagato, forse per indigenza, 2.000 euro di tassa comunale sull'immondizia?
   6) e, per finire, dov'è lo stato di diritto per i cittadini costretti a vivere con la pensione minima di 500 euro al mese?
   Qualcuno è in grado di rispondere? Credo di no!
   E quelli citati sono solo alcuni casi, i primi che mi sono venuti in mente, in cui lo stato di diritto viene calpestato in Italia, ma ce ne sarebbero ancora decine e centinaia se non, addirittura, migliaia. 
   Infine voglio chiudere ricordando che proprio a Genova, in occasione del G8 svoltosi tra il 19 e il 22 luglio del 2001, ci fu una delle più clamorose violazioni dello stato di diritto perpetrato dai governanti italiani nei confronti dei suoi stessi cittadini con quello che è passato alla storia (anche quella giudiziaria) come il massacro della scuola Diaz. 
   Amen!


smr

mercoledì 15 agosto 2018

Siamo carne da macello

Qualche semplice considerazione sul crollo del cavalcavia Morandi a Genova.




Siamo carne da macello, Noi siamo SOLO carne da macello. 
E' una vita che lo vado dicendo e quello che succede quotidianamente in Italia e nel Mondo lo dimostra. Inoppugnabilmente. 
Noi siamo immolati come vittime sacrificali sull'altare dell'economia, della modernità (che non sempre è vero progresso), del capitalismo miope e disumano, del consumismo sfrenato e ostinato. E sempre così andrà! 
I ponti crollano e continueranno a crollare. 
Le persone muoiono e continueranno a morire: nelle lattine con cui si spostano o sotto le macerie di mega-infrastrutture pencolanti costruite dai loro simili. 
I grandi costruttori di mega-infrastrutture continueranno ad usare cemento armato (poco) e sabbia (molta), invece che ferro, per aumentare il loro profitto, e continueranno a tirare su milioni su milioni per opere che non hanno alcun futuro: allora era meglio quando si usava la pietra. Masso su masso e senza malta. 
I padroni delle autostrade, che si sono stancati di fare maglioni colorati, adesso guadagnano 1,1 miliardi di euro all'anno, e continueranno a guadagnare 1,1 miliardi di euro all'anno, se non di più. Con tali enormi utili potranno finalmente comprare il pezzo di Patagonia che ancora gli manca, visto che ne hanno già metà. 
I politici, incapaci, impotenti e miopi, continueranno a fregarsene e ad esprimere, DOPO, il loro cordoglio fintamente triste, inutile e ipocrita. 
E noi? Noi, le persone, la gente, l'uomo della strada, la carne da macello, continueremo a morire, nel menefreghismo delle autorità, dei politici collusi con gli imprenditori, che foraggiano le loro campagne elettorali e i loro attici, e dei responsabili, che però non saranno responsabili mai di niente, anzi saranno sempre... i soliti, perfetti, irresponsabili.
I soliti perfetti impuniti.

P.S.1 Sogno un paese dove si controlli la stabilità di un viadotto prima che  rolli. Sogno, semplicemente, un Paese Normale.

P.S.2 Non si è trattato di una fatalità. La fatalità con le opere umane non esiste. Non lo dico io; lo afferma Renzo Piano. La fatalità non è esistita in altri casi simili e anche peggiori. Ad esempio la Diga del Vajont. Al minimo si è trattato di un errore umano o anche più di uno. Come largamente anticipato dall'ing. Brencich che non è un profeta. Lui aveva già detto che i calcoli di Morandi erano sbagliati e che il viadotto aveva avuto dei seri problemi strutturali. determinati da scelte progettuali sbagliate e obsolete.

http://stream24.ilsole24ore.com/video/notizie/genova-ing-brencich-il-ponte-morandi-e-stato-progettato-male/AEVXG4aF




P.S. 3 Un fascicolo è stato aperto dalla Magistratura di Genova, per Disastro Colposo. Intanto sta emergendo prepotente un sospetto terrificante: e se il crollo "spontaneo" del ponte fosse stato considerato solo una delle possibili opzioni? Quanto costa abbattere e ricostruire un viadotto? E allora... meglio aspettare che crolli da solo. Pare che nel 2017, dopo alcune verifiche, si stabilì che per l'abbattimento erano necessari 8/12 mesi e costi per 4/500 milioni. Tutto fu sospeso e aggiornato. PERCHE'?

smr