venerdì 30 novembre 2012

Storie di paese. 12



Al mio paese c'è stata la guerra, quella vera, quella grande.
Nell'inverno del '43 faceva freddo, molto freddo; sul paese nevicava e piovevano bombe.
Il centro abitato brulicava di soldati tedeschi biondi, arroganti, dai modi bruschi.
Parlavano una lingua incomprensibile.
L'unica cosa che i corenesi capivano era quando urlavano: 
raus! raus!
Quando arrivarono gli alleati da sud la popolazione e il centro abitato si trovarono proprio tra i due fuochi: come stretti nelle morse di una tenaglia, nel bel mezzo della Linea Gustav.
Tra forze alleate, da una parte e truppe tedesche delle SS, dall'altra.
Come salvarsi?
La gente, in grossa parte, fu sfollata.
Tutto il paese si trasferì sulle montagne vicine.
Alcuni andarono verso sud, arrivando fino in Calabria a Vibo Valentia; altri andarono a nord, raggiungendo perfino Milano Lacchiarella, come mia nonna e i suoi figli piccoli, compresa mia madre.
Quei pochi che non avevano voluto abbandonare le cose, le case, la terra, avevano messo tutto dentro un sacco, su una carretta, a dorso di mulo, se ne avevano uno, e si erano trasferiti sulle montagne.
In una casetta per il ricovero degli ovini o nelle grotte.  
Vissero nelle condizioni di uomini primitivi per diversi mesi, fino alla fine della guerra.
Non che in paese la vita a quei tempi fosse più confortevole: l'acqua corrente non c'era; non c'era il gas nè l'elettricità.
Per non parlare dei riscaldamenti.
Si cucinava sul fuoco e ci si scaldava vicino alle braci ardenti: il fuoco si accendeva la mattina presto e si alimentava, con la legna raccolta a mano, fino alla sera.
Prima che i carboni si polverizzassero in cenere si prendevano e si mettevano in uno scaldaletto di rame. 
Gliu scarfalettho veniva passato caldissimo e rapidamente nel letto, fra le lenzuola, per scaldarle per la notte.

Quando, finalmente, la guerra passò la gente tornò in paese.
Il lavoro non c'era, la fame era tanta.
Molti uomini e anche giovani e ragazzi si sparpagliarono di nuovo sui monti alla ricerca del ferro, delle schegge di proiettili, di bossoli vuoti o pieni di polvere da sparo.
Qualche poveraccio ci ha pure lasciato le penne.
Molti di quei fortunati che sono sopravvissuti alle esplosioni - molto frequenti, per l'imperizia dei cercatori - hanno lasciato sui monti un dito, più dita, tutta la mano, un avambraccio o il braccio intero.
Verso la fine degli anni '50, ancora in pieno dopoguerra, la ricostruzione non era finita, il mio paese, invece di andare avanti, è tornato indietro: dall'età del ferro è passato all'età della pietra.
Molti si sono occupati nelle cave di marmo: la nuova frontiera economica.
E molti, in cambio di un tozzo di pane, hanno continuato a lasciarci le penne.
E diversi di quelli che sono sopravvissuti, in cambio del tozzo di pane nelle cave, sotto a un masso, ci hanno lasciato un arto, per pegno.




 smr

lunedì 26 novembre 2012

Storie di paese.11


Ursulella è l'ultimo mastro casaro ancora in attività rimasto al mio paese.
E' cugina di mio padre, figlia del leggendario zio Giovanni, fratello di mio nonno Salvatore: quello che quando veniva a prendere la pensione all'ufficio postale su al paese, riscuoteva i soldi, li divideva in mazzetti non tanto spessi, di una decina di milioni ognuno, e se li faceva cucire dalla moglie nella federa della giacca, l'unica che aveva, quella che portava addosso, d'estate e d'inverno.
Non aveva nè caldo d'estate, nè freddo d'inverno, ma doveva sempre stare vicino ai soldi; i soldi dovevano stare sempre vicino a lui, anzi addosso a lui. 
E allora aveva studiato questo curioso espediente di cui nessuno sapeva nulla, tranne la fidata moglie.
Quando è morto, una quindicina d'anni fa, aveva ottant'anni, hanno trovato la giacca appesa a un chiodo da dieci storto, infilato dietro la porta della camera da letto, pesava troppo, c'era tutto il suo denaro dentro: un centinaio di milioni in contanti e buoni fruttiferi.
Quando m'incontrava in paese mi baciava sempre con grande trasporto, ma non ricordo che mi abbia mai dato una moneta.
"Tuturì, Tuturì, vè cà!" diceva in dialetto stretto.
Poi, in italiano perfetto, mi sottoponeva a un quiz, che consisteva sempre nella solita, unica domanda.
Per anni, anche quando ero diventato grande, mi chiedeva: 
"Quanto pesa, secondo te, una zanna d'elefante africano!"
Non mi degnavo nemmeno di rispondergli, facevo spallucce, gli urlavo in faccia un bel "BOOH!" e scappavo. 
Tanto in palio non c'era mai niente. 

Ursulella avrà una sessantina d'anni, ma se li porta bene, un po grassoccia ma in ottima salute, sembra una vergara marghigiana.
Quando ha le guancie rubiconde potresti anche scambiarla per una contadina siberiana.
E' sposata con Mario, detto "Mariuccio", anche lui fa Ruggiero di cognome, come buona parte dei nostri compaesani. 
Ruggiero, dal sassone Rutger (siamo parenti lontanissimi di Rutger Hauer, il co-protagonista di "Blade Runner", un mio film di culto, ma da prima che scoprissi la storia del cognome), è uno dei cognomi più diffusi a Coreno, ma non siamo tutti parenti, anzi, molti di noi non sono parenti fra loro, solo ...cognonimi.

Ursulella e Mario Ruggiero non hanno avuto figli e non hanno mai nemmeno pensato di adottarli.
Evidentemente stanno bene così.
In compenso hanno una fattoria in campagna, dove vivono e lavorano, piena di gatti, saranno una trentina, ognuno battezzato da Ursulella con un suo nome proprio.
E se li ricorda tutti, uno per uno.
Certe volte la prendo in giro, accusandola di barare ma lei li chiama tutti e non sbaglia mai il nome, nè lo dimentica, anche se costretta a snocciolarli per due o tre volte di seguito. 
Allora è proprio vero che se li ricorda tutti, manco fossero figli.

Ursulella e Mario vivono di pastorizia - un'attività economica che si sta estinguendo in Ciociaria come in tutto il resto d'Italia - hanno un centinaio di capre.
Mario le pascola, insieme le mungono la sera, appena tornate dal pascolo, ma solo Ursulella ha imparato a lavorare il latte e a farne derivati: ne ricava delle ottime ricotte e formaggio fresco. 
Una parte della produzione la vende in giornata; la parte in esubero la stagiona e la mette sott'olio. 
Le sue ricottine stagionate si spalmano sul pane, come nutella: sono pornogastriche.
D'estate, ogni sabato dopo l'una, mamma mi chiede di accompagnarla con la macchina a prendere un paio di dozzine di ricotte fresche che poi distribuisce fra tutti gli zii e i figli.
Anche le ricotte fresche sono praticamente una panna. 
A me piacciono spalmate sul pane casereccio e spolverizzate con una nevicata abbondante di zucchero. 
Che meraviglia!

Al segnale di mia madre, allora, mi butto con la macchina lungo la Nuova Via Serra, una strada lunga tre chilometri e costata quasi un milione di euro a chilometro, nata sul tracciato del vecchio tratturo della Serra, che ricongiunge il paese alla sua campagna. 
In pratica una picchiata assurda, fatta di soli due o tre lunghi tornanti e interrotta da due tre curvoni che mettono i brividi e spingono verso l'esterno.
La sua pericolosià è seconda solo alla sua bellezza.
E' molto panoramica e percorrendola in discesa sembra di tuffarsi direttamente nel Golfo di Gaeta, con tutta la macchina. 
E, si! Perchè non vi ho ancora detto che Coreno Ausonio è l'unico paese, del centinaio, quasi (per l'esattezza sono 91) di paesi della provincia di Frosinone, che affaccia direttamente sul mare.   

Una volta arrivati a valle si percorre per ancora qualche centinaio di metri un reticolato di stradine asfaltate e polverose, percorse per lo più da camion stracarichi di pietre, e si arriva a una specie di enclave di abitazioni rurali: un piccolo borgo che sembra fuori dal tempo, l'estremo avamposto civile abitato nel bel mezzo del bacino marmifero, gioia e dolore della nostra comunità. 
Ma questo è un'altro discorso.
La casetta di Ursulella e Mario, alla fine di una salitella abbastanza ripida, è annunciata da un forte afrore di sterco e urina capra che prende le narici, ma dopo un po ci si fa il naso, ci si abitua, anzi quell'odore d'antan risulta quasi gradevole all'olfatto.
In casa, invece, l'odore dominante è quello del latte, del latticello e della caseina in tutte le sue numerose sfumature olfattive.
Io non entro quasi mai, mi limito ad urlare nell'aria, in direzione della casa, un saluto dal centro dell'aia che sta proprio di fronte alla porta d'ingresso, preferisco restare fuori per piluccare avidamente more di gelso bianco mature, che pizzico direttamente dai rami pendenti bassi di un grande albero che sta proprio sul cancello di casa.
E intanto sento Ursulella che dice a mia madre:
"Tuturigliu è rimastu fore pe se magnà gli ceose mee!" 
E si scompiscia di risate.
Quando ho finito coi gelsi mi sposto di qualche decina di metri e vado a testare il giusto grado di maturazione dei fichi e dei fichi d'india, altri due frutti molto saporiti che nelle nostre campagne crescono spontaneamente e in abbondanza lungo i bordi dei caratteristici terrazzamenti in pietra: le vecchie macere. 
Con questi frutti durante la guerra si sono sfamati gli sfollati in  montagna, oggi le piante restano cariche dei loro bei frutti maturi, destinati a non essere raccolti, ma a cadere per terra e marcire: nemmeno i beccafichi li mangiano più.
Ma i beccafichi non abitano più questi posti polverosi, rumorosi e inospitali: quasi certamente sono stati allontanati definitivamente dai rumori assordanti delle miniere e dagli scoppi delle mine che spaccano i sassi. 
Se si capita da queste parti nell'orario in cui i fuochini accendono le micce innescate nella montagna di marmo sembra di stare in tempo di guerra, sotto un bombardamento di mortai. 
E pensare che quì i bombardamenti veri, quelli che venivano dal cielo e dal mare, quasi alla fine della seconda guerra mondiale,  c'è chi li ha vissuti davvero.

Chissà che, presto, anche le poche persone, i pochi umani relegati in una campagna che nessuno coltiva più, quelli ancora attaccati a questi lembi di terra e sassi, non si stancheranno e abbandonando tutto, si rifuggeranno nel più comodo, ospitale centro abitato.


smr

domenica 25 novembre 2012

Appunti di paesologia: Castro dei Volsci.


Nel mio ostinato peregrinare per lavoro lungo tutte le strade della provincia di Frosinone e di Latina l'altro giorno sono arrivato a Castro dei Volsci, un paesone di 5.000 abitanti, messo a metà strada tra Ceprano e Amaseno.
A ...Casc'tre, come si dice in dialetto ciociaro stretto.
Il paese vecchio, quasi un presepe, sorge su un'altura dalla quale il centro storico si annuncia da lontano, trionfante, a gran voce, quasi consapevole della sua bellezza, da qualunque parte il visitatore arrivi, da ciascuna delle tre strade d'accesso: da sud-est; da nord o nord-est, che sia.
In basso l'abitato nuovo di Madonna del Piano che si sviluppa tutta su un'arteria principale piena di attività commerciali.
In meno di un chilometro ho contato 4 gioiellerie, un bar-pasticceria, una pescheria, un negozio di bomboniere, una macelleria, una cartolibreria, un distributore di benzina, una macelleria, un'edicola, l'immancabile filiale di una grande banca, perfino un compro-oro e altro ancora che non ricordo. 
Castro dei Volsci è il paese natale di Nino Manfredi.
Mi piace ricordare che la mia terra, la Ciociaria, ha dato i natali a un bel pezzo del cinema italiano del dopoguerra: a Sora è nato Vittorio De Sica e a Fontana Liri Marcello Mastroianni, entrambi i paesi non troppo lontani da quì.
Quello che mi ha colpito più positivamente di Castro e che voglio pubblicizzare a gran voce, oltre al fermento mattutino e al via vai ininterrotto di persone e automobili lungo il decumano in leggera salita, è la brillante iniziativa di una giovane imprenditrice locale che è tornata a Castro da Roma per l'ideazione, la progettazione e la costruzione del primo albergo diffuso di tutta la Ciociaria.
L'albergo diffuso si differenzia dall'albergo convenzionale perchè invece di avere le stanze tutte racchiuse in un unico edificio, si radica in orizzontale e si diffonde su tutto il territorio del paese.
Questa particolare forma d’ospitalità ha tutti gli elementi classici di un albergo come: la reception, la hall, il ristorante e naturalmente le stanze. 
Però essendo sviluppato particolarmente per piccoli centri storici o borghi antichi, queste parti dell’albergo sono dislocate. 
Così le varie unità vengono ricavate in diverse case vecchie, spesso piene del loro fascino, preservandole e recuperandole da un abbandono certo e dal conseguente degrado, valorizzandole con un minimo sforzo e rendendole suscettibili di produttività economica allo stesso tempo.
L’ospite si trova, così, inserito in un contesto architettonico, culturale, sociale già esistente, diventando un residente a tutti gli effetti, ma senza rinunciare ai moderni confort: un bagno privato, l’aria condizionata, il panorama sul paesaggio circostante o l'accesso diretto al centro storico.


Si può decidere di intraprendere da Castro un lungo ed interessantissimo itinerario nella Ciociaria. 
Scegliendo di perdersi in un mondo dove passato e presente si incontrano e convivono in perfetto equilibrio ed in una rara armonia. 
Vi consiglio caldamente di iniziare e terminare il vostro itinerario nella Ciociaria Felix proprio a Castro dei Volsci. 
E di non lasciarla senza aver effettuato una visita al museo storico e un breakfast per gustare i migliori prodotti tipici.
Siamo nel territorio della Mozzarella di bufala di Amaseno D.o.p. e non sarà difficile trovare lungo la strada che costeggia il corso del fiume Amaseno uno o più caseifici dove farne una buona scorta. 
Io personalmente preferisco la mozzarella di bufala di Amaseno a quella omonima della Terra di Lavoro perchè ha un gusto molto più raffinato, meno aggressivo al palato.
Tutto merito delle erbe sottili, verdi e profumate delle dolci colline ciociare.
La Ciociaria Felix con le sue bellezze architettoniche, paesaggistiche, storiche è anche un grande serbatoio di usi, costumi, ricordi, memorie, tradizioni.
Dobbiamo riscoprire la "paesologia" che quì esisteva e che abbiamo colpevolmente dimenticato; i paesi sono l'anima e la spina dorsale della nostra nazione, un'anima che va preservata e conservata gelosamente, come ...una coppa di latte appena munto che non si vuole versare, a nessun costo.
Appunto! 


smr 

sabato 24 novembre 2012

Storie di paese. 10



Il mio paese, fino a una cinquantina d'anni fa, era un paese rurale, dedito prevalentemente all'agricoltura e alla pastorizia. 
Così recitavano i sussidiari di una volta, quando si accedeva alla sezione dedicata all'economia dei paesi.
Oltre alla terra e agli animali, qualche piccola impresa edile diretta da un capo-mastro, qualche mezzadro, manovali a giornata, qualche commerciante che vendeva di tutto nel suo emporio e uno stuolo di piccoli artigiani: calzolai, barbieri, stagnini, elettricisti, fabbri, pittori edili, che col loro lavoro, apparentemente misero, riuscivano a campare le loro famiglie numerose e anche a far studiare i figli. 
Miracoli di una volta.
Ma a quei tempi pareva che le famiglie si crescessero da sole e che lo studio davvero fosse per tutti, una possibilità offerta a tutti.

Verso la fine degli anni '50 qualcuno venuto dal vicino, e ancora più povero Abruzzo, in cerca di fortuna scoprì che una pietra nobile, con cui si facevano solo cippi stradali e cigli per marciapiedi, era suscettibile di essere lavorata e raffinata meglio: se ne potevano ricavare rivestimenti anche per interni, oltre che per esterni.
Naquerò così le prime vere cave di marmo Perlato Royal di Coreno. 
Un nome che per qualche anno è riuscito a valicare i confini della regione e della stessa nazione, per rimbalzare fino ai quattro angoli del mondo che si andava già globalizzando.
Fatturato miliardario, occupazione di qualche migliaio di operai, anche di fuori, e indotto massiccio e fiorentissimo.
Da Coreno non emigrava più nessuno, anzi. 
E' andata avanti così per circa un ventennio: pare le cose in Italia durino tutte vent'anni, come è successo per Mussolini o per Berlusconi, ad esempio. 

Negli ultimi anni, purtroppo, molte cave e segherie sono entrate in crisi. 
Gli operatori del settore, i politici e gli amministratori locali, la gente, tutti si stanno interrogando su cosa sia andato storto e non ha funzionato.
Qualcuno già si prepara ad intonare il "de profundis". 
Ci si chiede cosa il marmo di Coreno potesse diventare e non è diventato; cosa il marmo potesse far diventare Coreno e chi come dove quando e, soprattutto, perchè ha fallito l'ambizioso obiettivo.
Oggi, "in extremis", stiamo assistendo ad una diversificazione dello sfruttamento dei giacimenti e ad una modificazione degli stessi sistemi di lavorazione della pietra. 
Molte cave hanno chiuso e sono comparsi i primi frantoi di pietrisco, spesso all'interno della stessa cava dismessa. 
In essi la pietra calcarea informe, non suscettibile di altro sfruttamento economico, viene schiacciata, maciullata, triturata, a volte perfino polverizzata, per essere utilizzata, sotto questa nuova forma, nell'industria delle costruzioni e nell'industria cosmetica. 
La nuova attività "potrebbe" contribuire al rilancio del bacino marmifero agonizzante e potrebbe anche riverberare risvolti positivi sul ripristino dei luoghi soggetti all'escavazione. 
Inducendo gli imprenditori a cercare materiale da sfruttare, non dalla escavazione "tout court", ma dal recupero dei cosiddetti "sfridi". 
Gli "sfridi" che, per lungo tempo, erano stati "depositati" e "dimenticati" e "tumulati" nelle discariche a cielo aperto, accessori necessari e irrinunciabili delle miniere, ma ai margini di esse, erano vere e proprie valvole di sfogo, ma avevano l'unico grande difetto di non essere invisibili. 
Contribuivano, anzi, a deturpare come ferite inguaribili il bel paesaggio collinare visto dal mare.
Ora quei massi informi, creduti inservibili e scartati, vengono riscoperti e recuperati: scavati dal terreno, estratti per la seconda volta dalla terra hanno avuto la loro vendetta; sono la nemesi dei più nobili blocchi squadrati, portatori di prosperita e ricchezza effimere. 

Il problema, come succede spesso, è che la nuova frontiera del marmo, la nuova corsa all'arricchimento col Perlato Royal di cinquant'anni fa ha fatto in modo che si trascurassero tutte le altre attività economiche, quelle già esistenti e quelle potenziali, ma mai avviate.
E chi lo dice, infatti, che il mio paese, invece di puntare tutto sulle cave di marmo, non potesse e dovesse sfruttare meglio la sua invidiabile posizione geografica e paesaggistica? 
E chi lo dice che il mio paese non avesse una vocazione turistica che avrebbe potuto regalare più reddito, più benessere, più ricchezza della pietra e che fosse anche più duratura e diffusa?

Come amava dire, fino a pochi giorni dalla morte, il compianto amico Tonino, il primo e unico che aveva scommesso tutto sulla vocazione turistica del mio paese: "...ma, forse, non tutto è perduto!"
Forse....



smr

venerdì 23 novembre 2012

Storie di paese. 9


Quest'estate, una domenica pomeriggio qualsiasi, ero nella villa comunale, seduto molle su una panchina: oziavo semplicemente, mentre i bambini giocavano con i loro amichetti.
Mi si è avvicinata una bambina piccola, avrà avuto non più di 2 anni, camminava appena speditamente.
Mi guardava attentamente tutto, mi squadrava dalla testa ai piedi, finchè il suo sguardo indagatore non si è fermato sulle scarpe. 
Pare che proprio le mie scarpe nuove attirassero la sua attenzione, stuzzicassero la sua curiosità.
Dopo un po, quando la sua fissità si stava facendo imbarazzante e non sapevo come uscirne, mi si è rivolta, apparentemente senza alcun timore reverenziale e mi ha detto: "Scarpe rosa... proprio belle!"
Alludeva alle mie New Balance nuove nuove comprate da poco e per poco in un out-let, con inserti di suede rosa e rosa anche il logo.

Ai miei tempi a nessun bambino sarebbe venuto in mente di esternare, con una tale sicurezza, direi ...sfaggiataggine, un pur lusinghiero giudizio estetico sull'abbigliamento di una persona adulta.
Ma che dico? Nemmeno sarebbe mai venuto in mente di rivolgersi ad un adulto in modo così diretto.

Anche questo è un piccolo segno di come siano cambiati i tempi.
 

lunedì 19 novembre 2012

Storie di paese. 8


Alfonso è una persona molto riservata, di poche parole, introverso come un vecchio contadino, ma ha solo qualche anno più di me.
E'stato un allievo di mio padre.
Lo conosco per quest'unico motivo: quando non andavo ancora a scuola, ma andavo a trovare mio padre a scuola, ero la mascotte di tutti i suoi allievi, tutti più grandi di me.
Non siamo mai stati amici amici, ma tra noi c'è sempre stato un profondo rispetto: oltre a quello tra noi, anche quello che lo legava a mio padre e che, forse, ho ereditato dopo la sua morte.
Dopo la scuola elementare le strade si sono divise, anche per colpa della differenza d'età e del suo lavoro nei campi: non ha mai amato bighellonare in piazza. 
Abbiamo continuato a vederci in rare occasioni: qualche partitella a pallone, se non sbaglio giocava in porta; o alla sezione della D.C., dove veniva a prendersi la tessera, all'inizio di ogni anno.
Forse proprio una rara frequentazione ha permesso che questa amicizia dell'infanzia si salvasse: invece di consumarsi, come tante altre, anche più assidue.

Quando sono nati i miei bambini e cominciavano a conoscere e ad appassionarsi agli animali spesso li portavo a fare una passeggiata per il paese, la domenica pomeriggio, in cerca di animaletti da fargli vedere.
E spesso prendevamo la strada che porta verso la casa di Alfonso, lì eravamo sicuri di trovarne ancora. 
Anche in paese è sempre più difficile vedere animali domestici, figuriamoci di selvatici.
Alfonso ha ereditato dal padre una piccola fattoria, dove alleva molti animali: cani, gatti, conigli, oche, pecore, asini, galline e galli, maiali, caprette e mucche.
Mentre i bambini si divertivano a parlare con gli animali e ad imitarne il verso o gli offrivano qualcosa da mangiare o li infastidivano soltanto, io e Alfonso scambiavamo due chiacchiere, senza mai perderli d'occhio. 

Un giorno che stavamo lì a parlare del più e del meno, io al di qua e lui al di la della recinzione, entrambi aggrappati con le mani alla rete di ferro, la mia attenzione fu attirata da un albero che non avevo mai notato nel suo grande orto: non più alto di tre quattro metri, un tronco robusto, tutto storto e bitorzoluto, scuro, con pochi rami e ancora meno foglie. Ovviamente senza frutti.
Pareva un albero fossile. In qualche modo lo era.
"E' un vecchio pero - mi fa - ci sono affezionato, lo piantò mio padre da giovane, circa 80 anni fa, quando venne ad abitare in questa casa. Per quest'unico motivo si è salvato dalla sega."
"Ma è un albero di pere d'inverno?" - gli chiedo.
"Si! Proprio quelle." - risponde.
"Pensa, Alfò, sono anni, ma che dico, decenni che non ne assaggio una: ne ho quasi dimenticato l'odore e il sapore. Ne ho mangiata qualcuna quando, da bambino, andavo in montagna con mio padre e mia sorella Anna a cercare ginepri per fare l'albero di Natale. Sono molto buone, succose e zuccherine, sanno quasi di cannella e a me la cannella piace parecchio. Un sapore che oggi non ha più niente."

La breve chiacchierata termina così, altrettanto rapidamente di come s'era iniziata.
E' quasi l'imbrunire. S'è fatta ora di tornare, lascio Alfonso al suo lavoro, richiamo i bambini, li prendo per mano e ci avviamo verso casa.

E' passato appena qualche mese da quell'incontro estivo, siamo in autunno inoltrato, è quasi inverno, manca poco a Natale. 
Mentre me ne sto, un pomeriggio, in negozio ad aspettare clienti, chi ti arriva all'improvviso? 
Alfonso. 
Ha in mano due buste di plastica gonfie, sono piene zeppe di pere d'inverno, questo frutto quasi scomparso, un cripto-frutto dal nome che mi piace molto: mi ricorda i giardini d'inverno e per una strana confusione che mi porto nella testa da quando ero bambino, anche quelli di Cechov, che però erano di ciliegi. 
Mi porge le due buste, mettendole a terra con molta attenzione. 
Mi saluta con una vigorosa stretta di mano. 
"Devo scappare." - dice.
"Quando mai!" - gli rispondo, sorridendo.
Ma prima di scapparsene nella sua fattoria, dove avrà certamente qualcosa di più importante da fare, mi dispensa qualche utile raccomandazione per velocizzare la maturazione e la corretta conservazione delle sue pere d'inverno.
"Sono ancora acerbe, ma non preoccuparti, si raccolgono un po prima della maturazione. Mettile all'aperto, stendile su un graticcio di canne, a casa ne avrai sicuramente qualcuno, tua madre li tiene sicuramente nel forno dove fa il pane. Solo, devi ricordarti di girarle ogni tanto. Mano a mano che si maturano cambiano colore: adesso sono verdi, ma diventeranno presto marroni. Allora potrai mangiarle: crude, cotte al forno o nei dolci. Sono deliziose, ma questo lo sai. Quelle che avanzano, non buttarle, mi raccomando, puoi metterle sott'aceto e conservarle per anni. Sono un ottimo contorno per la carne bollita, da mangiare come antipasto o da servire con l'aperitivo."
"Alfonso, ma mi metti in seria difficoltà. A parte il fatto che non so come sdebitarmi, eppoi tutte queste pere, sarà l'intera produzione di quel tuo piccolo albero."
Sono sempre sinceramente commosso quando mi regalano qualcosa, è la mia indole: mi intenerisce che qualcuno mi abbia pensato.
"Si, è vero, Totò, queste pere stavano tutte su quell'alberello, ma io non le mangio, sono stufo, le avrei date in pasto ai maiali. Quando quel pomeriggio d'estate ne abbiamo parlato, lo hai fatto con un entusiasmo che mi è sembrato fuori dal tempo ed ho pensato quello stesso giorno di regalartele tutte. Non vedevo l'ora di poterle raccogliere e portarle a te e alla tua famiglia."
Mi volge le spalle in un attimo e se ne va, di corsa. 
E' una caratteristica della sua andatura, corre anche quando non ha fretta.

I regali sono tutti belli. Quelli inaspettati sono ancora più belli.

Sarò pure, un inorreggibile romantico, ma non mi considero un passatista: resto solo convinto che certe cose, che nei tempi andati, forse, avvenivano quotidianamente tra la gente di un paese, oggi sono sempre più rare, anche in paese.
Purtroppo!




smr

Storie di paese. 7


Al mio paese, proprio al centro del paese, una volta c'era un campo di calcio.
Dov'è la notizia? vi chiederete.
Il fatto è che il nostro campo di calcio aveva un palo della luce in mezzo.
Anzi non proprio in mezzo, un po spostato verso un lato, dalle parti della linea di centrocampo.
Un enorme, alto, palo di legno che reggeva i fili elettrici.

L'altro fatto è che, in realtà, quello non era un vero campo di calcio: per nove mesi l'anno era terreno coltivato, un campo di grano; diventava un campo sportivo solo dopo che a giugno era stato mietuto il grano, fino all'ultima spiga matura.

Già dalla fine di maggio Zì Luigi, il proprietario del terreno, cominciava a passeggiare, accompagnato da una muta di setter e spinoni, tra le spighe gialle.
Ne strappava qualcuna, la sgranava, tastava i chicchi, se ne buttava qualcuno tra i denti, lo masticava e ne saggiava la perfetta maturazione: solo quando riteneva che fossero giustamente mature, solo allora, dava ordine ai suoi mezzadri di mietere le spighe di grano, rigorosamente coi falcioni. 
Una dozzina di contadini scendevano nel campo e, mulinando in sicrono gli enormi falcioni, in un mezzo pomeriggio aveva finito il lavoro.
Malgrado la fresenia fosse a mille, anche dopo che il grano era stato mietuto, non si poteva ancora giocare a pallone.

Prima di cominciare la lunga serie di partite amichevoli dell'estate bisognava fare due cose.
La prima era chiedere ordine a Zì Luigi, che ci teneva molto, sebbene in paese fosse diventata una consuetudine che lì si giocasse a pallone ogni estate.
La seconda era estirpare oppure appiattire a terra gli spuntoni di fieno che ancora uscivano dal terreno: erano i resti della mietitura fatta coi falcioni.
Allora scendevamo in campo noi piccoli: qualche partitella "coppa-piazza" che durava dal pomeriggio a dopo il tramonto e il gioco era fatto.
Degli spuntoni non restava nemmeno più l'ombra. 
Solo qualche graffio e un rigagnolo di sangue rappreso sui polpacci nudi.


Ora, al centro del paese, il campo non c'è più: al suo posto c'è un parco pubblico. 
Ma quella è un'altra storia strana.

Il nuovo campo sportivo è sorto alla periferia del paese, in un bosco di querce. 
E' un vero stadio: ci hanno messo le gradinate e l'illuminazione; un fondo in terra battuta e gli spogliatoi con le docce e l'acqua calda. 
C'è pure l'asciugacappelli a parete.
L'unica cosa che manca è il fascino pionieristico e grezzo, quasi eroico, del vecchio campo di grano. 

Ma quello mica si poteva costruire.

smr

sabato 17 novembre 2012

Storie di paese. 6


Zia Annella è una vecchia zia di mia madre. 
Era la moglie di Zio Antonio, il fratello di nonno Gaspare, il padre di mia madre.
E' vedova, da un paio di decenni, ma è rimasta una donna piena di dinamismo. 
Ha quasi novant'anni e, da sola, senza nessun aiuto, fa ancora il pane in casa, nel forno a legna che sta lì da quando era bambina.
Zia Annella ammassa il pane a mano la mattina presto, usando il lievito madre di sempre, che avrà novant'anni come lei.
Acqua, farina, un pizzico di sale, lievito naturale e tanto olio di gomito.
Poi lascia crescere al grande montagna di impasto nella vecchia "madre" di legno, sempre la stessa, stendendoci sopra un paio di coperte di lana che lei stessa ha fatto coi ferri da calza, nei ritagli di tempo. 
Per non perdere tempo.
Amorevolmente, come si farebbe con un bambino piccolo che dorme, ne rimbocca pure i lembi intorno all'impasto.

Al caldo il pane non impazzisce, cresce naturalmente e lentamente, come dev'essere.
Qualche ora dopo accende il forno che le ha costruito zio Antonio, quando le ha costruito intorno anche il resto della casa. 
Ci butta dentro un paio di fascine di legna che lei stessa ha raccolto nel bosco dietro casa, ramo per ramo: dopo averle legate con una fune di strame, le ha messe a seccare ammassandole a mano nello sgabuzzino che ha ricavato dietro la sua cucina rustica.
Mentre il forno s'infiamma ed ogni singolo mattone si scalda lei divide l'enorme impasto in piccole pagnotte e le copre ancora per farle ancora lievitare.
Quando il forno è ben caldo, e i mattoni rossi si sono arroventati, sono diventati quasi incandescenti, ammassa il fuoco e i carboni ardenti da una parte e lava con una scopa di saggina impregnata d'acqua il pavimento del forno. 
Il vapore che si alza violento dai mattoni roventi esce veloce dal forno, inonda la stanza: zia Annella si copre la bocca e il naso con un fazzoletto di cotone umido e continua a lavorare.
Il caldo è insopportabile: lei ci è abituata, è imperturbabile, non caccia una goccia di sudore, sembra d'amianto.
Appena il tempo di far scomparire i vapori caldi dalla stanza e lei con la pala comincia a infornare, una ad una, le pagnotte: poi se le dimentica, cuoceranno lentamente nel forno stracaldo.
Dopo qualche ora torna nel cucinino, toglie il pane dal forno, a mano a mano che le pagnotte si cuociono. 
Estrae prima quelle in fondo al forno, rimpiazzandole con quelle più vicine alla bocca del forno, se non sono ancora cotte a puntino.
Tra quelle già cotte sceglie le più piccole, le taglia a metà e le rimette nel forno per farle biscottare.
Così ne ricava i famosi "pascotti" di zia Annella.
Una parte più piccola li tiene per se; ma la porzione più grande la tieni di conserva, per regalarli ai suoi numerosi ospiti.
Molti a visitare zia Annella ci vanno apposta: per fare incetta di  "pascotti".  
E stranamente scelgono sempre il giorno in cui zia Annella ha fatto il pane nel suo forno a legna.
Forse questi numerosi visitatori ...disinteressati sono attirati dall'odore irresistibile delle pagnotte appena sfornate che zia Annella ha messo a raffreddare sui graticci di canne, come si faceva una volta.

smr 

Storie di paese. 5


Quando morì mia nonna, l'annuncio arrivò a casa nostra un sabato mattina presto di una ventina d'anni fa.
I primi ad arrivare a casa sua fummo io e mio zio Giona.
Trovammo Elena la badante rumena in lacrime, era sola, accoccolata per terra, accanto al letto. 
Sopra al letto, anzi dentro, c'era mia nonna coperta da un lenzuolo e dalla sua vestaglia.
Erano insieme ma entrambe sole.
Non ci sarebbero rimasta ancora a lungo: di lì a poco la stanza si sarebbe riempita di parenti, affini, amici e vicini curiosi.
Mia nonna quasi centenaria, si era stesa nel letto la sera prima, come sempre intorno alle nove, si era ddormentata serenamente, nonostante i dolori all'anca operata di recente, e non si era più rialzata.
Non si era più alzata, semplicemente perchè non si era più svegliata. 
La morte migliore, dicono alcuni: "ti addormenti e non ti risvegli più!"
A me non piacerebbe, sebbene penso che le morti, alla fine, siano tutte uguali: si ferma il cuore, per le ragioni più diverse, e ti addormenti per sempre, oppure cadi nel nulla.

Poco dopo arrivarono a casa di mia nonna alcune parenti anziane, col compito di vestirla, prima che giungesse il rigor mortis e rendesse tutto più difficile.
Subito dopo arrivò anche il becchino stracarico di roba: il catafalco smontato in spalla, la croce di bronzo con l'asta telescopica, i lumini elettrici da mettere ai piedi e a capo del letto di morte e tutto l'armamentario di tovaglie e pizzi neri per coprire il letto e il cadavere, tutto contenuto in una borsa di tela che sembrava il pozzo senza fondo di S.Patrizio.

Allora fumavo ancora e per ammazzare il tempo io e mio zio, che fuma allegramente tuttora, uscimmo sul balconcino che da sulla strada, a fumare qualche sigaretta e a parlare un po.
Bisogna telefonare in America - diceva - e a Frosinone; qualcuno dovrà andare dal prete, subito, per far suonare le campane a morto e fissare la data del funerale. 
E proseguì con la sua lista, come se volesse ricordare a se stesso le cose da fare - quando Angelo avrà finito di montare il catafalco provvederà a telefonare alla tipografia per i manifesti funebri.

Intanto che ascoltavo distrattamente mio zio, la mia attenzione fu attirata da una lunga serie di bottiglie di plastica, saranno state un paio di dozzine, pure di più, di quelle dell'acqua minerale ma senza l'etichetta di carta, piene d'acqua e tappate e allineate sotto il bordo del balcone. 
Come i soldati cinesi di terracotta.
Strano, non avevo mai vista una cosa così.
Provai anche a darmi delle risposte sul possibile, anzi probabile, utilizzo: l'artefice di sicuro era stata Elena, la badante, quella col dente d'oro; a mia nonna non sarebbe mai venuta in mente una cosa così e, comunque non sapevo che l'avesse mai fatto in vita sua.
Con molta probabilità quelle bottiglie, quell'acqua, serviva ad innaffiare una cinquantina di piccoli vasetti di coccio, disseminati nel piccolo giradino, nei quali mia nonna, e la stessa Elena, piantumavano i loro piccoli fiori.
Con molta probabilità era acqua piovana raccolta direttamente dalla grondaia in una grossa conca e poi travasata nelle bottiglie.
Forse in Romania l'acqua, anche quella piovana, è una risorsa; la risparmiano e la riutilizzano, presumo con grandi benefici sulle bollette dell'acquedotto. 

Qualche settimana dopo mi è capitato di passare davanti al giardinetto di mia Nonna. 
Elena, esaurito il suo compito, s'era trasferita a Milano subito dopo il funerale, la casa di mia nonna era rimasta disabitata. 
Di fiori nemmeno più l'ombra. Tutto seccato. Un deserto.
A testimonianza del vecchio giardinetto c'era solo la teoria di bottiglie d'acqua allineate sotto il muretto del balcone. 
La conca d'acqua piovana era colma, ma le bottiglie nessuno le aveva riempite. E nemmeno svuotate.





smr

venerdì 16 novembre 2012

Storie di paese. 4


Un cugino di nonna Peppa, o un nipote, non ho capito bene, porta da Castelforte dei fagioli molto buoni e quasi miracolosi.
Li produce in piccole quantità un contadino che poi li rivende come al mercato nero.
Non sono molto grandi, hanno una buccia sottile e tenera e una polpa molto saporita: sono digeribilissimi.
Non fanno aria nello stomaco: questo è il loro pregio più grande e li rende diversi da tutti gli altri fagioli.
Nonna Peppa, che ha quasi cent'anni o giù di lì, li cucina vicino al fuoco del suo caminetto di mattoni rossi. 
All'occorrenza lo accende anche d'estate.
Guai - dice - cuocere i fagioli sul gas. Non sarebbero così buoni. 
Per essere buoni, i fagioli, devono sapere quasi di affumicato, che prendono solo a ridosso dei carboni di legno di quercia, arroventati dalla fiamma.
E devono cuocere lentamente.  
Devono borbottare - dice lei.
Nonna Peppa mette l'acqua piovana filtrata in un coccio che si chiama pignatta, poi la riempie di fagioli spugnati dalla sera prima nella stessa acqua, aggiunge una costa di sedano, l'aglio sciacciato tra i palmi delle mani, che prende dall'orto che coltiva lei stessa dietro casa, e l'olio nostrano delle colline corenesi, che ricava dalla spremitura a freddo delle olive che ancora raccoglie lei a mano, oliva dopo oliva, accovacciata per terra.
Li lascia sobbollire per qualche ora coperti con un coperchio di stagno.
Quasi li dimentica. 
Solo ogni tanto aggiunge un po d'acqua, se l'acqua di cottura si secca troppo.
Quando sono cotti bene li toglie dal fuoco e, ancora tiepidi, li mette nei vasetti di vetro, che tappa bene, solo dopo aver aggiunto un po d'olio crudo e un po di prezzemolo fresco.
Poi li distribuisce tra i tanti nipoti e pronipoti ghiottoni che ha disseminati in ogni angolo del paese.
L'unica ricompensa che aspetta, ogni volta e che, ogni volta, immancabilmente riceve, è la certezza che tutti hanno gradito il suo piatto.
E tutti si chiedono quando sarà la prossima volta che nonna Peppa cucinerà ancora quel piatto antico.
Se lo porterà dietro con lei, quando se ne andrà dal mondo dei vivi.



smr

Storie di paese. 3

 

Al mio paese, praticamente, ci sono solo due strade importanti, abbastanza grandi e lunghe.
Partono entrambe dalla Piazza centrale e vanno una verso sud ovest, l'altra verso est. 
Entrambe si raccordano a una complanare che passa all'esterno del paese e che tutti chiamano per abitudine Circonvallazione.
In pratica una nuova provinciale concepita per evitare che i camion delle cave passassero al centro del paese congestionando e rendendo pericoloso il traffico.
Provate a pensare cosa succedeva quando non c'era.
Il primo dei due decumani si chiama Viale della libertà e arriva fino all'ingresso del paese, verso Ausonia, in pratica porta al cimitero; l'altro si chiama Via IV Novembre e va nella direzione opposta, verso l'uscita est del paese, verso Castelforte e al confine con la provincia di Latina o, imboccando dopo la scuola una lunga strada in salita che si chiama Cortefigliana, porta sopra al paese vecchio, ai vecchi rioni più alti: Curti, Magni, Torre.
Per il resto solo un dedalo inestricabile di viuzze, stradine, piazzette, scalette ripidissime e corti, vicoli in piano o in salita, alcuni larghi appena qualche metro, dove non c'entrano le macchine.
Per fortuna che non c'entrano, sennò qualcuno s'ìnfilerebbe pure lì.
Si, perchè, al mio paese se cammini a piedi rischi di camminare per centinaia di metri senza incontrare anima viva, quasi nessuno va a piedi.
Tutti si muovono in macchina: chi sale verso la zona alta, chi scende da sopra verso valle; chi si sposta longitudinalmente sul lungo falsopiano sul quale è spalmato il paese, lungo un paio di km, forse tre, ma non di più.
Siamo ca. 1700 abitanti e penso che non ci siano meno di un migliaio di macchine.
Sarei curioso di fare un censimento delle automobili, per sapere il numero esatto, perchè penso che la stima ad occhio sia per difetto.
Qualche buontempone ha anche pensato bene di farsi un Suv, tanto era lo spazio che aveva a  disposizione.
Uno che va sempre in macchina, non lo incontri mai a piedi, ad esempio, è Luigi.
Non lo vedi mai e se lo vedi guida la punto bianca del padre, e se non lo vedi che guida la punto bianca del padre guida la vespa del padre, e se non guida niente, nè macchina nè vespa, non lo vedi.
Io non l'ho mai visto andare a piedi.
E tanto non vedi quasi mai nessuno andare a piedi.
E quando ci si incontra a piedi di che si parla dopo i convenevoli di rito?
Della benzina che costa 2 euro.
Ma - dico io - non dovrebbero parlarne quelli che vanno in macchina dell'aumento del prezzo della benzina?
E come farebbero: se vanno in macchina  ...non s'incontrano?
Tutt'al più si ..scontrano.
Ma solo ogni tanto.


smr

giovedì 15 novembre 2012

Storie di paese. 2


Il facondo meccanico Giuseppe mi racconta i suoi anedotti mentre gonfia le gomme della mia macchina.
"Tuo padre venne una volta da me quando avevo l'officina nella parte alta del paese e mi scoprì a fumare, lui aveva smesso e mi disse: con quello che hai nei polmoni potrebbero asfaltarci una strada."
Giuseppe, incredulo, riferisce la cosa ad un suo vicino d'officina il quale conferma:
"E' vero - gli disse il vecchio saggio Arcangelo - anch'io fumavo e non respiravo e una volta in ospedale hanno dovuto sturarmi i polmoni, c'era davvero l'asfalto."






smr

Storie di paese. 1


L'altro giorno arrivo sul mio posto di lavoro in macchina. 

Trovo miracolosamente parcheggio davanti alla casa di Andrea, all'ombra di un vecchio platano. 
Scendo dall'auto, chiudo e sento un gattino che piange. 
Nel cortile di Andrea c'è un ulivo secolare, qualcuno preferisce credere che sia millenario, è storico di certo, ma non millenario, millenario no non lo è: una volta appurato che anche quelli ben più famosi di Getzemani non sono millenari anche i nostri fanno un passo indietro. 
Proprio attaccato con i suoi artigli nella corteccia del vecchio albero, bucato come la gruviera, c'è il micetto piangente. 
Si sta disperando, è appeso a due metri da terra: non va ne su nè giù. 
Mi avvicino per soccorrerlo: l'idea è di prenderlo e rimetterlo a terra. 
Appena mi vede, richiama tutte le sue forze e s'infila veloce in un buco. 
Ha visto improvvisamente un uomo, non sa che vuole aiutarlo, ha paura, il terrore gli da una forza che non sapeva di avere: un uomo gli fa più paura di un vecchio albero. 
Non lo biasimo: gli volto le spalle e me ne vado al lavoro.
smr

domenica 11 novembre 2012

Vivere e morire in paese. (Appunti di paesologia)

+

In un paese piccolo, piccolo come il mio, che non fa nemmeno 1700 abitanti, ogni anno muore almeno l'un per cento della popolazione: 15/17 persone, se va bene, cioè se ne muoiono pochi.
Perchè, se va male, nel senso che quell'anno ne moriranno molti, allora possono morire anche il doppio: cioè una buona trentina.

Vivere in un paese piccolo come il mio è come vivere in tempo di guerra, come vivere durante la guerra, anzi in una guerra che si sta ancora combattendo, che si combatte ogni giorno, ogni settimana, ogni mese, ogni anno.
Una guerra lunga e interminabile che, ogni quindici giorni, o quasi, annuncia un suo caduto; aggiorna il conteggio dei suoi morti; conta i suoi caduti totali.

Se vivi in un paese piccolo, non sei affatto un cittadino sereno che fa una vita serena, tranquilla, come molti pensano che sia la vita in paese e come, alla fine, meriteresti pure di fare, avendo scelto di vivere in paese piccolo, brutto e dimenticato da Dio e dagli altri uomini.
In una città è tutto diverso, penso; ma è diverso specialmente il rapporto con la morte, ne sono certo.
Quello che stava seduto al tuo fianco quella mattina in metropolitana e con cui hai scambiato due chiacchiere sul tempo, è morto una settimana dopo, o lo stesso giorno, ma tu non lo sai e non lo verrai mai a sapere; non lo conoscevi e, quando è sceso, eri già pronto a non vederlo più, a non incontrarlo mai più.
E non lo vedi più, nemmeno se resta in vita. 
Quindi è come se fosse morto.
E se pure lo dovessi rivedere non lo riconosceresti ed è come se lo avessi visto per la prima volta.
Quello che stava davanti a te in fila al supermercato, a cui hai tamponato il carrello, nemmeno lo conoscevi, magari uscendo è stato investito da un'auto o ha avuto un infarto o s'è buttato sotto un treno in corsa, ma tu non lo conoscevi e non lo sai che è morto.
E non t'interessa di saperlo. Non ti informi.

In un paese piccolo potrebbe non interessarti chi vive e chi muore, nemmeno se non frequentavi il defunto, ma invece ti interessa, deve interessarti per forza, non dipendesse dal semplice fatto che in modo o in un altro vieni a sapere che uno è morto e che fanno i funerali in piazza, e il paese è la piazza; quindi sai che è morto qualcuno, sai chi è morto e sai che lo conoscevi, per forza.
La tua vita in paese, quindi pare tranquilla, ma non lo è.
E' piena di preoccupazione: chi sarà il prossimo? 
Toccati! Potresti essere tu.
La tua vita in paese assomiglia a quella di un soldato. 
Ricordate il soldato di Ungaretti? 
"Si sta come d'autunno sugli alberi le foglie."
Ecco in paese si sta così, si vive così.

Se, invece che in una città, vivi in paese piccolo, sei come una foglia sul ramo, e non solo d'autunno; sei come un soldato, per tutto l'anno.
Anzi sei come un soldato appostato in trincea per tutto l'anno e ogni tanto ti arriva la notizia che è morto qualcuno: Giuseppe, e poi che è morto pure Paolo, e poi anche Carlo e qualche giorno dopo se n'è andato anche Lucio e che l'altra settimana, quel brutto male s'era portato Tommaso e che prima di loro, dall'inizio dell'anno, s'era portati Alessandro, Antonietta, Filippo e Maria e Luigia e ....
Tutta gente che conoscevi: amici, conoscenti, parenti, affini, coetanei, vicini di casa, vecchi compagni di scuola o di giochi, insomma i tuoi compaesani ...i tuoi commilitoni.
Poi dopo che ti hanno detto: lo sai chi è morto? E' morto Tizio; hai realizzato chi era; ti sei ricordato il suo volto; e ti ricordi pure che l'hai incontrato due giorni prima e magari ci avevi pure parlato, devi convincerti che non lo rivedrai più, mai più.
Da quel momento in poi puoi solo sperare d'incontrarlo in Paradiso.
Intanto, però, vai a far visita a casa, saluti i parenti, li baci li abbracci e gli stringi la mano, torni a casa; ti vai a preparare per andare al rito funebre e per accompagnarlo al cimitero, il giorno dopo.
Se ti era amico lo fai con partecipazione e convinzione e commozione; se non era un amico, ma un semplice conoscente, ci vai lo stesso sennò non ti vedono e può sembrare un'offesa; se, peggio ancora, ti stava sul cazzo, vale la regola del "parce sepulto": al funerale devi partecipare lo stesso; metti da parte le incomprensioni e le liti pregresse, le antipatie, e le quintalate di screzi e, in nome della carità cristiana che si deve almeno ai defunti, vai al cimitero, magari facendo anche una faccia triste, contrita, il più possibile adatta all'occasione ferale di cui non ti importa niente.
Quel gesto penoso di accompagnare il defunto nel suo ultimo viaggio ormai pare sia rimasto l'unico momento in cui, nei piccoli paesi, si esalta ancora un senso di umana partecipazione alla comunità, un sentimento d'amore, di compassione e di mutualità verso il tuo prossimo evangelico, che tra i vivi e i vivi non esiste più; si sostanzia ormai solo nei rapporti tra i vivi e i... morti.

E si, perchè la vita nei piccoli paesi non è più quella di prima.
E non sto parlando di secoli fa.
Sto parlando di soli trenta, quarant'anni fa.
Non bisogna andare molto indietro per capire che quella vita non esiste più e con essa non esistono più certi valori, certi sentimenti, certe necessità, certi usi e abitudini che la rendevano peculiare, piacevole, o almeno più sopportabile e, comunque, migliore di quella attuale.
Quarant'anni fa la morte di un vecchio era peggio della morte di un bambino, di un giovane o una persona di mezza età: la morte di un vecchio era una vera tragedia comunitaria; era la fine di una lunga storia di vita; era come veder abbattuta una vecchia quercia o un ulivo secolare; era come veder crollare un monumento antico o un palazzo nobiliare per un terremoto disastroso; come vedere distrutto un pezzo d'arte prezioso o un'insostituibile porzione della società.
Perchè i vecchi erano tenuti in altissima considerazione: per l'aiuto che avrebbero potuto ancora dare in consigli, per i loro ricordi, per la memoria dei fatti, delle storie antiche, dei posti, delle persone.
E non solo dalla loro famiglia, ma dall'intera società.
Oggi quando muore un vecchio sembra che ci siamo tolti un problema, un peso, un impiccio, un dente cariato.
E, per giunta, non avremo più badanti per casa che parlano lingue strane: altro sollievo!
"Tanto era vecchio!" si dice e di lui, nè la famiglia nè la società, rimpiangeranno niente. 
Nemmeno la pensione, intascata intera dalla ingombrante e indiscreta badante rumena.

Oggi in paese non muoiono più tanti piccoli. 
Prima ne morivano di più: ed erano tragedie strazianti, che segavano le ginocchia alla comunità. Il morale dei paesani si risollevava a fatica solo dopo molte settimane.
Nel cimitero del mio paese c'è una sezione dedicata alle bare bianche.
Sono anni, forse decenni, che non muore più un bambino. Per fortuna.
La medicina ha fatto enormi progressi.
Le malattie infantili non sono più mortali (da noi) e possono essere diagnosticate precocemente, alcune tra le più gravi anche prima della nascita.
La vita si è allungata, e i bambini, che sono sfuggiti alla morte precoce, diventeranno adolescenti, poi giovani, poi adulti e forse vecchi. 
E quando saranno diventati grandi e avranno messo su famiglia si ammaleranno e moriranno più tardi, magari di cancro, di cuore o di diabete, ma potranno almeno dire di essere venuti al mondo e di aver vissuto qualche decennio.

A pensarci bene una persona che vive fino a 80 anni, che può essere considearata una bella età ma non certo un'età veneranda, ha vissuto solo 960 mesi, circa 28.800 giorni, più o meno 700.000 ore. 
A pensarci bene mica poi così tanto!

Ma, sapete una cosa? 
Vivere e morire in paese, non è poi così diverso che vivere e morire in qualsiasi altro posto del mondo.

 

smr

sabato 10 novembre 2012

Quinto motivo per cui non si può affermare che gli U.S.A. sono la più grande democrazia del mondo: l'Apartheid e la questione razziale.







La questione razziale oggi negli U.S.A.

Negli Stati Ubiti sono ancora oggi frequenti e numerosi gli episodi di razzismo e di discriminazione contro i neri, le cui condizioni per quanto riguarda l'accettazione sociale sono notevolmente migliorate rispetto a tempi più remoti, ma che economicamente continuano a soggiacere a maggiore povertà.
La sproporzione tra il numero di neri detenuti nelle prigioni statunitensi e il loro numero complessivo tra la popolazione, nonché la loro più frequente condanna a morte, è da molti ritenuta un indizio del persistente razzismo nei loro confronti.
Il massiccio afflusso quotidiano di immigrati illegali dal confine con il Messico ha invece ingigantito le forme di ostilità razzista contro gli ispanici latino-americani.
A dimostrare quanto l'ideologia razzista abbia fatto presa anche a livello di cultura popolare statunitense, dove spesso ha sostituito il concetto di "classe sociale" nei conflitti sociali, resta ancora oggi una disponibilità da parte dei cittadini statunitensi a definirsi a vicenda o addirittura autodefinirsi in termini di "razza" o "etnicità". 
Un atteggiamento peraltro sanzionato dai censimenti, che chiedono espressamente ad ogni cittadino di definire la "razza o etnicità" a cui appartiene.
La persistenza di un "problema razziale" negli Usa è rivelata anche dai bassissimi tassi di matrimoni misti fra bianchi e neri, che dopo un lieve aumento negli anni '60 sono nuovamente calati.
Fa eccezione la comunità latino-americana che, con i suoi tassi di meticciato relativamente elevati, dimostra di fare riferimento a un concetto di "razza" diverso da quelli prevalenti nella maggioranza "bianca" della popolazione statunitense.
Fino alla seconda parte del secolo XX si è avuta la divisione delle sacche di sangue destinate alle trasfusioni, in base alla razza del donatore, operata anche dalla Croce Rossa statunitense.

Nonostante l'elezione quattro anni fa del primo presidente nero: Barack Obama e la sua recente rielezione, c'è ancora tanto da fare per l'abbattimento definitivo delle barriere raziali ancora erette all'interno della società americana.

Gli U.S.A. non sono la più grande democrazia del Mondo. n.4

Dopo la situazione carceraria, le guerre d'intervento, l'alto numero di homeless, la quarta ragione per cui ritengo che gli U.S.A. non possano definirsi la più grande Democrazia mondiale riguarda la distribuzione della ricchezza interna.





La piu' recente statistica della ricchezza negli Stati Uniti divide la popolazione in 5 segmenti di 20% ciascuno. 
Il lettore può guardare con attenzione il grafico pubblicato sopra.  
Dal quale si vede benissimo che:
 
Il 20% controlla l'84% della ricchezza. 

Il successivo 20% ne controlla l'11%.

Il rimanente 60% controlla il 4.03%. 

O se volete, data una popolazione di 350 milioni di abitanti:
60 milioni controllano l'84% della ricchezza;
210 milioni, tutti insieme, controllano solo il 4.03 del totale.

Questi dati parlano da soli, a mio avviso, non hanno bisogno di nessun commento.

 smr