domenica 31 maggio 2015

Buona Domenica con Le More di Gelso

buona domenica con...


Le more di gelso
C'è un vecchio gelso fronzuto, proprio sotto casa mia.
I sui frutti grassi arrivano prima dell'estate, quasi all'improvviso;
senza dire niente, e veloci come il fulmine.
E se ne vanno ancora più velocemente, di come sono venuti.
Quasi non hai il tempo di coglierli e di assaporarli.
Neri, grossi, succosi. Ti tingono le dita, maturi al punto giusto.
Ma marciscono veloci, e cadono a terra, se non li prendi in tempo.
Per gustarli, li cogli delicatamente dal picciolo bianco-verde,
uno dopo l'altro, come le ciliege. Te ne rimane solo il gusto
agrodolce sulla lingua, e un ricordo lungo, struggente - zuccherino – con una voglia lunga, nella testa e nel cuore.
(dal mio libro: C'è un vecchio gelso fronzuto proprio sotto casa mia)


sabato 23 maggio 2015

Maggio il mese della Lettura e dei Libri.

A maggio, il mese della lettura e dei libri, molti corrono in libreria a comprare libri.
E fanno bene.
Ma molti comprano soprattutto libri di autori conosciuti.
I cd "famosi".
I "soliti noti": Camilleri, Vespa, Allende, Baricco e Mazzantini.
PENNIVENDOLI.
Che novità!
E, soprattutto, che sforzo di ricerca, di meditazione e di originalità.
Specie quelli che navigano sul web e che frequentano Fb sapranno che c'è in Italia un sottobosco di scrittori, poeti, narratori, spesso autopubblicati (che non è una brutta parola, come qualcuno pensa), che "civettano" con la letteratura e che aspettano solo di essere scoperti.
La loro prosa è gradevole, corretta e, soprattutto, onesta.
Meriterebbero, insomma, che qualcuno offrisse loro finalmente una "chance".
E allora diamogliela, questa "chance", per una volta.
Compriamo un libro di un autore "sconosciuto"; potrebbe piacerci, potrebbe stupirci.
E se poi non ci piace avremo solo un pò impoverito il nostro borsellino.
Ma, se ci piacerà, avremo arricchito il nostro spirito, la nostra mente e la nostra anima.
E avremo fatto la felicità di un povero scrittore.
Poi, fra dieci o quindici maggi, quando gli sconosciuti saranno diventati anche loro famosi, non compreremo più i loro libri. :-)








domenica 10 maggio 2015

Il racconto breve della donna che mesceva il latte.

Il giorno della festa della mamma, a tutte le mamme che conosco e anche a quelle che non conosco ma, soprattutto, a mia moglie madre dei miei due figli e a mia madre, metto qui, come pensiero e augurio, l'incipit del mio racconto d'apertura de Le Stagioni della Lattaia:

il racconto breve della donna che mesceva il latte



Il racconto breve
della donna che mesceva il latte


Intorno ai dieci anni, quando ormai si è alle soglie dell’adolescenza e per questo motivo si dovrebbe cominciare a riflettere giudiziosamente a cosa fare della propria vita, io ho iniziato, invece, a coltivare una concezione ludica dell’esistenza, che peraltro ancora considero preziosa. Al punto che - per quanto non sia stata impresa facile - ho voluto conservarla, anche crescendo. Convinto come sono che possa aiutarmi a sopravvivere meglio. Tutto sommato, e fatta eccezione dei piccoli grandi problemi che si patiscono a quella età delicata, potevo considerarmi un bambino fortunato, disimpegnato come ero e sollevato da qualsivoglia onere - specie durante le vacanze estive, quando non avevo nemmeno la seccante incombenza della scuola. Nei fatti, andare a prendere il latte da una signora che abitava poco lontano da casa nostra era l’unico incarico che i miei genitori mi affidavano. Mi troverei di sicuro d'accordo con quei lettori, che dovessero considerarlo un impegno di responsabilità assai relativa.
  
La donna di cui riferirò è ancora in vita, ma s’è fatta assai anziana. Ancora l’incontro, ogni tanto. Il marito è morto. I figli sono tutti sciamati per il mondo. Non penso che, rimasta sola, abiti ancora la vecchia casa dove andavo da piccolo a prendere il latte. Né, tanto meno, che ancora tiri su le numerose bestiole che allora possedeva. Tranne un grasso gatto tigrato, che se ne andava in giro annoiato per la casa e nei dintorni, non aveva altri animali d’affezione. Allevava, invece, per il suo personale tornaconto, una grande quantità di bestiole domestiche di piccola taglia, che lasciava libere di razzolare in cortile e un paio di grosse mucche da latte, che stavano al pascolo tutto il giorno. Ritirava le mucche solo nel tardo pomeriggio, ricoverandole per la notte nella stalla che aveva ricavato da un seminterrato sotto casa sua. Come avevano raggiunto il loro riparo si preoccupava che fossero munte, immediatamente. Ne aveva ben donde, perché da quella mungitura quotidiana, rigorosamente manuale, non ricavava mai meno di due grossi secchi colmi di buon latte fresco - trenta o quaranta litri di liquido bianco, grasso e spumoso ogni giorno. Di quella enorme quantità conservava per le sue esigenze solo una minima parte. Quasi tutto il latte era stato destinato, infatti, a clienti abituali, scelti accuratamente tra i suoi conoscenti che fossero disposti ad accaparrarselo pagandolo con moneta sonante. Quella donna, oltre ad essere una economa esemplare era anche venale quanto bastava e da quella vendita riusciva a trarre un discreto reddito. Così si adoperava perché una tale risorsa in denaro, modesta ma costante, risultasse molto più utile del latte, alla sua famiglia - resa numerosa da una vera frotta di figli. La sua era, infatti, una famiglia traboccante. Tutti assieme, genitori e figli, costituivano un clan. Erano una vera tribù, come, per fortuna o sfortuna, oggi non si vedono più in giro tanto facilmente. Sarebbe un vero problema riuscire ad accudir le con la stessa apparente leggerezza. Mentre, con esigenze modeste e qualche ragionevole e più che salutare rinuncia, a quei tempi sembrava che anche una famiglia numerosa come quella si sostentasse praticamente da sola. Sebbene – ci sarebbe da aggiungere - le tentazioni di allora non erano quelle di adesso. Non ricordo se i figli fossero nove, dieci, o addirittura di più. Tutti minorenni. Tutti sotto i venti anni. In pratica ne aveva sfornato uno ogni trenta mesi, in meno di un paio di dozzine di anni.


smr

venerdì 8 maggio 2015

fenomeni naturali di primo mattino sui monti aurunci.




LA NEBBIA

Chiudi gli occhi e immagina la Valle del Liri/
immensa/
va dal Monte Aquilone alla Rocca/
da Montecassino a Castelnuovo Parano/
fino alle pendici di Fammera/
la notte riempie la valle di nebbia sbuffante/
come il pentolone delle janare/
e sale, sale/
percorre lenta le mitiche Alte/
come un infinito bollore/
passa Sant’Antonio/
poi le Fratte/
giù fino all’Ausente/
alla Madonna del Piano/
la valle è piena di bianca spuma fredda/
che in certe giornate d’inverno arriva fino al mare/
fino alla schiuma bianca/
che le onde abbattono sulla Riviera d’Ulisse.

smr 


domenica 3 maggio 2015

Dal mio prossimo libro di poesie: I dolori di un poeta prosastico.


Ho un cruccio, da qualche tempo.
Che differenza c’è fra poeticità e discorsività, ovvero prosasticità? 
Qualche sapientone paludato che ha letto, ritengo troppo frettolosamente, alcune mie poesie mi ha tacciato d’esser poco poetico e molto prosastico.
Per dirla tutta la verità, mi ha anche scritto che la mia poesia ...contiene delle immagini altamente evocative; che per me è un grosso complimento. 
Ad ogni modo, questa è la sintesi della sua lettura critica: 

"...se tu mi chiedi il parere, ti dico che le tue produzioni poetiche sono prosastiche, ma ricche di sentimenti e di aperture descrittive. Manca lo scarto linguistico tra il parlato quotidiano e il parlare della poesia. Non si snoda un percorso creativo che coniughi fantasia e sentimento e trasformi in arte le facoltà affettive comuni a tutti gli uomini che sanno anche scrivere normalmente e non in poesia i loro stati d'animo. Dove sta la simbologia, l'analogia, la metafora e gli altri elementi strutturali che fanno la differenza tra un testo poetico e una prosa poeticheggiante?

secondo alcuni sapienti, infatti, una scrittura piana, trasparente e senza trabocchetti sarebbe da classificare come prosa, e quelli che la praticano sarebbero solo scrittori prosastici, senza un briciolo di fantasia.
in tal modo, a mio modesto avviso, viene contrabbandata l’idea che la fantasia sia esclusiva peculiarità del linguaggio oscuro, cioè della poesia ermetica.
ma, allora, mi chiedo: può esserci una poesia in prosa? 
o la poesia vera è solo in rima? 
quella, per intenderci, fatta di sonetti e endecasillabi; esametri e ritmica caudata.

E, quindi, come giudicherebbe il critico di cui sopra questi tre esempi che metto di seguito?

Esempio n.1: 

Clochard

Giorni trascorsi di un cammino remoto
attraverso memorie di sorrisi perduti,
in cerca di vita mai dimenticata
di sogni da esplorare e da raccontare.
Smarrito nel nulla, un pensiero riemerge
il ricordo di lei riecheggia a fatica,
voci di strada colmano il vuoto
di un cuore ferito senza parole.
Impavido eroe che affronti il mistero
spinto dal vento senza riposo,
cercando risposte che non avrai
esplorando occhi senz'anima.
Mano del tempo che muovi il destino
speranza di un alba ancora da vivere,
vaghi nel mondo senza una meta
ma solo una storia ancora da scrivere
Non c'è giustizia né verità,
ma solo paure represse nel nulla,
un cammino verso la luce
nell'anima di chi ha dimenticato.
(Roberto Todini)

E di quest'altro esempio (il numero 2) ancora più clamoroso che direbbe?

Nulla è cambiato.
Il corpo trema, come tremava
prima e dopo la fondazione di Roma,
nel ventesimo secolo prima e dopo Cristo,
le torture c'erano, e ci sono,
solo la terra è più piccola
e qualunque cosa accada,
è come dietro la porta.

(Wisława Szymborska, Torture)

Il terzo esempio riguarda un'altro premio Nobel, Gabriela Mistral:


Dammi la mano 

Dammi la mano e danzeremo
Dammi la mano e mi amerai
come un solo fior saremo
come un solo fiore e niente più.
Lo stesso verso canteremo
allo stesso passo danzerai
Come una spiga onduleremo
come una spiga e niente più.
Ti chiami rosa e io speranza
ma il tuo nome dimenticherai
perché saremo una danza
sulla collina e niente più.


E quella che segue è una delle mie, tra l'altro, nemmeno una di quelle che mi piacciono di più!
Mi chiedo dove sia lo scandalo ...prosastico.

Ma, forse alla fine, ho capito!

Il critico mi conosce personalmente e sa che non ho vinto il Premio Nobel.
(Ancora!)


PIOVE STASERA

Piove stasera/
sulla vetta del monte petrella/
piove sulla stazione di emissione e 
sulle alte antenne/ 
piove sui pannelli solari/
piove a poca distanza dalla cima/
piove sulla piattaforma di atterraggio,

in cemento, per l'elicottero della manutenzione/
piove sulle querce robuste e sugli alti lecci/
sui carrubi rocciosi e sui roveri torti/
piove anche sui castagni 

sui tetti del vecchio borgo dell'antica spinei/
piove sulla malinconia e sui miei ricordi/
ma domani, forse, il tempo sarà sereno/

o, forse, farà freddo, ma non pioverà/
domani, finalmente, il tempo sarà bello/
il sole in cielo sorgerà.

Alla fine, caro amico lettore, che dire?

A nulla vale chiedere ai ...sapienti dove collocherebbero la cosiddetta “prosa poetica”: risponderebbero che non è la versificazione a distinguere la poesia dalla prosa e che anche la prosa poetica è... poetica quando costringe lo sfortunato lettore a penetrare col sesto senso nell’oscurità delle parole e a indovinare il “non-detto”, mentre, quando si capisce tutto alla perfezione, è piatta prosa... prosastica.

Così va il mondo o...così è se vi pare. Sic!