domenica 10 maggio 2015

Il racconto breve della donna che mesceva il latte.

Il giorno della festa della mamma, a tutte le mamme che conosco e anche a quelle che non conosco ma, soprattutto, a mia moglie madre dei miei due figli e a mia madre, metto qui, come pensiero e augurio, l'incipit del mio racconto d'apertura de Le Stagioni della Lattaia:

il racconto breve della donna che mesceva il latte



Il racconto breve
della donna che mesceva il latte


Intorno ai dieci anni, quando ormai si è alle soglie dell’adolescenza e per questo motivo si dovrebbe cominciare a riflettere giudiziosamente a cosa fare della propria vita, io ho iniziato, invece, a coltivare una concezione ludica dell’esistenza, che peraltro ancora considero preziosa. Al punto che - per quanto non sia stata impresa facile - ho voluto conservarla, anche crescendo. Convinto come sono che possa aiutarmi a sopravvivere meglio. Tutto sommato, e fatta eccezione dei piccoli grandi problemi che si patiscono a quella età delicata, potevo considerarmi un bambino fortunato, disimpegnato come ero e sollevato da qualsivoglia onere - specie durante le vacanze estive, quando non avevo nemmeno la seccante incombenza della scuola. Nei fatti, andare a prendere il latte da una signora che abitava poco lontano da casa nostra era l’unico incarico che i miei genitori mi affidavano. Mi troverei di sicuro d'accordo con quei lettori, che dovessero considerarlo un impegno di responsabilità assai relativa.
  
La donna di cui riferirò è ancora in vita, ma s’è fatta assai anziana. Ancora l’incontro, ogni tanto. Il marito è morto. I figli sono tutti sciamati per il mondo. Non penso che, rimasta sola, abiti ancora la vecchia casa dove andavo da piccolo a prendere il latte. Né, tanto meno, che ancora tiri su le numerose bestiole che allora possedeva. Tranne un grasso gatto tigrato, che se ne andava in giro annoiato per la casa e nei dintorni, non aveva altri animali d’affezione. Allevava, invece, per il suo personale tornaconto, una grande quantità di bestiole domestiche di piccola taglia, che lasciava libere di razzolare in cortile e un paio di grosse mucche da latte, che stavano al pascolo tutto il giorno. Ritirava le mucche solo nel tardo pomeriggio, ricoverandole per la notte nella stalla che aveva ricavato da un seminterrato sotto casa sua. Come avevano raggiunto il loro riparo si preoccupava che fossero munte, immediatamente. Ne aveva ben donde, perché da quella mungitura quotidiana, rigorosamente manuale, non ricavava mai meno di due grossi secchi colmi di buon latte fresco - trenta o quaranta litri di liquido bianco, grasso e spumoso ogni giorno. Di quella enorme quantità conservava per le sue esigenze solo una minima parte. Quasi tutto il latte era stato destinato, infatti, a clienti abituali, scelti accuratamente tra i suoi conoscenti che fossero disposti ad accaparrarselo pagandolo con moneta sonante. Quella donna, oltre ad essere una economa esemplare era anche venale quanto bastava e da quella vendita riusciva a trarre un discreto reddito. Così si adoperava perché una tale risorsa in denaro, modesta ma costante, risultasse molto più utile del latte, alla sua famiglia - resa numerosa da una vera frotta di figli. La sua era, infatti, una famiglia traboccante. Tutti assieme, genitori e figli, costituivano un clan. Erano una vera tribù, come, per fortuna o sfortuna, oggi non si vedono più in giro tanto facilmente. Sarebbe un vero problema riuscire ad accudir le con la stessa apparente leggerezza. Mentre, con esigenze modeste e qualche ragionevole e più che salutare rinuncia, a quei tempi sembrava che anche una famiglia numerosa come quella si sostentasse praticamente da sola. Sebbene – ci sarebbe da aggiungere - le tentazioni di allora non erano quelle di adesso. Non ricordo se i figli fossero nove, dieci, o addirittura di più. Tutti minorenni. Tutti sotto i venti anni. In pratica ne aveva sfornato uno ogni trenta mesi, in meno di un paio di dozzine di anni.


smr

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