giovedì 8 ottobre 2020

Sua maesta' Fammera, la grande montagna incantata.

               Fammera, la grande montagna incantata.


Vecchia montagna incantata, che sovrasta la valle, col petto squarciato. Osservi ferma e impassibile, i nostri peccati di uomini. Mentre lanci il tuo lungo sguardo fino alla frontiera lontana dell’ultima Terra di Lavoro. Fino al Massico, che hai di fronte. Tu non avrai mai stracci da far volare, o da nascondere alla vista. Tu - a noi - nascondi il sole - alla fine di ogni santo giorno - mentre aspetti che la luna esangue si alzi nel cielo. Poi ci nascondi anche quella.Più alta di te, solo la pigra bellezza di un cielo screziato, d’argento e d'arancio.Poi aspetti d’inalare dall'aria l’odore dei mandorli in fiore e l'inebriante profumo dei tigli. In basso - ai tuoi piedi - l'umile, piatta, rumorosa vallata, con tutti i verdi cangianti e i suoi aspri frutti. Tu la domini altezzosa, restando sempre in silenzio. Terra di uomini dannati alla morte, terra ignorante di contadini grulli. Tu continua a distrarci dai dolori del mondo, dall'umana pazzia e dalla maledizione delle pietre urlanti - più nemiche che amiche - degli uomini, sempre in segreto, maligno fermento. Tu continua a guardare, dritto negli occhi, la nostra calca pazza. Incombi sulla valle, che prima era di un fiume, ma oggi è popolata solo di viaggiatori ansiosi, passeggeri di mare, di sabbia e di sale. Indica l’ora - al viandante - col tuo unico neo bianco. Cambia pure i tuoi colori, sotto il sole feroce, come sotto la pioggia battente, ma non mutare mai forma. E non andare mai via dai nostri occhi.


mercoledì 7 ottobre 2020



 57 . Ottobre

    Non tutti riescono a percepire la grande bellezza di ottobre. Chi ci vede già le sedie in circolo davanti al focolare ardente a scaldarsi piedi e mani gelate. Chi ci vede cappotti e lunghi tabarri tristi e grigi, comignoli fumanti e corvi neri affumicati. Chi, al meglio, ci vede la coda dell’estate, una signora accaldata che ha buttato il suo ventaglio. Altri notano il grigio brumoso delle piogge e di certe nuvole pazze o il bianco ghiaccio della nebbia. E’ vero! Si sente spesso negli androni il rumore degli ombrelli che si spiegano. E’ vero! Non tutti sono attrezzati per  apprezzare l’oro bruciato nel giallo della buccia dei cachi maturi, il rosso sanguigno nei melograni che penzolano dai rami, nelle doghe dei tini gonfi e in certi struggenti melanconici fiammeggianti tramonti. E’ vero! Pochi amano il blu immenso della luna piena e di certi cieli tersi e sconfinati, il viola nelle fragili mammole, l’arancio dei corbezzoli gibbosi, il marrone di funghi e di castagne. Allora, almeno tu, se hai tempo, fermati e fatti un regalo, ascolta ottobre quando arriva, siediti su un muro a secco, ai bordi di un boschetto dove le foglie lentamente, quasi per miracolo, cambiano tinta, diventano piccole fiammelle. Proprio dove una forza sovrumana, una specie di pittore, un po’ matto ma fenomenale, mescola sulla sua tavolozza magica i fantasmagorici colori del bagolaro. Prima il bianco, poi il giallo, il verde, l’arancione, il rosso, il marrone, infine il nero. Ottiene così lo spettacolo sensazionale del fogliame, quasi innaturale ma fenomenale.


smr


mercoledì 30 settembre 2020

I Rumori del Mio Paese




   Per tutti noi l'infanzia è un mondo perduto di ricordi, luci, profumi e rumori. Negli anni '60 i nostri genitori erano preoccupati se non avevano i soldi e non potevano comprarci i libri (per la scuola o anche solo da leggere), la carne (la fettina si mangiava solo la domenica), un paio di scarpe o i sandali blu con gli ...occhi (per andare a una gita scolastica), non potevano farci trovare la loro ...befana sotto l'albero di Natale (ed erano giocattoli di legno e altri libri). Oggi vedo in giro genitori preoccupati perché non hanno soldi per comprare ai figli di 10 anni la Wii, il telefonino, la Psp, oppure non possono iscriverli alla scuola calcio negandogli un futuro milionario da ...Totti o Balotelli. (sic!) Venite a dirmi che questi anni di merda sono meglio di quegli anni, in cui la felicità non si comprava al centro commerciale: ma ce la sudavamo correndo e giocando con niente. 
   Cinquant'anni fa, se te ne andavi in giro per il paese, oltre ai tuoi passi sul selciato e allo scalpiccio degli zoccoli degli animali, potevi sentire tutti gli altri rumori dal paese: tanti, era una vera colonna sonora, oggi scomparsa. Ad esempio, se arrivavi dagli Stavoli, lungo Via IV Novembre, un po' prima di dove fa angolo con la salitella di Via Dell'Arco, sentivi distinto, oltre la macera, il ticchettio continuo di un martelletto sullo stagno: era Mastro Arcangelo Di Siena che martellava tutto il tempo per modellare un tubo per lo scarico dell'acqua piovana o una grondaia; oppure riparava una conca di rame o il contenitore di zinco per l'olio nuovo. O saldava una pompa per dare lo zolfo alle viti: e, allora, se eri fortunato potevi sentire il soffio caldo e potente della fiamma ossidrica, una vera rarità per quei tempi. FFFFFFRRRRRRRRR!!! FFFFFRRRRRRRR!!!
   Se superavi la Piazza Centrale e t'inoltravi dentro a Via Manzoni, dove diventa Via Guglielmo Marconi, avresti sentito il rumore moderno di una sega circolare: proveniva dalla falegnameria dei fratelli Di Bello, Francesco e Vincenzo, gli zii di mio padre, i fratelli di mia nonna Anna Maria. Ma lì potevi sentire anche il rumore più antico di una pialla o di una raspa che lisciavano un asse di legno, di quercia o di rovere. Un martello che inchiodava o la carta vetrata che raffinava. Un orecchio più allenato avrebbe di certo avvertito, come provenisse da molto lontano, il rumore quasi impercettibile di un pennello che stendeva un velo sottile di mordente marrone sul ripiano di un mobiletto appena raffinato. O una mano di vernice sulla sedia appena ristrutturata. 
   Andando su, lungo Via Roma, appena dopo il rione Gelso, quasi all'altezza del vialetto del barbiere Angelo F., ti saresti imbattuto nella minuscola bottega di un calzolaio, Mario. Se era bel tempo lo trovavi fuori, sul marciapiede stretto stretto, seduto sulla sua sediolina, davanti al suo banchetto basso. Con la forma di un piede di ferro poggiata sulle gambe e un martelletto in mano. Mi pare ancora di vederlo seduto al tavolino da lavoro. E nel ripiano pieno di scomparti quadrati, davanti a lui; chiodi, puntine, tenaglie, pinze, colla, sotto-tacchi, raspe, lime, pezzi di cuoio, suole e tutto quello che serviva per le sue riparazioni. E anche qui il rumore caratteristico di un martello che appiattisce e forma la pelle. E anche qui i cultori dei rumori fini, avrebbero trovato pane per i loro denti: lo scivolare quasi impercettibile di una o spazzola sulla pelle. Più o meno veloce. FFRRRUUUMMM-FFFFRRRUUUMMMM!! FFFRRRUMM-FFFRRUUMMM!!! Come un treno che scivola su rotaie di velluto. 
   Oggi se ti fai un giro, anche per i vecchi rioni, non si sentono più i rumori caratteristici degli antichi mestieri, degli artigiani scomparsi. Da quando si sono diffuse le betoniere non senti più il rumore del badile che ammassa la malta per terra; della pala che stride sul selciato e che abbatte l'impasto nei secchi. SCHIAMMMSCHIAMMM!!!!!!!! 
   Le bombole del gas sono quasi scomparse e se non fosse già morto da un pezzo, il povero Raffaele Po'Po' avrebbe dovuto trovarsi un altro mestiere: certo non sarebbe andato in giro per tutto il paese col suo carretto cigolante. 
   Ogni tanto i rumori arrivavano anche da fuori. Dal Molise e dall'Abruzzo: un arrotino scendeva dalle alte montagne innevate, a primavera, per affilare forbici o coltelli. Con la sua bicicletta 28 nera, che era contemporaneamente un mezzo di trasporto e uno strumento di lavoro. La metteva sul cavalletto, collegava la catena alla mola, apriva un piccolo rubinetto dell'acqua che colava lentamente sulla mola, con uno stillicidio lentissimo e in qualche minuto ti aveva affilato tutte le lame e tutto il resto di quello che gli avevi passato. "Attento a non tagliarti! Mi raccomando." Avvolgeva il coltello o la forbice nella carta del giornale e raccoglieva in cambio le poche lire che gli offrivi. Adesso, in paese, per la strada, senti le macchine che passano; il rumore raggelante dei motori a scoppio ha invaso anche i centri storici. Anche nelle città d'arte Che orrore! Le ruote saltano sulle pietre; i clacson e gli allarmi, invadono i vecchi rioni. Una volta al massimo potevi sentire il motore di una Topolino, quello di un Motom o di una Moto Guzzi rossa fiammante. Era molto più in voga lo scalpiccio sul selciato di un asino o di un mulo che tornavano dalla campagna. Lungo Via IV Novembre, di fronte o a fianco, non ricordo, al Bar del Pipistrello c'era un fabbro. Ferrando tutti i quadrupedi del mio paese ha tirato su una famiglia numerosa. Forgiando dal nulla la di un tondino di ferro la ringhiera per il balcone di una casa ha costruito un'abitazione per se e per i suoi figli. 
   Cinquant'anni fa, anche tra mille difficoltà, ogni giorno era la festa degli artigiani; oggi al mio paese ogni giorno si celebra il funerale di un artigiano. Una strage che ne ha provocato l'estinzione. 
   Oggi, di tutti i rumori naturali o artificiali che sentivo cinquanta anni fa al mio paese, e che non ho mai smesso di sentire, solo uno, per nostra fortuna, si è conservato inalterato: il gracidare inconfondibile, continuo, assordante delle cicale durante gli afosi pomeriggi di luglio che precedevano la festa di S. Margherita. Quella era la colonna sonora estiva, al mio paese, negli anni della mia infanzia. Per tutti noi l'infanzia è un mondo perduto di ricordi, di luci, profumi e, soprattutto, rumori e odori. Gli unici ricordi che non possiamo riprodurre.

Brano tratto dal mio libro ''Cronache dal Piccolo Borgo della Pietra Millenaria''



venerdì 21 agosto 2020

 Dal mio libro ''L'orto dei frutti dimenticati'' metto qui la eccellente potente e ironica prefazione regalatami dall'amico Fabrizio Salce che proprio ieri e' stato nominato dal sito VinoWay.com Miglior Giornalista Enogastronomico Italiano del 2020. 


  "Un tempo era il caos. Le piante vivevano tutte insieme. Noci, fichi, carciofi, bacche, fave, lupini, more e tutte le altre. Si
nutrivano, si difendevano, si dissetavano a vicenda, una cosa vergognosa! Ma per fortuna è intervenuto prontamente l’uomo che dall’alto della sua indiscussa intelligenza ha sistemato la situazione. Le pere con le pere, le mele con le mele e i carciofi con i carciofi. Tutto meravigliosamente posizionato e rigorosamente ordinato. Basta con questa confusione, voluta poi da chi? Passato del tempo e, dopo approfonditi studi, perché soltanto studiando si ottengono certi risultati, l’uomo ha
selezionato i frutti migliori per la propria sopravvivenza: naturalmente si intente quella dell’uomo. Infine, poco dopo, è stato talmente bravo, che è risuscito a creare nuove specie per trarne reddito economico e non soltanto limitato al sostentamento giornaliero. I frutti potevano rendere. Grande quest’uomo! Con la sua intelligenza e caparbietà ha saputo scegliere quali frutti coltivare e quali no; ha creato appropriate richieste di mercato tali da dover miscelare alcune razze al fine di offrire al consumatore prodotti sempre più idonei: belli e colorati. Per fare tutto questo ha inoltre avuto la capacità, e non è stato poi così semplice, di eliminare tutto l’inutile; quello che non serviva. Varietà poco produttive, frutti dalle forme strane, brutti a vedersi, troppo saporiti e dolci, molto profumati, elementi di disturbo che non avevano alcuna valenza. In fondo e, credo anche giustamente, cosa avrebbe potuto farsene di poche piante, alcune molto vecchie, che per qualche secolo avevano sfamato le popolazioni locali. Se sei intelligente, com’è l’uomo, le butti e basta. E così ha fatto! Già, proprio così. Nel corso di pochi decenni, con quest’uomo, abbiamo perso centinaia di varietà botaniche che non erano solo piante e frutti, fiori e arbusti, verdure e cereali, erano la nostra storia , la nostra cultura, il nostro pane quotidiano, erano la vita. Non si distrugge ciò che ci è stato dato in regalo, non ne avevamo il diritto a farlo. Questa terra non è nostra; è stata e sarà di tutti e noi dovevamo e dobbiamo rispettarla. Ma forse qualcuno lo ha capito. Quando si parla di antichi frutti lo si fa generalmente con quel gusto dolce amaro della nostalgia, nostalgia di un sapore, di un profumo, di un colore che ci riporta al nostro passato. Emozioni che nei frutti che oggi acquistiamo al mercato, tradizionale o moderno che sia, non riusciamo più a vivere. Abbraccio dunque con grande affetto tutte quelle iniziative, e sono tante per fortuna, volte a riportare in vita e alla conoscenza dei più giovani quelle nostre emozioni vissute attraverso un semplice morso a un frutto. Gli studi delle facoltà universitarie, l’apertura di orti e giardini ricchi di vecchie varietà, gli scritti e le iniziative di comunicazione. Ultimamente per fortuna in molti si sono resi conto che quella grande intelligenza passata dell’uomo ha smarrito qualcosa, si è tornati a ricercare i semi di un tempo andato ma ancora a noi vicino, si stanno ripercorrendo vecchi sentieri di campagna e di montagna, si torna nei cortili e sulle mulattiere alla ricerca di tutto ciò che ancora c’è e che va salvato e tutelato. Un fiore, una pianta, un seme e tutto questo è positivo. Non voglio più dunque pensare alle albicocche di cinquant’anni fa con nostalgia ma con una nota presente di un leggero calore ottimista e di una sana strigliatura agli organi. In molti abbiamo capito che è arrivato il momento di cambiare e di voltarsi per riscoprire e riportare il caos. Splendido disordine della natura. Il quadro, oggi, è mutato, così come è successo in altri campi culturali, perché salvare piante e frutti è indubbiamente un fatto di cultura. Il lavoro, grazie a qualcuno, da qualche anno è iniziato, sta a noi adesso andare avanti, aiutare chi ha dato il via alle operazioni, comunicare, cercare, salvare, difendere, perché il nostro passato aiuti questo presente ad diventare un futuro più giusto. Un giardino, un orto, una foresta alimentare con tante varietà naturali sono come un accordo di settima alla chitarra, armonioso, dolce e misterioso. Sono l’amore di chi ci ha donato ciò che abbiamo rischiato di perdere. Riscoprire è in fondo rivivere. Salvatore M. Ruggiero e questo suo libro, come aveva fatto prima di lui Tonino Guerra con il suo Orto dei Frutti Dimenticati, va esattamente in questa tanto auspicata direzione.''

https://vinoway.com/approfondimenti/attualita-wine-a-food/fatti/item/7904-fabrizio-salce-miglior-giornalista-enogastronomico-italiano-2020.html?fbclid=IwAR1KHhyxt3kVtEyK_NhOqM05nNQ90XaLK_LXJNdeyhiQAY0jfQQlJDgQpOI

  
Fabrizio Salce è giornalista enogastronomico, iscritto all'ordine italiano e svizzero, conduttore della trasmissione televisiva ''Agrisapori - il mondo che lavora in campo agricolo ed enogastronomico'' - distribuita su un Network di 150 televisioni locali. Ha anche collaborato con diverse strutture televisive italiane e straniere, tra cui Stream News, Stream Verde, Rai World, Rai Export, Gambero Rosso e Mediaset. Scrive per diverse riviste di settore e cura uffici stampa, segue servizi TV per ''Eat Parade'' e conduce una rubrica su Radio LatteMiele inerente alle manifestazioni enogastronomiche che si volgono nel nostro Paese.

giovedì 13 agosto 2020

Appunti sparsi dopo la visione del film ''Vanita' e Affanni'', 1997.

   ''Vanità e affanni'', titolo originale: ''Larmar och gör sig till'' è un film del regista svedese Ingmar Bergman realizzato nel 1997. Il titolo è preso dal ''Macbeth''' di Shakespeare, quinto atto, scena quinta, quando Macbeth dice: "La vita non è che un'ombra in cammino; un povero attore che s'agita e pavoneggia per un'ora sul palcoscenico e del quale poi non si sa più nulla. È un racconto narrato da un idiota, pieno di strepito e di furore, e senza alcun significato". "S'agita e pavoneggia" si traduce in svedese con "Larmar och gör sig till". Come al solito la traduzione italiana dei titoli dei film di Ingmar Bergman e' abbastanza discutibile. Dopo ''Fanny e Alexander''  nel 1982, il Maestro aveva dichiarato di non avere più intenzione di fare altri film, dedicandosi alla televisione e realizzando, prima di questo lavoro: ''Dopo la prova'' nel 1984 ed ''Il segno'' nel 1986. Ma non e' la prima volta che Ingmar Bergman smentisce se stesso. Le riprese del film si svolsero dall'ottobre 1996 al febbraio 1997 negli studi SVT di Stoccolma e nell'ospedale Ulleråkers di Uppsala. Il film fu prodotto per la televisione svedese e alla sua realizzazione ha partecipato anche la Rai. Forse i dirigenti della Tv italiana volevano farsi perdonare la brutta figura rimediata negli anni '60, quando chiesero al maestro di scrivere e girare un film sulla Passione di Gesu' Cristo e, dopo aver versato come anticipo la modica somma di 30.000 dollari, annullarono il contratto e lo assegnarono a Zeffirelli, autore della madre di tutte le passioni. La sceneggiatura del film riprende una pièce scritta dallo stesso Ingmar Bergman nel 1993, con l'omonimo titolo, inizialmente destinata solo al teatro. In un secondo tempo Ingrid Dahlberg, direttrice delle produzioni drammatiche della Sveriges, propone al regista di realizzare lo stesso progetto per la televisione. Il film e' stato anche presentato nel 1998 al 51 Festival di Cannes nella sezione ''Un Certain Regard'' Il film si divide in due atti, come un vero dramma teatrale. Anzi e' un bellissimo esempio del genere KammerSpielFilm di cui Ingmar Bergman e' maestro indiscusso. 

    Nel primo atto la vicenda e' ambientata e inizia in un ospedale psichiatrico di Uppsala, citta' natale del regista. Siamo nell'ottobre del 1925. Il primo personaggio è quello dell'ingegnere Carl Åkerblom di 54 anni. Il film si apre con l'immagine del protagonista che ascolta e riascolta col grammofono le note d'apertura dell'ultimo lied di Franz Schubert, ''Der Leiermann'' dal ''Winterreise''' che costituirà il leitmotiv di tutto il film. Il Royal Patent Office, l'Uffico Brevetti svedese gli ha appena rifiutato con una lettera letta dalla moglie il brevetto della "macchina da presa". La motivazione? E' già stata inventato nel 1866 da R. W Paul. Carl è ricoverato per ripetute crisi di furore. Durante una delle ultime ha tentato di uccidere la sua compagna, Pauline Thibault.  Siamo al cospetto di quello stesso zio Carl di ''Fanny e Alexander'', un doppio del vero  zio materno di Ingmar Bergman descritto nell'autobiografia ''Lanterna magica'', noto per i suoi fantasiosi progetti di inventore. Carl e' ossessionato dalla vicenda umana del musicista Franz Shubert, dalla sua musica e dalla sua morte immatura causata a soli 40 dalla sifilide. In un incubo gli appare "Rig-mor", un ambiguo e spaventoso clown bianco che impersona la morte e che continuerà a riapparirgli nel corso del film. Il secondo personaggio, ricoverato nella stanza di Carl, è il professor Osvald Vogler, strampalato marito di una donna ricchissima e sordomuta che verrà ben presto a portarlo via da lì. Vogler racconta a Carl la storia della contessina Mizzi, una bellissima e giovanissima prostituta viennese, mantenuta di un conte e finita suicida: nasce fra i due il progetto di realizzare, col finanziamento della moglie di Vogler, il primo film muto doppiato in diretta che avrà titolo "La gioia della ragazza Gioiosa" e che intreccerà l'ultima fase della vita di Shubert alla vicenda di Mizzi. Nel secondo atto siamo invece nei disadorni e poveri interni della ''lega della Temperanza'' nella cittadina di Granaes in Dalecarlia, contea a nord ovest di stoccolma, al confine con la Norvegia. Sono stati trasformati per l'occasione in una provvisoria e improvvisata sala cinematografica prima, in un set teatrale dopo. Fuori imperversa una tempesta di neve. E' per questo motivo che vengono venduti solo undici biglietti? Uno alla volta, mestamente e silenziosamente, arrivano gli sparuti spettatori. Bergman sottolinea l'autobiografismo presente nel film offrendo molti indizi. Curiosamente fra gli spettatori dello spettacolo allestito dallo zio Carl e' facile riconoscere personaggi e attori di altri suoi film precedenti: la maestra del film ''Luci d'inverno'' Märta Lundberg, la moglie del pescatore suicida sempre del film ''Luci d'inverno'' Karin Persso, una delle interpreti del film d'esordio ''Crisi'' Inga Landgré, l'interprete della giovane Karin nel film ''La fontana della Vergine'' Birgitta Pettersson. E alcuni dei suoi familiari piu' carila madre Karin interpretata dall'attrice Pernilla August e la nonna Anna Åkerblom interpretata dall'attrice Anita Björk. Infine il personaggio del proiezionista Petrus Landahl che è molto somigliante al maestro come appare nelle fotografie giovanili.

   Appena all'inizio del secondo atto, improvvisamente, Mia Falk, attrice e amante di Akerblom, lascia la compagnia. Quasi senza accorgersene Pauline, Carl, Vogler e il proiezionista Petrus Landahl, preparano comunque la proiezione del film. Carl mette fuori servizio la centralina in modo che la lampada ad arco possa funzionare. Ma poco dopo le prime sequenze scoppia un incendio, avventurosamente estinto dal coraggioso Landahl. La compagnia unita nell'amore per l'arte e per il proprio lavoro, per non deludere il piccolo pubblico e, probabilmente, anche per non rimborsare i biglietti, decide di continuare il film come opera teatrale. Alla fine della rappresentazione e solo dopo i convenevoli di rito gli spettatori vanno via. Il successivo arrivo della polizia, dopo l'ennesima apparizione di Rigmor a Carl che forse medita il suicidio, riporta Vogler in manicomio.

   Alcuni temi del film sono i temi ricorrenti della cinematografia di Ingmar Bergman. I fantasmi e i luoghi dell'infanzia, insieme ai personaggi che l'hanno animata ed influenzata: lo zio Carl, la madre, la nonna. Il valore universale e salvifico dell'Arte. Il rapporto, alcune volte conflittuale alcune volte osmotico e complementare, del cinema col teatro. Il sesso. Le origini del cinematografo. La morte, rappresentata dal clown Rigmor. Il dolore della malattia, la follia e il manicomio. Tra i ricoverati dell'ospedale appare in un cammeo anche lo stesso regista, e' l'uomo alto e magro in piedi contro la parete fuori della stanza di Carl Åkerblom. Infine, la musica. Ingmar Bergman fa in molti dei suoi film un uso fondamentale della colonna sonora, attribuendo alle musiche che predilige, di Bach, di Mozart, di Chopin e altri compositori tra i piu' grandi, un ruolo centrale, quasi cardinale. In piu' non e' un mistero che fosse ''ossessionato'' dalla musica, era affascinato dalla ricerca delle radici storiche della musica, conduceva personalmente delle ricerche per riuscire a scoprire da dove la musica provenisse.

   La sceneggiatura del genio di Uppsala e' di ferro, anzi, di piu'. L'intrepretazione di tutti gli attori bergmaniani, capeggiati dal decano Erland Josephson magistrale. 

   Film da vedere e rivedere. 

  Per chiudere, il mio stato d'animo dopo la visione riassunto eloquentemente in una battuta dello stesso film. ''Non sto naufragando... sto risalendo!''


mercoledì 29 luglio 2020

Pasquale C, Cherubino Coreno, la gazza e il parmigiano.

Metto qui un racconto tratto dal mio libro 
''Storie di Briganti Ciociari e Altri Racconti''.


Pasquale C, impiegato postale sulla settantina ormai in pensione, non si era mai sposato, viveva da solo nella vecchia casa di famiglia “agliu Ceoso[1]”; la casa in cui aveva abitato fin da piccolo con la madre, il padre e l'unica sorella, prima che quella si sposasse; la casa nella quale (si vantava e lo fa ancora) era nato il suo predecessore più illustre, tale Cherubino Coreno, grande musicista e talentuoso flautista, anzi maestro di stromenti di fiato presso il Conservatorio di Santa Maria di Loreto a Napoli dal 1749 al 1762 e - pare - ospitato anche alla corte dei Borbone, dove insegnò lo strumento al rampollo dei reali. Cherubino, il parente più noto di Pasquale, nacque a Coreno nel 1706 e morì nel 1764. In realtà non si sa con certezza se la casa di Pasquale C fosse davvero quella in cui nacque Cherubino, ed è ancora in corso una accanita disputa con la famiglia dei vicini che vorrebbero l'esclusiva delle origini e della parentela più stretta. Ma tant'è, in assenza di prove certe e, soprattutto, definitive qualcuno ha pensato bene di apporre due targhe sulle due pareti di due case diverse ma contigue e così la faccenda è stata risolta e archiviata salomonicamente ma con approssimazione tutta paesana. In realtà Pasquale C era tornato ad abitare nella vecchia casa di famiglia in pieno centro storico poco prima che andasse in pensione, avendo passata buona parte della sua vita lavorativa in giro per l'Italia. Non aveva mai chiesto il trasferimento all'ufficio 51 postale del suo paese nativo, pure avendone maturato da anni il pieno diritto, forse per una questione di riservatezza personale oppure perché, pretendendo di conoscere bene i suoi compaesani, preferiva tenersi fuori da eventuali beghe. Da un po' di tempo Pasquale C aveva preso l'abitudine, in primavera, di uscire dal suo studio buio e polveroso e andarsene a leggere in terrazzo, dove aveva allestito un confortevole buen retiro; un paio di sedie sdraio di plastica da giardino, una per se e una per un eventuale ospite che però non arrivava mai. Era un solitario per scelta di vita e si guardava bene dall'invitare qualcuno a casa sua. Praticamente l'unico ospite che avesse regolare e legittimo accesso alla casa era la donna di servizio che una volta la settimana varcava la soglia di pietra viva e diventava l'unico abitante della casa per tre ore. L'unico abitante perché, nel frattempo Pasquale C usciva per sbrigare qualche commissione e tornava solo dopo che quella, terminate le faccende e ritirata la busta del salario lasciata nel vuota-tasche all'ingresso, era già uscita. Quattro sedie, sempre bianche e di plastica e sempre da giardino, terminavano quell'arredamento rabberciato sul terrazzino, disposte ordinatamente attorno a un tavolinetto, anch'esso bianco di plastica e da giardino, messo lì per appoggiarci qualche bibita e i libri, proprio sotto a un ombrellone da mare, perennemente chiuso, che Pasquale C apriva solo in piena estate per ripararsi dal solleone. E proprio lì, sul suo bel terrazzino arredato, che un bel giorno, inaspettatamente, avvenne un fatto straordinario, destinato a cambiare il corso regolare anzi, perfino monotono, della vita da pensionato solitario e un po' misantropo di Pasquale C. L'uomo fece amicizia con una gazza. La gazza o gazza ladra (Pica pica, secondo la denominazione di Linneo) è un grosso uccello bicolore della famiglia dei corvidi. Una volta era molto comune, ma stazionava solo nei boschi e nelle zone montane, da qualche anno, invece, si è molto diffuso anche all'interno del centro abitato, e i suoi numeri sembrano aumentati esponenzialmente, forse perché sottratti alla caccia intensiva di un tempo. Il fatto strano, anzi le due cose strane, nel nostro caso, sono che nel dialetto del mio paese quell'uccello si chiama proprio pica; è bicolore, nero e bianco, proprio come i colori sociali della Juventus, squadra per la quale Pasquale C ha fatto un tifo sfegatato fin da bambino. Ebbene, da quando per la prima volta, con simpatia era stato accolto da Pasquale C sulla terrazza della sua abitazione, in un bel pomeriggio di primavera, uno di quelli col cielo sereno, solo un po' screziato di nuvole, e il primo caldo, per i quattro o cinque anni successivi, l'uccello aveva continuato ad andarci tutti i giorni, dopo pranzo, alla stessa ora. Quando Pasquale saliva sulla loggia a leggersi il giornale e i suoi libri e a godersi un bel po' del tiepido sole di collina, meritato dopo i rigori invernali. Per tutti i mesi della primavera e anche per quelli estivi successivi, da aprile a settembre inoltrato, la pica arrivava dall'alto con una specie di frullo quasi impercettibile, planando sul muretto di cinta del terrazzino dove Pasquale C divorava avidamente i suoi libri di filosofia o di storia. A parte un primo attimo di stupore, Pasquale C non aveva mai manifestato disappunto per le incursioni dell'uccello, per la verità un po' indiscreto e invadente, col passare dei giorni anzi, aveva scoperto che gli piaceva proprio essere interrotto, l'arrivo puntuale dell'uccello gli consentiva di tirare il fiato, di chiudere il libro, e pensare addirittura che avesse finalmente un vero ospite da accogliere. I due, messa da parte una naturale diffidenza iniziale, erano diventati veri amici e, addirittura, parlavano fra loro, Pasquale C con le parole, l'uccello col becco, con le ali e con gli sguardi. E il bello è che i due, pur non parlando la stessa lingua, avevano finito per capirsi, ognuno dei due riusciva a intendere perfettamente quello che l'altro voleva dire. Quando la pica ebbe preso definitivamente confidenza col suo nuovo amico umano, col suo ospite, saltava dal muretto all'avambraccio di Pasquale C e prendeva a becchettare le pagine del libro che il suo aveva in mano, come volesse girarle da sola per passare più rapidamente alla successiva. Allora Pasquale C si faceva fintamente più serio e intimava all'uccello di smetterla, la gazza come se capisse di aver esagerato la smetteva davvero e aspettava paziente che Pasquale C interrompesse spontaneamente la sua lettura e le offrisse del cibo. Pasquale C aveva abituato troppo bene la gazza, l'aveva viziata, perché ogni giorno preparava per lei e le faceva trovare delle vere e proprie prelibatezze. Arrivò perfino ad offrirle delle scaglie del formaggio di forma più pregiato, parmigiano o anche grana, che la pica mostrava di gradire molto, manco fosse un topo. Quando i pezzi di formaggio che Pasquale C offriva alla pica erano piccoli, quella li inghiottiva avidamente, ma quando erano un po' più grandi del solito li beccava ma senza mangiarli, li portava via, si librava in volo e tornava solo dopo qualche decina di minuti. Pasquale C aveva pensato che, non troppo lontano da lì, la pica avesse un nido con dei pulcini, oppure un compagno, o entrambi e con essi divideva il cibo avuto in dono dal suo amico. Un anno, in primavera, Pasquale C aveva da poco ripreso a salire in terrazza, ma la gazza non si presentò. Dopo un primo attimo d'iniziale sconforto, Pasquale C sembrava rassegnato a non vederla più atterrare dall'alto sul muretto della sua loggia e solo ogni tanto interrompeva la sua amata lettura, si metteva il libro sul grembo e guardava in alto; sperava di scorgere la sua pica in volo sopra la sua testa. Aveva nostalgia del suo amico uccello. Alla fine aveva pensato che fosse morto di vecchiaia, sebbene non avesse idea di quanto lunga fosse la vita di un uccello di quella specie, oppure che fosse rimasto vittima di qualche cacciatore senza scrupoli. La caccia non da più carnieri pieni come una volta e c'è sempre qualche cacciatore da strapazzo che arriva a sfogare la sua rabbia anche contro uccelli non commestibili. La pica non sarebbe più tornata! L'anno dopo, in primavera, appena l'aria aveva preso a farsi più tiepida, Pasquale C aveva di nuovo allestito il suo salottino pensile e tutti i giorni saliva a leggere i suoi libri. Un bel giorno era salito in terrazza e lo aveva letto con una specie di piacevole presentimento, senza sapere come, né perché, aveva ripensato alla sua gazza ed aveva immaginato che quel giorno stesso l'avrebbe rivista. E così fu! Mentre se ne stava lì a leggere, scoprendosi distratto, svogliato, come se pensasse ad altro, a qualcosa che doveva avvenire, ecco da lontano la sagoma bicolore della sua gazza e il frullo delle sue ali che sentiva sempre quando quella atterrava a casa sua. Ma stavolta la scena fu diversa. La gazza con gli occhi vispi atterrò sul muretto della loggia e si piegò su un lato, come se una zampetta non avesse retto più il suo peso. Pasquale C la prese tra le mani, cercando di scoprire da cosa fosse stato determinato quel movimento strano, girando l'uccello tra le mani e tendendone le ali e le zampette alla ricerca dell'evidente problema si accorse subito che uno degli arti dell'uccello doveva aver subito una frattura e l'ossicino si era rimarginato male, compromettendone per sempre l'atterraggio e lo stazionamento. La pica, secondo l'attendibile ricostruzione di Pasquale C, doveva essere rimasta vittima di una tagliola o dei pallini di piombo di un cacciatore di frodo, ma era riuscita, benché ferita, a scappare e a fare ritorno al suo nido, dove si era curata da sola ma era rimata oltraggiata nell'arto. L'anno dopo era tornata dall'amico, come avesse intuito che quello era stato in pensiero per lei, non lo aveva dimenticato, sapeva che Pasquale C l'avrebbe aspettata, non si sarebbe rassegnato alla sua assenza, che l'avrebbe accolta ed accudita ancora. E così era stato! Ancora oggi, dopo una dozzina d'anni dalla prima volta, e ad un lustro dall'incidente, la pica in primavera torna sul terrazzino della casa di Pasquale C (e del suo avo Cherubino Coreno), che la accudisce e le regala i suoi cibi raffinati, le sue scaglie di parmigiano, il suo formaggio preferito. La gazza, tiene sempre per sé le più piccole e porta, invece, le grandi ai suoi pulcini e al suo compagno.



martedì 18 febbraio 2020

Se chiudono i negozi chiude l'Italia.

   Lo scenario che qualcuno aveva largamente preconizzato alla fine degli anni '80-'90 si sta largamente, velocemente e inesorabilmente realizzando: la desertificazione delle attività commerciali in Italia appare un fenomeno in continua accelerazione, e potrebbe portare – secondo le stime della Confederazione – alla scomparsa dell’intera rete dei negozi nel nostro Paese già nell’arco dei prossimi 10 anni. SIC! 

(Un paese "abbandonato" Sermoneta, LT e la sua Loggia dei Mercanti sono l'emblema della crisi del commercio e dei piccoli centri)

   Ma il fatto grave è che il problema non viene affrontato praticamente da nessuno. Le associazioni di categoria finora si limitato a dare l'allarme, allarme che non viene raccolto da nessuno: non dal Governo centrale, non dai governi regionali, non dalle amministrazioni locali. Come ormai accade da molti anni anche questo problema viene considerato ineludibile, irrisolvibile, quindi resta lì come un dato di fatto, incancrenendosi, senza che nessuno faccia qualcosa di concreto.
   E' ovvio che la crisi delle attività commerciali rappresenta anche la crisi delle nostre città e, soprattutto, dei nostri paesi. L'Italia dei paesi, l'Italia dei piccoli e medi centri (ce ne sono più di 5000 su tutto il territorio nazionale), l'Italia che sopravvive da 1000 anni secondo questa organizzazione socio-ecomonico-culturale è inesorabilmente sul viale del tramonto?  
   Secondo quanto rileva l’Osservatorio Confesercenti si. Infatti, nei primi 4 mesi dell’anno ha aperto un solo negozio ogni tre che hanno cessato l’attività circa. Complessivamente, la distribuzione commerciale ha registrato la chiusura dall’inizio del 2013 di circa 21.000 imprese, per un saldo negativo di 12.750 unità. Se si dovesse continuare così, stima Confesercenti, alla fine del 2013 avremmo perduto per sempre circa 43.000 negozi. “Se l’accelerazione delle chiusure dovesse continuare anche nei prossimi mesi – spiega Confesercenti – perderemo la totalità delle imprese del commercio al dettaglio già nel corso dei prossimi 10 anni. E’ un’emergenza sociale, economica ed occupazionale insieme: se si considera che, mediamente, ogni impresa del commercio occupa tre persone, rischiamo di far crescere la disoccupazione di oltre 120mila unità entro la fine del 2013. Un dato che dimostra ancora una volta che l’Italia non può permettersi la catastrofe del settore commerciale: il conto sarebbe troppo salato”. 
   “C’è quindi bisogno – è l’appello della Confederazione – di interventi urgenti per facilitare la tenuta delle aziende. Occorre, da un lato, un intervento sulle tasse che schiacciano le imprese e sulle regole di mercato, per evitare distorsioni della concorrenza, così come una maggiore disponibilità di credito per le PMI e una profonda semplificazione burocratica. Dall’altro, è più che mai necessario un alleggerimento della pressione fiscale che grava sui consumi delle famiglie. Per questo, riteniamo essenziale evitare l’ulteriore aumento dell’aliquota IVA al 22%: avrebbe un effetto depressivo sui consumi, già in crollo dal 2012, e non produrrebbe gettito aggiuntivo per lo Stato. Piuttosto, sarebbe opportuno, al maturare delle condizioni, impegnarsi a riportare l’aliquota IVA al 20%.”. 

   La più che documentata crisi del commercio, in Sicilia ha portato già al record di chiusure. A Roma spariscono 790 negozi. Ma la crisi della distribuzione commerciale tradizionale ormai si estende a tutto il Paese, senza eccezioni. Dalle gradi città ai piccoli paesi. E in tutte le regioni si mostra un saldo negativo nelle imprese del commercio. I picchi peggiori si registrano in Sicilia – dove il saldo negativo è di 1.557 imprese – e in Campania, dove hanno cessato l’attività, senza essere sostituiti, 1.470 negozi. Seguono, nella classifica dei peggiori risultati, Lombardia (-1.263), Lazio (-1.033) e Piemonte (-1.019). Tra le province, invece, spicca il risultato di Roma: nel primo quadrimestre, la Capitale ha visto chiudere per sempre 790 negozi di vicinato, il 76,5% del totale degli esercizi perduti nel Lazio. Un saldo negativo record, pesantemente influenzato dal boom di cessazioni nella città (1.394). Al secondo posto, per chiusure, la provincia di Napoli, dove hanno cessato l’attività 1.363 imprese del commercio, per un saldo negativo complessivo di 632 unità. Seguono, nella top 5 delle città che hanno registrato i risultati peggiori, Torino (-542 negozi), Palermo (-359) e Milano (-348). Servizio di vicinato, dunque, sempre più a rischio per le fasce sociali più deboli. Dai dati dell’Osservatorio Confesercenti emerge che, sempre nei primi mesi dell’anno, la contrazione del servizio di vicinato si accompagna all’aumento della popolazione residente sopra i 65 anni, per i quali la disponibilità dei negozi sotto casa è un fattore determinante nella qualità della vita, perché permette spostamenti più brevi e meno gravosi per gli abitanti più anziani: nei Comuni con una incidenza dell’indice di vecchiaia superiore alla media nazionale si rileva, infatti, un saldo negativo delle attività commerciali pari a 7.209 unità, di cui 839 riguardano il dettaglio alimentare (mentre hanno chiuso per sempre 5.541 esercizi commerciali nei Comuni con una incidenza dell’indice di vecchiaia inferiore alla media nazionale). 
   Al momento, l'unica nota positiva è che reggono la crisi delle chiusure i comuni litoranei: contro la crisi sembra valere il sodalizio tra Turismo e Commercio al dettaglio. I comuni litoranei resistono al fenomeno della desertificazione urbana rispetto ai comuni dell'entroterra: si registra, per i primi, un saldo negativo di 4.318 negozi di vicinato a fronte di un record di chiusure di 8.432 per i secondi. L’impatto del turismo sui comuni litoranei fa da traino, evidentemente, alle attività commerciali, dimezzando il trend negativo di chiusure.
   Allora, probabilmente, proprio da questo dato bisogna ripartire per cercare delle soluzioni al problema. 
   Chissà che non bisognerà (ri)cominciare a pensare al turismo (con tutto quello che esso significa in termini di agricoltura, cultura, storia, arte, gastronomia, enologia e tipicità dei prodotti) come rimedio ai tanti problemi economici, sociali e culturali che assillano da anni il nostro Bel Paese e che l'industrializzazione selvaggia e assistenziale della ex-CaMez non è mai riuscita a risolvere? 
   E chissà se quelli che oggi salutano e festeggiano entusiasticamente l'apertura dell'ennesimo (inutile) centro commerciale, oppure che fanno shopping on line, sono gli stessi che domani avranno paura a passeggiare per le strade buie e senza illuminazione delle loro città deserte? 
Meditate gente! Meditate! 

smr

sabato 25 gennaio 2020

Quando... non c'è limite al dolore.

   Non c'è limite al dolore. Ci sono dolori che sembrano senza limite. Esistono dolori ai quali pare impossibile sopravvivere; che sembrano umanamente impossibili da superare. Tenta di soccorrerci la scienza, la biologia in particolare: l'essere umano, infatti, pare creato per superare i suoi limiti, anche i limiti umanamente sopportabili di dolori che improvvisamente appaiono insopportabili e, di conseguenza, insuperabili. Ecco spiegato perché il dolore non ci uccide. Ecco perché, anche quando il dolore sembra (o realmente lo è) insopportabile, anche quando il dolore sembra insuperabile, noi riusciamo, attraverso risorse inusitate, insperate, che nemmeno sospettavamo di possedere, prima a sopportarlo, poi addirittura a superarlo. La psicologia, la scienza dell'animo umano, per spiegarcelo, ha creato un concetto particolare, una nozione nuova su un sentimento antico come il primo uomo, spiegandoci che si tratta di Resilienza: cioè della naturale, spontanea, quasi meccanica capacità di un individuo di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà; della abilità, perché in realtà di questo si tratta, di riuscire a ricostruire la propria vita, riorganizzandola sulle macerie lasciate dalle difficoltà. Tuttavia mi pare il caso di rilevare come nessuno di noi sia in grado di conoscere la propria Resilienza ex-ante. Quale sia la reale capacità della nostra Resilienza, quale possa essere la nostra risposta, lo scopriamo solo ex post, dopo aver subito il trauma. Ergo, per capire quale sia la nostra capacità reale di reagire al trauma e al dolore che ne consegue dobbiamo essere messi alla prova; dobbiamo essere le vittime di un trauma doloroso. Così appare ovvio che anche per me sia stato così. Sono passati due anni dalla mia ultima esperienza di dolore; dal mio dolore più grande: la morte della mia compagna di vita. Era il 23 gennaio del 2018, ora siamo arrivati al 23 gennaio del 2020. Posso dire di essere sopravvissuto al trauma e al dolore. Non c'era (non c'è) limite al mio dolore. Non c'era (non c'è) nessuno e niente al mondo che apparisse in grado di alleviarlo. Mi pareva che da un momento all'altro il mio cuore, gonfio di dolore, potesse scoppiare. Non c'era medicina, non c'era farmaco, non esisteva una panacea. C'erano solo palliativi. Capivo solo che fino a quando io fossi stato in vita anche lui, anche il dolore, sarebbe stato con me, sarebbe rimasto con me, al mio fianco, nella mia testa, nel mio cuore gonfio; percepivo che non mi avrebbe mai abbandonato; preconizzavo che mi avrebbe accompagnato, come un muto compagno di strada, forse per sempre. Ed era, anzi è così. Il dolore che c'era, c'è ancora, c'è sempre. Solo che si è trasformato, è mutato, ha cambiato forma. Ora cerco perfino di descriverlo. Di descrivere questo suo mutamento. Finendo quasi per riuscirci. Proprio in questo mi ha aiutato e mi aiuta la scrittura. Con la scrittura, e dalla scrittura del dolore e dell'amore, prendono forma le mie poesie. Poesie d'amore e di dolore, appunto. Per me l'unico lenimento del dolore, della morte, della perdita. Come questa, la mia ultima: "Quando (a Patrizia)". Nella quale rivivo,  descrivendolo a mio modo, il momento della morte di Patrizia, facendo ricorso a molteplici riferimenti metaforici volontariamente alterati, iperbolici, quasi metafisici. Tutti tendenti, univocamente, alla descrizione della enorme drammaticità dell'avvenimento, ma misura e specchio, accompagnati da particolari realistici che a volte diventano iperrealistici, dell'enorme trauma e del dolore incommensurabile che per me ne conseguirono.    



Quando (a Patrizia)
Quando Patrizia morì
la luce si spense e
si fece buio in cielo,
da qui fino all’altro
lato della galassia e
silenzio intorno a
tutto l’universo,
per quasi mezz’ora.
Poi ci fu un improvviso lampo
nero che nessuno vide ma
tutti ne sentirono il rumore.
Quando Patrizia morì
fu come quando l’Agnello
aprì il settimo sigillo,
e ai sette angeli, dritti
davanti a Dio, furono date
sette trombe, che
però non suonarono:
erano rimasti senza fiato.
Quando Patrizia morì
il dolore fu grande
e tutti piansero:
chi la conosceva pianse
insieme a chi non la
conosceva. Pianse il
marito (piansi io)
piansero i figli
pianse la madre e
piansero i fratelli.
Piansero gli amici e
tutti i santi in paradiso.
Tutti versarono inconsolabili
lacrime salate.
Quando Patrizia morì
il sole si fermò e con lui
si fermò la luna. Le stelle
si fermarono e tutti gli astri
in cielo e s’interruppe un
corso di millenni. In terra
tutte le strade si mischiarono
e le discese divennero salite
e viceversa. In mare i pesci
annegarono nella loro stessa
acqua e gli uccelli in volo
caddero stecchiti.
Gli orologi si fermarono
sui polsi, non serviva
scuoterli, le lancette si
staccarono dai quadranti.
Quando Patrizia morì
nei prati l’erba smise
di crescere e i fiori
si rifiutarono di sbocciare
fino alla primavera dell’anno
dopo, gli alberi si seccarono,
le piante appassirono,
anche quelle grasse sul suo
balcone avvizzirono, tutti
i colori sbiadirono e i suoi
abiti colorati stinsero.
Tutto divenne grigio.
Quando Patrizia morì
non vennero le olive e
non si fece l’olio, non venne
l’uva e non si fece vino,
il grano non fece più spighe
quella estate e i fornai non
impastarono pane. Le api
smisero di fare miele.
Perfino l’acqua smise di
scorrere nei rivoli e tutto
quello che era in bilico crollò.
Quando Patrizia morì
i musicisti smisero di
fare musica, i pittori
di dipingere, le ballerine
di danzare, gli attori
di recitare, i mimi di
mimare, i poeti di declamare
i loro versi, i maestri
di fare scuola, i preti di
dire messa, i muratori di
fare case, gli avvocati di
perorare le loro cause
nei tribunali, i giudici
non emisero più sentenze.
Quando Patrizia morì
gli aratri smisero di arare
e i buoi liberati dal giogo
scapparono nei campi muggendo,
i contadini riposero le vanghe
e incrociarono le braccia.
Le mucche non fecero più latte
e le api smisero di fare miele.
Quando Patrizia morì
i quadri a casa sua si
staccarono dai muri e le
cornici rimasero vuote.
Le penne Bic finirono
l’inchiostro e furono
buttate nei cestini, i
fogli di carta rimasero
bianchi nei quaderni.
I motori si spensero,
le auto in panne.
Quando Patrizia morì
gli infermieri piansero
tristi nelle corsie d’ospedale,
mentre i medici ammutoliti
presero a recitare il
loro mesto “mea culpa”;
con loro c’era la medicina
impotente e la scienza. Ché
con lei tutti erano stati
colpevoli o impotenti.
Quando Patrizia morì
in tutto il mondo solo
il cancro, che con troppo
zelo aveva svolto il suo
compito, pareva soddisfatto.
Dopo il lavoro sporco
era corso dal Padrone
per intascare il premio
pattuito, ma non trovò nessuno.
Nessuna risposta ebbero le sue
richieste, le sue invocazioni
non furono ascoltate, nessun
premio, nessuna ricompensa.
L’orrenda malattia era rimasta a
mani vuote, dimostrò interamente
la sua vacua inanità. Aveva
fatta sua un’altra vittima
impotente; aveva solo ucciso,
inutilmente, l’ennesimo innocente.
(smr)

Coreno A. 23/01/2018-2020

mercoledì 1 gennaio 2020

Il Futuro è adesso!


Quando, nel lontano dicembre del 1968, uscì nelle sale il film di Kubrik "2001 Odissea nello spazio", avevo 11 anni.



Il 2001 preconizzato in quel film mi sembrava una data lontanissima, irrealizzabile, quasi irraggiungibile, eppure non solo l'abbiamo raggiunta, ma molte delle cose previste dal visionario regista si sono realizzate.
Ieri ho rivisto per l'ennesima volta una dei miei film di culto (esclusi quelli di Ingmar Bergman, naturalmente) "Blade Runner", uscito nel 1982, tratto da un racconto di P.Dick diventato celeberrimo "Il cacciatore di Androidi", ma ambientato nel futuro distopico di una Los Angeles irriconoscibile dell'anno 2019. Quello che ci siamo appena lasciato alle spalle.



Oggi siamo al 1° gennaio del 2020, si inizia il terzo decennio del terzo millennio. Per vivere e verificare un nuovo, strepitoso futuro non ci resta che aspettare il 2049 e vedere se si saranno realizzate le scene immaginifiche del sequel di "Blade Runner", quello ambientato nel 2049.



E intanto, mentre giochiamo con le date di un futuro prossimo venturo, che appare ancora lontano ma che per molti di noi (forse) arriverà, godiamoci questa nuova, ennesima alba sulla nostra vita. 



IL FUTURO E' ADESSO!

(smr)