sabato 27 ottobre 2012

Chardonnay di Planeta


 

Colore   Giallo dorato con vivacità  di riflessi verdi. Io amo dire che è oro fuso.
   
Naso Ricco, potente e intenso. Profumi di pesca, di mela Golden, fichi bianchi, crema di vaniglia, meringa. Con note accentuate di nocciola e con sentori di miele di zagara. Il legno, che non è affatto timido, e comunque ben bilanciato. Mai esuberante.
   
Palato Morbido, rotondo, energico, pieno, potente. Ma equilibrato, e caratterizzato da una buona acidità, da una fresca e sincera sapidità e da consistenti estratti aromatici.   
 




L'avevo assaggiato una decina d'anni fa, in una cena territotiale abbastanza robusta: peperoni e melanzane ripiene, selvaggina stufata, affettati e crostini spalmati di formaggi cremosi stagionati; l'ho riassaggiato di recente in un abbinamento più "progressista", nient'affatto tradionale e scontato, direi anzi azzardato: pasta con ragù di lepre, un filetto di vitello al pepe rosa, anche quì affettati e formaggi.    



Il giudizio non solo non si è ridemenzionato ma si è addirittura rafforzato.


Lo Chardonnay di Planeta è vino potente, dalla forte personalità, che si accompagna bene a cene dal menu tradizionale ma capace anche di consentire abbinamenti innovativi. Giudizio finale: ECCELLENTE!        













martedì 16 ottobre 2012

La lettera che Stanley Kubrik scrisse a Ingmar Bergman.


Traduzione:

9 Febbraio 1960
Caro Signor Bergman,
lei ha sicuramente ottenuto consenso e successo in tutto il mondo tali da rendere queste righe alquanto superflue. Ma per quanto possa valere, desidero aggiungere la mia ammirazione e gratitudine come suo collega per il celeste e brillante contributo che lei ha dato al mondo del cinema
(Non sono mai stato in Svezia e quindi non ho mai avuto il piacere di vedere i suoi lavori teatrali).
La sua visione della vita mi ha commosso profondamente, molto più di quanto io sia mai stato commosso da qualsiasi altro film.
Credo che lei sia il più grande regista all'opera oggi.
Oltre a questo, mi lasci dire che lei non ha rivali nella creazione di uno stato d'animo e di un'atmosfera, nella sottigliezza delle interpretazioni, nell'evitare l'ovvio, nella verità e completezza dei suoi personaggi.
A questo si deve anche aggiungere tutto il resto che occorre mettere nella realizzazione di un film.
Credo che lei sia benedetto da attori meravigliosi. Max von Sydow e Ingrid Thulin vivono distintamente nella mia memoria, e ce ne sono molti altri nella sua compagnia d'attori di cui ora mi sfuggono i nomi.
Auguro a lei e a tutti loro la più grande fortuna, e aspetterò con ansia ciascuno dei suoi prossimi film.
I miei migliori saluti,
Stanley Kubrick

et quelle ...lettre! 
Stanley Kubrick scrisse questa lettera zampillante di lode nel 1960 per l'uomo che considerava "il più grande cineasta oggi al lavoro", e al quale ha poi attribuito una grande influenza sul suo lavoro: Ingmar Ernst Bergman. 
Da tener presente che Kubrick aveva 31 anni all'epoca e doveva ancora produrre alcuni dei suoi capolavori (aveva girato, però, "Il bacio dell'assassino"; "Rapina a mano armata", "Orizzonti di gloria", e stava lavorando alla post-produzione di "Spartacus", dopo che era subentrato nella regia a Antony Mann)  mentre Bergman aveva già dieci anni più di lui, ma anche lui era "giovane": aveva solo 42 anni, ma con qualche capolavoro in più nel carniere. 
Resta un attestato di stima meraviglioso e - perchè no? - anche di riconoscenza incondizionata per il regista che considerava un Maestro.
Si, perchè, Kubrik studiò il cinema di Bergman e anche quello di Viktor Sjostrom, che Ingmar Ernst considerava suo maestro.
Una curiosità: la scena, forse, la più famosa girata da Kubrik, quella di "Shining", nella quale il protagonista ormai impazzito sfonda a colpi d'ascia la porta dietro la quale si è barricata la moglie atterrita, è presa pari pari dal film, capolavoro del grande maestro svedese, "Korkarlen" ("Il carretto fantasma", 1929). 

La lettera è esposta alla mostra su Ingmar Bergman al deutsche Kinemathek Museum di Berlino.




smr

sabato 13 ottobre 2012

I marsigliesi, i molluschi e gli ...indifferenti.







Io, non conoscendoli, quindi per puro pregiudizio, ritenevo i marsigliesi soltanto grandi consumatori di abbondanti "buiallabaisse".
Ho dovuto ricredermi.
Quando ho appreso che chiamano i molluschi guasti: "endifferents".
Che significa, appunto, ...indifferenti.
Indifferenti all'acido citrico contenuto nel limone che ci spremono sopra.
In pratica, se loro aprono un mollusco - poniamo che sia un'ostrica - e quello fosse vivo e fresco, si muoverebbe, reagendo al succo di limone; se, viceversa, fosse guasto o, addirittura, morto, direbbero che è: "endifferent" (indifferente), perchè non si muove, non reagisce.
Applicando la stessa regola agli uomini (e questo è il bello della storia) loro ritengono che una persona indifferente, che non reagisce, è guasta, quindi morta.
Morale: pare quasi che i marsigliesi abbiano letto Bergman e ne abbiano appreso e fatto loro il suo profondo insegnamento:
"La cosa peggiore è l'indifferenza; il peccato peggiore è l'omissione, il disimpegno."
Buona buillabaisse!

smr

venerdì 12 ottobre 2012

Il miracolo della luce nei quadri dei fiamminghi.

(La lattaia o La donna che mesce il latte, di Vermeer)


Avete mai notato che nei quadri dei grandi fiamminghi la luce proviene quasi sempre dal lato sinistro?
Vi siete mai chiesti il perchè?
E se la risposta a queste due prime domande è si, siete riusciti a darvi una terza risposta plausibile senza consultare libri d'arte?
Che lo abbiate fatto o no, la risposta è semplice!
Semplice perchè logica.
Basta solo fare mente locale, osservare attentamente i quadri in discussione, regolare un abbozzo di ragionamento e conoscere un po i posti in cui quei meravigliosi pittori operavano.
Nel 17° secolo non c'era, ovviamente, la luce elettrica.
Il pittore, che doveva lavorare necessariamente con la luce naturale, andava nel suo studio, presumibilmente nelle ore della tarda mattinata, quando la luce del sole, o almeno del giorno, cominciava a filtrare dalle finestre e proseguiva il suo lavoro fino al primo pomeriggio, al meglio! (ricordiamoci che l'Olanda è abbastanza alta e d'inverno fa notte molto prima) che da noi.
Era logico, quindi, che sfruttasse la luce naturale migliore, che in quelle ore proviene da sud, quindi dal lato sinistro.





Ho provato, senza riuscirci, a descrivere così quei miracoli di luce nel mio:
"Il racconto della donna che mesceva il latte", il racconto d'apertura della raccolta:
"Le Stagioni della lattaia".

.... "Mentre la donna che mesceva il latte attendeva al suo lavoro, gli ultimi raggi di sole prima del tramonto, fattisi ormai tiepidi, penetravano nella stanza.
E, irrompendo, quasi di forza, dalla finestra, trapassavano da sinistra la scena che vi si svolgeva.
Nel cucinino della lattaia, ancora prima che fuori, anche quell’altra lunga giornata estiva morente stava cedendo il suo posto al crepuscolo – pigramente, quasi con riluttanza.
Gli ultimi bagliori dorati del sole, che all’esterno disponeva perché il riverbero d’ogni suo singolo raggio andasse ad incendiare un tetto del paese, circonfusi nell’angusto locale, contribuivano a creare un’incantevole atmosfera rarefatta - uno sbalorditivo drammatico effetto di luci e ombre.
Un’aura irreale, quasi metafisica, avvolgeva l’ambiente e tutto ciò che, animato o inanimato, vi si trovava al momento.
Era come perdere gli occhi in uno spettacolare caleidoscopio; come mirare nella stessa camera oscura del pittore."

smr

martedì 9 ottobre 2012

9 Ottobre 1963: la tragedia del Vajont.






La tragedia del Vajont raccontata nella "Piccola storia n. cinque: Alessandro il funaio che somigliava a Nero Wolfe"; uno dei protagonisti della mia raccolta di racconti: LE STAGIONI DELLA LATTAIA.



"Nell’autunno del ’63 fummo tutti scioccati dalla tragedia del Vajont. 
La catastrofe ci colpì forse più di altri - aveva cancellato un villaggio grande, più o meno, come il nostro. 
1910 morti in quattro, interminabili, minuti d’orrore. 
Tutti, indistintamente, avevamo negli occhi, nella testa, e nel cuore, le immagini raccapriccianti dell’immane disastro che vedevamo in TV. ...
Un pomeriggio tardi, di quello che per noi fu un mite ottobre, Alessandro stava, come al solito, seduto sotto casa a lavorare. 
Intorno alla sua postazione s’era formato spontaneamente un capannello di persone. 
Cosa che avveniva anch’essa di solito. 
Lui, mal sopportando la sequela ininterrotta di banali commenti, che ripetendosi da giorni, era costretto, suo malgrado, a sopportare, interruppe per un attimo il lavoro e sbottò all’improvviso.   
- “Bastava non farla proprio lì quella fottutissima diga. Perdio!” 
disse contundente. 
Così - feroce e spiazzante - ancora una volta aveva fulminato tutti. 
Poi, come non fosse successo niente, riattaccò subito a lavorare.    
Ma, se ricordo bene, due lacrime gli solcarono le guancione rubizze. 
All’epoca non capii. 
Anzi mi sembrò che Alessandro avesse una tendenza innata a semplificare troppo le cose complicate e a rendere complesse le cose che invece mi parevano semplici. 
Capii tutto qualche anno dopo."


smr

lunedì 8 ottobre 2012

Storie di paese. 26



Ottobre è (anche) il mese del bagolaro maturo. 
Un piccolo, trascurabile frutto tondo che, da quando nasce a quando è maturo, diventa di tutti i colori: bianco, giallo, verde, rosso, marrone, infine (quasi) nero. 
50 sfumature di colori, tutti naturali e bellissimi, altro che ...di grigio!
Ha poca polpa (peccato!) e un ossicino al centro, ma è dolcissimo.
Sa di un misto di carrubbe, giuggiole e liquerizia.
Qualcuno dei miei piccoli amici con cui facevo le scorribande lo schiacciava tra due pietre e lo mangiava con tutto l'osso, praticamente disintegrato dalla sassata.
Oggi i bagolari non li cerca più nessuno, nemmeno gli uccelli.
Gli addetti della forestale li piantano come alberi ornamentali e per fare fresco sui marciapiedi: hanno una grande chioma verde e possono raggiungere i 15 metri di altezza.
E mio figlio, quando l'altro giorno insieme ci siamo passati accanto passeggiando, non era minimamente interessato a conoscere i miei piccoli, trascurabili aneddoti sul bagolaro e sulla mia fanciullezza.
Haimè!

smr

domenica 7 ottobre 2012

Appunti sparsi dopo la visione del film di Bergman Crisi (Kris, 1946).


 KRIS (Crisi, 1946)

Dopo la manciata di fotogrammi finali di "Spasimo" (film nel quale fu, contemporaneamente sceneggiatore e segretario di edizione) girati in sostituzione del regista titolare Alf Sjoberg, impegnato altrove, Ingmar Bergman fa il suo esordio nella regia, all'età di 27 anni, con un lungometraggio tutto suo (compresa la sceneggiatura).
Il soggetto fu, invece, tratto da un dramma di Leck Fischer:  "La bestia madre".
In 14 giorni e 14 notti il giovane Bergman scrive la sceneggiatura commissionatagli dal direttore della Svenk Fimindustri, Anders Dymling.
Più tardi avrebbe confessato candidamente nel suo libro-diario Immagini:
"Se me lo avessero chiesto, avrei sicuramente tratto una sceneggiatura anche dalla guida del telefono."



Sinossi.

La storia è molto semplice e lineare.
Racconta di una giovane diciottenne adottata che ritrova la madre, la segue in città e dopo qualche cocente delusione torna dalla donna che l'ha cresciuta e finisce per sposare l'uomo che l'ha sempre voluta, in silenzio.
Come recita la stessa voce fuori campo "(la storia) ...non la definirei un dramma straziante, piuttosto un dramma quotidiano. Dunque è quasi una commedia".
In un piccolo villaggio costiero, senza ferrovia, senza industrie e senza porto, abitato da una comunità conservatrice e pettegola, la vita scorre tranquilla.
L'unico fatto importante della giornata è l'arrivo puntuale della corriera in piazza.
Con quella un giorno arriva in paese Jenny (interpretatta da Marianne Lofgren), donna mondana, di città, con un portamento che la gente del luogo individua subito come scandaloso.
Jenny è anche la madre naturale della diciottenne Nelly (interpretata da una giovanissima, quasi esordiente Inga Landgrè, uno dei volti femminili dei primissimi film di Bergman) che, fin da bambina, è stata allevata dall'insegnante di pianoforte Ingeborg Johnson (Dagny Lind, attrice imposta alla produzione da Bergman, matura ma senza grande esperienza cinematografica, che creò non pochi problemi alle linearità delle riprese), una donna semplice, sola e ammalata di cancro.
Insegna pianoforte ai bambini e, per arrotondare le scarse entrate, ospita in una stanza della casa un giovane veterinario di nome Ulf, spesso chiamato confidenzialmente Uffe (Allan Bohlin).
Un avvenimento banale, che dalla comunità viene giudicato scandaloso e la contemporanea offerta della madre a trasferirsi con lei in città, inducono Nelly a partire.
Trasferitasi in città, Nelly sembra iniziare una nuova vita.
Una nuova vita che le sembra subito migliore.
Forse è solo più brillante, ma anche meno piena di umanità e buoni sentimenti.
Una delle scene clou del film vede il dialogo serrato tra Jack (interpretato da Stig Olin, padre di Lina Olin, interprete di "Dopo la prova" e anche lui molto presente nei primi film di Bergman) e la signora Ingeborg Johnson.
Si svolge nella sala d'aspetto della stazione, dove la donna è in procinto di prendere il treno che l'accompagnerà in paese dopo una fugace visita a Jenny.
La visita alla figlia adottiva, la paura della solitudine, della malattia e della morte, durante il viaggio notturno in treno, riaprono nella mente della donna nuove ansie e antichi ricordi che sembravano ormai sopiti.
Molto probabilmente la crisi del titolo è quella che colpirà Nelly al culmine della malattia; oppure sono le continue crisi provocate dalla sua perenne mancanza di denaro.
Oppure, ancora, la crisi è quella della finta coscienza lunare di Jack che, in una delle altre scene topiche del film, ammannisce a Kelly il gran segreto di non sopportare più il peso di un presunto omicidio col gas della sua ex fidanzata.
Omicidio che intende confessare e per il quale intende finalmente pagare.
Ma quel racconto potrebbe anche essere una pura invenzione di Jack.
Un escamotage che il giovane usa per far capitolare le donne che insidia.
Il dubbio viene insinuato da Jenny nella mente di Nelly che è stata appena sedotta dall'uomo.
Smascherato da Jenny Jack dichiara di volersi allontanare dalle due donne e di abbandonare la loro casa.
Vuole farla finita, nessuna delle due donne le crede.
Ma lui, quasi impazzito, esce in strada e si spara sotto l'insegna luminosa del Salone di bellezza.
Nelly, smarrita e piena di dolore, decide di tornare in paese, a casa da Ingeborg, la madre adottiva.
Li incontra Ulf che finalmente le si dichiara.
L'inaspettato ritorno in casa di Nelly ridà ad Ingeborg una relativa tranquillità e anche la forza di affrontare la malattia e la sicura morte.
Alla luce di quanto si vede nel film mi pare di poter dire che il significato che Bergman attribuisce alla parola crisi, quindi al titolo, va nella direzione che essa aveva nella cultura greca classica, cioè: scelta, decisione, cambiamento (verbo krino).
Il film fu un clamoroso fiasco.
Lo stesso Bergman lo ammise anni dopo nel suo libro-diario "Immagini".
Sebbene lo considerasse un film tutt'altro che brutto.
Il film ebbe comunque il merito di far conoscere come regista un giovane Bergman e di attirare su di lui gli occhi dei produttori, che videro in lui il germe di un regista se non talentuoso, almeno scrupoloso professionista.
Alcuni giorni dopo la prima, squillò il telefono di Bergman. Era Lorens: "Caro Ingmar è un film orrendo - disse - quanto di peggio si possa vedere! Ora faranno la fila per farti proposte."
E così fu. La carriera di Ingmar Bergman come cineasta era iniziata.

Certamente "Crisi" è un film fatto di volti e di espressioni.
Il volto malato e l'espressione compassionevole di Ingeborg; il volto ingenuo e l'espressione dolce di Nelly; il volto finto e l'espressione astuta di Jenny; il volto lunare e l'espressione vissuta di Jack; il volto serio perennemente accompagnato dall'espressione matura di Ulf.

Magnifico esordio nel lungometraggio di Ingmar Bergman.
Nel quale conta molto la sua pregressa esperienza negli allestimenti teatrali.
Da regista cinematografico egli trova un nuovo modo di montare le scene e di rappresentare la finzione con un costante, certosino e pratico lavoro tra "campo" e "fuori campo".
Molte riprese sono piatte sugli attori, c'è qualche dolly, panoramiche, qualche campo lungo e naturalmente molti primi piani.
"Crisi" è un film sulla difficoltà dei rapporti "malati" tra le persone; sulla compenetrazione tra finzione e realtà (tema assai caro a Bergman); sulla verità e sulla menzogna (che si raccontino a se stessi e/o agli altri); sull'ingenuità e sull'arte del raggiro (nella quale è maestro l'infido Jack).
Appartiene, ovviamente, al primo ciclo del cinema di Bergman, nel quale il regista punta il suo occhio da una parte sui sentimenti intimi delle persone, dall'altra sui problemi e sui guasti socio-economici di un paese appena uscito dalla seconda Guerra Mondiale e semi-isolato dal resto d'europa e ancora profondamente permeato da un fervido protestantesimo. 

Due curiosità:
1) il vero "deus ex machina", dietro le quinte del film, è l'anziano regista Viktor Sjostrom, il Maestro che rivestiva ufficialmente anche il ruolo di consulente di studio nella città del cinema e che, di tanto in tanto, appariva sul set, col suo prodigo carico di consigli per il giovane promettente allievo Bergman.
2) durante la lavorazione del film Bergman si trovò in mezzo alla guerra tra la Svensk Filmindustri di Anders Dymnling e la Città del Cinema di Rasunda di Harald Molander. Quando si trattò di costruire il set della strada nella quale si uccide Jack sotto l'insegna illuminata del salone di bellezza le spese furono talmente gonfiate da causare alla Svensk quasi il disastro economico: si voleva causare, con questo stratagemma ed il conseguente "flop" del film di Bergman, un indebolimento "politico" della leadership di Dymnling all'interno della Svensk Filmindustri.

smr

sabato 6 ottobre 2012

L'influenza del teatro di HENRIK IBSEN sulla cinematografia di INGMAR BERGMAN.



Metto qui un estratto dal mio saggio IL GENIO DI UPPSALA dedicato al teatro di Henrick Ibsen e la sua influenza sul cinema di Ingmar Bergman.






Nella trattazione, breve e sommaria, dell'influenza  del teatro di Henrik Ibsen sulla cinematografia di Ingmar Bergman, innanzitutto vanno considerate le comuni radici scandinave: essendo Ibsen nato in Norvegia e Bergman in Svezia. 
Norvegia e Svezia devono essere necessariamente considerati molto più che due paesi semplicemente confinanti: essi hanno in comune molte più affinità socio-culturali di quante non ne condividano, ad esempio, Italia e Svizzera. 
Va altresì considerata, la formazione filosofica di Henrick Ibsen, basata sulla profonda conoscenza della filosofia di Soren Kierkegaard, inventore dell'esistenzialismo scandinavo, che sia il drammaturgo, che il regista dimostrano di aver studiato profondamente e di conoscere molto bene. 
Il drammaturgo norvegese, mise spesso in scena personaggi in preda ad una profonda contraddizione, anzi conflittualità tra le loro capacità e le loro ambizioni (non è lo stesso per il pastore protestante Tomas Ericsson di Luci d'Inverno?) e figura tra i principali iniziatori della drammaturgia moderna. Gli uomini e le donne creati da Ibsen, sono pronti a sacrificare tutto per perseguire il proprio ideale e per esprimere con impeto la propria personalità (non si può dire lo stesso del cavaliere crociato Antonius Block de Il settimo sigillo?), restano sorprendentemente vivi a più di un secolo di distanza, poiché traducono con forza le grandi angosce del nostro tempo; le grandi angosce dell'uomo moderno; le grandi angosce dell'uomo storico. 
Esattamente quello che accade a quasi tutti i personaggi dei film di Ingmar Bergman
Ibsen debutta come drammaturgo con drammi storici, Catilina, (1850) e Il tumulo del guerriero, (1854). 
In queste pièces si ritrova già il tema della vocazione individuale, direttamente ereditato da Kierkegaard; come pure il principio direttivo della visione ibseniana del mondo: la lotta implacabile di forze antagonistiche nel destino umano. 
In seguito si accosta alle teorie del tedesco Hermann Hettner - per il quale la storia portata sulla scena è soltanto pretesto all’esposizione di conflitti psicologici. 
Il plot de La commedia dell’amore, (1862), che denuncia la menzogna vitale sulla quale si baserebbe ogni amore coniugale, infine, non ricorda molto da vicino il soggetto e la trama di uno dei capolavori di Bergman: Scene da un matrimonio?

smr