mercoledì 22 luglio 2015

Ricordo mio padre a 25 anni dalla sua morte.

Nel 25° anniversario della morte di mio padre Ruggiero Antonio, detto l'Americano, 
metto qui il capitolo del mio libro "Le Stagioni della Lattaia" che dedicai a lui.


Piccola Storia n. Sette: L’aula di mio Padre. 
(1928-1990) 

Per chiunque sarebbe problematico - se non impossibile - mettere a confronto un uomo e un luogo. Anche se il luogo è dove una persona, quasi fondendosi con quello, ha passato una buona porzione della sua vita. Ma per me mio padre e la sua aula si somigliavano davvero. Gli accredito alcune caratteristiche comuni. Potevano apparire, secondo i momenti e le occasioni, ugualmente austeri e solenni o ridenti e informali, severi e spartani o aperti e accoglienti. Potevano essere, secondo le necessità, sobri, rigidi, seri, oppure diventare esuberanti, duttili, perfino divertenti. Come? Cercherò di spiegarlo più avanti. Mio padre era maestro, insegnava alle Elementari. L’ha fatto per più di trent’anni. Quasi tutti passati nell’aula ospitata al primo piano della scuola. Immediatamente dopo l’androne - dove attacca il lungo corridoio che una volta portava al refettorio. Quando lo percorro, ancora mi sembra di fiutare nell’aria l’odore del latte condensato che le cuoche ci servivano a colazione - tutte le sante mattine. Non andava meglio a pranzo - ci toccava una sbobba di riso e fagioli. Come spesso succede quando si è piccoli, l’aula, già enorme, mi appariva immensa, smisurata. E lo diventava ancora di più per l’intensa luminosità che, acquisita con le prime luci dell’alba, conservava per l’intera giornata. Quell’invidiabile pregio proveniva dalla scelta azzeccata di orientare a mezzogiorno i due finestroni. Adesso è cambiato tutto, solo i muri sono gli stessi. Allora, a destra della porta d’ingresso, sul lato più corto, c’era una grande lavagna - da sempre nello stesso angolo. Messa di sbieco, rispetto allo squadro delle pareti, per consentire alla classe di seguire perfettamente, da ogni prospettiva, le sue spiegazioni. Sovente il maestro impartiva da lì, in piedi, le sue lezioni. Più avanti la cattedra. Rialzata su un’ampia pedana di legno - come era in uso in quegli anni. Serviva a creare negli alunni un sempre utile metus. Alle spalle del maestro, inchiodato al muro, il crocifisso - di norma in un paese di radicata confessione cattolica - corredato dall’immancabile rametto d’ulivo coperto da uno strato di polvere spesso un anno. Spuntava sulla testa del cristo - infilato tra le spalle e la piccola croce di legno. Quel piccolo ramo benedetto era offerto con reverenza - per la ricorrenza delle Palme - da un alunno zelante. Lo stesso che era solito fornire ingenuamente la bacchetta, sempre d’ulivo, che poi sperimentava per primo. Ne saggiava l’elasticità e l’efficacia dei colpi stendendo arrendevole le piccole mani, con le palme rivolte verso l’alto - in piedi davanti a lui. Sotto al crocifisso la foto del Presidente. Allora - mi sembra - era Segni. Sul lato destro dell’aula un armadio marrone di fòrmica e ferro che mio padre teneva chiuso a chiave. Dentro, ordinatamente disposto sui ripiani interni, c’era quanto potesse servirgli per l’attività didattica. Poche cose. I registri di classe; blocchi da disegno con fogli ruvidi e lisci; cartelle per documenti; pile di quaderni a righe e a quadretti con copertina nera e profilo delle pagine rosso; penne Bic blu e nere raccolte in fasci tenuti con l’elastico; lapis di grafite; matite colorate metà blu metà rosso indispensabili per le sue correzioni; risme di fogli formato protocollo per i compiti in classe; una scatola di latta contenente qualche galletta per uno spuntino veloce; caramelle alla menta per lui, mou per premiare decorosamente l’acume degli scolari; giochi elettrici fatti artigianalmente con fili luci campanelli e pulsanti, costruiti per verificare i riflessi e la preparazione; un’utile spillatrice a pinza verde; una maglia di lana da impiegare per un rapido cambio. Succedeva spesso che sudasse giocando a pallone coi ragazzi. Ricordo che l’intervallo della sua classe costituiva l’invidia dell’intero istituto. Era l’unico maestro che portava fuori gli alunni, per farli giocare a pallone in cortile - maschi e femmine, insieme. Tutti gli altri - compreso me, la mia classe e il resto della scuola - uscivano una sola volta l’anno - non certo per giocare a pallone. In autunno inoltrato. Quando c’era la Festa degli Alberi. In fila per due. Evviva! La lunga parete a sinistra della porta, la più spaziosa, ospitava le smisurate carte geografiche d’Italia, d’Europa, del Mondo; acquerelli scelti tra i lavori migliori degli alunni più promettenti; un gigantesco abbecedario illustrato, con disegni a colori pastello, che aveva pitturato lui stesso. In fondo all’aula si stagliavano due grandi stipi di legno, con ante di vetro trasparente. A malapena riuscivano ad ospitare i libri in carico alla biblioteca. Poche centinaia, ma stretti, pressati - come dovessero schizzare fuori da un momento all’altro. Infilati di taglio sui ripiani, in perfetto ordine, rivolti in favore dello sguardo di chi li cercasse. Tutti immancabilmente riportavano, incollata sul dorso, la lista grigia di catalogazione. Tre righe, vergate a mano in calligrafia con la sua stilografica. In mezzo alle librerie il maestro aveva accatastato i pochi libri residui, i meno richiesti, quelli da restaurare, le riviste, i settimanali dei quali il centro di lettura aveva l’abbonamento. Tutto quello che serviva per le attività ricreative era stato appartato ordinatamente dentro capaci scatoloni di cartone. Spiccavano su tutto il resto due o tre paia di guantoni da boxe in pelle. Li conservava gelosamente dalle sue esperienze giovanili - come fossero sacre reliquie. Gli servivano solo per scambiare allusioni di pugni con i più audaci. I pochi che osavano accettare la sua sfida. Stavano insieme a diversi palloni di gomma e di cuoio marrone, alcuni gonfiati, in attesa d’essere usati, altri ancora sgonfi, tenuti di riserva; corde da allenamento coi manici di legno per saltelli sul posto; cavalletti di metallo per la corsa ad ostacoli; quant’altro fosse utile per gli sport che si praticano all’aria aperta. La stanza era illuminata da due grandi lampadari sferici. Li chiamavo confidenzialmente globi. Erano fatti di un vetro opaco. Pendevano minacciosi dal soffitto, sostenuti miracolosamente da sottili tubi di metallo. Non passavo mai sotto la loro perpendicolare. Avevo una fobia: che si staccassero all’improvviso e, cadendo a piombo, mi colpissero in testa. Allora erano insostituibili accessori che trovavi in tutte le scuole e in tutti gli uffici pubblici. Oggi non si usano più. Mi capita di vederne qualcuno al mercatino. Sono considerati oggetti di modernariato. Nella sua aula, di mattina teneva le regolari lezioni scolastiche. Di sera la mutava in biblioteca. Per tutti diventava il Centro di Lettura. L’aula di mio padre e il Centro di Lettura erano la medesima cosa. Iniziai ad entrarci da piccolo. Non avevo ancora tre anni - da poco avevo imparato a camminare con speditezza. Prima lo facevo solo per salutarlo o per rivedere i suoi alunni. Avevo finito per conoscerli tutti ed ero diventato la loro mascotte. In seguito ci andavo a prendermi i romanzi di Salgàri. Quando imparai a leggere continuai ad andarci quasi tutti i giorni. A ripensarci ora mi accorgo che da piccolo passavo molto più tempo assieme a mio padre. Quando ho iniziato a volare da solo, i nostri rapporti si sono fatti, gradualmente, meno assidui. Anche quando la sua destinazione mutava, l’aula di mio padre restava densamente popolata. Era anche l’unico posto in paese dove ci si potesse incontrare e, magari, fare un po’ di salotto. Non c’è più un posto come quello. Lo chiamano progresso. Ma non tutta la modernità produce vero progresso. Nelle poche ore in cui era aperta, la biblioteca era molto più frequentata dell’unico bar che avevamo in paese. Ci andavano gli scolari che avevano seguito le lezioni del mattino; appassionati lettori; molti adulti; i ragazzi della squadra di calcio. In pratica tutti quelli del paese. All’epoca in paese si giocava solo al pallone. Non era raro sentire drappelli di giovani che, incontrandosi per strada, si chiedevano: ”Andiamo al centro di lettura?”. E s’avviavano in gruppo, verso l’edificio scolastico. Chi ci andava in genere lo faceva per consultare le grandi enciclopedie. Allora nessuno le possedeva, solo il Centro di lettura le aveva. Ora sono su CD-Rom. Oppure ci si andava per prendere in prestito le opere dei narratori classici. I best-sellers non c’erano - o ci erano sconosciuti. La nazionalità dello scrittore era ininfluente sulla scelta del libro. Che gli autori fossero inglesi o russi, francesi o italiani, costituiva particolare totalmente trascurabile. Interessava solo poter trovare quello che oggi, con una punta di snobismo, si sente sempre più spesso definire cibo per la mente. Evidentemente allora si mangiava di più, ma quel nutrimento era raro e costoso. Come per una strana metamorfosi, ogni sera, dal lunedì al venerdì, per tre ore, dalle sedici e trenta alle diciannove e trenta, la destinazione dell’aula cambiava. Tutto quello che di giorno ne costituiva l’arredamento scompariva agli occhi dei frequentatori. Si continuavano ad usare solo i banchi e gli scaffali. I registri di classe rapidamente sostituiti da un massiccio brogliaccio, sul quale mio padre, preoccupato di tenerlo in perfetto ordine, provvedeva ad annotare con la stessa precisione i prestiti e le rese. Forse esiste ancora, coperto di polvere, dimenticato in uno scatolone, tra le vecchie cose senza vita della biblioteca che oggi sarebbero ancora utili. Anche la lavagna mutava il suo utilizzo consueto. Accadeva di regola il venerdì sera. Era in vista la partita del Campionato di Terza Categoria. Allora diventava strumento indispensabile per illustrare gli schemi calcistici che lui stesso aveva ideato. Li spiegava ai giocatori accompagnandoli a lunghi discorsi. All’epoca mi parevano noiosi. Persino indecifrabili, in certi passaggi. A volte ricorreva pure a ridondanti frasi in latino. Pochi le capivano davvero - quasi nessuno. Ma lui non voleva sfoggiare la sua cultura, nemmeno mettere in difficoltà i suoi ragazzi. Lo faceva, con autorevolezza che allora m’incantava, solo per rafforzare i concetti. Cominciai a sentire “ubi maior minor cessat” - lo diceva sempre - e altre strane frasi in latino, proprio da lui, al Centro di Lettura. Al rapido tracciato del rettangolo di gioco faceva seguire un florilegio di frecce, numeri, direzioni, spostamenti, che delineava con tratto sempre preciso, quasi con pignoleria. Usava gessetti bianchi o colorati. Spiegava ripetutamente tutti i movimenti. Li ripeteva fino a quando i giocatori non li avevano mandati a memoria. Coinvolgeva tutti nella discussione, in una sorta di accademia del calcio. Aveva adottato una specie di alto metodo socratico applicato al pallone. Tutti dovevano dimostrare di essere in grado di riprodurli fedelmente su un vero campo da giuoco. Alla fine della lezione lo accertava interrogandoli. Non smetteva mai d'essere maestro. Era buio già da un po’ quando spegneva le luci, chiudeva a chiave le porte e i suoi ragazzi sciamavano in Piazza della Quercia. Puntuale, alle otto di sera, uno scoppio di tosse da fumo e il pesante portone di casa sbattuto con forza alle spalle - per bloccare il chiavistello di ferro - ci avvertivano che era arrivato in fondo alle scale di casa. Finalmente tornava da noi. L’unico abilitato a rimboccarci le coperte. Oggi, a più di quarant’anni da quei giorni felici, passo sempre davanti alla scuola. E’ sulla strada che percorro ogni giorno - non molto lontano da casa. Non entro mai. E’ ancora doloroso. Non posso dimenticare chi c’era - quello che vi accadeva. Lo rivedo come nei fotogrammi rallentati di un film. Ci riesco con naturalezza solo quando si vota. Quando l’organizzazione dei seggi, per due o tre giorni, stravolge l’aspetto dell’aula che apparteneva a mio padre. Ma questa è un’altra storia. Solo una volta ho trovato il coraggio e la forza d’entrare. Ero da solo. Il portone schiuso e l’edificio apparentemente deserto costituivano una tentazione troppo grande. Non ho resistito. Ho fatto il gran passo. Non l’avessi mai fatto. Dentro quel guscio, ormai vuoto, mi sono sorpreso a considerare, con concretezza mista a delusione, che l’aula di mio padre non ha più la stessa luce di allora. Un bel giorno qualcuno ha deciso di blindare le grandi finestre con due pesanti inferriate grigie. Quelle inferriate, tristi e grigie, e l’assenza, ancora più triste e grigia, del maestro, hanno oscurato, per sempre, ai miei occhi .....l’aula di mio padre. 



Ancora due o tre cose sull'Americano.... era mio padre. 

Da piccolo ho sempre pensato che mio padre fosse l’uomo più forte del mondo. Forse l’idea non è proprio la più originale, dato che, probabilmente, tutti i figli, da piccoli, pensano lo stesso dei loro padri. Lui però aveva davvero un fisico roccioso. Pareva una statua scolpita in un blocco di granito. Vigeland: ne ho visto centinaia, plasmate come lui. Conservo una sua fotografia fatta al mare. E’ l’emblema di quanto vado dicendo. Era giovane - avrà avuto neanche trent’anni - e un autentico atleta. Sostiene mio zio a cavalcioni sulle spalle, e due amici con la sola forza delle braccia e delle gambe piantate saldamente nella sabbia. Sorride. Appare divertito. Per nulla affaticato dallo sforzo - che pure doveva essere immane. Mio padre è morto già da quasi vent'anni – mi sembra ieri. Se n’è andato quando tutti avevamo ancora bisogno di lui. Ce l’ha portato via un cancro allo stomaco. Causa del decesso: Adenocarcinoma Gastrico. L’unica malattia che temeva davvero. Tutte le altre le avrebbe prese a calci nel culo. Quella no. Di quella aveva veramente paura. Si era convinto che anche sua madre - mia nonna - ne fosse morta. E anche lei prematuramente. Lui stava già cominciando a morire. Ma nessuno di noi s’è accorto che era gravemente ammalato. Neanche il dottore incapace al quale si era rivolto fiducioso - voleva curarlo col Ranidil?! - che per vedergli dentro lo stomaco gli ha cacciato dieci volte un tubo nero in gola. Solo lui presagiva la fine del viaggio. Ricordo - chi potrà mai dimenticarlo - l’ultimo sguardo rivolto dalla strada, verso casa, in alto, prima di salire in macchina, il giorno che partì per il S. Eugenio. Era avvilito, sapeva che non sarebbe più tornato. Era una luminosa mattina di giugno, ma una notte buia gli era già calata addosso. La sua fine improvvisa a tutti è sembrata una beffa. Proprio l’organo che permette agli uomini di sopravvivere, dentro di lui si è rifiutato di funzionare ancora. Come impazzito, l’ha ucciso. Quel male è ferocemente subdolo. Ti attacca da dentro, silenzioso e invisibile. Ti consuma inesorabile, mentre continui a fare tutto normalmente. Spesso non ti accorgi d’averlo se non quando è troppo tardi. Allora ho capito veramente come siano fragili gli uomini, anche quelli che sembrano forti. Come siamo fragili. Reclamando dall’uomo distratto che stava di guardia il permesso d’entrare da solo nella stanza fredda, ho voluto salutare mio padre per l’ultima volta. Siamo stati insieme per lunghi minuti, ma entrambi eravamo soli. Lui impietrito, avvolto in lenzuolo bianco; io senza parole, raccolto in una preghiera muta, il viso segnato dalle ultime lacrime che avevo da versare. Ma, come per un miracolo, il suo volto non era più sofferente. Papà sembrava guarito - restituito per sempre all’espressione serena di sempre. Quella che nelle eterne settimane precedenti avevo dimenticato. Ho avuto l’audacia di scoprire il suo corpo. Era nudo sotto il sudario. L’ho osservato per interminabili momenti. Ho letto, cucita nelle sue carni, una lunga inutile ferita - testimone della scienza impotente che s’arrende al mistero insopportabile della Vita e della Morte. E’ stata la prova più dura di tutta la mia vita. Sembra mostruoso, ma può essere lecito, scoprirsi a pregare perché una persona che ami non viva più, sofferente, ma si spenga al più presto. Oggi, quando mi capita d’entrare nella chiesa deserta percepisco ancora gli echi del necrologio commosso del suo collega più caro - interrotto dai frequenti singhiozzi degli altri. Uscendo, avverto lontano il crepitio sordo dell’ultimo applauso al passaggio della bara portata a spalla dai suoi amici più fedeli - mentre sulla piazza cala, come un velo pesante, immateriale e dolente, il fiacco rintocco della campana a martello dei morti. Le attività di mio padre hanno contribuito a farne un punto di riferimento nella comunità del paese - per l’istruzione, la cultura e la ricreazione. Gli hanno meritato la considerazione unanime d’eccellente e moderno insegnante. Oltre che di campione impareggiabile nella organizzazione del tempo libero - in particolare del calcio. In paese è considerato l’eroe eponimo del pallone. Al pallone ha legato indissolubilmente il suo nome. Allenava i giovani per farne calciatori, ma in realtà il suo vero disegno era più ambizioso: cercava di formare uomini. Amava anche il pugilato. Quando l’incontro era nobile arte, eleganza e strategia veloce - una danza, un balletto. Non massacro violento. E gli piaceva la caccia. Quella ecologica, se ne esistesse una. Rispettava profondamente la natura e gli animali, e interpretava l’attività venatoria senza accanimento. Era capace di stare fuori un’intera giornata, dall’alba al tramonto, attrezzato di tutto punto, il fucile carico sempre in spalla, la sicura innestata, senza sparare un solo colpo. Non riteneva un fallimento il rientro a casa, dopo una battuta, senza aver ucciso bestiole indifese. Un carniere che restava mestamente vuoto non lo innervosiva. Sembrava invece un evento in grado di procurargli una sensazione di piacevole serenità. Quando era in quello stato gli leggevi negli occhi un benessere quasi euforico. Mio padre è ricordato in paese per l’innata capacità di motivare i giovani e avviarli alla piena autocoscienza. Era abile ad intuire le inclinazioni degli allievi - anche le più nascoste - sapendole indirizzare sapientemente, e senza soperchierie, verso un corretto sviluppo delle attitudini e della personalità. Queste doti non comuni hanno contribuito in modo decisivo al coinvolgimento di generazioni intere ed alla buona riuscita delle sue occupazioni professionali e sociali. Gli hanno fatto guadagnare la stima e la gratitudine degli allievi, ma soprattutto dei loro genitori, che vedevano in lui un ulteriore, insperato supporto per l’educazione dei figli. Mio padre aveva una personalità forte. Era una persona concreta, determinata, in possesso di un carattere schietto e leale, a volte spigoloso, esigente, con parametri di valutazione rigidi. Ma prima di imporli agli altri, aveva provveduto a comandarli a se stesso. In genere gli adolescenti crescendo tendono a sviluppare un rapporto conflittuale coi genitori. Provano un senso d’avversione, li rifiutano, hanno propensione a escluderli dalle loro vite. Come se ne vergognassero. A me non è mai successo con mio padre. Lui era il mio vanto. Una parte fondante della mia esistenza - fin quando c’è stato. E, attraverso i suoi preziosi insegnamenti, anche dopo. Era una di quelle persone, ormai rare, che sceglieva anche di essere impopolare, se serviva a far prevalere la verità. Diceva sempre quello che andava detto, non quello che gli conveniva di più dire; sceglieva sempre di fare quello che andava fatto, non quello che gli conveniva di più fare. Sapeva bene che un tale comportamento intransigente non gli avrebbe procurato certo vantaggi - piuttosto qualche problema. Ma lui prendeva sempre una parte. Era una delle rare persone che ho stimato e ammirato. E che avrei stimato e ammirato molto, anche se non fosse stato mio padre. E se non avessi mille altre ragioni, me ne basterebbe una sola: l’ho visto spendere la sua intera vita per predicare, in ogni occasione utile, ma senza un filo di retorica la correttezza, l’onestà, la sincerità. A giudicare dai risultati ottenuti il suo è stato un lungo inesaudito soliloquio. Mio padre ha cercato d’insegnarmi la bellezza e la straordinarietà della vita; ma anche la complessità e la difficoltà del vivere quotidiano. Forse inconsapevolmente mi ha anche educato al piacere; molto meno al dovere. E, chissà, che per questo motivo in debba essergli grato, ancora di più. Mi metteva costantemente in guardia sugli ostacoli che ognuno incontra se decide di vivere la sua vita pienamente; se si dispone ad assecondare la propria libertà di spirito; stabilisce di esercitare il libero arbitrio. Non mi ha mai consigliato altrimenti, non ha mai tentato di persuadermi, o costringermi, a vivere la mia vita in maniera diversa. Mi ha lasciato in eredità la sua alopecia, ma anche la sua fierezza e la sua personale filosofia di vita - essenziale e sincera. A quella mi sono ispirato, costantemente. Cercando, nel contempo di costruirmene una che fosse solo mia. In passato mi è stata preziosa. Lo è ancora di più in un’epoca di valori ignorati, quando non oltraggiati. Sono perfettamente cosciente di non avere le sue qualità, e anche consapevole delle differenze che ci distinguono. Angustiato dall’intimo convincimento - che a volte si fa certezza - di non poterlo eguagliare, non mi resta che custodire gelosamente l’orgoglio di essere suo figlio. 


smr

lunedì 6 luglio 2015

il mio nuovo libro: Di Streghe e di Janare.

metto qui un lungo brano tratto dal prologo del mio nuovo libro:

DI STREGHE E DI JANARE





Le streghe popolano le notti insonni di tutti i bambini del mondo. Da tempo immemorabile rappresentano lo spauracchio per eccellenza di tutti i piccoli. Che dire di certe mamme che, come a volersi vendicare dei torti che loro hanno subito quando erano bambine, minacciavano di chiamare la strega ogni volta che i figli facevano i capricci? Al mio paese la strega si chiama janara. Un nome che condivide con tutta l’area centromeridionale d’Italia. Questo perché fino al 1927, anno in cui venne istituita la Provincia di Frosinone, Coreno Ausonio ricadeva nel territorio dell’Alta Terra di Lavoro, l’attuale provincia di Caserta, ergo regione Campania. Le notti insonni dei bambini del mio paese furono popolate, quindi, dalle janare. Contrariamente alle streghe, che hanno come corrispondente maschile gli stregoni o i maghi, la janare hanno, nella fantasia popolare del mio paese, come corrispondente maschile i popenari, cioè i lupi mannari. Nei cunthi re paora (i racconti di paura) degli anziani testimoni paesani infatti, si tratta di janare, se le protagoniste sono di sesso femminile; di popenari, se i protagonisti mostri sono di sesso maschile. Nel mio libro Le Stagioni della Lattaia si legge: “..solo dopo aver accudito l'animale Giovanni rientrava a casa - dove avrebbe provveduto finalmente a se stesso. La moglie Maria, sempre premurosa, badava a rifocillarlo. E quando non era impegnata ad atterrirci coi suoi racconti di popenari e ianare scodellava, per lui e per i figli e per me, quantità industriali di minestre calde, energetiche e saporite.” Si dice, poi, che chi avesse avuto la sventura di nascere la notte di Natale, alla mezzanotte precisa, fosse destinato a un futuro da lupo mannaro; se, invece, fosse nata una femmina quella bambina sarebbe stata una janara.