domenica 25 dicembre 2016

Dai Seviri a ...Formigoni.

    A proposito della questione degli attuali politici credo sia utile tornare all'epoca aurea dei Seviri che avanzavano la loro candidatura al Sevirato versando una "summa honerosa" attestante la loro capacità economica: in buona sostanza dovevano comprare, pagandolo di tasca propria, l'onore di poter ricoprire una carica pubblica amministrativa. Bei tempi! Tra le tante mansioni dei "Seviri Augustales" c'era l'obbligo di offrire, a loro spese, ogni anno, un sacrificio, distribuendo incenso e vino a tutti gli abitanti del Municipio. Carica onerosa, quindi, quella dei Seviri, a cui si cercava di sfuggire, ma che col tempo venne, addirittura, rafforzata, aumentandone il costo. Gli antichi romani, duemila anni fa, avevano già trovato l'antidoto alla corruzione.


Buon Natale dal ...tessitore.

 


   Esistono delle persone che non vogliono far estinguere i ricordi dei tempi passati; non vogliono far dimenticare certi ricordi salienti della loro comunità. Quelle persone sono i tessitori. Io mi ritengo un tessitore, nella accezione più positiva e utile del termine. Mi ostino a voler raccontare il mio paese, i suoi abitanti, le persone che conoscevo, quelle che avevano qualcosa da riferire; qualcosa che valesse la pena di tramandare. Nella lunga storia dell'umanità il racconto delle piccole storie di alcune persone reca in se una forma di commento, perché molte storie di persone si commentano da sole; si commentano da sole, solo raccontandole. Si fonda su questa pietra d'angolo, costituita dai ricordi, il lavoro dei tessitori, di coloro, cioè, che intrecciano le trame perdute; ricostruiscono la memoria comune e riavvolgono i fili del nostro passato. La perdita dei ricordi, del passato, della memoria, delle tradizioni è malattia della nostra epoca e allora serve a questo il faticoso lavoro di chi cerca di recuperare quello che si è perso: sfidare l’oblio rinverdendo i ricordi. Ma quelle persone sono anche ...tessitori di sogni, perché con passione e coraggio proiettano il meglio del passato su un mondo futuro migliore. La damnatio memoriae era l'uso di scalpellare l'incisione (epigrafe) nel punto in cui compariva il nome del condannato (nel caso di un suo comportamento scorretto), lasciando inalterato il resto del testo. Le mie storie sono l'esatto contrario, funzionano alla rovescia: condannano i protagonisti ad essere ricordati attraverso la narrazione delle loro gesta. La epigrafe è un testo solenne, normalmente breve, inciso su una lastra di materiale non deperibile, di norma: marmo, pietra o (meno frequentemente) metallo. Le mie storie non sono testi solenni ma sono normalmente brevi, come epigrafi, e in esse tento di mettere nella giusta luce brandelli di vite delle persone che ho conosciuto. Anche questa raccolta di racconti, infatti, è stata resa possibile dalle persone e dalle loro vite (normali, in molti casi; straordinarie, in alcuni); dalle loro esperienze di vita (normali, in molti casi; strane, in alcuni), dagli aneddoti a loro legati, dai racconti: raccolti personalmente da me o riportati da altri testimoni. Dalla quantità di queste informazioni è possibile ricostruire un modo di vivere, anzi, 6 un modo di intendere la vita che, probabilmente, non esiste più; che è scomparso e che non è più possibile riesumare, se non attraverso la narrazione, le parole scritte, in una parola, i racconti. Non possiamo sapere chi siamo se non sappiamo cosa eravamo, cosa siamo stati. Noi eravamo polvere e polvere torneremo ad essere. L'unica cosa che potrà sopravviverci è la memoria, il ricordo di noi. Alla memoria collettiva che si nutre dei nostri ricordi è dedicata questa raccolta. L'anima è la memoria che lasciamo. Un'altra piccola peculiarità dei racconti di vita è che essi costituiscono esempi di moralità; anzi, essi sono dei veri e propri racconti morali, intesi nel senso francese del termine moraliste, come in Francia, appunto, viene considerato colui che ha qualcosa da dire, qualcosa da raccontare, quindi, qualcosa da insegnare. Da vivo e anche da morto!

(dal mio libro Cronache dal piccolo borgo della pietra millenaria.)

sabato 4 giugno 2016

Nino Manfredi, una eccellenza ciociara.

Metto qui un brano dal mio libro "Storie dal paese dei ciclamini", in cui ricordo la visita privata (che diventò pubblica) fatta negli anni '70 da Nino Manfredi al mio paese. L'occasione è la data della sua morte: 4 giugno 2004 a Roma.


Una volta, al mio paese, è venuto Nino Manfredi. Era, se non ricordo male, la metà degli anni '70. Nino Manfredi aveva da poco fatto costruire la sua villetta a Scauri, affacciata sulla celeberrima Spiaggia dei Sassolini. Un posto che io conoscevo bene, perché mio padre ogni estate ci portava al mare a Scauri, prendeva un ombrellone per quindici giorni al Lido Delizia e qualche volta, deviando dal consueto tragitto sull'Appia, ci portava a vedere questa spiaggetta deliziosa, fatta tutta di sassolini e resti di conchiglie, ben nascosta dietro a Monte d'Oro. Negli anni '60, Nino Manfredi, in cerca di un buen retiro in riva al mare, l'aveva trovata e se n'era innamorato subito. La Spiaggia, poi, fu immortalata nel film "Per grazia ricevuta" (vincitore del premio per l'opera prima a Cannes, nel 1971) dello stesso Manfredi, e nello sceneggiato "Il conte di Montecristo" con Gerard Depardieu e Ornella Muti. Altre scene dello stesso film vennero girate in una bellissima villa di Via del Golfo, nella zona di Scauri vecchia. Nino Manfredi aveva deciso che proprio sulla Spiaggia dei Sassolini, il posto più esclusivo di Scauri, sarebbe sorta la sua villa. Oggi quel posto ricade nel territorio del Parco Nazionale della Riviera d'Ulisse e non sarebbe possibile ottenere nemmeno l'autorizzazione per l'installazione di una cuccia per cani. Ma quella era l'epoca della cementificazione selvaggia a Minturno e un sindaco democristiano più che compiacente, anzi, lusingato all'idea di ospitare il famoso attore nel territorio del suo comune, facendo uno strappo alle norme edilizie del PRG (in realtà non so se Scauri ne abbia mai avuto uno), gli aveva fatto avere facilmente e rapidamente la tanto agognata concessione edilizia (che, peraltro, non si negava a nessuno ne facesse richiesta, figuriamoci a Manfredi). L'artista lo aveva ripagato facendosi vedere ogni tanto a braccetto con lui, sul lungomare della cittadina tirrenica a fargli un po' di pubblicità con la sua popolarità e a ricambiare il simpatico gesto accettando anche di ricevere la cittadinanza onoraria d'ordinanza. Ad essere onesti fino in fondo bisogna dire che quella casa, oltre a regalare i famosi tramonti mozzafiato sul mare davanti a Monte d'Oro cari, qualche migliaio di anni fa, anche al princeps senatus Marco Emilio Scauro, che diede il suo nome alla cittadina, regalò più di qualche grattacapo al suo legittimo proprietario. Successe quando, qualche decennio fa, egli confessò candidamente ad un giornale locale di essere stato costretto a rivolgersi a un piccolo boss locale della camorra per far cessare la rumorosa attività notturna di un giovane pescatore di frodo, che quasi ogni notte andava a far esplodere le sue bombe nelle acque di fronte alla villa, disturbando ovviamente i sonni dell'attore. Insorse immediatamente, tuonando strali contro di lui il titolare della parrocchia di S. Albina di Scauri, il mio compaesano Don Simone di Vito, additando come pessimo esempio il comportamento equivoco e quanto meno improvvido dell'inconsapevole Nino Manfredi. Sempre a Scauri, ma dall'altro lato della riviera, a sud, verso Napoli, nei pressi di Monte d'Argento, aveva la sua casetta di legno da pesca, meno pretenziosa e con affaccio sulle acque salmastre della foce del Garigliano, Zì Petrucciu 'e scafaritthu, un mio compaesano, ricco imprenditore del marmo. L'aveva fatta costruire per ospitarci gli attrezzi per la pesca ma, soprattutto, per piazzarci una bilancia nuova fiammante: con la quale pescava per il suo esclusivo fabbisogno personale, d'estate, quasi ogni giorno, al ritorno dalla consueta supervisione nelle sue cave. Pietro Parente era un gourmet: amava il pesce appena pescato, la falanghina fresca, la convivialità e tutta la buona tavola. Non so come avesse conosciuto Nino Manfredi, ma non doveva essere stato così difficile. Secondo me era successo, presumibilmente, durante una delle loro scorribande nei numerosi ristoranti locali, alla spasmodica ricerca del pesce fresco del Tirreno, di cui, entrambi erano ghiotti. E così un bel giorno aveva addirittura invitato il famoso attore al suo casotto sul fiume. E qualche tempo dopo aveva pensato bene di invitarlo in visita privata al suo paese, per fargli vedere la sua principesca dimora nuova, strategicamente piazzata proprio al centro del paese e - perché no! - per alimentare un po la sua popolarità presso i compaesani e il suo personale ego, entrambe cose che non fanno mai male a nessuno. Nino Manfredi era un tipo ruspante, che di fronte a un bagno di folla e a un pranzo luculliano non si tirava mai indietro, e venne di buon grado a Coreno Ausonio: l'ultimo paese (in senso geografico e non solo) della "sua" Ciociaria. E si! Perché, forse non tutti lo sanno, ma anche Nino Manfredi, uno dei più grandi e noti attori italiani di sempre è ciociaro, essendo nato a una cinquantina di chilometri più a nord di Coreno Ausonio, esattamente a Castro dei Volsci. Tra le montagne di Ceprano e Amaseno. Per la verità - mi sia consentito di aprire una succosa parentesi - la provincia di Frosinone e la Ciociaria hanno dato i natali ad altri due mostri sacri del cinema italiano: a Sora è nato il grande regista ed attore Vittorio De Sica e a Fontana Liri l'altro grandissimo attore Marcello Mastroianni. E non è finita qui, perché a Frosinone, nel capoluogo, è nato un altro grande del cinema italiano: Carlo Ludovico Bragaglia, precursore, negli anni venti, del grande cinema muto italiano; mentre da due cittadini di Cervaro nacque, in America, Anthony Minghella, morto prematuramente e autore del grande The english patient, vincitore di ben nove premi Oscar. Insomma, la Ciociaria (o Alta Terra di Lavoro) ha dato un bel contributo pesante al nostro grande cinema nazionale. Chiudo la parentesi. E fu così che Nino Manfredi, rispondendo ad un gentile invito del caro amico Pietro Parente, in un tiepido pomeriggio di primavera, venne a Coreno, partendo da Scauri o da Castro dei Volsci - non so - e, percorrendo un bel tratto della Cassino-Mare, la nuova SS 630, appena finita ed inaugurata. Naturalmente tra gli abitanti del paese si era da giorni sparsa la voce dell'arrivo del regista e indimenticabile interprete del film Per grazia ricevuta, fresco reduce dal Festival di Cannes, girato al paese del collega ed amico Marcello Mastroianni, che tanto somiglia a Coreno Ausonio e agli altri 91 centri della provincia ciociara. Inutile dire che quella che doveva essere una visita strettamente privata, per l'arrivo in paese di uno dei personaggi più noti e polari di tutta la nazione, si era ben presto e quasi spontaneamente trasformata in una visita pubblica se non ufficiale. Quando l'attore col suo autista arrivarono a Coreno, facendosi faticosamente largo tra due ali di folla che stazionavano da ore lungo tutto il Viale della Libertà, dal camposanto fino a Piazza Umberto, parcheggiarono la Fiat 1100 all'interno del distributore dell'Agip, grigio e rosso, nuovo di zecca. Sceso dall'auto, il grande Manfredi, fu accolto dal caloroso fraterno abbraccio di Pietro Parente e dalle urla inneggianti dei suoi euforici concittadini. Inutile dire che quella che doveva essere una breve e veloce passeggiata di qualche decina di metri, fino alla casa dell'imprenditore, finì per durare qualche ora. Chi si offriva di ospitare Manfredi in casa sua, anche solo per un centesimo di secondo; chi gli offriva da gustare un caffè caldo caldo appena uscito o un bicchiere di vino locale appena imbottigliato; chi gli chiedeva l'autografo e chi invece pretendeva in omaggio una foto di scena con qualche attrice famosa e formosa, magari pure autografata. Prima di poter arrivare a casa del suo anfitrione ed imboccare il maestoso portale di marmo, Nino Manfredi fu costretto a stringere qualche migliaio di mani, praticamente quelle di tutti i cittadini corenesi; baciare sulle guance qualche decina di bambini piccoli appena nati, offerti dalle loro giovani madri; invitato, anzi strattonato, a posare per centinaia di foto ricordo, compresa quella, in cui sta col parroco Don Peppino La Valle, che illustra la mia storia; a raccontare qualche gustoso, ma anche pruriginoso, aneddoto sullo sfavillante mondo della celluloide, in lungo e in largo frequentato. Da quei lontani anni '70, se si esclude l'ospitata di qualche cantante o gruppo rock più o meno di moda o di un personaggio politico di levatura nazionale, democristiano o comunista, nessun altra persona famosa, nessun'altra stella del cinema è più venuta a turbare la sonnacchiosa quiete montana del mio paese. A meno che l'evento non mi sia sfuggito. Ma penso di poterlo escludere. Degli interpreti principali di quello spettacolare pomeriggio, Pietro Parente è morto, qualche decina di anni fa, dopo aver impersonato, per gentile 43 concessione del suo amico attore e per il suo perfetto phisique du rhole la parte del capostazione, con tanto di cappello, mustacchi e fischietto, nel film Cafè Express diretto da Nanni Loy. Nino Manfredi ha continuato, anche saltuariamente, a frequentare la sua villa con affaccio sulla Spiaggia dei Sassolini e le scene dorate del cinema, fino alla sua morte, avvenuta qualche anno fa, nel 2004, a Roma. Don Peppino La Valle è morto anche lui. Gli sopravvivono, oltre alle fotografie, qualche libro di storia stampato postumo e un sacco di aneddoti, anche non proprio edificanti, diciamo pure compromettenti. E, purtroppo, sono morte anche una buona parte delle comparse strepitanti che quel giorno parteciparono alla storica kermesse. A me è piaciuto solo ricordare, a qualche sparuto lettore, un evento curioso ed irripetibile della nostra storia recente, altrimenti assai povera. 


lunedì 7 marzo 2016

Dedicata alle donne (ma soprattutto alla mia donna).

DEDICATA ALLE DONNE.


MILLE VOLTE GRAZIE.

Grazie, per la sigaretta tenuta in quel modo.
Grazie, per le gambe accavallate.
Grazie, per i capelli sciolti e quella mano che li sposta.
Grazie, per gli sguardi regalati da sconosciuta
e anche per gli sguardi non ricambiati,
ma solo con gli occhi non ricambiati...
Grazie, per il levi’s a pelle che indossi e per quella gonna a fiori troppo poco indossata.
Grazie, per la scia di odori che lasci quando passi.
Grazie, per quella minigonna in primavera sul motorino.
Grazie, per quell’intelligenza tanto pronta e così avanti.
Grazie, per i sorrisi fatti di punti e parentesi.
Grazie, per la dolcezza come lingua universale.
Grazie, per i post-it coi fiorellini e i cuoricini.
Grazie, per il periodo premestruale, che ci permette di accudirti.
(A te piace tanto.)
Grazie, per il colore degli occhi, qualunque esso sia.Grazie, per la sicurezza ostentata e per la timidezza celata e per la voglia di arrivare e per la capacità di troncare ed essere sicura.
Grazie, per la tua voglia di essere mamma.
Grazie per i tuoi “quanto è carino”...“ma in fondo è un cretino."Grazie, per le pieghe della stoffa sul tuo corpo.
Da quello indoviniamo quanto sei bella.
Grazie, per il rimmel di troppo quando piangi.
Grazie, perchè sei diversa da noi. Sennò, sai che noia sarebbe!
Grazie, perchè ogni tanto ci fai capire quanto siamo stupidi.
Grazie, per quelle lacrime sempre appese alle ciglia.
Grazie, per quello che pensi e che non dici e anche per quello che dici e che non pensi. Perché la discrezione è tutto, ma la riservi solo per quando serve.
Grazie, per come balli. E per come sopporti la nostra imbranataggine nel ballo.Grazie, perché sei sempre mamma e non sempre amante.
Grazie, perchè sei amante (ogni tanto) e non sempre mamma.
Grazie, per quegli appunti perfetti.
Grazie, per quella grafia sempre così tonda.
Grazie, perché stai cambiando e grazie anche perchè non cambi troppo.
Grazie, per come sei, quando sei come sei.
Grazie, perché non sempre ti capiamo.
Grazie, per le tue mani e per le tue unghie curate. (Che ogni tanto ci fai assaggiare nella carne)
Grazie, perché la guardi negli occhi, quella tua cara amica, e vi siete già capite.
Grazie, per l’entusiasmo ai matrimoni; per come ami la nonna; per i tuoi giorni no, o così e così.
Grazie, per i tuoi dolori.
Grazie, per il mistero e per il pizzo nero.
Grazie, per come scrivi.
Grazie, perché ci sei, quando ti chiedo aiuto.
Grazie, per come godi.
Grazie, per i chili di troppo che non sono mai troppi.
Grazie, perché ti basta essere.
Grazie, perché ci sarai sempre, anche se non ci sarai mai.
Grazie, per le tue confessioni, anche se ci fanno tanto male.
Grazie, per le immagini che trovi.
Grazie, per il tuo tutto. Grazie, per il tuo niente.
Grazie mille ...a tutte le donne.

E la vostra giornata non sia una volta l'anno, ma ogni giorno.

domenica 28 febbraio 2016

La prefazione di Massimo Roscia al mio libro.



Metto qui la prefazione, eccellente e molto poetica, che l'amico Massimo Roscia*
ha voluto gentilmente regalarmi per il mio volume: 
"Compendio di Antichi Giochi e Passatempi Dimenticati".


Prefazione di Massimo Roscia 

 "Un cerchio di ferro rotola sobbalzando lungo il polveroso e sconnesso viottolo di campagna. Lo seguono un ramo biforcuto e due gambe fanciullesche, coperte di lividi e polvere, che non conoscono stanchezza. Al di là del fosso, lungo il quale scorre un’acqua limpidissima che si insinua tra abbracci di ranuncoli dai fusti striscianti e i petali dorati, compaiono altre due gambette. Sono piantate al centro del prato, conficcate al suolo come avidissime radici. Salde e divaricate, sorreggono il gracile busto in torsione dell’uomo che sarà. Il cerchio tracciato nell’erba è un cerchio magico che delimita il bene e si alimenta dei sorrisi e delle urla festanti dei bambini che stanno esercitando il loro irrinunciabile diritto al gioco. Proprio al centro di questo anello di gioia, una lippa volteggia a mezz’aria, viene colpita con forza e precisione dal bastone e scaraventata lontano, oltre le robinie, oltre i tetti rossastri delle case, oltre la valle, oltre le nuvole, oltre i confini del mondo conosciuto. Le voci si spezzano come bocconi di pane e si trasformano in monosillabiche espressioni di stupore; le mani ancora rosee e paffute si levano al cielo e salutano il colpo perfetto. È tardi, ma il sole non è ancora tramontato. C’è ancora tempo per una corsa fino al vecchio mulino, un nascondino tra i vicoli ombreggiati o una battaglia con le cerbottane, le fionde e i fucili a elastico. L’estate volge al termine e si inchina all’autunno. Mentre gli ultimi frutti avvizziscono sui rami e il vento fa frusciare gli steli con le sue calde carezze, le bambine giocano a campana e saltano la corda. Uno, due, tre, cento, mille saltelli sconfiggono il tempo. E la felicità diventa eterna. Salvatore M. Ruggiero, recuperando, codificando e 8 condividendo la memoria orale che narra di antichi giochi e passatempi, è riuscito a distillare quegli attimi e a catturare quella felicità. Lo ha fatto superando la mera rievocazione nostalgica e leggendo/rileggendo la storia della nostra terra attraverso gli occhi di un bambino; occhi enormi, avidi, curiosi, sognanti, puri; occhi luminosi come biglie di vetro; occhi ricolmi di amore; occhi che non sanno mentire; occhi semplici e generosi che ci restituiscono il vero senso della vita." 


(*Massimo Roscia è nato a Roma nel 1970 - qualcuno sostiene nel 1870. Scrittore, critico enogastronomico, docente, condirettore editoriale del periodico “Il Turismo Culturale”. Autore di romanzi, saggi, ricerche, guide e vincitore di diversi premi letterari, ha esordito nel 2006 con “Uno strano morso ovvero sulla fagoterapia e altre ossessioni per il cibo”. L’originale noir sul rapporto cibo nevrosi ha ottenuto in pochi mesi un grande successo di pubblico e di critica. Da qualche anno insegna comunicazione, tecniche di scrittura emozionale, editing, letteratura gastronomica e marketing territoriale. Nei minuti liberi continua a scarabocchiare e a chiedersi cosa fare da grande.)



Voglio ricordare agli amici che ne desiderassero una copia che il libro è in vendita (come tutti i miei libri) sul sito del mio editore on-line Lulu.com, all'interno della mia Vetrina-Autore, della quale metto qui il link. 

http://www.lulu.com/spotlight/salvatoredotruggiero57atgmaildotcom

N.B. Del volume esistono due versioni: una con fotografie e disegni a colori al costo di 32.00 euro e un'altra con foto e disegni in b&n in vendita a 14.00 euro.

sabato 9 gennaio 2016

Non maltrattare gli anziani.




"Quarant'anni fa la morte di un vecchio era peggio della morte di un bambino, di un giovane o una persona di mezza età: la morte di un vecchio era una vera tragedia comunitaria; era la fine di una lunga storia di vita; era come veder abbattuta una vecchia quercia o un ulivo secolare; era come veder crollare un monumento antico o un palazzo nobiliare per un terremoto disastroso; come vedere distrutto un pezzo d'arte prezioso o un'insostituibile porzione della società. Perché i vecchi erano tenuti in altissima considerazione: per l'aiuto che avrebbero potuto ancora dare in consigli, per i loro ricordi, per la memoria dei fatti, delle storie antiche, dei posti, delle persone. E non solo dalla loro famiglia, ma dall'intera società. Oggi quando muore un vecchio sembra che ci siamo tolti un problema, un peso, un impiccio, un dente cariato. E, per giunta, non avremo più badanti per casa che parlano lingue strane: altro sollievo! "Tanto era vecchio!" si dice e di lui, ne la famiglia ne la società, rimpiangeranno niente. Nemmeno la pensione,
intascata intera dalla ingombrante e indiscreta badante rumena."


dal mio libro: Storie dal paese dei ciclamini.



martedì 5 gennaio 2016

I fagioli cotti sul fuoco.



Un cugino di nonna Peppa, o un nipote, non ho capito bene, porta da Castelforte dei fagioli molto buoni e quasi miracolosi. Li produce in piccole quantità un contadino che poi li rivende come al mercato nero. Non sono molto grandi, hanno una buccia sottile e tenera e una polpa molto saporita: sono digeribilissimi. Non fanno aria nello stomaco: questo è il loro pregio più grande e li rende diversi da tutti gli altri fagioli. Nonna Peppa, che ha quasi cent'anni o giù di lì, li cucina vicino al fuoco del suo caminetto di mattoni rossi. All'occorrenza lo accende anche d'estate. “Guai - dice - cuocere i fagioli sul gas. Non sarebbero così buoni.” Per essere buoni, i fagioli, devono sapere quasi di affumicato, che prendono solo a ridosso dei carboni di legno di quercia, arroventati dalla fiamma. E devono cuocere lentamente. “Devono borbottare - dice lei - come a Zi Peppucciu.” Nonna Peppa mette l'acqua piovana filtrata in un coccio che si chiama pignatta, poi la riempie di fagioli spugnati dalla sera prima nella stessa acqua, aggiunge una costa di sedano, l'aglio schiacciato tra i palmi delle mani, che prende dall'orto che coltiva lei stessa dietro casa, e l'olio nostrano delle colline corenesi, che ricava dalla spremitura a freddo delle olive che ancora raccoglie lei a mano, oliva dopo oliva, accovacciata per ore per terra. Li lascia bollire lentamente per qualche ora coperti con un coperchio di stagno. Quasi li dimentica. Solo ogni tanto aggiunge un po’ d'acqua, se l'acqua di cottura si secca troppo. Quando sono cotti bene li toglie dal fuoco e, ancora tiepidi, li mette nei vasetti di vetro, che tappa bene, solo dopo aver aggiunto un po’ d'olio crudo e un po’ di prezzemolo fresco. Poi li distribuisce tra i tanti nipoti e pronipoti ghiottoni che ha disseminati in ogni angolo del paese. L'unica ricompensa che aspetta, ogni volta e che, ogni volta, immancabilmente riceve, è la certezza che tutti hanno gradito il suo piatto. E tutti si chiedono quando sarà la prossima volta che nonna Peppa cucinerà ancora quel piatto antico, semplice e gustoso. Se lo porterà dietro con lei, quando se ne andrà dal mondo dei vivi.