sabato 29 settembre 2012

Il mio primo incontro con la pittura.



"...Ero bambino. Un caldo pomeriggio  me ne andavo in giro, senza sapere esattamente cosa fare - d’estate mi capitava di frequente. Uno dei portoni laterali della chiesa era aperto. Lo infilai per entrare. Come facevo sempre mi bagnai le dita tuffando l’intera mano nell’acquasantiera, e, abbozzando contemporaneamente una genuflessione, accennai un veloce segno della croce. Mi guardai intorno, ma non vedendo subito l’Arciprete pensai che la chiesa fosse vuota. Intanto la mia curiosità era stata attirata dalle alte impalcature di tubi e giunti che, da qualche giorno, lui aveva fatto sistemare a ferro di cavallo, lungo le tre alte pareti dell’abside - appositamente per quel lavoro. Staccai lo sguardo dalla parte vuota dell’assito solo quando dal lato opposto lui non mi chiamò col mio nome. Mi conosceva bene, frequentavo il catechismo, qualche volta servivo anche la sua messa. Conosceva bene tutte le sue pecorelle - nome e cognome, una per una. Don Erasmo non usò la sua autorità per indurmi ad avvicinarmi.   Avrebbe potuto, ma non ne era capace. Me lo chiese - semplicemente - con la gentilezza che era un punto fermo del suo abituale costume. Voleva sapere cosa pensassi del suo lavoro. La sua richiesta non mi stupì. Lo conoscevo persona modesta - “rara avis” - e anche un po’ indeciso. Pareva interessato seriamente a tutti i giudizi - non sottovalutava nemmeno quelli di un bambino. Temevo che non mi avrebbe sentito. E, mentre dal centro della navata mi avvicinavo alla sua postazione, gli urlai contro il mio apprezzamento. Quel mio giudizio, in realtà, fu abbastanza generico, ma non avendo altro da dire, al momento mi sembrò il più adeguato. - “Mi piacciono molto!” gridai. Provocando nella chiesa vuota un interminabile vortice di risonanze. I dipinti dell’Arciprete non erano ancora ultimati - alcuni li aveva solo abbozzati - ma riuscivano già ad emozionare. Sebbene, come succede spesso ai bambini quando sono attirati da particolari imponderabili per gli adulti, in quei momenti, nella mia piccola testa, anch’io ero applicato in congetture di tutt’altro genere. Ancora prima che dalla sua pittura ero stato conquistato dall’insolita scena che, inaspettata, mi si parava davanti. Lassù in alto c’era lui. Dritto. Impettito. Indossava un grembiule bianco tutto imbrattato di colore sul petto e sui fianchi. In testa - sembrava appena appoggiato in miracoloso equilibrio - un basco nero da pittore che cadeva di sbieco. Con la mano sinistra, immacolata - il grosso pollice infilato nella fessura ovale - reggeva la tavolozza dei colori; con la destra un pennello. E ne aveva uno più piccolo, presumo per i ritocchi, in bilico su un orecchio.    Il suo corpo, che ricordavo legnoso, compassato, quasi impacciato, ora era elegante, agile, quasi danzante. Il suo viso pulito, che ricordavo eternamente permeato da un’espressione amabile e comunicativa, ora mi appariva accigliato, corrusco, stranamente inasprito. Era come trasformato, reso maldisposto, quasi ostile, dall’impetuosa tensione artistica che al momento lo pervadeva. Solo quando si era accorto che, da un canto buio della vasta porzione di platea totalmente immersa nell’ombra, c’era ad osservarlo qualcuno che conosceva, Don Erasmo era stato distratto da un vero e proprio stato di trance. E, distendendo il suo volto in una mimica di poco più conciliante, ma quasi serena, si era rivolto nella mia direzione - per parlarmi.    Solo in quel preciso istante mi ero accorto che la scena singolare alla quale stavo assistendo aveva tutti i crismi di un’epifania. L’Arciprete, spostandosi sull’impiantito, invadeva, ad ogni suo movimento, l’evanescente cortina di pulviscolo vivificata di continuo dai passi, prudenti ma gravi, che muoveva sui tavolacci molleggianti. La sua sagoma, che al momento pareva aver perso del tutto le sue caratteristiche umane, infrangeva, deviandoli in tutte le direzioni, i mille fasci di luce solare che, dardeggiando dagli alti lucernari, fendevano in diagonale l’atmosfera altrimenti immobile ed austera dell’abside. Così anche il più impercettibile movimento della sua persona diventava evidente. Sullo stesso fondale sacro che animava ogni giorno, e gli era congeniale, quei gesti - per me, in assoluto, speciali - affrancavano definitivamente l’Arciprete dalla ridda di opinioni e di perplessità che, in paese, accompagnavano da sempre la sua arte."


(Il vero Don Erasmo Ruggiero, protagonista della mia Piccola storia n.4: L'arciprete era anche pittore. Dalla raccolta di racconti paesologici di Salvatore M.Ruggiero: Le stagioni della lattaia)


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venerdì 28 settembre 2012

Racconto ironico breve n.7


Tra tutte le malattie, almeno tra quelle meno serie, che colpiscono gli uomini, ce n'è una che atterrisce davvero i maschietti, di tutte le età: l'alopecia androgenetica (meglio nota come calvizie).
L'alopecia è una condizione di mancanza, totale o parziale, dei capelli.
Esistono diverse scale per misurare l'estensione delle calvizie.
Ma non mi va di dilungarmi in questa sede in noiosissime e dolorose dissertazioni mediche.
Preferisco lasciarle al dermatologo di turno.
Mi preme solo dire che i soggetti appartenenti al livello I° della scala di Hamilton sono quelli che non soffrono di calvizie. Beati loro.
Tutti gli altri, si! E se ne facciano una ragione.
Del resto, come si dice: aver compagnio in dolor scema la pena: siamo tanti.
Calvi di tutto il mondo unitevi!
L'alopecia androgenetica o calvizie comune, si manifesta con un fenomeno di diradamento della parte fronto-occipitale dei capelli, dovuto alla miniaturizzazione del fusto.
Come tipo di alopecia è il più frequente: colpisce uomini di ogni razza, con gravità diversa.
È più frequente nella razza caucasica e solitamente colpisce gli uomini e non le donne.  Buon per loro.
In altre etnie è meno presente.  Beati loro.
Curiosamente non colpisce gli eunuchi pare per questioni di ormoni e di testosterone.
Questa specifica ragione, letta la contrario, ha favorito la nascita e la diffusione della leggenda secondo la quale i calvi sarebbero anche i maschi più machi tra i maschi più machi.
E pare sia iniziata con Yul Brinner, ve lo ricordate?
Anche chi scrive è stato colpito dall'alopecia e, sebbene non sia (ancora) famoso come l'attore americano, con grande soddisfazione personale, può vantarsi di aver conservato una discretamente folta capigliatura fino e oltre i 40 anni suonati.
La qual ragione mi ha permesso almeno di vivere agiatamente le mie... esperienze amorose giovanili.
Ad ogni modo, per farla breve, da qualche anno ho risolto il mio problema alla ...radice: come si dice.
Approfittando della raccolta punti delle merendine kinder dei bambini mi sono scelto, tra i premi, un bel rasoio elettrico.
Ho unito, come si dice, l'utile al dilettevole o, meglio, ho fatto di necessità virtù e quasi ogni settimana mi rado i (pochi) capelli rimasti; quelli che, insomma, ancora si ostinano a sbirciare il mondo dai (rari) follicoli ancora attivi e a comportarsi come capelli "normali".
Ho anche procurato alle mie tasche un discreto sollievo economico perchè evitandomi le 4 visite mensili per 12 mesi in un anno al simpatico barbiere risparmio la bellezza di 384 euro.
Infine, altra piccola soddisfazione accessoria, come recita anche il titolo di un famosissimo film americano ...a qualcuno piace calvo.

smr
 

mercoledì 26 settembre 2012

Racconto ironico breve n.6.



Io e mia moglie stiamo cercando casa.
Io sono impiegato, guadagno 1200 euro al mese; lei ha un contratto di apprendistato per 4 anni, con assunzione quasi certa al termine.
Al termine, appunto!

Per adesso guadagna 900 euro, che diventeranno 1200 a contratto definitivo sottoscritto.
Campa cavallo...
Vorremmo comprare una casa, per poi andare a viverci tra uno o due anni e metter su famiglia con uno, massimo due figli; uno maschio e, possibilmente, una femmina.
Ma se dovess'ero essere due femmine o due maschi non li buttiamo di certo.
Avremmo quindi deciso di acquistare una casa che abbia un budget intorno ai 100.000 euro, un bivano o trivano (assolutamente non un ...divano: non basterebbe!) che possa andare bene per i primi due o tre anni, ma andrebbe bene lo stesso anche se dovessero arrivare prima i bambini.
Oggi andiamo a vedere una casa, sarebbe un affarone ed è esattamente come la vorremmo.
Il proprietario è di Oristano, ma è sposato e risiede a Roma.
Sono fiducioso.
Spero di trovare davvero la casa dei miei sogni. Dei nostri sogni.
Ad ogni modo, anche se la casa che andiamo a vedere non dovesse essere la nostra casa futura, mi auguro comunque di non dovermi accontentare di stringere solo una... man-sarda!

smr

I grandi registi hanno detto di INGMAR BERGMAN.



Le lusinghiere dichiarazioni rilasciate da alcuni grandi registi contemporanei viventi sul grande Maestro del cinema Ingmar Bergman.

Woody Allen:





"A un certo livello c'è la generalità dei registi che forniscono bene al pubblico, anno dopo anno, un solido prodotto d'intrattenimento. Ad un livello superiore ci sono gli artisti che fanno film che sono più profondi, più personali, più originali, più emozionanti. E, infine, sopra a tutti, c'è Ingmar Bergman, che è probabilmente il più grande artista del cinema, tutto sommato, dal momento dell'invenzione della macchina da presa".


Jean Luc Godard:

Jean-Luc Godard, dopo aver definito Ingmar Bergman il "cineasta dell'istante", scrisse: "Ognuno dei suoi film nasce da una riflessione dei protagonisti sul presente, approfondisce tale riflessione attraverso una sorta di frantumazione della durata, un po' alla maniera di Proust, ma con maggior forza, come se Proust fosse stato moltiplicato da Joyce e Rousseau insieme, e infine diventa una gigantesca e smisurata meditazione a partire da un'istantanea. Un film di Bergman è, per così dire, un ventiquattresimo di secondo che si trasforma e si dilata per un'ora e mezza. È il mondo fra due battiti di palpebre, la tristezza fra due battiti di cuore, la gioia di vivere tra due battiti di mani".

Ermanno Olmi:

Da Bergman ho tratto la lezione della purezza, della costante tensione alla miracolosa autenticità dell'infanzia, l'età della vera innocenza e del contatto misterioso con ciò che ci sovrasta e ci rende davvero vivi [...] La più profonda dimensione del suo cinema è aver intessuto costantemente un intenso rapporto con Dio. Ha rappresentato a pieno la vera ricerca di Dio.”



Bernardo Bertolucci:

“Insieme ad Antonioni, verso i tardi anni ‘50, Bergman sembrò aver portato il cinema in una direzione ancora inesplorata. Quella della profondità dello spirito umano, sempre più dentro a donne e uomini, con un bianco e nero che rendeva fantasmi i suoi personaggi e personaggi i suoi fantasmi. Ai tempi di “Ultimo tango a Parigi” mi disse: «Mi piace, ma al posto della ragazza, avrei scelto un ragazzo». Io gli risposi che era una bellissima idea, ma che parlava più di lui che di me. Quando lo conobbi a Berlino in occasione della Fondazione dell'European Film Academy, di cui fu presidente, mi parve l'uomo (il regista) più bello che avessi e che avrei mai incontrato nella vita. Gli scrissi un bigliettino: «Non sia crudele, ci dia ancora qualche film». E lui: «Il cinema mi ucciderà, ma tu continua a lottare». Conservo il biglietto come una reliquia. Qualche anno fa ci diede Sarabanda. Era andato ancora più a fondo, con una immensa pietà per i suoi fantasmi. Tra di loro c'era anche il cinema, il suo assassino, invocato e perdonato.”


(dal libro di Salvatore M.Ruggiero:
Il Genio di Uppsala: il grande cinema di Ernst Ingmar Bergman spiegato a chi lo ignora.)

martedì 25 settembre 2012

"La più forte" di Strindberg; "Persona" di Bergman: Analogie tra due drammi borghesi.


Chi ama profondamente e, altrettanto profondamente, conosce il cinema di Ingmar Bergman ed, in modo particolare il suo film: Persona, non potrà non scorgere le forti somiglianze con un dramma di Strindberg, datato 1889: La più forte.
Si può, addirittura, dire, e molti critici lo hanno fatto
apertis verbis, che il Bergman di Persona incontra lo Strindberg de La più forte, al punto da rilevare facilmente come il film di Bergman (successivo) abbia molti punti in comune con il dramma borghese di Strindberg (precedente). 
E si può anche aggiungere che il problema della incomunicabilità e del silenzio di Strindberg incrocino la loro strada con le corrispettive problematiche elaborate nel cinema di Bergman.
Quando Ingmar Bergman spiegò il soggetto di Persona, lo riassunse in questi termini:
E' un film su una persona che parla e su una che non parla, e si confrontano le mani e si mescolano l'una con l'altra”.
Kenne Fant, che era allora Presidente dello
Svenska Filminstitutet, con una notevole dose di comicità involontaria, replicò:
"...non dovrebbe essere un film molto costoso!".
 Il film, in buona sostanza, è la ricerca delle caratteristiche che legano una coppia di donne (protagoniste anche della piece strindberghiana), di cui una è silenziosa e la seconda è alla continua ricerca della verità nell'altra. 
Persona è una pellicola, molto sottile e complessa, oltre che su quelli già accennati, anche sul tema dell'identità di genere e sui ruoli che sono assegnati alla donna dalla società.
Non è una coincidenza che una delle due donne sia un attrice, colta in un eterno attimo di smarrimento proprio mentre interpreta il ruolo di
Elettra.
Sin dalla sua uscita, il film fu recepito come altamente sperimentale nelle tecniche cinematografiche che Bergman utilizzò per trasmettere il senso di incomunicabilità tipico della sua cinematografia.
E anche
La più forte è basata sullo stesso principio: una donna parla e una ascolta, o meglio, risponde con espressioni non verbali.
La domanda retorica su quale delle due donne di
Persona sia la .....più forte è in realtà destinata a restare senza risposta.
Ma si sa bene che Bergman si interroga, si pone delle domande, ma non a tutte le domande da delle risposte; non a tutte risponde. 

Non per tutti i quesiti ha o, meglio, da una risposta. 
Non a tutti i problemi offre una soluzione.
C'è però qualcosa di più profondo, un sotto-testo impalpabile e inafferrabile, una sorta di enciclopedia di poche parole sul significato di genere dell'essere donna. 

Quella che la donna silenziosa e la donna preda di una specie di impeto moralizzatore sembrano suggerire sono gli estremi di un pendolo. 
Da una parte la rinuncia di sé in favore di un ruolo che può dare una facile felicità domestica; dall'altra il vuoto della ribellione alla maschera, che può dare la libertà del volo ma anche il precipizio di una caduta rovinosa.
Due estremi che però sono intercambiabili, che sembrano opposti solo perché speculari.
Il critico Tullio Kezich, ha sottolineato, a suo tempo, che: 
"Persona, è svolto come un teorema che a un certo punto si trasforma nell'operazione senza anestesia che il chirurgo svolge in presenza del pubblico".
Sempre secondo Kezich: 

"Bergman riduce all'osso le scenografie e gli artifici per indirizzare lo spettatore verso i personaggi, come un diabolico dominatore". 
Proprio in questo aspetto trova adempimento l'intenzione sperimentalistica della pellicola, oscillando tra la nevrosi attiva e passiva dell'afasia e le soluzioni registiche brutalmente subliminali e psicoanalitiche.
Il film è grande cinema, capolavoro cinematografico, ma pur sempre cinema.
E' lo stesso Bergman a suggerirci di vederlo come tale, come finzione, non come realtà, non come riproduzione della vita, proprio all'inizio del film, e ce lo ricorda a metà della visione e, ancora, alla fine della proiezione, quando la pellicola sembra prendere fuoco e autodistruggersi. 

Lo fa proponendo una serie di immagini che rappresentano proprio il cinematografo: i carboni dell'arco voltaico di un proiettore; la pellicola che scorre; una sequenza del cinema muto; le mani di un bambino; il sacrificio di un agnello; la mano di Cristo inchiodata alla croce; la neve sporca; un bambino che cerca di aggrapparsi invano a un'immagine di donna irraggiungibile. 
E ci avverte anche di leggere il film in diversi modi, fornendoci, per l'uso, diverse chiavi di lettura (tecnica-estetica; religiosa-spiritualistica; psicologica-psicanalitica) delle quali, però, l'una non esclude l'altra. 
Ma, tutte insieme, fondendosi l'una nell'altra, in maniera propedeutica, in una sola complessa ed articolata lettura critica, si completano e si perfezionano.

Liliana Cavani disse, all'epoca della prima uscita del film: 
"Ho visto poche opere cinematografiche così nette. Il film è il risultato di un paziente lavoro di approfondimento e di rifinitura. E' uno di quei film che indicano ai registi vie nuove per tentare nuove possibilità di espressione".
Il prologo, poi, allinea diversi espliciti riferimenti ad opere precedenti di Bergman. 
Ne ricordiamo almeno due, i più marchiani: Prigione, con la comica alla Melies; Il silenzio: con lo stesso bambino, che è uno dei tre protagonisti del film, interpretato da Jorgen Lindstrom; e lo stesso libro di Lermontov: Un eroe dei nostri tempi.


(dal saggio di Salvatore M.Ruggiero: "Il genio di Uppsala, il grande cinema di Ingmar Ernst Bergman spiegato a chi lo ignora" http://www.amazon.it/Grande-Cinema-Ingmar-Bergman-Spiegato/dp/1470921553/ref=sr_1_10?s=books&ie=UTF8&qid=1346615252&sr=1-10)

lunedì 24 settembre 2012

Racconto ironico breve n.5




"Vieni Fido! Vieni bello! Andiamo a buttare l'immondizia che ti piscio."
Si avviarono verso la porta Luca e il fido Fido.
Scesero le scale e imboccarono il portone lasciato aperto dall'ultimo inquilino ch'era entrato e che, con molta probabilità, aveva la coda.
Sciolse il guinzaglio al cane e si avvicinò al cassonetto: aprì il coperchio spingendo col piede sul pedale e buttò dentro la busta.
"Vai Fido! Fatti una corsa bello! Mentre io mi fumo l'ultima sigaretta, come fanno solo i condannati a morte."
Da quando era nata la loro seconda figlia la moglie non gli aveva più permesso di fumare in casa: Luca era quasi contento di andare ogni santa sera a buttare l'immondizia, un'occasione insperata per fumare. Una volta rientrato in casa avrebbe dovuto resistere senza fumare fino alla mattina dopo.
Allora appoggiava un piede al muretto tenendosi in equilibrio solo su una gamba, ogni tanto cambia gamba.
Ma non fumava solo una sigaretta, si accendeva due o tre sigarette, una dopo l'altra; una col fuoco dell'altra.
Le fumava avidamente, tirando boccate di fumo con forza.
E mentre le fumava si metteva a parlare col cane che gli gironzolava intorno.
In pratica, da un po di tempo e quasi senza accorgersene, Luca aveva iniziato a dire cose ...ar-cane!

smr

venerdì 21 settembre 2012

Alessandro, il funaio che somigliava a Nero Wolfe.



dalla mia raccolta di racconti "Le stagioni della lattaia" metto qui un breve estratto della
"Piccola storia n.5: Alessandro, il funaio che somigliava a Nero Wolfe".




  "...Se andava bel tempo potevi trovare Alessandro, ogni giorno, sotto casa - seduto spalle al muro: in attesa della consueta calda brezza marina che lo ristorava. 
Oppure all’ombra del grosso olmo secolare che stava di là della strada - di fronte alla finestra della sua cucina. 
Sempre seduto sulla sua sedia imbottita di paglia.    
Solo ogni tanto si spostava. 
Per sfuggire al sole feroce dell’estate braccava l’ombra che girava intorno al palazzo. 
Se invece pioveva, trasportava - stavo per dire veloce. Mi sarei clamorosamente sbagliato. Lo faceva con calma, molta calma - il suo povero armamentario all’interno del palazzetto. E lavorava nell’androne - col portone spalancato. 
Voi non potete saperlo ma Alessandro era curioso come una scimmia. Anche impegnato dal suo lavoro voleva continuare a scrutare la strada bagnata, i pochi passanti, e il traffico sonnacchioso delle rare automobili che all’epoca percorrevano il lungo Viale della Libertà. 
Durante la bella stagione lavorava anche la sera tardi. 
Per risparmiare qualcosa sulla bolletta della luce, sfruttava l’illuminazione pubblica appena installata. 
Si sistemava proprio al centro del cono luminoso che calava sul marciapiede dal fioco lampione attaccato, in alto, sulla parete esterna della sua abitazione - e lavorava..."

mercoledì 19 settembre 2012

In memoria di Tonino Lisi.



Ci sono persone che sembra non debbano mai andarsene; non debbano morire mai; pare che debbano vivere in eterno: Tonino Lisi era una di queste.
Tonino è stata anche una di quelle persone che sicuramente mancheranno e molto, non solo alla famiglia, ma alla intera comunità nella quale sono vissute, alla quale hanno appertenuto da sempre, ininterrottamente, dalla nascita fino alla morte.
E lo scrivo con onestà, senza un pizzico di enfasi, di esagerazione o di retorica.
Mancherà, perchè mancheranno le sue idee innovative, alcune quasi rivoluzionarie, mancheranno i suoi progetti, le sue organizzazioni "disorganizzate", le sue iniziative private e pubbliche: anche se, sempre per onestà, bisogna dire che lui non aveva una sua vita privata (o sembrava non averla): la sua vita privata era mischiata a quella pubblica e la sua vita pubblica era un tutt'uno inscindibile con la sua vita privata.
La sede della "sua" Pro-Loco era sotto casa sua.
Ma, per sgombrare il campo e subito da qualunque illazione (in questi tempi di malaffare e di peculati) bisogna aggiungere subito che lui con la sua inesauribile attività associazionistica non ci ha mai guadagnato una lira, piuttosto ci ha rimesso: quadagnandosi solo la stima di quanti (quasi tutti i corenesi di dentro e di fuori) hanno saputo apprezzare il suo dinamismo, la sua voglia di fare, la sua attività instancabile.
Lui, per tutta la sua lunga vita, è stato un giovane con la forza dell'uragano, costretto, ma solo verso la fine, in un corpo di anziano, che comunque ha saputo conservare un'andatura scattante, svelta, che non è mai riuscito a limitare il suo entusiasmo e la sua iper-attività.
Chi non lo ricorda - lo ha fatto anche a qualche settimana dalla morte - passeggiare a passo svelto per le vie del paese, magari con la macchina fotografica a tracolla.
Facendo ogni tanto quella specie di saltello che era diventato un tratto caratteristico della sua camminata.
Mio figlio Antonio ieri mi ha detto: "papà, ma è morto quel signore alto che faceva il fotografo?"
E proprio al 20 Marzo 2012, il giorno del compleanno di mio figlio, posso far risalire l'ultima chiacchierata seria e abbastanza lunga, durata un'oretta, che abbiamo fatto insieme; che abbiamo avuto il piacere di condividere entrambi. Ma soprattutto io, perchè con Tonino si parlava bene, senza isterismi dialettici.
Eravamo appoggiati al muretto del parco pubblico e, con una buona dose di nostalgia e non senza una punta di rincrescimento, abbiamo ricordato assieme la lunga militanza comune nella DC; tutte le sue iniziative economiche, associazionistiche, culturali (alcune ancora vive, altre naufragate miseramente); i nostri libri, quelli letti e quelli scritti; la (irr)riconoscenza del paese; il disinteresse, la mancanza di mutualità e di cooperazione, che assieme all'egoismo e all'autismo sociale, lo hanno praticamente costretto a rincorrere una crescita e uno sviluppo che (probabilmente) non arriveranno mai.
Mi diceva "...adesso siamo tutti impegnati a parlare di come Coreno doveva essere e non è stato"; "...di come poteva crescere e svilupparsi, e non è avvenuto"; e aggiungeva "...non è importante chiedersi di chi è la responsabilità o la colpa, ma bisognerebbe urgentemente cambiare spartito e invertire la rotta, chè non tutto è perduto. Forse!"
Aveva sempre speranza, aveva sempre una speranza; non si abbatteva mai, provava sempre a giocare la sua carta, anche se era la sua ultima carta.
Ragionava come se non dovesse morire mai; agiva come se sapesse di dover morire il giorno dopo.  
Mancherà Tonino.
Mancherà la sua guida al giornale "La Serra", migliorabile certo (come pedantescamente gli contestavo in vita), ma pur sempre una testimonianza importante e preziosa (come ribadisco ora che è morto).
E tutti quelli che hanno anche solo superficialmente avuto a che fare con un giornale "artigianale", qualche volta, anche solo sporadicamente, sanno quanto sia complicato, gravoso, difficile, licenziare un giornale alla tipografia.
Quanto lavoro, fisico e intellettivo, anche un giornalino all'apparenza semplice come quello che dirigeva, richieda ai redattori e soprattutto al Direttore.
E, infine, ci mancheranno - ma da qualche anno, in verità, ci mancavano già - le sue famose gite all'estero col pulman, quelle fantastiche, entusiasmanti e defatiganti, galoppate per le capitali di tutta l'Europa; anche due o tre città nella stessa escursione, che per motivi economici non duravano mai più di una settimana o dieci giorni.
Tonino è uno di quei cittadini che hanno più dato alla loro comunità; ma è anche uno di quelli che da essa hanno ricevuto di meno, in cambio.
Adesso possiamo solo evitare di dimenticare quello che ci ha insegnato; tenendo bene in mente, anzi cercando di metterla in pratica anche noi, la bella, elegante, mai arrogante lezione di vita che ci ha impartito.
Non lasciamo che la sua preziosa eredità spirituale si disperda, ma riprendiamo il lavoro da dove il suo solco è stato interrotto.

Ciao Tonino. R.I.P.

smr

Voglio chiudere questo pezzo con un brano tratto dalla presentazione del mio libro "Le stagioni della lattaia".
Alla quale Tonino naturalmente era presente: si vede di spalle seduto in prima fila nel settore destro nel filmato che abbiamo pubblicato su YuoTube.
E raccontando un aneddoto che non conosce nessuno.
La sera della presentazione del libro "Te la senti di costruire un monumento" ho salutato pubblicamente Tonino che era in ospedale già da qualche giorno, dicendo che se fosse stato aCoreno sicuramente sarebbe stato seduto in prima fila e altrettanto sicuramente avrebbe comprato il libro. Maurizio Costacurta, uomo di grande e sincera sensibilità ha voluto far recapitare a Tonino, per il mio tramite, una copia del suo libro corredato di dedica autografata.
Non penso che Tonino abbia avuto la forza di leggerlo, forse nemmeno di prenderlo in mano e sfogliarlo con la sua consueta curiosità: spero almeno che lo abbia portato con se, in Paradiso.
Infine un augurio - che è anche una speranza - di quello che vorrei non succedesse mai, con il ricordo di Tonino.

"...Da qualche parte nel mondo si conserva l’uso di ricordare ed onorare il compleanno dei morti. 
Al mio paese sembra che non esista più la Memoria! 
Quando un uomo muore finisce nel dimenticatoio. 
Lì la sua memoria rischia di evaporare per sempre. 
Per quanto alcuni viventi - consapevoli, o meno, d'avere poco o niente da dire - per la loro banalità hanno i modi di chi è già morto (mi ricordano l’anziano dottore visto in un vecchio film svedese degli anni ’50). 
Al contrario, certi defunti, anche dopo il trapasso, con le loro ricche storie personali, ancora ci raccontano molto. 
E’ come dire: Tutti muoiono, pochi hanno realmente vissuto! 
Alcune persone hanno lasciato una traccia - leggera o profonda - nella sabbia della Memoria e del Tempo. 
Spesso ci accorgiamo dell’influenza che hanno esercitata su di noi quando è ormai troppo tardi. 
In tal caso solo coi pensieri possono ricevere la nostra gratitudine. 
E’ sempre da preferire la riconoscenza - anche tardiva - alla dimenticanza colpevole."

lunedì 17 settembre 2012

Occupies your head!


Ci sono delle persone nascoste in qualche buco di culo del mondo che non conosciamo e di cui non conosciamo il volto, che scelgono per noi; che riempiono di merda le nostre vite; che ci distraggono dalle nostre attività preferite.
Ci dicomo quello che dobbiamo leggere e noi lo leggiamo;
Ci dicono quello che dobbiamo vedere e noi lo vediamo;
Ci dicono quello che dobbiamo mangiare e bere e noi mangiamo e beviamo solo quella merda;
Ci dicono perfino dove dobbiamo andare e con quale macchina e noi andiamo lì e ci andiamo proprio con la "loro" macchina;
Ci dicono chi dobbiamo votare e noi lo facciamo;
Ci dicono che la crisi è finita, ma invece dura da cinque anni ed è una crisi di cui non si vede la fine;
Ci dicono che è impossibile vivere senza una banca e senza una carta di credito e noi apriamo quei bei c/c attraverso i quali i banchieri assetati di soldi e di potere ci vampirizzano;
Ci dicono perfino che non è possibile vivere senza indebitarsi e noi ci indebitiamo per loro;
Ci dicono che il denaro ha perso la sua funzione primitiva, anzi che ad essa ne ha aggiunta un'altra: cioè che può essere speso, non secondo le proprie possibilità: se ce l'hai lo spendi, se non ne hai abbastanza spendi quello che hai. No! Lo puoi spendere, e puoi spendere anche quello che non hai: loro ti fanno credito. Ma c'è un problema! Se poi non puoi pagare, se non ce la fai a ripianare i tuoi debiti per una crisi che hanno provocato loro, loro ti spogliano di tutte le tue cose.


E' davvero arrivata l'ora di cominciare a ragionare con la nostra testa e di scegliere quello che fa più comodo a NOI.
Solo così tutti quelli che vogliono "giostrarci" (e sono molti) si accorgeranno che esistiamo e che possiamo mettere fine alle loro imposizioni e ai loro sporchi affari.

Occupiamo la nostra testa! Occupies your head!

smr

domenica 16 settembre 2012

Giovanni e lo...sterco del diavolo.

La gente è convinta che tutto si possa fare coi soldi, che coi soldi si possa fare tutto, e per fare tutto o quasi servano solo i soldi.
probabilmente è questa convinzione che ci sta portando lentamente alla rovina.
Giovanni, il contadino vero ci impartisce una severa ma utile lezione.




"...lui non giocava per soldi, ma puro diletto. Le sue mani non avevano mai soldi per posta. Perché Giovanni non era un tipo venale. Meno che meno era avido. Coi soldi aveva un personalissimo rapporto. Da come li trattava - anzi da come li ignorava - sembrava che non avessero alcun valore. Semplicemente non gli interessavano. Per lui costituivano solo un peso, una preoccupazione, un impiccio da evitare, o di cui disfarsi al più presto. Non erano certo l’obiettivo della sua vita - solo un mediocre strumento, di cui, peraltro, avrebbe fatto volentieri a meno. Davvero il denaro era per lui lo sterco del diavolo. Se non fosse esistito sarebbe stato lo stesso: invece di venderli, avrebbe, ancora più genuinamente, barattato i suoi prodotti. E i pochi soldi che gli avanzavano li spendeva volentieri. Diceva sempre che i soldi sono come il letame di vacca, non servono a niente se non lo spargi in giro. Giovanni non era attaccato al possesso delle cose materiali."

(dal libro di Salvatore M.Ruggiero: Le stagioni della lattaia, Piccola storia n.6 Giovanni, un contadino vero) 

venerdì 14 settembre 2012

Recensione di: "Te la senti di costruire un monumento", romanzo di Maurizio Costacurta.



Il romanzo di Maurizio Costacurta, peraltro opera prima (e, per questo, complimenti!), è appassionante, benchè scritto con prosa apparentemente leggera e molto scorrevole.
Facile da leggere, quindi, ma non illudetevi: non è una lettura ...facile.
Nonostante lui si schermisca continuamente, ripetendo ..."non volevo fare letteratura!".
Non credetegli!
Alla maniera di Strindberg il suo autobiografismo è forma alta di letteratura.
Alla maniera di Proust scava nella sua memoria per ricavare pura prosa.
E alla maniera di Carofiglio (si parva licet!) la sua scrittura oltre che pregevole, è onesta, schietta, soprattutto perchè proveniente dal profondo del cuore - si vede, anzi si sente.
La storia del monumento, raccontata dalla pubblicazione del bando di concorso fino alle soglie della sua realizzazione, nell'arco di quasi un anno, s'incrocia sapientemente, con la sua storia professionale e la sua storia personale e privata, contrappuntata da qualche flash-back della giovinezza e con delle interessanti incursioni nel rapporto d'amore con la sua attuale compagna.
Peraltro raccontato senza mai sconfinare nella letteratura erotica, tantomeno nella volgarità.
L'autore opportunamente interrompe la descrizione dei loro rapporti intimi, che restano solo suggeriti, ancorchè chiaramente, un attimo prima che essi avvengano.
Con levità e un pizzico di compiacimento li suggerisce al lettore ..."lasciammo per terra una scia di vestiti che avanzava fino ai piedi del nostro letto!"
Il libro costituisce anche la testimonianza personale e professionale di un bravo architetto costretto a scontrarsi con le lungaggini, gli ostacoli, le situazioni kafkiane che la burocrazia offre a piene mani e che attanagliano la quasi totalità degli uffici pubblici italiani: costituendo per questo peculiare motivo quasi una "istant book" (sebbene si riferisca a fatti del 2006: ma tanto, da allora, non è cambiato niente! Sic!) sull'argomento spinoso dei travagliati rapporti tra cittadino e P.A..
Per la cronaca e per finire: il monumento esiste davvero, alla fine e nonostante gli spiacevoli contrattempi è stato edificato, chi volesse vederlo e apprezzarlo si rechi a Roma, dove lo troverà agevolmente nei pressi della Stazione Ostiense.

smr


Racconto ironico breve n.4.

Qualche giorno fa, negli ambienti scientifici, è stato reso noto il ritrovamento di alcuni esemplari di tarme del tessuto, quasi fossilizzate, quindi in perfetto stato di conservazione.
Ed è inutile dire che questa è la prima volta che ciò accade in Italia, anzi in Europa.
L'unico rinvenimento che si ricordi e che è stato riportato dalle riviste scientifiche è quello delle tarme delle mummie di Nazca, in Perù.
Ritrovamento peraltro molto controverso e mai accertato con sicurezza assoluta.
Le tarme del tessuto (non si sa ancora se sono tarme della lana, del lino o del cotone) di epoca romana sarebbero state rinvenute, da una squadra di paleontologi, tra i brandelli di alcuni abiti risalenti ad epoca romana, negli scavi che essi stavano effettuando presso l'ampia zona archeologica di Roma Ostiense.
La notizia, che non ha avuto grande risalto sulle pagine della stampa nazionale, e non è stata riportata nemmeno dalle televisioni nazionali, diventa ancora più importante in quanto, come spesso accade in questi casi, si tratta di un ritrovamento assolutamente casuale: definito, infatti, serendipidico.
Sembra, infatti, che gli scenziati fossero impegnati da mesi nella ricerca di introvabili esamplari di tarli del legno.
Dagli addetti ai lavori, pare, sia già stato riferito che il ritrovamento, una volta confermato, potrebbe addirittura indurre a riscrivere la storia dell'abbigliamento antico e, perchè no, anche della intera moda italiana.
Intanto tutto l'ambiente accademico italiano ed internazionale invita al consueto riservo e alla opportuna cautela che un caso straordinario come questo invoca a gran voce.
Tuttavia non si fa mistero della rivoluzionaria importanza che accompagna l'eccezionale ritrovamento di quelle che sono già state ribattezzate: le tarme di ... Caracalla!

smr

giovedì 13 settembre 2012

Racconto ironico breve n.3.

Montare un guardaroba Ikea è un gioco da ragazzi, seguendo le istruzioni, beninteso.
Camilla e Andrea si sono cimentati insieme nel montaggio di un guardaroba Ikea e hanno anche personalizzato il loro armadio con degli originali pomelli LINDSDAL, laminati in oro. Ognuno di voi può personalizzare il suo guardaroba Ikea con la ricca serie degli accessori KOMPLEMENT, con ante, maniglie e pomelli laminati in oro diversi. Così diventa proprio il vostro armadio Ikea! E per scoprire tutta la serie dei guardaroba Ikea visitate www.ilmioarmadioIkea.it"
 
Complimenti! Avete appena letto un breve estratto del famoso romanzo: "Dagli appendini alle ante".
smr

mercoledì 12 settembre 2012

Racconto ironico breve n.2.

L'altro giorno ero in treno.
Sulla solita tratta Roma-Napoli.
Uno di quei lerci e fetidi mezzi di trasporto che solo gli amministratori di Trenitalia si ostinano ancora a chiamare enfaticamente "treni interregionali".
Invece sono solo carri-bestiame.
Seduto tranquillamente al mio solito posto: quello singolo a destra della porta, vicino al finestrino, in favore del senso di marcia del treno, per guardare il paesaggio che corre fuori, senza vertigini.
Il pc aperto acceso sulle ginocchia, in stand-by, ad aspettare un'ispirazione che tarda ad arrivare.
Ma sono solo a metà del mio viaggio.
Intanto gioco a free-cell.
D'un tratto il colpo alla porta: come un'esplosione tremenda. Un attentato!
No! Per fortuna o sfortuna.
Un'ombra gigantesca che da dietro le mie spalle si allarga sul corridoio e sui sedili vuoti davanti a me.
Entra sbuffando come una locomitiva un padreterno barbuto alto quasi due metri e largo altrettanto. Con quattro valigie, due per ogni mano.
Mano... più che mani umane, sembrano benne di una pala meccanica.
L'individuo è una specie di incrocio tra Giuliano Ferrara, Mario Adinolfi l'on. PD e la buonanima di Pavarotti.
Chi cazzo è, costui?
Vi starete domandando curiosi come scimmie.
Ma come chi era?
Io l'ho riconosciuto subito! Mi è bastato uno sguardo.
Era il mitico ...ciccione viaggiatore.







smr







Racconto ironico breve n.1.


Oggi sono andato dal barbiere.  
Quando sei depresso e odi, uno per uno, tutti i peli che hai in faccia e in testa e te li strapperesti, la cosa migliore che puoi fare è andare dal barbiere.
Sono fortunato, ce n'è uno nuovo, molto pulito e preciso, proprio a due passi da casa.
Sono doppiamente fortunato perchè, prima di tornare in ufficio, alle 16,00 passo da lui e non trovo nessuno davanti. 
La cosa che detesto di più è aspettare seduto a perdere tempo dal barbiere e sentire quella quantità industriale di stronzate mentre fai finta di leggere il giornale di ieri, per giunta piegato male.
Entro, mi siedo sulla comodissima poltrona rivestita di vilpelle nera e, dopo avermi mummificato per bene, mi rapa a zero e mi fa la barba in meno di 10 minuti.

Dietro il misero corrispettivo di 10 miseri euro.
Ottimo lavoro. 
Il barbiere sa il fatto suo. 
Ma prima questo dov'era?
Era a L'Avana, Cuba.
Dove lo chiamavano il ...figaro cubano.


smr

domenica 9 settembre 2012

Gerardo, vangava la terra.

                                                (Il vero Gerardo, come Smokey-lonesome
                                            di Pomodori verdi fritti, in una foto di P.Parente)

Gerardo non aveva un’occupazione vera. L’impiego fisso che tutti si cercano, prima o poi, nella vita. Alla sua età avanzata, se non veneranda, coltivava la terra. O, per meglio dire, si limitava a dissodarla. Non la sua ma quella degli altri. Chi aveva necessità di vangare un pezzo di terra, sapeva di potersi sempre rivolgere a lui. Per accordarsi non servivano lunghi convegni. Bastavano due parole. Non era molto loquace - tutt’altro - da sobrio era di poche chiacchiere. Dopo che gli avevi spiegato per bene dov’era il tuo terreno, con una svelta stretta di mano, e un sorriso sdentato appena accennato, ricevevi la promessa che il lavoretto sarebbe stato eseguito a dovere e per tempo. Gerardo si ubriacava di frequente, ma ricordava ogni suo impegno e, approfittando dei rari momenti di lucidità, andava sul posto stabilito e raspava, scrostava, raschiava le zolle, grattava la terra. Il lavoro che aveva promesso, se non lo faceva a regola d’arte, perlomeno l’aveva tentato. I piedi calzati da ciocie spingevano maldestramente sul pedale della sua vanga e il suo sudore arrivava sempre a bagnare le zolle. Qualche volta sbagliava recapito e si trascinava sul terreno di un altro. Poco male. Almeno anche quel pezzo di terra ne avrebbe cavato qualche beneficio. Gerardo non aveva una tariffa fissa per i suoi servizi, ma - com’è ovvio - anche lui doveva attrezzare una mesata decente. A volte chiedeva una specie di mancia, o di poter consumare un frugale boccone. Non avveniva mai a casa del committente. Quello glielo recapitava dove lavorava. Sennò gli bastava solo un fiasco di vino. L’avanzo di quello che gli serviva per sfamarsi se lo portava dietro lui. Erano sufficienti un tozzo di pane, un culo di lardo, una manciata di olive seccate nel forno - tutto innaffiato da un bicchiere di vino. Altre volte, per un’intera giornata di duro lavoro, si accontentava di poche lire. Tanto, se gli davano i soldi - di qualunque somma si trattasse - lui provvedeva immediatamente a spenderli tutti - in sigari e vino. Molto prima di raggiungere le sue tasche sfondate, lui aveva già guadagnato, spedito e raggiante, l’unica taverna che conosceva - passando prima dal tabaccaio.

(dalla raccolta di racconti paesologici Le stagioni della lattaia di Salvatore M.Ruggiero)



sabato 8 settembre 2012

Giovanni, un contadino vero.


                                                         (Giovanni, il contadino vero)


A Giovanni era toccata in sorte una vita rustica - tutt’altro che avventurosa, ma travagliata e, soprattutto, dura lo stesso - fatta di cose apparentemente semplici. 
Aveva saputo riempirla - con dignità esemplare - passandola quasi interamente a fare su e giù lungo la strada Serra, per raggiungere la sua campagna. 
Le vicende più importanti che lo riguardavano erano tutte ambientate nei luoghi che gli erano familiari e che amava. 
Lì aveva trascorso gran parte della sua esistenza - col solo vero compenso di aver imparato a coltivare ogni specie di dono di Dio. 
Particolare questo, da non trascurare - anzi fondamentale - visto che lui e la moglie e i loro quattro figli - in pratica la sua famiglia intera - vivevano soltanto dei prodotti che riusciva a strappare alla terra col solo vigore delle sue braccia. 
Ovviamente tra le sue svariate colture quella che gli procurava una forma d’autentico, pieno, assoluto compiacimento era la vite. 
Ogni sua vendemmia era abbondante. 
Non finiva mai di elargire grappoli succosi - preziosa materia prima per il miglior vino di tutto il paese. 
Così almeno sosteneva, formulando la sola asserzione immodesta che ricordi di lui. 
So per certo che la ragione era dalla sua parte. 
Potrei testimoniarlo in giudizio, sotto giuramento. 
Per buona parte della sua vita, oltre che semplice vino, aveva tentato di infilare nelle bottiglie anche una porzione di se e di quel suo carattere austero; e gli umori e i succhi e l’essenza vera della terra argillosa che calpestava ogni giorno; e tutto il calore del sole che, a piedi nudi, aveva schiacciato nei suoi tini. 
Del resto, di tutti i suoi conoscenti, solo mio nonno sosteneva un parere diverso - anzi opposto. 
A me non è mai parsa una valutazione ragionata. 
Puzzava piuttosto di pregiudizio irriducibile. 
Anche se, a proposito dei vini prodotti da Giovanni, il nonno si dilettava ad argomentare scientificamente. 
Ripeteva che il bianco era torbido come un rivo in piena e sapeva di zolfo; e che il rosso era più nero della pece, macchiava il bicchiere e in bocca allappava come il mallo ancora acerbo di una noce. 
In una parola li considerava entrambi imbevibili. 
Ora non saprei dire se lo pensasse veramente ma, o per puro spirito di contraddizione, oppure per la schiettezza che lo caratterizzava e a volte lo faceva risultare troppo diretto - forse perfino antipatico - lui non faceva nessuno sforzo per nascondere un giudizio che restava sempre lo stesso: sprezzante, cinico e scoraggiante. 
Un distillato di crudeltà pura nei confronti di una persona che aveva buttato il sangue sulla sua terra per ottenere un vino che quantomeno aveva il pregio d’essere schietto. 
Così, ogni volta che fra loro si accendeva quella disputa ormai vieta, mio nonno attaccava Giovanni frontalmente - come si considerasse la sua nemesi. 
Senza mezzi termini, gli vomitava addosso tutto il fiele concentrato nella sua atroce opinione, accreditandolo, con una durezza spietata, per la produzione d’un aceto appena passabile. 
Non si può dire che Giovanni fosse irascibile, ma un po’ incazzoso lo era. 
In quelle occasioni - le uniche - appariva debole, stranamente disarmato, non ci provava nemmeno a difendersi. 
Suppongo che fosse convinto che non sarebbe riuscito a far prevalere le sue comprensibili ragioni su quegli insulti ingiusti - di più - largamente infondati. 
Forse per rispetto dell’età si limitava a detestare mio nonno in silenzio. 
Sceglieva di masticare amaro - ma non certo per condiscendenza. 
Inghiottiva la sua dose di veleno - sempre in silenzio. 
Solo qualche volta accennava una replica. 
Per lo più lo faceva bestemmiando. 
Altrimenti si calava sul viso uno schermo crucciato e insieme sprezzante. 
Giovanni si chiudeva in un mutismo al quale, per sua fortuna, era addestrato. 
Ma si vedeva chiaramente che al posto di quella tortura verbale avrebbe preferito ricevere una staffilata in pieno viso. 
Il colpo gli avrebbe procurato un dolore meno lancinante di quello che ogni volta gli infliggevano le parole crude di mio nonno.


                                                               (Mio nonno Salvatore)