venerdì 15 novembre 2019

Come cambia la terapia per il tumore alla mammella. Importanti aggiornamenti.

   Seguendo il mio naturale impulso, oltre che la mia buona intenzione a divulgare notizie importanti entrambi retaggio di una negativa e buia esperienza personale, metto qui un pezzo riguardante le novità sulle terapie anti-cancro, come emerse dall'ultimo Meeting Mondiale tenutosi a Roma. 


   A volte, già al momento della diagnosi, il tumore alla mammella può essere in fase avanzata, ed essersi quindi diffuso anche lontano dalla sede primaria. Si parla in tal caso di tumore metastatico. Succede nel 10% dei casi ed è successo a 5.300 italiane solo nel corso del 2019. Una curiosità amara: sempre nel corso del 2019 sono state colpite dal tumore alla mammella (con stadiazioni varie) ca. 4.400 donne (e anche qualche maschio) solo nella regione Piemonte. Per le pazienti metastatiche (nella stragrande maggioranza donne, ma anche qualche maschio) ci sono oggi nuovi farmaci e strategie terapeutiche che permettono a 1 malato su 4 di sopravvivere (ben magra consolazione) fino a 5 anni dalla diagnosi conclamata. Per quanto scarsi, si tratta di risultati impensabili "solo" 10 anni fa. Alle nuove strategie nella cura della malattia è stata dedicata la sesta edizione del "International Meeting on New Drugs and New Insights in Breast Cancer", tenutosi all’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma con la partecipazione di più di 200 esperti arrivati da tutto il mondo. 
  “Oggi abbiamo molte armi a disposizione, dalla chemioterapia all’ormonoterapia alle terapie target fino all’immunoterapia. Ma è essenziale che tutte le pazienti siano trattate nelle Breast Unit, cioè in Centri di Senologia, dove è più alta l’adesione alle linee guida, migliore l’esperienza degli specialisti ed è garantita l’adozione di un approccio multidisciplinare”, afferma Francesco Cognetti, Direttore del reparto di Oncologia Medica dell'Ospedale Regina Elena e Presidente del Congresso. “A livello europeo, è stabilito che possano definirsi Breast Unit solo le strutture che trattano almeno 150 nuovi casi ogni anno. La multidisciplinarietà ne è l’elemento fondante. La formazione di un team coordinato favorisce il raggiungimento di un alto livello di specializzazione delle cure, dallo screening fino alla riabilitazione, ottimizzando qualità e tempistica delle prestazioni, con l’obiettivo principale di prolungare e migliorare la vita delle pazienti”. È dimostrato che, nelle strutture ad alto volume di casi trattati, la sopravvivenza a 5 anni dall'inizio delle terapie raggiunge l’83,9% (rispetto al 78,8% dei centri che trattano fra i 50 e i 99 casi ogni anno e al 74,9% dei centri con meno di 50 casi trattati).
   Non è solo nel trattamento della malattia in fase avanzata e metastatica che si registrano delle novità: per esempio, nel trattamento adiuvante delle pazienti già sottoposte a chirurgia, effettuato per ridurre il rischio di recidiva, numerosi studi hanno dimostrato la validità dei test genomici nell’orientare la scelta del tipo di terapia, con la possibilità in circa il 40% delle pazienti di evitare trattamenti chemioterapici inutili e dannosi. “Purtroppo questi test sono disponibili e rimborsabili dalla Regione solo in Lombardia”, sottolinea Cognetti. I diffusi programmi di screening mammografico e la maggiore sensibilizzazione delle donne all’aumento dell’incidenza del carcinoma mammario hanno portato, negli ultimi anni, a un consistente incremento di diagnosi di carcinomi in stadio precoce. La chirurgia conservativa ha progressivamente sostituito la mastectomia nel trattamento delle neoplasie in stadio iniziale, perché, associata alla radioterapia, è in grado di garantire alle pazienti le stesse percentuali di sopravvivenza globale e libera da malattia e migliori risultati estetici, oltre all’indubbio vantaggio psicologico collegato alla conservazione della mammella, che si traduce in una migliore qualità di vita.
   “La chemioterapia resta un’arma fondamentale nella lotta contro la malattia - sottolinea Alessandra Fabi, Oncologia Medica Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma - Se la malattia è in stadio iniziale, la strategia terapeutica può prevedere una combinazione di chirurgia, terapia farmacologica (chemioterapia, ormonoterapia, trattamento con anticorpi monoclonali) e radioterapia. In particolare, la chemioterapia ha lo scopo di ridurre il rischio di ripresa della malattia a livello locale e generale. Convenzionalmente si utilizzano regimi di associazione contenenti antracicline e taxani prolungati per circa 6 mesi. È importante che, se somministrata dopo la chirurgia, la chemioterapia venga iniziata non appena la paziente abbia completato il decorso operatorio e, comunque, entro 90 giorni dall’intervento: specialmente nei tumori più aggressivi, definiti triplo negativi, l’intervallo tra chirurgia e avvio della chemioterapia è correlato alla prognosi, con una significativa minore efficacia con un intervallo superiore a tre mesi. Se il tumore è in fase localmente avanzata, la malattia è considerata non operabile in prima scelta. Considerato anche l’elevato rischio di diffusione metastatica in questo stadio, la chemioterapia è il trattamento d’elezione, che deve comunque essere integrato con la chirurgia e la radioterapia. Nella fase metastatica, la chemioterapia può integrarsi con terapie ormonali, farmaci biologici, chirurgia, radioterapia e terapie di supporto”. 
   Vi sono diversi sottotipi della neoplasia, definiti in relazione alle alterazioni molecolari. “Questo ci consente di scegliere in maniera altamente selettiva il trattamento in relazione alle caratteristiche di ogni sottogruppo  - afferma Maurizio Scaltriti, Direttore Associato del Center for Molecular-Based Therapies al Memorial Sloan-Kettering Cancer Center di New York - In alcuni tipi di tumore della mammella (15-20% del totale dei casi) una proteina, HER2, è presente in quantità eccessiva, causando così una crescita rapida e incontrollata delle cellule malate. Dal punto di vista biologico, è una delle forme più aggressive e, in passato, non essendoci armi disponibili, per queste pazienti la prognosi era sicuramente infausta. Oggi invece, grazie a terapie mirate che bloccano il recettore HER2 e che sono utilizzate sia nelle forme iniziali non metastatiche che in quelle metastatiche, è cambiato radicalmente il decorso clinico”. Inoltre, come evidenziato in una recente pubblicazione a firma del prof. Scaltriti, una percentuale rilevante di tumori alla mammella positiva per i recettori ormonali e HER2 negativa (HR+/HER2-), un sottotipo che include circa il 65% di tutti i casi metastatici, presenta due mutazioni distinte del gene PIK3CA. Questa alterazione genetica rende questi tumori spiccatamente sensibili agli inibitori di PI3K, recentemente entrati nello scenario clinico.
   
   Mi sento, a questo punto e in chiusura, di dare qualche consiglio a tutti e, anche in maniera grossolanamente schematica, riassumo questi consigli in 6 punti più importanti: 
1) Tutte le donne, anche le giovani, dovrebbero effettuare dei controlli periodici che permettono una diagnosi precoce del tumore alla mammella;
2) Nel caso sfortunato dovessero trovarsi di fronte alla diagnosi di tumore alla mammella, esse devono rivolgersi immediatamente al Breast Unit (Unità Senologica) più vicino. Nel distretto sanitario del Basso Lazio, ad esempio, il centro più vicino ed efficiente è certamente quello ospitato all'interno dell'Ospedale SS Trinità di Sora (FR);
3) Bisogna assolutamente evitare di rivolgersi a curatori&guaritori improvvisati, ma, semmai, consultare medici esperti, titolati, di esperienza e, soprattutto, attrezzati. In genere operano in ospedali noti e sono presenti per la terapia dei tumori praticamente su tutto il territorio nazionale nazionale. Se non si conoscono i nomi si può sempre accedere, privatamente o attraverso il SSN, quindi pubblicamente, a centri noti, quali: l'IEO di Milano, il Regina Elena di Roma o l'Istituto Tumori Pascale di Napoli, tra i più noti;
4) seguire scrupolosamente tutte le prescrizioni dell'oncologo curante durante il periodo del follow-up ed evitare di prendere iniziative personali come, ad esempio, sottrarsi alla prescrizione della chemio-terapia o della ormono-terapia;
5) Il malato può fare richiesta per ottenere servizi di psico-assistenza e/o di care-giver gratuiti e per i trattamenti economici previsti erogati dall'INPS. 
6) Infine, segnalare i casi di mala-sanità (purtroppo ce ne sono numerosi) e, se il caso lo richiedesse e non solo come extrema ratio, attivarsi per cambiare ospedale e rivolgersi ad altri centri e ad altri medici più capaci e scrupolosi ma, soprattutto, più umani. 

   P.S. E' stato ultimamente individuato l'enzima Mmp9, responsabile della diffusione delle metastasi del tumore della mammella nell'organismo: è stato smascherato dai ricercatori proprio mentre "cercava di aiutare le cellule tumorali in trasferta preparando dei nascondigli ben protetti dai controlli dei guardiani del sistema immunitario". Dal test sui topi arrivano nuovi scenari e nuove speranze. Anticorpi riescono a riconoscere e attaccare l'enzima, così come è stato appurato in laboratorio in roditori colpiti da una delle forme più comuni di tumore della mammella, il luminale B. Il risultato, che potrebbe aiutare la lotta alle metastasi e migliorare le chance di successo dell'immunoterapia, è pubblicato sulla rivista Life Science Alliance dall'Università della California a San Francisco. L'enzima Mmp9 era già tenuto d'occhio da tempo per la sua sospetta capacità di rimodellare la matrice extracellulare, ovvero l'ambiente in cui sono immerse le cellule, fondamentale per promuoverne la comunicazione e la salute, oltre che per dare forma e struttura all'organo. Vari indizi avevano fatto capire che Mmp9 usava questa sua abilità per creare delle nicchie ospitali per le cellule metastatiche nei vari organi, ma le ricerche finora si erano focalizzate solo sui tumori in fase più avanzata. Analizzando le fasi più precoci, invece, i ricercatori statunitensi hanno scoperto che il ruolo dell'enzima Mmp9 è essenziale per la diffusione delle metastasi, e non per la crescita del tumore primario. L'iniezione di un anticorpo specifico contro Mmp9 ha permesso di ridurre numero e dimensioni delle metastasi al polmone; inoltre ha favorito il reclutamento e l'attivazione delle cellule immunitarie nei siti delle metastasi. Questo, secondo i ricercatori, accade perché Mmp9 costruisce intorno alla metastasi una sorta di rete che nasconde le cellule maligne agli occhi del sistema immunitario: bloccarlo per tempo impedendo la realizzazione di questa barriera potrebbe favorire l'azione dell'immunoterapia che ha l'obiettivo di potenziare le naturali difese contro il cancro.

   TUMORE AL SENO - Ultim'ora! Si potrà evitare la chemioterapia: via libera dell'Aifa al nuovo farmaco. Martedì 28 gennaio 2020Per il tumore metastatico al seno si potrà dire addio alla chemioterapia anche in ItaliaÈ stata infatti approvata dall'Aifa (Agenzia Italiana del FArmaco) pubblicata in Gazzetta ufficiale la rimborsabilità dell'abemaciclib, un nuovo farmaco sviluppato e prodotto da Lilly che è un inibitore selettivo delle chinasi ciclina-dipendenti (Cdk 4&6). In una terapia insieme a un altro farmaco della terapia ormonale, il fulvestrant, l'abemaciclib ha portato a migliorare l'aspettativa di vita, con una mediana di 46,7 mesi rispetto ai 37,3 mesi di solo trattamento con fulvestrant. Questo risultato, secondo gli studi, sarà un'arma chiave per le 10mila nuove pazienti italiane che ogni anno lottano contro un carcinoma mammario in stadio avanzato. Il farmaco è disponibile anche sul mercato italiano per tutte le pazienti, in pre, peri e post-menopausa, con carcinoma mammario avanzato o metastatico positivo ai recettori ormonali (Hr+), negativo al recettore del fattore umano di crescita epidermico di tipo 2 (Her2-). ''È il tipo di tumore del seno più frequente, che riguarda circa il 70% del totale dei casi in stadio avanzato. «Abemaciclib - spiega Pierfranco Conte, docente di oncologia medica all'Università di Padova e direttore della divisione di oncologia medica 2, all'Istituto oncologico veneto - porta con sé numeri davvero importanti per moltissime donne con tumore del seno metastatico. Questo farmaco è un inibitore selettivo molto efficace in grado di prolungare il controllo della malattia nelle pazienti con tumore al seno sensibile agli ormoni». «Questo farmaco - spiega Conte - è un inibitore selettivo molto efficace in grado di prolungare il controllo della malattia nelle pazienti con tumore al seno sensibile agli ormoni. Aveva già mostrato un notevole beneficio in termini di sopravvivenza libera da progressione, ma ora, i risultati del Monarch 2, mostrano un miglioramento significativo anche nella sopravvivenza globale delle donne affette da carcinoma mammario avanzato HR+, Her2-. Ora queste pazienti hanno un'opzione di trattamento che può consentire loro un allungamento di vita. Non dimentichiamo che quando ricevono una diagnosi di carcinoma mammario avanzato, le pazienti apprendono anche che la loro malattia, per quanto possa essere gestita, rimane incurabile. Oggi possiamo offrire una speranza in più».
P.S.2 Notizia del 15 maggio 2020. Un algoritmo calcola il rischio di metastasi e recidive. E' stato messo a punto un algoritmo che permette di prevedere il rischio individuale di metastasi per le donne con tumore al seno. In questo modo gli oncologi potranno orientare la scelta della terapia paziente per paziente, evitando sia il sovra che il sotto-trattamento nelle terapie dopo la chirurgia. Il risultato è stato ottenuto nell'ambito del Programma di Novel Diagnostics dell'Istituto Europeo di Oncologia (Ieo) di Milano, guidati da Pier Paolo di Fiore e Salvatore Pece, con il sostegno della Fondazione Airc.  "Il nuovo modello - spiega Di Fiore - si basa sulla combinazione di dati genetici e clinici. I primi sono un set di geni che formano la 'firma molecolare' del tumore - StemPrintER-, mentre i due parametri clinici sono lo stato dei linfonodi e la dimensione del tumore". Il risultato è stato eccellente, secondo Di Fiore: "Abbiamo testato il modello su oltre 1800 pazienti allo Ieo e dimostrato che la sua capacità di stimare il reale rischio di sviluppo di recidiva fino a 10 anni è superiore rispetto ai parametri clinico-patologici comunemente utilizzati nella pratica clinica"Il biomarcatore StemPrinter è anche il primo strumento capace di indicare numero e aggressività delle cellule staminali del cancro, che hanno un ruolo cruciale nell'avvio del tumore, nella sua diffusione con metastasi nell'organismo, e sono anche alla base della resistenza alla chemioterapia di ogni tumore del seno. Il nostro modello è duttile e affidabile - conclude -, si applica sia alle pazienti con linfonodi negativi, che a quelle con pochi linfonodi positivi. Proprio loro sono il gruppo con il maggior bisogno di una predizione accurata del rischio di recidiva per evitare il sovratrattamento con chemioterapie aggressive non indispensabili, senza per questo trascurare il rischio di sviluppare una recidiva a distanza di anni".
P.S. 3 Notizia del 29 gennaio 2021. SCOPERTO IL TALLONE D'ACHILLE DELLE CELLULE TUMORALI. Uno studio internazionale pubblicato sulla rivista scientifica ''Nature'' apre la strada  nuove terapie. In tempi di pandemia da Covid la notizia rischia di passare inosservata, eppure può essere una svolta storica nella lotta al cancro. E’ stato infatti scoperto il ‘tallone d’Achille’ delle malattie neoplastiche: una alterazione della struttura genetica delle cellule tumorali, la aneuploidia, che può essere un punto debole da utilizzare per colpire il tumore. Lo studio, condotto da un team internazionale di ricercatori, fra cui Stefano Santaguida e Marica Ippolito dell’Istituto europeo di oncologia (Ieo) e dell’Università Statale di Milano, è pubblicato su ‘Nature’. “Il nostro lavoro rappresenta una pietra miliare nella ricerca contro il cancro – dichiara Santaguida, group leader del Laboratorio di integrità genomica allo Ieo e docente di Biologia molecolare alla Statale di Milano – L’oncologia molecolare ha individuato, tumore per tumore, numerosi geni coinvolti nella trasformazione neoplastica della cellula, utilizzabili come bersagli terapeutici. Noi oggi abbiamo aperto una strada nuova e più ampia, perché abbiamo dimostrato che una caratteristica genetica delle cellule tumorali, l’aneuploidia, che si trova nel 90% dei tumori solidi e nel 75% di quelli ematologici, può essere di per sé un bersaglio. Non solo: abbiamo trovato delle molecole, gli inibitori del cosiddetto Sac (dall’inglese ‘spindle assembly checkpoint’), in grado di interferire con l’aneuploidia e di sfruttarla per mirare e colpire le cellule cancerose”. ''L’aneuploidia – spiega una nota – è un cambiamento nel numero delle copie di cromosomi: tutte le cellule umane hanno, in condizioni normali, 46 cromosomi, mentre si sa che quelle tumorali ne hanno spesso di più o di meno, e risultano quindi con un patrimonio cromosomico (cariotipo) sbilanciato. Finora, tuttavia, questo importante segno distintivo del cancro non è mai stato sfruttato come bersaglio di cura, perché fino a poco tempo fa mancavano gli strumenti necessari per creare modelli in vitro di cellule aneuploidi.'' “Per la prima volta qui allo Ieo siamo riusciti a creare librerie di linee cellulari con cariotipi aneuploidi definiti – spiega Ippolito – Grazie a queste librerie abbiamo dimostrato un’alta dipendenza delle cellule aneuploidi dai geni coinvolti nel corretto funzionamento del Sac, il macchinario cellulare deputato alla divisione cellulare attraverso il quale ogni cellula genera due cellule figlie. Questa interazione tra aneuploidia e Sac ha una rilevanza clinica: inibendo Sac infatti le cellule aneuploidi muoiono. Si apre quindi la prospettiva concreta dell’utilizzo dei Sac inibitori come terapia anticancro”. “Ora che abbiamo scoperto che l’aneuploidia ci indica un punto di vulnerabilità delle cellule tumorali – conclude Santaguida – stiamo studiando se promuova anche la resistenza alla chemioterapia. In questo caso potremmo avere un doppio utilizzo clinico di questo fondamentale segnale-spia dei tumori”. Allo studio, coordinato dal Dipartimento di Genetica molecolare umana dell’università di Tel Aviv, hanno partecipato anche un progetto finanziato dal ministero della Salute e uno sostenuto da Fondazione Airc. Insieme a Ieo e Statale di Milano, hanno partecipato gli istituti americani Mit, Harvard, Dana Farber, Università del Vermont, e il tedesco Kaiserlautern.
8 aprile 2012. L'interruttore che "spegne" il cancro al seno | La scoperta a Milano.

Sulla rivista internazionale Journal of Cell Biology pubblicati i risultati di un nuovo studio firmato dai ricercatori dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT), dell’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) e dell’Università Statale di Milano. I dati aprono nuove prospettive per la cura del tumore mammario. La ricerca è stata sostenuta dalla Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro. 

I dati rivelano che è sufficiente bloccare questi microRNA per rendere le cellule staminali più vulnerabili ad alcuni farmaci. Se i risultati ottenuti saranno confermati in studi clinici, le chemioterapie potrebbero in futuro risultare ancora più efficaci, migliorando la prognosi delle pazienti con forme aggressive di cancro al seno. La ricerca è stata sostenuta da Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro e si inserisce negli studi condotti da Francesco Nicassio, coordinatore del Center for Genomic Science (CGS) dell’IIT-Istituto Italiano di Tecnologia a Milano. In uno studio precedente, infatti, Nicassio e il suo gruppo avevano individuato un altro microRNA, il miR-34a, svelandone il ruolo inibitorio della proliferazione delle cellule staminali tumorali. Diversamente dai miR-146a/b, il miR-34a non è presente nelle cellule staminali ma al contrario viene espresso dalle cellule più differenziate della mammella, che quindi non hanno più le proprietà staminali. Questa ultima ricerca introduce ulteriori elementi di comprensione delle componenti genetiche del cancro e apre a nuove possibilità per l’applicazione terapeutiche dell’RNA non codificante – obiettivo al centro della “RNA-initiative” di IIT (iRNA@IIT), di cui Nicassio è membro.



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L'interruttore che "spegne" il cancro al seno | La scoperta a Milano
L'interruttore che "spegne" il cancro al seno | La scoperta a Milano

 da ricercatori esclusivamente italiani il recente studio pubblicato nel Journal of Cell Biology (JCB), prestigiosa rivista internazionale edita dalla Rockfeller University Press. Nello studio sono stati identificati i microRNA (piccole molecole endogene di Rna, ndr) necessari a mantenere le cellule staminali tumorali, che contribuiscono alla crescita dei tumori al seno e alla ricomparsa del tumore dopo il trattamento.I dati rivelano che è sufficiente bloccare questi microRNA per rendere le cellule staminali più vulnerabili ad alcuni farmaci. Se i risultati ottenuti saranno confermati in studi clinici, le chemioterapie potrebbero in futuro risultare ancora più efficaci, migliorando la prognosi delle pazienti con forme aggressive di cancro al seno. La ricerca è stata sostenuta da Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro e si inserisce negli studi condotti da Francesco Nicassio, coordinatore del Center for Genomic Science (CGS) dell’IIT-Istituto Italiano di Tecnologia a Milano. In uno studio precedente, infatti, Nicassio e il suo gruppo avevano individuato un altro microRNA, il miR-34a, svelandone il ruolo inibitorio della proliferazione delle cellule staminali tumorali. Diversamente dai miR-146a/b, il miR-34a non è presente nelle cellule staminali ma al contrario viene espresso dalle cellule più differenziate della mammella, che quindi non hanno più le proprietà staminali. Questa ultima ricerca introduce ulteriori elementi di comprensione delle componenti genetiche del cancro e apre a nuove possibilità per l’applicazione terapeutiche dell’RNA non codificante – obiettivo al centro della “RNA-initiative”di IIT (iRNA@IIT), di cui Nicassio è membro.

Lo studio è nato dalla collaborazione tra il gruppo di ricerca di IIT guidato da Francesco Nicassio e quello guidato dal Prof. Pier Paolo Di Fiore, Group Leader presso l’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) e Professore ordinario dell’Università degli Studi di Milano, che da anni studia la biologia delle cellule staminali della mammella. Molti tumori, tra cui il tumore della mammella, contengono una piccola popolazione di cellule staminali tumorali, considerate il cuore alla base dello sviluppo del tumore. Le cellule staminali tumorali sono spesso resistenti alle radio e chemioterapie, e quindi possono sopravvivere ai primi cicli di trattamento e promuovere la ricomparsa del tumore e le metastasi.

Il lavoro sulle cellule staminali.

Nel cancro al seno, ad esempio, i tumori contenenti un numero relativamente elevato di cellule staminali tumorali hanno una prognosi molto più sfavorevole rispetto ai tumori con un numero inferiore di cellule staminali. Riuscire a colpire queste cellule può quindi essere cruciale per il trattamento efficace del cancro al seno e di altri tipi di tumore. Tra le molecole che potrebbero avere un ruolo importante nella biologia delle cellule staminali vi sono i microRNA, scoperti negli ultimi decenni. A dispetto della loro ridotta dimensione, queste molecole controllano il destino e l'identità delle cellule regolando i livelli di centinaia di RNA "messaggeri" più lunghi che codificano per proteine.

"Il nostro obiettivo è identificare i microRNA necessari al mantenimento di cellule staminali tumorali e che possono rappresentare potenziali bersagli terapeutici nel cancro al seno", afferma Francesco Nicassio, coordinatore del CGS di IIT a Milano. "Abbiamo identificato due microRNA strettamente correlati, miR-146a e miR-146b, presenti nelle cellule staminali della mammella e anche nelle cellule staminali del cancro al seno. I livelli di questi due microRNA tendono a essere molto elevati nei tumori al seno più aggressivi, i quali presentano un alto numero di cellule staminali tumorali", commenta Chiara Tordonato, ricercatrice presso IEO e Università di Milano, e prima autrice del lavoro. "Abbiamo ipotizzato che i miR-146a/b potessero essere necessari per mantenere il pool di cellule staminali tumorali. È stato sufficiente distruggere questi due microRNA nelle cellule tumorali derivate da pazienti per ridurre la capacità di tali cellule di formare nuovi tumori", prosegue. 

Nicassio e colleghi hanno determinato che i miR-146a/b regolano centinaia di RNA messaggeri, controllando così numerosi processi cellulari come il metabolismo e la replicazione del DNA. "Alcuni dettagli molecolari restano ancora da determinare, ma i nostri risultati mostrano chiaramente che la riduzione dei livelli di miR-146a/b rappresenta un approccio potenzialmente in grado di superare alcune forme di farmacoresistenza in ambito clinico, smascherando una 'vulnerabilità nascosta' del tumore che può essere sfruttata per lo sviluppo di nuove terapie in grado di colpire le cellule staminali del cancro", conclude Nicassio.

L'eliminazione di miR-146a/b dalle cellule staminali tumorali potrebbe alterare questi processi in modi che rendono le cellule più vulnerabili alla chemioterapia. Infatti, i ricercatori hanno scoperto che la riduzione dei livelli di miR-146a/b ha reso le cellule staminali del cancro al seno oltre 20 volte più sensibili al metotrexato, migliorando significativamente la capacità di questo inibitore metabolico di limitare la crescita del tumore.


Cancro, una nuova tecnica induce i tumori ad "autoeliminarsi". Speranze da una ricerca contro il Covid

 Si chiama SHREAD, o SHielded, REtargetted ADenovirus, è una nuova metodologia di approccio contro le cellule tumorali che potrebbe rivoluzionare la battaglia contro il cancro.

Cancro, una nuova tecnica induce i tumori ad "autoeliminarsi":  si chiama SHREAD, o SHielded, REtargetted ADenovirus, è una nuova metodologia di approccio contro le cellule tumorali che potrebbe rivoluzionare la battaglia contro il cancro. Descritta sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, questa tecnologia è stata sviluppata dagli scienziati dell’Università di Zurigo, che hanno modificato un adenovirus per agire direttamente sulle cellule tumorali. SHREAD potrebbe ridurre gli effetti collaterali legati alle radio e chemioterapie e potenzialmente consentire un migliore approccio contro Covid-19, perchè non danneggia le cellule sane. Gli esperti spiegano che una volta all’interno delle cellule tumorali, l’adenovirus modificato rilascia dei geni che fungono da modello per anticorpi terapeutici, citochine e altre sostanze di segnalazione. «In questo modo induciamo il tumore a eliminarsi da solo - afferma Sheena Smith dell’Università di Zurigo - attraverso la produzione di agenti che derivano dalle sue stesse cellule». «Gli agenti terapeutici - aggiunge Andreas Plueckthun, che ha guidato la ricerca - rimangono per lo più nel punto in cui sono necessari e non danneggiano i tessuti sani». Il team sta applicando l’innovativa tecnologia in un progetto mirato legato al trattamento di Covid-19. Molti vaccini antiCovid sfruttano già il vettore adenovirale, tra questi, Johnson & Johnson, AstraZeneca, CanSino e Sputnik V. «SHREAD potrebbe essere applicato tramite aerosol - sostiene Smith - in questo modo l’organismo potrebbe combattere l’infezione direttamente nelle cellule polmonari. Questo ridurrebbe i costi, aumenterebbe l’accessibilità delle terapie Covid e migliorerebbe la somministrazione di vaccini con l’approccio inalatorio».


21 Settembre 2021. Il tumore al seno si cronicizza.

È la più lunga sopravvivenza finora raggiunta per il tumore della mammella allo stadio avanzato e permette di parlare di vera e propria cronicizzazione della malattia. Lo dimostrano i risultati dell'analisi finale sulla sopravvivenza globale dello studio di Fase III Monaleesa-2, illustrati nel corso del Congresso 2021 di Esmo, la Società europea di oncologia medica

Al centro dell'attenzione c'è un farmaco, il ribociclib, usato insieme al letrozolo: un trattamento che è stato dato a un particolare gruppo di donne in post-menopausa con tumore della mammella in stadio avanzato o metastatico. Il lavoro ha dimostrato che dopo 5 anni le pazienti trattate in questo modo hanno avuto più del 50% di possibilità di sopravvivenza rispetto a quelle che assumevano solo il letrozolo. I dati, spiega Michelino De Laurentiis, direttore direttore del Dipartimento di Oncologia Senologica e Toraco-Polmonare dell'Istituto nazionale tumori Irccs Fondazione Pascale di Napoli sono "molto solidi" e "confermano l'efficacia della terapia". "Vi erano già due studi con ribociclib condotti su popolazioni diverse: Monaleesa-7 e Monaleesa-3 - aggiunge - il 'pezzo' mancante era proprio il Monaleesa-2. Metà delle pazienti è stata seguita per almeno 7 anni. Siamo di fronte a una sperimentazione il cui risultato è stabile, definitivo. Ribociclib ha mostrato una riduzione del 24% del rischio di morte, coerente con quanto già visto negli altri due studi Monaleesa. Altro dato che conferma la validità del farmaco è la sopravvivenza globale mediana, pari a 63,9 mesi. È la più lunga mai registrata in tutti i tipi di tumore della mammella. Significa che metà delle pazienti vive più di 5 anni". Per Pierfranco Conte, direttore della divisione di Oncologia Medica 2 dell'Istituto oncologico veneto di Padova, "un altro 'numero' che misura la portata dello studio Monaleesa-2 è che", a 6 anni di controlli, "quasi la metà delle donne, il 44%, è ancora vivo. Sono dati mai visti con nessun trattamento in questa popolazione di pazienti - aggiunge - l'Italia ha contribuito in maniera importante a tutto il programma degli studi".

Nel 2020, in Italia, sono stati stimati circa 55mila nuovi casi di tumore della mammella allo stadio avanzato e più di 37.000 vivono con una diagnosi di malattia metastatica. Saverio Cinieri, direttore dell'Oncologia Medica e Breast Unit dell'Ospedale 'Perrino' di Brindisi e presidente eletto Aiom (Associazione italiana di oncologia medica), sottolinea che "le donne in post-menopausa rappresentano circa il 70% di quelle con tumore al seno endocrino-sensibile e la metà di queste corrisponde al profilo delle pazienti incluse nello studio. Questi importanti dati di sopravvivenza globale con ribociclib sono incoraggianti e ci consentono di affermare che è stato raggiunto l'obiettivo di cronicizzare la malattia avanzata".



17 aprile 2022

Importante scoperta all'UCLouvain: 

MitoQ preverrebbe le recidive e le metastasi del cancro al seno.

Importante scoperta all'UCLouvain: MitoQ preverrebbe le recidive e le metastasi del cancro al seno. Secondo le conclusioni della ricerca condotta dagli scienziati dell' Université catholique de Louvain, la molecola MitoQ potrebbe essere il nuovo farmaco che ferma la recidiva del cancro al seno

Il cancro al seno triplo negativo rappresenta fino al 15% di tutti i tumori al seno. In Italia, ne sono colpiti 55.000 pazienti all'anno e circa la metà di queste donne sviluppa recidive e metastasi locali, indipendentemente dal trattamento. Nel caso di carcinoma mammario triplo negativo generalizzato, un paziente su 10 ha possibilità di guarigione. Pierre Sonveaux, ricercatore presso l'Istituto di ricerca sperimentale e clinica dell'UCLouvain, e il suo team, tra cui la studentessa post-dottorato Tania Capeloa, sono riusciti a identificare che un farmaco sviluppato per malattie diverse dal cancro, MitoQ, consente di evitare, in 80 % dei casi, la comparsa di metastasi e per evitare, nel 75% dei casi, una ricaduta locale del carcinoma mammario umano nei topi. Al contrario, la maggior parte dei topi non trattati ha visto il loro cancro ripresentarsi e diffondersi. I ricercatori hanno trattato i topi portatori di cancro al seno umano mentre i pazienti vengono curati in ospedale, vale a dire combinando la chirurgia con la chemioterapia convenzionale, aggiungendo MitoQ. "Ci aspettavamo di poter bloccare le metastasi. D'altra parte, evitare la recidiva del cancro era del tutto inaspettato. Quando otteniamo questo tipo di risultato, ci motiva enormemente per il futuro", spiega Sonveaux, chiamando l'anticipo "un salto da gigante" e una "prima mondiale molto promettente". MitoQ, rileva Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, è stato già testato nell'uomo in una prima fase clinica, su pazienti sani e la molecola risulta essere di bassa tossicità (nausea, vomito). La molecola dovrà presto essere testata per le fasi 2, tese a dimostrare l'efficacia del nuovo trattamento nei pazienti oncologici, e 3, su scala più ampia.


4 giugno 2022.

Tumore seno, test del sangue dice subito se la cura va bene

In soli 15 giorni. Vantaggi per pazienti. Studio italiano a ASCO

Un esame del sangue, la biopsia liquida, potrebbe rivelare in soli 15 giorni - e senza la necessità di attendere la TAC di controllo - se la cura antitumorale per le donne con cancro al seno metastatico sta funzionando oppure no, e ciò attraverso l'osservazione dell'andamento di due biomarcatori, ovvero due elementi caratterizzanti la neoplasia. E' questo lo scenario che potrebbe rendersi possibile per le donne con cancro al seno metastatico ormonosensibile Her2 negativo in trattamento con la terapia indicata e maggiormente efficace (ribociclib in associazione con la terapia ormonale letrozolo). Questa forma di neoplasia è quella più diffusa e che interessa circa il 60-70% delle pazienti metastatiche. In Italia colpisce 7-8mila donne ogni anno. Il risultato preliminare arriva da uno studio condotto interamente in Italia (BioItaLEE), che sarà presentato al Congresso della Società Americana di Oncologia Clinica (ASCO) che si apre oggi a Chicago. Lo studio ha coinvolto 287 pazienti di 47 centri italiani. Si tratta di uno studio di medicina di precisione che "va a individuare nel sangue specifiche informazioni - spiega il responsabile della ricerca Michelino De Laurentiis, direttore del Dipartimento di Oncologia Senologica e Toracico-polmonare dell'Istituto Pascale di Napoli - ovvero tracce del DNA tumorale circolante e un parametro biochimico (tirosinochinasi A)". Tutte le pazienti coinvolte, candidate a ricevere la terapia standard, sono state sottoposte a un prelievo di sangue prima di iniziare il trattamento, poi ripetuto al 15/mo giorno dalla terapia. Andando a misurare la presenza dei due biomarcatori, chiarisce De Laurentiis, "al 15/mo giorno ci siamo resi conto che eravamo già in grado di suddividere le pazienti tra quelle altamente rispondenti alla terapia e quelle scarsamente rispondenti". Un passo avanti estremamente significativo: "Il vantaggio, se questi dati saranno confermati, è innanzitutto che la cura non sarà più portata avanti per alcuni mesi per poi fare la tac di controllo per comprenderne l'esito, ma già dopo15 giorni si potrà valutare se la terapia funziona e se non è così le pazienti possono essere indirizzate subito verso una cura alternativa". In questo modo, alla paziente "possono inoltre essere risparmiati tossicità ed effetti collaterali inutili. Se i dati fossero confermati, con la biopsia liquida potremmo dunque sapere in netto anticipo quali tumori sono resistenti al trattamento". Ed il vantaggio è anche per il sistema sanitario, dal momento che la metodica è non invasiva e a basso costo. Ora, sottolinea De Laurentis, "ci concentreremo sulle pazienti risultate resistenti alla cura standard, per capire se ci sono mutazioni particolari, per poter poi personalizzare la terapia proprio sulla base dei meccanismi di resistenza della paziente. Si va cioè, sempre di più, verso un'oncologia di precisione". Questo lavoro, tutto italiano, sta riscuotendo un grandissimo interesse internazionale - spiega Saverio Cinieri, presidente dell'Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom) -. Definisce un modello di ricerca che si colloca nell'oncologia di precisione e apre importanti prospettive per cronicizzare la malattia metastatica". Attualmente, "siamo di fronte a dati preliminari - conclude Grazia Arpino, docente di Oncologia Medica all'Università Federico II di Napoli, che presenta lo studio al Congresso ASCO - e sono necessari ulteriori studi clinici. La loro utilità però potrebbe essere cruciale". 

Il nuovo anticorpo coniugato sacituzumab-govitecan - un nuovo tipo di farmaco in cui l'anticorpo si lega al chemioterapico per portarlo direttamente all'interno della cellula tumorale, e per questo definito “chemioterapia intelligente” - estende significativamente la sopravvivenza rispetto alla chemioterapia nel carcinoma mammario triplo negativo metastatico e migliora la sopravvivenza libera da progressione della malattia nelle pazienti con carcinoma mammario metastatico di tipo Her2 negativo fortemente pre-trattate."Oggi in Italia vivono più di 37mila persone con tumore della mammella metastatico - afferma Saverio Cinieri, presidente Aiom (Associazione Italiana di Oncologia Medica) -. La forma triplo negativa, in cui rientrano il 15% delle diagnosi, è la forma più aggressiva. Lo studio ASCENT presentato all'ASCO è importante perché dimostra che, grazie a una terapia mirata, è possibile migliorare significativamente non solo la sopravvivenza globale ma anche la qualità di vita". Al congresso sono stati annunciati, inoltre, i risultati positivi dello studio di fase III TROPiCS-02 su sacituzumab-govitecan rispetto alla chemioterapia scelta dal medico in pazienti con carcinoma mammario metastatico HER2 negativo: si è evidenziata una riduzione statisticamente significativa del 34% del rischio di progressione della malattia o di morte"Sacituzumab-govitecan è un farmaco estremamente innovativo che sfrutta la capacità di un anticorpo in grado di andare a bersaglio di un target specifico sulle cellule tumorali, portando con sé un potente chemioterapico. Questo permette da una parte una grande efficacia terapeutica, dall'altra di ridurre la tossicità legata all'esposizione delle cellule normali", commenta Giampaolo Bianchini, responsabile del Gruppo mammella nel Dipartimento di oncologia dell'Ospedale San Raffaele di Milano. E aggiunge: "Questa molecola è approvata dagli enti regolatori americani ed europei per la malattia triplo-negativa metastatica, e ad ASCO è stata confermata la sua capacità di dimezzare il rischio relativo di morte, un risultato che non ha precedenti in questo particolare tipo di tumore mammario particolarmente aggressivo. Siamo tutti in attesa della rimborsabilità del farmaco in Italia". 


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domenica 3 novembre 2019

Ero convinto, ora sono sicuro.

  • Ero già abbastanza convinto di avere scritto, nel mio libro "Il Cancro Addosso", tutte cose vere, solo cose vere, perché la storia di Patrizia è una storia vera ed io l'ho vissuta personalmente, insieme a lei. Adesso, dopo aver letto l'articolo che vi propongo qui di seguito, ne sono anche sicuro. L'articolo che segue questa mia breve introduzione, infatti, conferma, uno per uno, tutti gli errori, tutti i drammatici dubbi, tutte le perplessità che costellano la malattia cancro e che io, avendole vissute, ho ampiamente anticipato nelle mie pagine. 
  • Nell'articolo si legge: "Con la campagna "Chiedo di +" abbiamo voluto interpellare le dirette interessate, le pazienti, per far emergere dalla loro esperienza quali sono i gap da colmare affinché tutte Breast Unit d’Italia funzionino secondo i criteri previsti dalla normativa”. Una specie di: "tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare?", come ripeteva spesso mia madre quando ero bambino, solo che lei non metteva il punto interrogativo. Ripropongo, quindi, l'articolo che ho letto, nella sua versione originale, inserendo, come testimonianza personale, alcuni brani che ho riassunto dalla mia esperienza e che confermano semplicemente la visione reale e fedele delle cose così come esse, durante il decorso della sua malattia, sono state realmente vissute da Patrizia sulla propria pelle e da me indirettamente come osservatore molto interessato. In questo modo ho anche l'opportunità di rispondere all'intervista al posto di Patrizia, perché a lei - che non può più rispondere - sarebbe piaciuto molto fornire la sua propria testimonianza. Dopo la lettura di ogni brano dell'articolo scientifico (in grassetto), e preceduto dal segno dell'hashtag (#), chi avrà abbastanza pazienza e curiosità di arrivare alla fine potrà leggere il mio commento sottolineato per consentire una più adeguata differenziazione tra i due testi. 

  • # Cominciamo!
  • A cinque anni dalla legge che stabilisce l’istituzione delle "Breast Unit", un’indagine condotta dall’Istituto di Ricerca SWG fotografa per la prima volta lo scenario, riportato dalla voce delle pazienti stesse. La ricerca è al centro della campagna "Chiedo di +", realizzata da Europa Donna Italia con il supporto incondizionato di Roche, presentata al Senato della Repubblica e i cui risultati sono stati riassunti in 10 punti nel Manifesto "Chiedo di +". “Dal dicembre 2014, quando la Conferenza delle Regioni ha recepito le linee di indirizzo ministeriali, i centri di senologia sono stati avviati gradualmente in quasi tutto il territorio nazionale; tuttavia, se in alcune Regioni stentano ancora a decollare, a livello nazionale non è ancora stato condotto un monitoraggio omogeneo della qualità delle prestazioni e dei percorsi offerti alle pazienti’, afferma Rosanna D’Antona, presidente di Europa Donna Italia. Con la campagna "Chiedo di +" abbiamo voluto interpellare le dirette interessate, le pazienti, per far emergere dalla loro esperienza quali sono i gap da colmare affinché tutte le Breast Unit d’Italia funzionino secondo i criteri previsti dalla normativa”, aggiunge. 
  • Tra i gap riscontrati il primo riguarda i tempi di attesa in ogni fase del percorso – dalla formulazione di una diagnosi completa alla cura prima e dopo l’intervento – percepiti ancora come troppo lunghi. Le pazienti infatti riportano 2,3 mesi di attesa in media tra l’esecuzione degli esami e la diagnosi.
  • # Dalla prima diagnosi, e dopo una serie di visite e controlli successivi in diverse strutture ospedaliere e con diversi medici, l'intervento di mastectomia fu fissato a Sora per la metà di gennaio del 2019. Dalla diagnosi primitiva al primo intervento terapeutico vero e proprio, quello chirurgico, passarono esattamente tre mesi e mezzo. Non proprio pochi: il tumore di ca. 1 cm al momento della scoperta, crebbe, nel frattempo, fino a ca. 2 cm. Solo dal prelievo con l'ago aspirato per l'esame istologico al referto passò quasi un mese.

  • Tra le malate di cancro al seno quasi una paziente su tre riferisce di non essere stata curata in una "Breast Unit!, cioè in un "Centro di senologia multidisciplinare". Né di aver ricevuto e di ricevere le informazioni necessarie per poter scegliere con consapevolezza un centro al quale rivolgersi.
  • # Dopo la prima diagnosi avvenuta a Mandragone all'inizio di ottobre del 2010, e una successiva visita presso un dottore dell'ospedale di Formia, Patrizia, verso la fine di ottobre, si reca all'ospedale Sant'Andrea di Roma, per una visita preliminare al Centro Senologico Interdisciplinare. La senologa fissa un successivo appuntamento per l'esame dell'ago aspirato e altri giorni e settimane passano per ottenere il referto dell'esame istologico. Qualche giorno prima di Natale, a seguito di una mia fortunata ricerca sul Web, faccio una scoperta interessante: all'ospedale SS. Trinità di Sora opera la dottoressa Teresa Gamucci che ha creato una Unità Senologica Interdisciplinare che solo qualche anno dopo diventerà una vera "Breast Unit".
  • Tra le altre principali criticità troviamo: 
  • 1) la carenza di informazioni sia sugli effetti collaterali delle terapie sia su come gestirli, un problema riportato da una donna su 4 riguardo alla chemioterapia e alla radioterapia, e da oltre il 42% riguardo all’ormono-terapia, dato particolarmente significativo se si considera che queste cure si prolungano per 5 anni.
  • # Nel caso di Patrizia, anche se il nesso di causalità non è dimostrabile, dalla cessazione (per una sua scelta personale) della cura ormonale all'insorgenza (anzi, alla scoperta) delle metastasi al fegato e alle ossa non passò nemmeno un anno. La dottoressa oncologa che l'aveva in cura, per timidezza o per mancanza del necessario metus, non seppe persuadere Patrizia a non abbandonare la terapia ormonale. 

  • 2) la carenza di informazioni per prevenire e curare il linfedema, anche con trattamenti precoci che possono portare a interventi meno invasivi (soffre di linfedema una intervistata su 4 e una su 6 riferisce di non aver ricevuto sufficiente supporto nella riabilitazione, nonostante sia prevista dai Livelli Essenziali di Assistenza).
  • # Per curare il suo linfedema, che puntualmente insorse a qualche anno dalla malattia e dopo varie ricerche, personali Patrizia si recò prima presso l'ospedale di Gaeta dopo presso l'ospedale di Cassino, in entrambi i casi effettuò gratuitamente alcune visite fisiatriche preliminari e si sottopose a diverse serie di sedute (furono dieci sedute per ogni serie) che prevedevano massaggi linfodrenanti effettuati da personale specializzato. In qualche occasione, per indisponibilità di appuntamenti (che sono scaglionati nel corso dell'anno e hanno un limite di utilizzo) si recò presso strutture private dove si accollò i csoti delle sedute che erano a pagamento.

  • 3) in molti casi il mancato accertamento della eventuale presenza di familiarità e/o di mutazioni nei geni BRCA; la scarsa disponibilità dello psiconcologo ancora in molti centri, insufficiente per il 63% delle intervistate.
  • # Di nutazione nei geni del BRCA si parla frequentemente in Italia solo dopo il caso dell'attrice americana Angelina Jolie. All'epoca in cui insorse la malattia di Patrizia era fantascienza. E solo attualmente si comincia a pensare di fornire assistenza alle ca. 150.000 potenzili pazienti. Per quanto riguarda lo psiconcologo, invece, Patrizia scelse volontariamente di non avvalersi mai dell'assistenza dello specialista in psiconcologia ma era stata avvertita opportunamente della sua presenza e della sua disponibilità, presso l'ospedale SS. Trinità di Sora, dalla dottoressa oncologa che l'aveva presa in cura presso il reparto di D.O.Oncologico.

  • 4) la necessità di una maggiore presenza del chirurgo oncoplastico all’interno del team multidisciplinare, in considerazione dell’elevata percentuale di mastectomie (43% delle donne intervistate sottoposte ad intervento chirurgico).
  • # Uno dei motivi per i quali Patrizia scelse di non usufruire dell'assistenza al Sant'Andrea fu per il metodo di ricostruzione scelto dai chirurghi di quell'ospedale: usavano ricostruire il seno asportato con lembi di pelle asportati dai lombi della paziente stessa. D'altro canto l'esperienza di Patrizia con il giovane chirurgo estetico suggeritogli al reparto di oncologia dell'ospedale di Sora fu senz'altro da dimenticare, e una delle note più dolenti del suo calvario. Il dottore si mostrò incapace di effettuare una ricostruzione definitiva del seno asportato (quello sinistro) di Patrizia e un relativo adeguamento di forma e di consistenza del seno sano (quello destro). In totale nell'arco di ca. cinque anni, per interventi di mastoplastica veri e propri, per diversi inserimenti della protesi di silicone, per sostituzioni della stessa protesi, per lipofilling, per risolvere una ptosi del seno, per sostituire le protesi danneggiate, Patrizia fu sottoposta a una decina di interventi chirurgici, più o meno invasivi. Ciclicamente, in media ogni sei mesi, fu costretta a ricoverarsi presso la clinica convenzionata San Lorenzo di Avezzano per essere sottoposta a un nuovo intervento chirurgico. Fino a quando, per risolvere il suo problema estetico, non si vide costretta a rivolgersi a un "vero" chirurgo estetico che, presso una clinica privata di Napoli, con un solo intervento in day ospital e dopo una operazione durata ben quattro ore, la dotò di un meraviglioso seno, quasi naturale. 

  • 5) la scarsa presa in carico delle pazienti durante il follow-up.
  • # Patrizia si giovò di un'ottima assistenza nel primo periodo del follow-up, fino a quando esso fu effettuato presso l'ospedale di Sora. Una scarsissima attenzione medica e personale, al limite della disumanità, fu riservata a Patrizia quando, per seguire la sua oncologa che nel frattempo si era trasferita da Sora, fu costretta a rivolgersi al day ospital oncologico dell'ospedale Spaziani di Frosinone. Tutte le lacune organizzative del centro, paradossalmente, diventarono più gravi mano a mano che la malattia di Patrizia si faceva più seria e problematica, perché, nel frattempo, erano insorte le metastasi: l'oncologa della visita non era mai la stessa; i farmaci oncologici non sempre erano disponibili (a volte dovette interrompere la cura per mancanza del farmaco); gli stazionamenti in sala d'aspetto si facevano sempre più massacranti (un giorno fu costretta ad aspettare dalle 9 del mattino fino alle 16, inutilmente: non fu nemmeno visitata); per l'impossibilità di avere un appuntamento a stretto giro, alcuni esami urgenti dovette eseguirli presso strutture private; nessun dottore previde di fare un esame istologico sulle metastasi epatiche per accertare che la cura a base del costosissimo e rivoluzionario farmaco IBrance fosse quella adatta; le dottoresse del centro non furono nemmeno in grado di fare una banale paracentesi (considerata procedura medico-chirurgica di minore entità) per l'asportazione dell'ascite che nelle ultime settimane di vita di Patrizia era andata formandosi in maniera visibile.

  • 6) Inoltre non sempre è assicurata la continuità di cura, infatti 4 intervistate su 10 hanno dovuto cambiare struttura, e ancora troppo spesso le giovani pazienti non ricevono adeguate informazioni e assistenza sulla conservazione della fertilità. 
  • # Patrizia, esasperata dalle lungaggini alle quali era stata sottoposta all'ospedale di Frosinone, si era determinata a cambiare struttura ospedaliera. Lo avrebbe certamente fatto dopo le vacanze di Natale del 2017, il suo ultimo Natale. Ma non ebbe mai il tempo di farlo. Dopo qualche altra settimana di sofferenza morì all'ospedale di Cassino. A poco più di sette anni dall'insorgenza della malattia, a sei mesi dalla scoperta delle metastasi, nella sua sua città natale, trovò ad aspettarla il suo letto di morte. Entrando a far parte, suo malgrado, della schiera percentuale delle donne "sopravvissute" dopo un tot numero di anni, citate dalle inutili e false statistiche medico-epidemiologiche (che lei le odiava). Si era ricongiunta con i suoi due miti e modelli: Wondy e Mimma Panaccione, che l'avevano solo preceduta; di qualche anno una, di appena qualche mese l'altra.  


  • Commenta infine D’Antona: “Il nostro obiettivo con questa campagna è di sensibilizzare sulla necessità di completare lo sviluppo delle Breast Unit e, come previsto dalla legge, assicurarne il monitoraggio in tutto il territorio italiano, affinché tutte le pazienti abbiano accesso a cure tempestive e percorsi terapeutici appropriati”. L’indagine si compone di due parti: una quantitativa (svolta attraverso questionari online) e una qualitativa, condotta attraverso interviste in profondità alle pazienti. “La ricerca rivela le opinioni e i vissuti delle pazienti – spiega Riccardo Grassi, Direttore di Ricerca SWG – in un contesto in cui in generale il rapporto con le strutture di cura è positivo. Emerge però molto forte il bisogno di collocare il percorso terapeutico in un quadro di relazione più umana: oltre una donna su 4 afferma di aver ricevuto la diagnosi in modo ‘freddo e distaccato’, e più di una su dieci (13%) per telefono o per lettera. La scoperta del tumore al seno rappresenta un momento psicologicamente molto difficile per una donna che si trova a dovere ridefinire tutto il suo futuro e che sente il bisogno di un accompagnamento forte anche in questo campo, per progettare la vita dopo le cure, con particolare attenzione anche per i temi nutrizionali e fisiatrici”.
  • # In effetti la diagnosi definitiva, col referto istologico, a Patrizia fu rivelata dalla giovane senologa romana senza alcun tatto; direi a bruciapelo e senza l'uso di mezzi termini. Appreso l'esito infausto delle analisi, Patrizia chiese alla dottoressa di chiamami e di farmi entrare nell'ambulatorio per assisterla e per cercare una qualche forma di solidarietà e di conforto. Diverso, dal punto di vista del tatto e dell'umanità, fu l'atteggiamento della dottoressa Gamucci e del suo staff, soprattutto di grande sensibilità l'approccio del chirurgo che offrì subito a Patrizia una visione del suo futuro abbastanza confortante, descrivendo l'intervento in modo serio ma quasi routinario e prospettando l'iter della successiva ricostruzione come un passaggio nevralgico ma veloce e definitivo.  

  • Un altro importante dato emerso dall’indagine riguarda il trattamento neo-adiuvante, indicato in alcuni casi prima dell’intervento chirurgico per ridurre le dimensioni del tumore e poter operare in modo più conservativo, diminuendo, così, anche il rischio di linfedema. La metà delle intervistate dichiara di conoscere la terapia neo-adiuvante e quasi 1 su 4 di averla seguita. Commenta Tinterri: “Ci sono evidenze che mostrano come in determinati casi agire fin da subito sul tumore con una terapia oncologica porti dei vantaggi. Questa pratica deve di certo aumentare perché la sua attuazione in alcuni stadi del tumore garantisce una risposta completa e può trasformare interventi demolitivi in conservativi sia sulla mammella che sulla ascella. In chi ha una risposta completa, inoltre, è stato osservato un aumento della sopravvivenza, in particolare per alcuni tipi di tumore al seno più aggressivi, come quelli HER 2 positivi e triplo negativi. Un altro vantaggio della terapia neo-adiuvante è quello di permettere, fin da subito, una valutazione ‘in vivo’ dell’attività antitumorale del trattamento nella singola paziente. Importante però è che venga eseguito da personale specializzato e preparato all’interno delle Breast Unit”. Sono significativi anche dal punto di vista della sostenibilità i vantaggi di un approccio alla cura del tumore al seno che combini la multidisciplinarietà tipica della "Breast Unit" con un trattamento precoce della malattia. 
  • # Patrizia non ebbe mai notizia di un trattamento neo-adiuvante, probabilmente data la dimensione e la posizione retro-areolare del suo tumore un tale trattamento preventivo fu ritenuto ininfluente. Forse i medici avevano ragione: un trattamento adiuvante non avrebbe cambiato i termini del problema. Quindi si scelse subito di effettuare una mastectomia radicale con l'inserimento contestuale di un espansore, cioè di una comune protesi insufflante. Ad onore di verità c'è da dire che la dottoressa Teresa Gamucci e il suo staff furono molto scrupolosi e definirono esattamente l'intero quadro della situazione patologica di Patrizia, nei 5 anni che compresi tra l'intervento chirurgico e la terapia ormonale, attraverso i due cicli (di 6 sedute complessive) di chemioterapia e il successivo follow-up; Patrizia fu informata di tutto in maniera molto meticolosa, scientifica, professionale e mai frettolosa. 
  • “Sono stati fatti enormi progressi”, sottolinea Corrado Tinterri, Coordinatore del Comitato tecnico-scientifico di Europa Donna Italia e Membro del Gruppo di lavoro ministeriale per il coordinamento e l’implementazione dei centri di senologia: “Dieci anni fa solo il 12-14% delle donne veniva curato in centri che trattavano più di 150 casi l’anno. Oggi ci sono 140 Breast Unit in Italia: siamo vicini al numero ideale. Insomma, la partita più importante è chiusa, ma non ci fermiamo. Il ruolo della Commissione ministeriale sarà fondamentale, perché quando sarà operativa – è questione di burocrazia e volontà politica – dovrà vigilare sulla Rete dei centri e garantire alle donne un percorso di cura di qualità in tutto il territorio nazionale insieme ad Agenas”. 
  • In conclusione. Possiamo solo sperare (chi crede può anche pregare) che gli sforzi nei quali si prodigano i medici, gli scienziati, i ricercatori, le associazioni anti-cancro, il Ministero della Sanità e tutto il personale medico e para-medico delle Breast Unit, e soprattutto gli stessi malati di cancro e i loro famigliari, vengano coronati al più presto dalla vittoria definitiva su questa malattia subdola, immonda, viscida, infida, sleale e, purtroppo, ancora letale per la maggior parte di quelli che si ammalano. Il tutto a dispetto delle tanto sbandierate statistiche epidemiologiche con le quali si tenta di offrire una realtà edulcorata, meno drammatica, ma, spesso, troppo ottimistica e non realistica della malattia cancro.

smr

P.S. Quali sono i diritti dei malati di tumore?
Il malato oncologico ha diritto a conoscere il proprio stato di salute e ad ottenere informazioni adeguate alle sue capacità cognitive e al suo livello socio-culturale. Cosa significa? Che i medici devono fornirgli tutte le informazioni necessarie a spiegare la malattia che gli è stata diagnosticata, gli accertamenti e gli esami richiesti; le diverse opzioni terapeutiche con i rispettivi pro e contro; gli eventuali effetti collaterali dei trattamenti (relativi alla sfera lavorativa, sessuale, ecc.). Inoltre, il malato dovrebbe essere informato sulla disponibilità di un sostegno psicologico. La comunicazione della diagnosi, della cura e della prognosi deve essere quanto più chiara possibile. Dovranno essere indicati i nomi degli specialisti e dei collaboratori che lo prenderanno in cura; gli orari di reperibilità del medico di famiglia; dello specialista, dello psicologo e del personale di sostegno; i nomi dei collaboratori a cui rivolgersi nei giorni festivi e durante la notte. Inoltre, è possibile richiedere un consulto medico esterno alla struttura in cui il malato è ricoverato al fine di ottenere una relazione medica dettagliata sulla sua situazione clinica, diagnostica e terapeutica. La cartella clinica può essere visionata dal malato e dal suo medico di fiducia durante il ricovero. Il malato o il suo delegato possono richiederne una copia integrale, che dovrà essere consegnata entro 30 giorni dalla richiesta o, in caso di urgenza documentata, nell’immediatezza. Al momento delle dimissioni, su richiesta, i medici devono fornire una relazione scritta per il medico di fiducia e dovranno riportare ogni indicazione sullo stato di salute del paziente, specialmente sul decorso clinico, sui principali accertamenti effettuati e sui risultati, sulla diagnosi e sulla prognosi, sulle terapie effettuate e su quelle suggerite. Tra i diritti dei malati oncologici vi sono:
  • l’esenzione dal pagamento del ticket per farmaci, visite ed esami appropriati per la cura del tumore, per la riabilitazione e per la prevenzione di ulteriori aggravamenti;
  • la pensione di inabilità e l’assegno di invalidità civile: lo Stato assiste i malati oncologici che si trovano in particolari condizioni di disagio economico e di gravità della patologia mediante il riconoscimento dell’invalidità civile nelle seguenti percentuali: 11%, 70% e 100%. Se il grado di invalidità civile è compreso tra il 74% e il 99% o è del 100%, il malato ha diritto all’assegno di invalidità o alla pensione di inabilità;
  • l’indennità di accompagnamento: sussiste se a causa della malattia o delle terapie oncologiche è stata riconosciuta un’invalidità totale e permanente del 100% e il malato ha problemi di deambulazione o non è autonomo nello svolgimento delle normali attività della vita quotidiana;
  • l’indennità di frequenza: riconosciuta ai minori affetti da tumore che frequentano scuole di ogni ordine e grado (compresi gli asili nido), centri terapeutici, di riabilitazione, di formazione o di addestramento professionale. Non è compatibile con l’indennità di accompagnamento o con altre forme di ricovero. In parole più semplici, possono richiedere l’indennità di frequenza i minori che versano in condizioni meno gravi rispetto a quelle di coloro che hanno diritto all’indennità di accompagnamento;
  • diritti dei caregiver oncologico: la patologia e le terapie tumorali, spesso, mettono a dura prova le famiglie anche dal punto di vista organizzativo, oltre che emotivo ed economico; pertanto, la legge prevede diversi strumenti a tutela del caregiver ( Il termine caregiver è inglese e indica "colui" che presta cure e assistenza. Identifica la persona che si occupa dell'accudimento e della cura di chi non è in grado di provvedere a se stesso in maniera autonoma, del tutto o in parte.) in modo da agevolare l’assistenza al malato. In base alle condizioni del paziente, il caregiver può avere diritto a: permessi lavorativi, congedo biennale, congedo straordinario (retribuito o no), esonero dal lavoro notturno, passaggio al lavoro a tempo parziale; scelta della sede di lavoro e trasferimento.