mercoledì 23 aprile 2014

13 - L'incredibile storia (vera) dei tre libri estratti sani e salvi dal cassonetto dell'immondizia nel quale erano stati miseramente buttati e che, dopo una bella pulita e spolverata, sono finiti felici e contenti nella mia libreria personale

sabato 19 aprile 2014

Genazzano (Rm) città d'arte, davvero!


Genazzano città d'arte. Davvero!

Genazzano è un paesone di 5500 abitanti, in provincia di Roma; ai Castelli.
Quando arrivo la giornata non è bella; non c'è il sole, il cielo è coperto e fa freddo. Eppure
siamo in Marzo. Un signore gentile e ben disposto a parlare, che incontro per strada, nel centro storico, mi dice che quando qui fa freddo vuol dire che ad Arcinazzo e a Filettino, poco distanti in linea d'aria, ha nevicato ancora.
Da sud si accede al centro storico attraversando la maestosa Porta Romana. A nord, la sommità dell'acropoli è dominata dal Castello Colonna. Il decumano principale cha va dal castello alla parte bassa del paese, lungo un paio di km è percorribile in macchina, ma consiglio di farlo a piedi. S'incontrano una miriade di piccoli negozietti, vicoli, portici, loggiati, palazzetti antichi, scalette, fontanelle e fontanoni, angoli suggestivi e preziosi, da fotografare e portare con se. Oltre naturalmente a diverse chiese al Campanile Romanico.
Mi fermo in uno dei piccoli negozi, stretto e lungo, per comprare il famoso pane di Genazzano. Cotto al forno a legna e lievitato naturalmente dal lievito madre che ha cent'anni. La signora gentile che mi porge la pagnotta ancora calda mi invita a tornare per la famosa infiorata. Altra cosa da quella più famosa di Genzano, qui vicino. "Là - dice - ci vanno gli artisti, ma la nostra è lunga due km; quella un centinaio di metri." le faccio i miei complimenti per il bel paese e per come è tenuto, e anche per le tante iniziative culturali di cui danno conto le centinaia di locandine che incontro lungo il mio cammino.
Per una visita completa e ragionata della città, consiglio di parcheggiare l'auto nel Piazzale della Pace; attingere le prime informazioni al chiosco della Pro-Loco che sta proprio sotto l'enorme camapata della passerella pedonale che dal Castello Colonna porta al Parco. Poi, costeggiando gli enormi bastioni del castello immergersi nel dedalo di stradine lastricate di porfido, fino alla Porta Romana, in basso.
Gambe robuste, occhi ben aperti e cuore trepido. Come sempre.


   L'antica Porta Romana a Sud


       I baStioni del caStello Colonna




                   













Antica fontanella in ghiSa a doppia vaSca nel decumano principale

















 Il portone in bronzo della chieSa di San Paolo

                                       










Antica fontana in muratura del 19° Secolo





                                                                Il caStello Colonna





                                           










Il cortiletto interno del caStello Colonna












Targa in onore di Martino V° Pontefice


                             












 La vertiginoSa paSSerella che porta dal caStello Colonna al parco pubblico


                                  














Antico portale in pietra nel chioStro del caStello Colonna


                                 









Antico pozzo in pietra nel chioStro del caStello Colonna



                                Antichi Sedili in muratura di tufo nel chioStro del CaStello Colonna



                 Un piccolo borgo antico, perfettamente conServato, nel pieno centro Storico della città


                                                           













  Segnaletica fatta ad Arte











                                                    L'entrata originaria al Parco Pubblico


                                                         L'infiorata di luglio in vetrina


















Vecchio vicolo


                                                 Edicola dedicata alla Madonna col bambino






















Scorcio del campanile


                                                     













 Antica fontanella in ghiSa





l'autore delle fotografie è SMR


venerdì 18 aprile 2014

Le innumerevoli rappresentazioni della Passione di Gesù Cristo - La fenomenologia dei "Biblia Pauperum"

Intorno alla questione delle innumerevoli rappresentazioni della Passione di Gesù Cristo metto quì un brano dal mio libro



 
"Ingmar Bergman valuta molto positivamente il Cristo come personaggio storico, fondamentale per la costruzione dell'intera cultura umanistica occidentale. Di tutto ciò che rappresenta la religione cattolica, anzi cristiana, crede solo nella figura di Gesù Cristo, come uomo storico, non di Salvatore e in tutto quello che, prosaicamente, succede ad ogni uomo storico durante tutto il corso
della sua vita. Ingmar Bergman era talmente incuriosito, così appassionato dalla figura di Gesù Cristo che aveva da tempo deciso di girare un film su di lui a Faro, la sua isola, ma era rammaricato dal fatto che diverse circostanze glielo avessero sempre impedito, e racconta il suo disappunto anche nella sua autobiografia. La buona occasione, ad ogni modo, sembrava, finalmente, essersi materializzata quando giunse a casa sua una folta delegazione di dirigenti della RAI-TV che gli si era rivolta per attribuirgli formalmente l'incarico di preparare la sceneggiatura per una Vita e Passione di Gesù Cristo. Pagarono anche anticipatamente il compenso per il suo lavoro: la bella somma di 30.000 dollari. Ingmar Bergman si mise subito all'opera e forte dell'educazione religiosa forzosa ricevuta dal padre pastore protestante e di una solida conoscenza biblica, fu in grado in pochi giorni di spiegare il suo personalissimo e originalissimo progetto. “Risposi con un piano dettagliato delle ultime quarantotto ore della vita del Salvatore. Ogni episodio era incentrato su uno dei personaggi del dramma... Dissi che volevo girare il film a Faro. Le mura di Visby sarebbero state quelle intorno a Gerusalemme. Il mare che bagna i raukar sarebbe diventato il lago di Genezareth. Sulla collina pietrosa di Langhammars volevo erigere la croce. Probabilmente il progetto del Maestro, per come era stato esposto, apparve troppo innovativo ed originale, lontano da quello che si aspettavano di sentirsi raccontare; oppure la collocazione scenografica sembrò troppo avulsa e lontana dai luoghi caldi e rassicuranti della vita del Cristo. “Gli italiani lessero, rifletterono e arretrarono impalliditi. Pagarono generosamente e affidarono l'incarico a Franco Zeffirelli: ne risultò una vita e morte di Gesù come in un bel libro illustrato, una vera e propria biblia pauperum. In un colpo solo la RAI-TV ottenne diversi risultati, non tutti e non proprio lusinghieri, purtroppo. Innanzitutto buttò all'aria inutilmente un bel gruzzolo di soldi pubblici; con una visione provinciale delle cose rimediò una bruttissima figura con uno dei cineasti più grandi di tutti i tempi; ottenne da un prevedibilissimo Zeffirelli la madre oleografica di tutte le Passioni di Cristo, che ancora si rappresentano, sotto Pasqua, nei borghi antichi di tutti i paesi d'Italia; rinunciò probabilmente a festeggiare l'ennesimo capolavoro a firma di Bergman. Un film che prometteva di essere qualitativamente alla pari, se non superiore, al Vangelo secondo Matteo di Pasolini, forse la migliore trasposizione delle ultime ore di Gesù mai realizzata per il cinema. Grazie al fiuto e alla lungimiranza dei dirigenti della RAI-TV, oggi la cultura celebra una biblia pauperum in più e un capolavoro in meno."

La famiglia sterminata dai funghi velenosi a Pero dei santi nella Valle Roveto è esitita davvero!

La storia, che ha dell'incredibile, è questa. 
Ve la riassumo per farla breve.
Nel mio libro


pubblico un raccontino, di cui metto quì uno stralcio.

"Quando non ci andava di giocare a pallone e nemmeno
di fare la guerra tra indiani e cow-boys andavamo per funghi.
I Merruni erano pieni di carrubi e i tronchi dei carrubi sono il
terreno di coltura preferito dagli accettoglie, una specie di
grossa escrescenza bianco-marrone, carnosa, morbida e molto
fragrante che alle prime piogge settembrine nasce sui tronchi
degli alberi di carrubo. Li trovavi facilmente, inseguendo il
forte odore che emanavano. Chi l'ha assaggiato assicura che è
un fungo buonissimo e – purtroppo – rarissimo. Si presenta
come e una massa informe, compatta. A piena maturazione, ad
appena due tre giorni dalla comparsa, assume un colore rosa
latteo con venature giallognole. Il gusto di questo fungo è
decisamente diverso da quello di tutti gli altri funghi: è più
vicino al sapore del filetto di maiale, del quale ha anche la
consistenza. Si sviluppa all'esterno delle radici, dei rami o dei
tronchi dei carrubi. Io, purtroppo, parlo de relato, non ne ho
mai conosciuto il sapore: ogni volta che ne trovavo uno, e coi
miei amici, lo dividevamo come si fa tra fratelli carnali,
portavo regolarmente a casa la mia parte, ma mio padre,
appena lo avvistava lo buttava subito fuori dalla finestra, dalla
parte del bosco, da dove era venuto. Ancora prima che potessi
iniziare la lenta cottura nel sugo di pomodoro fresco. Poi,
assumendo un atteggiamento drammatico, ricordava a tutti
che in un paese dell'Abruzzo che si chiama Pero dei Santi,
nella Valle Roveto, un'intera famiglia qualche anno prima, era
stata sterminata da funghi velenosi raccolti incautamente nel
bosco."


Ovviamente ho inventato (anzi, pensavo di averlo fatto), come un buon narratore, la storia della famiglia di Pero dei santi sterminata dai funghi velenosi, imputandola alla memoria di mio padre.

Oggi mi è capitato di parlare con una persona proprio di Civita D'Antino, di cui Pero dei santi è una frazione, il sig. Babusci Patrizio, consigliere comunale, al quale, ritenendolo divertente, ho raccontato l'aneddoto che pensavo di aver inventato di sana pianta.
Patrizio, mi ha riferito, con mia enorme sorpresa e stupore, che, anni fa davvero una famiglia del suo comune, compreso il gatto convivente, è morta in seguito ad una intossicazione da funghi velenosi.

Per la serie, quando la realtà supera la fantasia!

giovedì 3 aprile 2014

Una mattina a Norma e all'Abbazia di Valvisciolo (Lt)

On the road per Norma, 6 km di tornanti ripidissimi fino al centro storico medievale
La prima impressione che ricevo dal centro abitato è che la cittadina di Norma sia brutta, pare tutto cadente, malconservato, sgarrupato, gli edifici, pubblici e privati, i muri, i marciapiedi, perfino le strade lastricate coi sampietrini di porfido, tutte sconnesse
E' un vaso di terracotta sbreccato, un nobile decaduto, di cui puoi solo immaginare quello che era, oggi nello splendore ormai scomparso, lontano lontano
Occorrerebbe un robusto restauro generale per riportarla all'antico splendore, architetti di tutto il mondo unitevi!
Alcuni dei palazzi che affacciano sul corso centrale hanno i muri in pietra a faccia-vista e gli infissi in alluminio anodizzato, che orrore! Altri hanno la facciata rifatta, ma in modo improbabile e con dubbio gusto
I paesi è meglio abbandonarli che brutalizzarli - dico io - e pensare che quì abitano ancora più di 4000 abitanti, vanno in giro ad occhi chiusi per caso? E non occorre, certo, essere degli esteti contemplativi per accoggesi di tali brutture
E le insegne? Fa un certo effetto vedere quella della margherita di un famoso supermercato (il cui titolare non dorme la notte per pensare alla gente) incastonata in un arco di pietra medievale, ma così va il mondo
Invece di farle in plastica colorata, non potevano farle in ferro battuto?
Come erano nel medioevo, ed efficaci pure per chi non sapeva leggere
Quello che non manca mai nei centri storici è il bar (quì, in un centinaio di metri, ce ne sono una mezza dozzina) con il loro bel corredo di sedie di plastica rosse o bianche, offerte gentilmente da una famosa marca di gelati, ne sono pieni i marciapiedi e arrivano pure in strada, col corredo di tavolini anche loro bianchi e rossi offerti dal solito gelataio (anche lui non dorme la notte per pensare alla gente?)

 veduta del corso principale

 un vicolo dal quale si intravedono (foschia permettendo) la pianura pontina e il mare sullo fondo

 la bella fontana del 800
 il vialetto d'ingresso dell'Abbazia di Valvisciolo

Vado via da Norma, mi dirigo verso l'Abbazia di Valvisciolo, a rifarmi gli occhi
Edificata in stile romanico-cistercense è uno dei massimi capolavori del genere della provincia. L'abbazia è stata fondata nel XII secolo da monaci greci ed è stata occupata e restaurata dai Templari nel XIII sec.
Quando nel XIV secolo questo ordine venne disciolto subentrarono i Cistercensi.

 il chiostro visto dal corridoio interno
 uno scorcio dal chiostro
 la fontana al centro del chiostro
 particolare del capitello di una colonna nel chiostro