domenica 22 marzo 2015

il vero problema




Il problema vero non è equitalia, non sono le tasse e i balzelli ingiusti, non è la guardia di finanza, gli autovelox, i carabinieri le multe e le strade di merda; il problema vero non è il lavoro che non si trova, 
nè la disoccupazione e la precarietà, nemmeno gli immigrati e l'ISIS; il problema non è la sanità pubblica che non funziona e la gente che mure senza ambulanza; il problema non è la mafia, la 'ndrangheta e la camorra.
Il problema VERO e UNICO sono i nostri governanti. 
Corrotti, incapaci, incolti se non ignoranti (vedi ad es. Razzi), faccendieri, servi degli imprenditori, mafiosi e professionisti del voto di scambio, sottomessi alle banche e all'economia - a parte il fatto che non sono nemmeno capaci - essi non hanno nessuna autorità morale e culturale per fare leggi e per imporci di rispettarle.
Il problema VERO e UNICO sono i leccaculo e i sottopancia, i cittadini italiani conniventi con questa politica ladra; quelli che si sono venduti per un piatto di minestra; quelli che si sono venduti al sistema e che ci hanno guadagnato qualcosa.
Se rimuovessimo questi due problemi, anche tutti gli altri sarebbero risolti. 
L'Italia si trasformerebbe subito in una nazione civile, anzi normale. 
In Italia si vivrebbe meglio che in Norvegia o in Danimarca. 
PERSISTENDO QUESTO STATO DI COSE, invece, noi cittadini SANI potremmo e dovremmo dichiararci tutti prigionieri politici e rifiutarci di pagare le tasse. Almeno fino a quando i politici non avranno rimesso le nostre esigenze e i nostri diritti al centro dei loro programmi.

Del resto lo diceva anche il Mahatma Ghandi: "a una legge ingiusta si può, anzi, si deve disubbidire!"

smr

venerdì 20 marzo 2015

sul fondo della conca




SUL FONDO DI UNA CONCA
Sul fondo di una conca di pietra scavata/
marcisce l'autunno di mille foglie ammassate.
Nell’acqua piovana raccolta dal vento/
ha trovato la pace il ricordo di un inverno mollo.
Il villico aspetta che la primavera gentile gli soffi la nuca/
come il delicato battito d’ali di una farfalla.
Fremono nella trepida attesa i dolci mandorli in fiore/
e le ragazze fresche che si sciolgono in languide risa/
vanno con la voglia di mare appiccicata alla pelle.
Chi aspetta che esplodano di giallo le pigre ginestre sul colle/
chi vuole vedere come il sole incendia tetti di coppi e pietre solagne/
alle otto di sera.
smr

Inizia la (per fortuna breve) stagione delle Passioni di Gesù Cristo.




Ingmar Bergman crede solo nella figura di Gesù Cristo, come uomo storico, non di Salvatore e in tutto quello che, prosaicamente, succede ad ogni uomo storico durante tutto il corso della sua vita. Ingmar Bergman era talmente incuriosito, così appassionato dalla figura di Gesù Cristo che aveva da tempo deciso di girare un film su di lui a Faro, la sua isola, ma era rammaricato dal fatto che diverse circostanze glielo avessero sempre impedito, e racconta il suo disappunto anche nella sua autobiografia. La buona occasione, ad ogni modo, sembrava, finalmente, essersi materializzata quando giunse a casa sua una folta delegazione di dirigenti della RAI-TV che gli si era rivolta per attribuirgli formalmente l'incarico di preparare la sceneggiatura per una Vita e Passione di Gesù Cristo. Pagarono anche anticipatamente il compenso per il suo lavoro: la bella somma di 30.000 dollari. Bergman si mise subito all'opera e forte dell'educazione religiosa forzosamente ricevuta dal padre, pastore protestante, e di una solida conoscenza biblica raggiunta attraverso approfondite ricerche e studi sulla figura storica del Cristo, fu in grado in pochi giorni di spiegare il suo personalissimo e originalissimo progetto. “Risposi con un piano dettagliato delle ultime quarantotto ore della vita del Salvatore. Ogni episodio era incentrato su uno dei personaggi del dramma... Dissi che volevo girare il film a Faro. Le mura di Visby sarebbero state quelle intorno a Gerusalemme. Il mare che bagna i raukar sarebbe diventato il lago di Genezareth. Sulla collina pietrosa di Langhammars volevo erigere la croce.”



Probabilmente il progetto del Maestro, per come era stato esposto, apparve troppo innovativo ed originale,  lontano da quello che si aspettavano di sentirsi raccontare; oppure la collocazione scenografica sembrò troppo avulsa e lontana dai luoghi caldi e rassicuranti della vita del Cristo.
“Gli italiani lessero, rifletterono e arretrarono impalliditi. Pagarono generosamente e affidarono l'incarico a Franco Zeffirelli: ne risultò una vita e morte di Gesù come in un bel libro illustrato, una vera e propria biblia pauperum.” In un colpo solo la RAI-TV ottenne diversi risultati, non tutti e non proprio lusinghieri, purtroppo. Innanzitutto buttò all'aria inutilmente un bel gruzzolo di soldi pubblici; con una  visione provinciale delle cose rimediò una bruttissima figura con uno dei cineasti più grandi di tutti i tempi; ottenne da un prevedibilissimo Zeffirelli la madre oleografica di tutte le Passioni di Cristo, che ancora si rappresentano, sotto Pasqua, nei borghi antichi di tutti i paesi d'Italia; rinunciò probabilmente a festeggiare l'ennesimo capolavoro a firma di Bergman. Un film che prometteva di essere qualitativamente alla pari, se non superiore, al Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini, senza alcun dubbio la migliore trasposizione delle ultime ore di Gesù mai realizzata per il cinema. Insomma, grazie al fiuto e alla lungimiranza  dei dirigenti della RAI-TV, oggi la cultura mondiale celebra una biblia pauperum in più e un capolavoro in meno.

smr

giovedì 19 marzo 2015

la figura del padre nel cinema di ingmar bergman (libro dedicato a mio padre)

In occasione della festa del papà metto qui un brano tratto dal mio saggio:

La Figura del Padre nel Cinema di Ingmar Bergman.





Si tratta delle Conclusioni.

CONCLUSIONI
Per chiudere, Ingmar Bergman, nei sui scritti e nelle interviste che raramente concedeva, dichiarava di aver tentato varie volte di recuperare il suo rapporto filiale col padre e ne racconta accoratamente un passaggio felice, tratto ancora una volta dai suoi ricordi d'infanzia.
E' come vorrebbe che quei rapporti fossero sempre stati. Un giorno era in gita col padre che spesso accompagnava nelle sue visite alle parrocchie di campagna. La prosa del Maestro, che pare poesia, semplice, ma suggestiva ed efficace. “Quando uscimmo dal bosco di betulle e ci inoltrammo tra i vasti campi della pianura, vedemmo i lampi sui colli. Grosse gocce caddero sulla strada polverosa creando rivoli e disegni. Io dissi: così dovremmo andarcene in giro per il mondo io e voi, papà. Papà rise e mi diede il cappello perché glielo reggessi. Eravamo allegri. Alla salita del villaggio abbandonato arrivò la grandinata... Le grosse gocce di pioggia si trasformarono in spessi pezzi di ghiaccio. Papà ed io ci affrettammo verso la fattoria.[1]
Ingmar Bergman recupererà un minimo di rapporto col padre solo in età avanzata, quando lui era già famoso, la madre era già morta e il padre, quasi smemorato, era alle soglie della morte. Nemmeno l'ombra del pastore protestante rigido e senza cuore che incuteva timore ai figli e gli impartiva quelle feroci punizioni corporali. “Quando papà rimase vedovo andai spesso a trovarlo, ci parlavamo con amicizia. Un giorno stavo discutendo qualche problema con la sua governante, sentimmo il suo passo lento e strascicato nel corridoio, lui bussò alla porta ed entrò nella stanza socchiudendo gli occhi alla luce violenta, evidentemente aveva dormito. Ci guardò meravigliato e disse: Karin è rientrata? Nello stesso istante si rese conto del doppio e doloroso errore. Sorrise imbarazzato: la mamma era morta da quattro anni e lui aveva fatto la figura dello stupido chiedendo di lei. Prima che facessimo in tempo a dire qualcosa agitò il braccio in segno di diniego e se ne tornò nella sua stanza.[2]
Ingmar Bergman appunta nel suo diario gli ultimi giorni di vita del padre. “22 aprile 1970: papà sta morendo... 25 aprile 1970: papà è ancora vivo. Cioè è del tutto privo di coscienza, l'unica cosa che funziona è il suo cuore forte... 29 aprile 1970: Papà è morto. E' stato domenica, alle quattro e venti del pomeriggio; la sua morte è stata dolorosa. [3]

Comunque siano andate in vita le cose fra di loro, qualunque sia stata la ragione dei loro contrasti, la morte di un padre rappresenta sempre la fine di una grande storia.

 smr

martedì 17 marzo 2015

Oggi in paese è giorno di mercato.

OGGI IN PAESE E' GIORNO DI MERCATO

Oggi in paese è giorno di mercato/
nelle strade intorno al parco/
il venditore zelante espone le chincaglie/
dalle bancarelle, merci sfiziose ed ammiccanti/
strizzano l’occhio a volti che scintillano di voglie.

Si prosegue lentamente in surplace/
spiando a dritta e a manca/
sbrilluccica il seno delle ragazzette/
proprio davanti al banco delle camicette.

L’anziano buongustaio, i sensi ormai sopiti/
in mano la sua sporta vuota/
capitola alla vista di caci/ 
nauseanti ma gustosi/
montagne con la punta rasa/
annusa e annusa ancora/ 
formaggi e formaggette/
infine compra succulente marzoline fatte in casa.

smr




sabato 14 marzo 2015

Intonaco o non intonaco?

qualche giorno fa, a Coreno Ausonio​, ha fatto scalpore la notizia del ritrovamento di un muro di pietre vive sotto l'intonaco (rimosso e poi ripristinato) esterno della canonica.
molti cittadini, conoscendo la mia attività di paesologo, mi hanno contattato per cercare in me una "sponda".
pare che la posizione del parroco polacco sia stata di fermezza, anzi di intransigenza.
sta di fatto che il giorno dopo, a nemmeno 24 h. di distanza dal ritrovamento, il muro era stato già riportato alla situazione "quo ante".
probabilmente il vecchio muro in pietra viva altro non era che il risultato della ricostruzione della chiesa e della canonica avvenuta nell'immediato dopo-guerra.
quindi niente di davvero rilevante, sia da un ponto di vista storico che da un punto di vista architettonico.
ma cosa costava lasciare la porzione di muro in oggetto scoperta?
in un paese dove di "storico" non c'è praticamente niente di rilevante, anche il "poco" è già qualcosa. O no?


a pochi mesi di distanza da un altro episodio controverso.
la ristrutturazione del primo tratto di via Roma, nel rione Curti (il famoso arto fantasma), dove l'intonacatore matto ha colpito ancora.
e il bello è che non si sa mai (o ancora) di chi sia la responsabilità dello scempio.
dei nuovi o dei vecchi amministratori?
del Genio Civile o della Regione Lazio?
a noi non è dato saperlo.



io sono e resto dell'avviso che un forno ad emergenza, ad esempio, vada lasciato come è stato costruito dagli edificatori primordiali, 100, 200 o 300 anni fa, e non intonacato.
come documentato magnificamente dalle due foto che allego al pezzo.
(la precedente e quella che segue)


anche se nel caso della seconda foto c'è da far rilevare lo scempio perpetrato dagli operai dell'Enel. (Sic!)


smr

venerdì 6 marzo 2015

Lavorare lo strame.

Non si può capire cos'è la fatica se non si è provato almeno una volta a lavorare lo strame.
Ma per lavorare lo strame devi prima andare in montagna, falciarlo e farne grossi fasci, poi portarlo a valle, mettendolo sulla testa, quindi spargerlo per terra, seccarlo e poi batterlo con la mazza.
Solo dopo che hai fatto tutte queste cose puoi iniziare a intrecciare le corde.
La sera, quando hai finito la tua dura giornata, puoi finalmente leccarti le dita.
Si! Puoi leccarti dalle dita, il sangue che gocciola, cade dalle ferite che i fili di strame ruvidi e taglienti hanno inferto ai tuoi poveri polpastrelli.

"lui aveva sempre da un lato almeno un paio - se non una serie - dei numerosi fasci di strame secco con cui usava delimitare una buona porzione del muretto che aveva di fonte casa sua. Non appena consumava quello, la compagna provvedeva sollecita a rimpiazzarlo con uno nuovo. Il fascio, a forma di cono, terminava con un bizzarro pennacchio. Dal quale attingeva un mazzetto di fili ogni tanto. Senza guardare, con gesti sicuri, regolari, portati a memoria. Li metteva sotto l’ascella, per prenderne poi soltanto uno per volta, da aggiungere alla fune nuova che stava intrecciando. Peccato che alla fine gli rendessero poche lire, ma, andando avanti così, Alessandro era in grado di produrre quotidianamente una notevole quantità di manufatti diversi. Corde, da utilizzare come semplici legacci; oppure bande larghe un palmo, che, cucite tra loro a spirale, diventavano le sue rinomate sporte - oppure tappeti. L’unica differenza consisteva nella forma che lui sapientemente dettava con le grosse ma  agili dita. A sezione rotonda le nude corde; schiacciate, con spessori diversi, le bande utilizzate per farne tappeti o zerbini. I manufatti uscivano dalle sue mani senza soluzione di continuità, raggiungendo lentamente il marciapiede. Lì, come rispondendo ad un automatismo misterioso, si arrotolavano - senza imbrogliarsi mai - sovrapponendosi in spire regolari, ampie, interminabili. Come sfilze di salsicce appena strizzate sul bancone del macellaio."

(dal mio libro: Le stagioni della Lattaia)

smr

mercoledì 4 marzo 2015

Nostalgia (ma non quella di Tarkovsky).

Metto qui un abbozzo di poesia

La nostalgia è brutta bestia/ 

animale notturno/

arriva col buio/

nell’oscurità ti azzanna i pensieri.

Vorresti soltanto un sonno senza sogni/

poi ti costringe a scrivere/

per poter dimenticare.

Ma non bisogna turbare l’ordine dell’esistenza/

nel grande segreto ontologico che lacera il mondo/

devi morire, perché la vita sia bella.

Ma prima di morire/
scrivi per dimenticare/
non dimenticare di scrivere/
al di sopra di tutto, le cose che vorrai dimenticare!

    Ci vorrebbe una scuola dove insegnino a vivere/
    una, invece, dove si possa imparare a morire.

     smr

lunedì 2 marzo 2015

La Gazzosa - Bevanda ecologica degli anni ’60.

Metto qui l'appendice pubblicata nel mio Libro: 
LE STAGIONI DELLA LATTAIA. 
S'intitola LA GAZZOSA - Bevanda ecologica degli anni 60.




   
Ricordo che da bambini, nei primi anni ’60, al pranzo dei giorni di festa, o nei rari banchetti nuziali ai quali ci capitava di partecipare - allora si tenevano quasi sempre a casa degli sposi; quasi mai al ristorante come usa oggi - mentre i grandi bevevano vino, noi piccoli avevamo diritto alla nostra abbondante e fresca razione di gazzosa.
Ricordo pure come molte passeggiate fatte d’estate, in compagnia dei nonni o degli zii adulti, finivano con noi seduti a cavalcioni sul muretto, i piedi penzoloni, esausti ma soddisfatti; o all’ombra di un pergolato - come nelle più torride gite in Sicilia - a gustarci, in piena tranquillità, una bottiglietta ghiacciata di quella soave, frizzante bevanda, con leggero aroma di cedro.
Dubito molto che ancora oggi esista qualcuno disposto a produrre, imbottigliare e distribuire quella modesta bibita effervescente che bevuta d’un fiato ti toglieva il respiro.
Dubito molto che ancora oggi esista qualche buontempone disposto a venderla per le poche lire che allora ci chiedeva il nostro vecchio amico barista, grasso e  baffuto. Tu gliela chiedevi, lui la pescava dal bidone pieno di acqua e ghiaccio, tuffandoci dentro quasi tutto il braccio. Subito ti tendeva l’altra mano asciutta, aperta e avida. Ti cedeva la bottiglietta solo dopo che glie l'avevi regolarmente pagata.
Oggi siamo tutti condannati, inesorabilmente, alla modernità! E, si sa, la modernità  non sempre è vero progresso.
Di sicuro siamo tutti bersagli viventi. Vittime indifese. Sotto un bombardamento incessante di bevande colorate. E se ne vedono davvero di tutti i colori! Ne ho viste alcune di un terrificante celeste.
E ne vedo tuttora moltissime vendute in lattine colorate, o in bottiglie di plastica col tappo di plastica.
E il sapore? Vi chiederete! Anche quello di …plastica! Con lo zucchero o senza. Allora dentro c’è l’aspartame. O qualche altro stucchevole ritrovato di sintesi che possa renderle dolci - o, perlomeno gradevoli.
Se provi a leggere gli ingredienti, poi, ci trovi tante strane “E” con tanti numeri appresso. C’è di che preoccuparsi.
Costano molto, per quello che offrono e, forse, ti avvelenano pure - lentamente.
La nostra vecchia, meravigliosa Gazzosa non aveva niente a che fare con tutto questo. Anche a volerla indicare come il capostipite di tutte le bibite moderne, nulla può accomunare due modi tanto diversi di bere. Due interpretazioni così diseguali di rimedio alla sete. Oserei dire due filosofie di vita tanto difformi.
La nostra vecchia, meravigliosa Gazzosa era servita nella sua inconfondibile bottiglietta di vetro trasparente - oggi si direbbe “vintage”. Con le poche, semplici indicazioni, del produttore e degli ingredienti, scritte in rilievo sul vetro. Chiusa tassativamente col suo caratteristico tappo di ceramica bianca. Tenuto bloccato da una semplice ma geniale molletta di ferro. Guarnito con l’anello di gomma arancione - per non farla sfumare. Che te ne facevi di una Gazzosa senza bollicine? Avresti perduto tutto lo sfizio di berla.
La nostra amata Gazzosa appariva cristallina e incolore, quasi scialba alla vista, ma con un sottile, singolare gusto - miracoloso, per come semplicemente era fatta. Acqua minerale, zucchero, aromi di cedro o di altri agrumi. E solo una piccola aggiunta di anidride carbonica - a renderla piacevolmente frizzante.
Qualcuno tra noi - ma era raro - la trovava troppo mossa e vivace. Allora prendeva a sbattere maldestramente la bottiglietta, tenendola tappata col suo piccolo pollice. Quindi, mollando un po’ la presa, tentava disperatamente di farla sfumare - se non gli era prima caduta quasi tutta per terra.
L’unico effetto che poteva ottenere era di perderne mezza - con un grosso sbuffo impertinente. Anche agitato ben bene, o sbatacchiato energicamente, quel liquido continuava a frizzare - impassibile.
Era come se l’anidride carbonica, contenuta nella bottiglia, si rigenerasse in continuazione per cause soprannaturali - magicamente.
Se volevi, potevi solo attenuarne di poco l’effetto gasato. L’unico sistema era stapparla e aspettare - perdendo tempo a osservarla mentre sfiatava lentamente, naturalmente. Con la cannuccia d’ordinanza - rigorosamente di paglia, beninteso, non di plastica come oggi - infilata nel collo della bottiglia, che si sollevava come per incantesimo.
Oppure dovevi versarla in un capace bicchiere di vetro e aspettare che si ossigenasse. Ma se pensavi di doverla snaturare così perché dovevi comprarla? Se pensavi di doverla snaturare così allora era meglio non prenderla proprio quella Gazzosa!
Meglio procurarsi altro da bere! O, no?
Se la gazzosa esistesse ancora, messa a confronto col milione di bibite che circolano oggi, di sicuro, sarebbe considerata la bevanda più naturale - dopo l’acqua.
Forse l’unica bibita veramente ecologica.
Ma se la gazzosa esistesse ancora, con un’abile campagna pubblicitaria, una di quelle, odiose e martellanti, studiate dai così detti “creativi” - quei fantasiosi signori che inventano le mode estive più perniciose - diventerebbe un nettare “chickissimo”, da vendere in tutti i locali alla moda.
E, dagli! foto sui giornali. Magari con la bottiglietta amorevolmente, e maliziosamente, ospitata tra le gambe o tra i seni di signorine mezze nude, sedute sulla sella di moto di grossa cilindrata con gli occhi a mandorla.
E questo indegno “can-can” ne appannerebbe inevitabilmente la genuinità dell’immagine. La renderebbe artefatta - quindi finta.
E il suo inconfondibile gusto prenderebbe di marcio.

Forse per questo motivo, in un mondo che sembra pericolosamente impegnato a distruggere quel poco che ancora ci resta di naturale e di schietto, qualcuno, tanti anni fa, di proposito, ha provocato la fine della nostra gazzosa.
Forse qualcuno ha, volutamente, accoppato la nostra Gazzosa.
La Gazzosa è morta!
Anzi, è stata ammazzata!
.…Per eutanasia.

         

sabato 28 febbraio 2015

Un brano dalle PASSEGGIATE nella MEMORIA...

Metto qui un brano dal mio ultimo libro di racconti paesologici:

PASSEGGIATE NELLA MEMORIA PROFONDA DI UN RAGAZZO DI PAESE.



Il libro è il quarto di una ipotetica "Quadrilogia di Coreno" dopo LE STAGIONI DELLA LATTAIA; STORIE DAL PAESE DEI CICLAMINI; CRONACHE DAL PICCOLO BORGO DELLA PIETRA MILLENARIA.


   





  Mio padre, che amava la caccia, ha sempre avuto un cane che lo accompagnasse nelle sue battute. Ricordo che un giorno, io ero poco più che un bambino, arrivò a casa con un bracchetto delizioso tra le braccia. Era tutto marrone, con le orecchie grandi penzoloni marroni, il corpo ciotto e le zampette lucide e marroni. Solo la punta della coda era bianca. Che bello, che bello. Facemmo tutti, stringendoci intorno a lui per toccarlo e accarezzarlo. Non c'è niente di più amabile dei cuccioli, di qualsiasi animale. Io da bambino li adoravo. Leggevo apposta una rivista per bambini che si chiamava "Il Giornalino". C'erano quasi solo cuccioli. Di cani, di gatti, di scoiattoli. Di tuti gli animali domestici e selvatici. Tutti bellissimi e adorabilissimi. Tanto la coda ai bracchi va sempre tagliata e da cuccioli, molto prima che diventino adulti. Disse mio padre con una punta di malvagità. Noi, presi dai festeggiamenti, non ce n'eravamo nemmeno accorti ma, al seguito di mio padre, era entrato in casa un suo amico, un signore che si chiama Franco C. . Armato di una piccola ascia. Arguimmo subito che l'operazione di cui mio padre parlava doveva avvenire lì e in quel momento. Cominciammo a fare baccano per impaurire il cucciolo. E l'idea fu buona perché il cucciolo scappò davvero. Solo che invece d'imboccare la porta sulle scale e mettersi in salvo, corse nella stanza da letto dei miei. Per mio padre, chiudere la porta, intrappolarlo in un angolo e catturarlo, fu un gioco da ragazzi. Lui e Franco portarono il cucciolo in soffitta. Si chiusero a chiave la porta alle spalle impedendoci di seguirli. Legarono stretto stretto uno spago sulla coda, a quattro o cinque centimetri dalla base e procedettero all'amputazione. Sentimmo solo il colpo sordo dell'ascia sul ceppo di legno che mio padre aveva già pronto. E il lungo guaito di dolore del piccolo cane. Quando rientrarono in casa, ai nostri occhi ci apparivano come due boia medievali, senza cappuccio e in abiti moderni. Li odiammo a morte, per quel gesto che ritenevamo violento e disumano.  Mio padre riportò il bracchetto nel bagno, dove lo ripose in una cesta di vimini che aveva preparato a terra. Ripose in mozzicone di coda recisa in una busta di plastica e buttò tutto nella spazzatura. La povera bestiola, col moncherino di coda fasciato, ancora tremava per la paura e guaiva per il dolore. Sembrava che piangesse. Franco tentò ancora una volta di spiegarci che il loro non era stato un gesto gratuito, ma che i cacciatori amano i cani, come e, forse, più di noi bambini. Il povero Franco abbozzò anche una spiegazione pseudo-scientifica, che però non convinse nessuno. Ai bracchi dev'essere tagliata la coda per impedire che si feriscano quando attraversano i rovi per recuperare la preda. Cominciammo ad accettare e a capire la cosa, quando il bracchetto smise di soffrire e cominciò ad abituarsi all'assenza della coda. Quando la ferita fu rimarginata la coda sembrava essere stata sempre corta. Dopo qualche tempo anche il bracchetto mostrò di aver dimenticato quanto era accaduto quel giorno in soffitta. Dopo di quello, papà ebbe altri cani, ma tutti di una razza diversa. Erano setter, con una coda lunga e pelosa. Ai setter la coda non va tagliata. Mi piace pensare che forse scelse quella razza per evitare che noi soffrissimo ancora inutilmente.

domenica 15 febbraio 2015

Zì Pashcaglinu e la cerqua.

metto qui un estratto dal mio libro: Passeggiate nella memoria profonda di un ragazzo di paese.



"...Ma, prima che a tutti gli altri, Zì Pashcaglinu aveva pensato ai suoi maiali, badando a piantare una quercia. Un giorno era andato in montagna, dove diceva che c'erano le querce migliori. Il paese è pieno di querce, e tutte sembrano migliori: in pratica a me non pare che ci sia alcuna differenza tra quelle della campagna, della collina e della montagna. Lui, comunque, era andato da solo. Aveva cercato una bella quercia fronzuta, non tanto piccola, ma nemmeno troppo grande. Insomma, che potesse essere sradicata abbastanza agevolmente. Aveva girato per un po’ per i boschi, con uno sguardo assai attento e guardando bene in aria. Quando fu convinto di aver trovato l'alberello che faceva per il suo orto, con molta attenzione, per lasciare una buona quantità di radici vitali, l'aveva sradicata dal terreno con le sue mani, piegando il fusto, in avanti e indietro; facendolo girare; spingendolo e tirandolo. La scena che immagino, doveva essere più o meno come quella, molto famosa e drammatica, di cui fu protagonista il signor Tore, quando nel film di Ingmar Bergman La fontana della vergine sradica una giovane betulla.




Quando la ebbe spiantata da terra, se l'era caricata sulle sue spalle forti, bilanciando bene il fusto e la chioma, e l'aveva trasportata fino a casa. A passo svelto e senza fermarsi mai. Una volta arrivato a casa, l'aveva messa in una piccola botte che aveva preparato per bene, solo per quel lavoro. L'aveva riempita di terra e di concime naturale. Appena prima di partire aveva fatto un buco, grosso e profondo, al centro. Gli bastò appoggiare la piccola quercia al terreno e coprire per bene le radici. Qualche colpetto con le mani e un’innaffiata leggera, perché non marcisse, avrebbero finito il suo lavoro certosino. Dopo, avrebbe solo dovuto incrociare le dita e aspettare pazientemente che l’alberello attecchisse. Qualche mese era passato. E, solo quando fu certo che le radici si erano abbarbicate per bene alla terra, l'aveva estratto dalla mezza botte e l'aveva ripiantato nel terreno del suo orto. La quercia, fin da subito, dalla prima stagione aveva cominciato a dare frutti. Ghiande preziose con le quali zio Pasqualino alimentava i suoi maiali. Diceva a tutti che i suoi erano i migliori maiali del paese. Le migliori carni e il miglior lardo da sugna, provenivano dai suoi maiali. In realtà tutti i maiali del paese, le carni e il grasso da sugna erano migliori: tutti i maiali del paese venivano alimentati con ghiande di querce locali e con la classica broda che le donne preparavano aggiungendo semplicemente acqua calda al secchio dei pochi avanzi della cucina che avevano messo da parte dopo ogni pasto. Poi, uno via l'altro aveva piantato gli altri alberelli da frutto. Ma, quelli non li aveva sradicati in montagna. Era andato a comprarli. Una parte alla fiera boaria che dopo la guerra organizzavano in paese, nella valle di Luigi De Siena; un'altra parte alla fiera della Madonna del Piano, dove due volte l'anno si recava. Una volta d'inverno, il giorno di Santo Stefano, e una volta d'estate, a Ferragosto. Un po’ per acquistare quello che gli serviva per i suoi campi: attrezzi, semi, piantine; un po’ per devozione alla madonna. O, almeno, così diceva lui. Mio nonno alla religiosità di Zì Pashcaglinu e’ tuppu non credeva affatto e nemmeno alle sue svariate devozioni. Scherzando, ma nemmeno tanto, diceva sempre che se, per sua sventura, lo avesse incontrato in paradiso, dove era certo che sarebbe andato dopo la sua morte, fra cent'anni, lo avrebbe dovuto scaraventare di nuovo sulla terra. Sebbene non andasse mai in chiesa, mentre zio Pasqualino ci andava; sebbene non fosse praticante, mentre zio Pasqualino lo era, e stava sempre con il rosario in mano, sosteneva che era certamente meglio lui, come credente. E sosteneva pure che la sua non era altro che pura ipocrisia. E comunque, che, una volta in paradiso, non ci sarebbe stato posto sufficiente per entrambi. Il Padreterno, insomma, avrebbe dovuto preferire il suo ateismo alla religiosità falsa del coetaneo..."

lunedì 9 febbraio 2015

La Casa della Paesologia trova ...casa a Trevico (AV).

La Casa della Paesologia trova ...casa a Trevico (AV)

A pochi giorni dalla sua fondazione, sono già 150 gli iscritti alla Casa della Paesologia.

Presto anche Salvatore M. Ruggiero (scrittore) si iscriverà alla Casa della Paesologia
Per il momento non faccio certo mancare il mio personale contributo alla diffusione della Paesologia e della Casa della Paesologia.



giovedì 5 febbraio 2015

I professionisti dei funerali



Metto qui un brano tratto dal mio libro:

CRONACHE DAL PICCOLO BORGO 
DELLA PIETRA MILLENARIA 



s'intitola: 

I professionisti dei funerali


Al mio paese ci sono ...quelli che saltano da un funerale all'altro. 
Col sorriso sulle labbra. Gridano, piagnucolano, strepitano, ma poi ridono spesso. 
Si vede chiaro che non gliene frega niente del morto, né di chi rimane. 
Ma sono sempre i primi a prendere in mano l'aspersorio per l'acqua santa che il prete gli porge. 
Benedicono la bara, mentre in mente a loro pensano: "Meglio a te, che a me!" 
Stanno con un piede dentro e uno fuori la chiesa; pronti ad arraffarti sotto al naso la corona dei fiori da portare al cimitero, in corteo, davanti al feretro motorizzato. 
Lentamente, ineffabilmente, stancamente. 
Si scelgono anche quella coi fiori preferiti: chi prende le gerbere bianche; chi le calle; chi i garofani; pochi prendono i crisantemi. Portano male! 
Quando hanno notizia che è morto tal de tali, anche se in vita ci avevano scambiate si o no, in tutto, tre parole, si precipitano davanti al catafalco, la salma ancora è calda, a cibarsi del dolore - quello vero - l'unico: quello della vedova o della madre affranta. 
Si leccano avidamente quelle poche o tante lacrime che sgorgano dal dolore ancora non rimarginato; ferita quella, ancora aperta e viva. 
Poi vanno a casa e aspettano il prossimo morto e il prossimo funerale. 
Quasi con impazienza. 
Finché non toccherà a loro. 
Perché una cosa è certa, e loro fingono di non saperlo: prima o poi tocca a tutti.

smr

martedì 3 febbraio 2015

VIVERE E MORIRE IN PAESE

Metto qui un brano tratto da un mio libro:

STORIE DAL PAESE DEI CICLAMINI


In questo brano che, ammetto è un po lungo, si parla di morti e di funerali. Perciò chi non gradisse l'argomento può astenersi dal leggerlo. Chi, invece, volesse leggere qualche considerazione che, magari, condivide, sulla morte e sui funerali, ma non ha mai scritto (magari solo per mancanza di tempo), prosegua pure la lettura. La troverà interessante. Almeno lo spero. 
"In un paese piccolo, piccolo come il mio, che non fa nemmeno 1700 abitanti, ogni anno muore almeno l'un per cento della popolazione: 15/17 persone, se va bene, cioè se ne muoiono pochi. Perché, se va male, nel senso che quell'anno ne moriranno molti, allora possono morire anche il doppio: cioè una buona trentina. Vivere in un paese piccolo come il mio è come vivere in tempo di guerra, come vivere durante la guerra, anzi in una guerra che si sta ancora combattendo, che si combatte ogni giorno, ogni settimana, ogni mese, ogni anno. Una guerra lunga e interminabile che, ogni quindici giorni, o quasi, annuncia un suo caduto; aggiorna il conteggio dei suoi morti; conta i suoi caduti totali. Se vivi in un paese piccolo, non sei affatto un cittadino sereno che fa una vita serena, tranquilla, come molti pensano che sia la vita in paese e come, alla fine, meriteresti pure di fare, avendo scelto di vivere in paese piccolo, brutto e dimenticato da Dio e dagli altri uomini. In una città è tutto diverso, penso; ma è diverso specialmente il rapporto con la morte, ne sono certo. Quello che stava seduto al tuo fianco quella mattina in metropolitana e con cui hai scambiato due chiacchiere sul tempo, è morto una settimana dopo, o lo stesso giorno, ma tu non lo sai e non lo verrai mai a sapere; non lo conoscevi e, quando è sceso, eri già pronto a non vederlo più, a non incontrarlo mai più. E non lo vedi più, nemmeno se resta in vita. Quindi è come se fosse morto. E se pure lo dovessi rivedere non lo riconosceresti ed è come se lo avessi visto per la prima volta. Quello che stava davanti a te in fila al supermercato, a cui hai tamponato il carrello, nemmeno lo conoscevi, magari uscendo è stato investito da un'auto o ha avuto un infarto o s'è buttato sotto un treno in corsa, ma tu non lo conoscevi e non lo sai che è morto. E non t'interessa di saperlo. Non ti informi. In un paese piccolo potrebbe non interessarti chi vive e chi muore, nemmeno se non frequentavi il defunto, ma invece ti interessa, deve interessarti per forza, non dipendesse dal semplice fatto che in modo o in un altro vieni a sapere che uno è morto e che fanno i funerali in piazza, e il paese è la piazza; quindi sai che è morto qualcuno, sai chi è morto e sai che lo conoscevi, per forza. La tua vita in paese, quindi pare tranquilla, ma non lo è. E' piena di preoccupazione: chi sarà il prossimo? Toccati! Potresti essere tu. La tua vita in paese assomiglia a quella di un soldato. Ricordate il soldato di Ungaretti? "Si sta come d'autunno sugli alberi le foglie." Ecco in paese si sta così, si vive così. Se, invece che in una città, vivi in paese piccolo, sei come una foglia sul ramo, e non solo d'autunno; sei come un soldato, per tutto l'anno. Anzi sei come un soldato appostato in trincea per tutto l'anno e ogni tanto ti arriva la notizia che è morto qualcuno: Giuseppe, e poi che è morto pure Paolo, e poi anche Carlo e qualche giorno dopo se n'è andato anche Lucio e che l'altra settimana, quel brutto male s'era portato Tommaso e che prima di loro, dall'inizio dell'anno, s'era portati Alessandro, Antonietta, Filippo e Maria e Luigia e .... Tutta gente che conoscevi: amici, conoscenti, parenti, affini, coetanei, vicini di casa, vecchi compagni di scuola o di giochi, insomma i tuoi compaesani ...i tuoi commilitoni. Poi dopo che ti hanno detto: lo sai chi è morto? E' morto Tizio; hai realizzato chi era; ti sei ricordato il suo volto; e ti ricordi pure che l'hai incontrato due giorni prima e magari ci avevi pure parlato, devi convincerti che non lo rivedrai più, mai più. Da quel momento in poi puoi solo sperare d'incontrarlo in Paradiso. Intanto, però, vai a far visita a casa, saluti i parenti, li baci li abbracci e gli stringi la mano, torni a casa; ti vai a preparare per andare al rito funebre e per accompagnarlo al cimitero, il giorno dopo. Se ti era amico lo fai con partecipazione e convinzione e commozione; se non era un amico, ma un semplice conoscente, ci vai lo stesso sennò non ti vedono e può sembrare un'offesa; se, peggio ancora, ti stava sul cazzo, vale la regola del parce sepulto: al funerale devi partecipare lo stesso; metti da parte le incomprensioni e le liti pregresse, le antipatie, e le quintalate di screzi e, in nome della carità cristiana che si deve almeno ai defunti, vai al cimitero, magari facendo anche una faccia triste, contrita, il più possibile adatta all'occasione ferale di cui non ti importa niente. Quel gesto penoso di accompagnare il defunto nel suo ultimo viaggio ormai pare sia rimasto l'unico momento in cui, nei piccoli paesi, si esalta ancora un senso di umana partecipazione alla comunità, un sentimento d'amore, di compassione e di mutualità verso il tuo prossimo evangelico, che tra i vivi e i vivi non esiste più; si sostanzia ormai solo nei rapporti tra i vivi e i... morti. E si, perché la vita nei piccoli paesi non è più quella di prima. E non sto parlando di secoli fa. Sto parlando di soli trenta, quarant'anni fa. Non bisogna andare molto indietro per capire che quella vita non esiste più e con essa non esistono più certi valori, certi sentimenti, certe necessità, certi usi e abitudini che la rendevano peculiare, piacevole, o almeno più sopportabile e, comunque, migliore di quella attuale. Quarant'anni fa la morte di un vecchio era peggio della morte di un bambino, di un giovane o una persona di mezza età: la morte di un vecchio era una vera tragedia comunitaria; era la fine di una lunga storia di vita; era come veder abbattuta una vecchia quercia o un ulivo secolare; era come veder crollare un monumento antico o un palazzo nobiliare per un terremoto disastroso; come vedere distrutto un pezzo d'arte prezioso o un'insostituibile porzione della società. Perché i vecchi erano tenuti in altissima considerazione: per l'aiuto che avrebbero potuto ancora dare in consigli, per i loro ricordi, per la memoria dei fatti, delle storie antiche, dei posti, delle persone. E non solo dalla loro famiglia, ma dall'intera società. Oggi quando muore un vecchio sembra che ci siamo tolti un problema, un peso, un impiccio, un dente cariato. E, per giunta, non avremo più badanti per casa che parlano lingue strane: altro sollievo! "Tanto era vecchio!" si dice e di lui, ne la famiglia ne la società, rimpiangeranno niente. Nemmeno la pensione, intascata intera dalla ingombrante e indiscreta badante rumena. Oggi in paese non muoiono più tanti piccoli. Prima ne morivano di più: ed erano tragedie strazianti, che segavano le ginocchia alla comunità. Il morale dei paesani si risollevava a fatica solo dopo molte settimane. Nel cimitero del mio paese c'è una sezione dedicata alle bare bianche. Sono anni, forse decenni, che non muore più un bambino. Per fortuna. La medicina ha fatto enormi progressi. Le malattie infantili non sono più mortali (da noi) e possono essere diagnosticate precocemente, alcune tra le più gravi anche prima della nascita. La vita si è allungata, e i bambini, che sono sfuggiti alla morte precoce, diventeranno adolescenti, poi giovani, poi adulti e forse vecchi. E quando saranno diventati grandi e avranno messo su famiglia si ammaleranno e moriranno più tardi, magari di cancro, di cuore o di diabete, ma potranno almeno dire di essere venuti al mondo e di aver vissuto qualche decennio. A pensarci bene una persona che vive fino a 80 anni, che può essere considerata una bella età ma non certo un'età veneranda, ha vissuto solo 960 mesi, circa 28.800 giorni, più o meno 700.000 ore. A pensarci bene mica poi così tanto! Ma, sapete una cosa? Vivere e morire in paese, non è poi così diverso che vivere e morire in qualsiasi altro posto del mondo."













lunedì 2 febbraio 2015

In memoria di Cardillo Domenico, detto Mimmo.

In memoria di Cardillo Domenico, detto Mimmo metto qui un piccolo ricordo personale; un piccolo ma accorato brano estratto dal mio libro:

PASSEGGIATE NELLA MEMORIA PROFONDA DI UN RAGAZZO DI PAESE.

Mi ero ricordato di averlo scritto e ne parlavo appunto, durante le ultime vacanze di Natale, con la sorella Angela, una domenica pomeriggio, quando mi diede un passaggio a casa con la sua macchina. Stava andando a casa sua a trovarlo e la fine non era lontana. Mi ha ringraziato per la citazione, ha sorriso e alla fine della conversazione una lacrima le è scappata lungo la guancia, mentre continuava a sorridere....


"...Sono sempre stato un tipo pacifico e non mi sono mai battuto con nessuno dei miei compagni di gioco. L'unico piccolo problema l'avevo avuto, ma solo quella volta, con Mimmo. Fu per una questione di biglie o di figurine. Eravamo in piazza, dove ci riunivamo sempre, di fronte al bar del padre, nei pressi della fontana tonda, dove parcheggiava la corriera. Litigammo, all’inizio solo a parole, poi ci spingemmo ed io, alla fine, lo chiamai figlio di puttana. Lui, che stava di fronte a me, rispose colpendomi con un sonoro schiaffo. Incassai, senza replicare, per evitare la rissa e feci anche tesoro della lezione che m’impartì. Ero stato davvero uno stupido. Avevo dimenticato un particolare che non dovevo trascurare. La madre di Mimmo era morta. Lo aveva lasciato quando lui era ancora piccolo. E' il trauma peggiore per un bambino; se ne esce difficilmente, specialmente a quell'età. Lui, infatti, non era uscito. Non ne uscì mai."

Ciao Mimmo, sit tibi terra levis. 
Non so esattamente quanti avessi ma non erano... Nè tanti, né pochi. E, comunque non troppi più dei miei. 
Ma, tanto, lo so... ci hai solo preceduto.