sabato 10 novembre 2012

Gli U.S.A. non sono la più grande democrazia del Mondo. n.4

Dopo la situazione carceraria, le guerre d'intervento, l'alto numero di homeless, la quarta ragione per cui ritengo che gli U.S.A. non possano definirsi la più grande Democrazia mondiale riguarda la distribuzione della ricchezza interna.





La piu' recente statistica della ricchezza negli Stati Uniti divide la popolazione in 5 segmenti di 20% ciascuno. 
Il lettore può guardare con attenzione il grafico pubblicato sopra.  
Dal quale si vede benissimo che:
 
Il 20% controlla l'84% della ricchezza. 

Il successivo 20% ne controlla l'11%.

Il rimanente 60% controlla il 4.03%. 

O se volete, data una popolazione di 350 milioni di abitanti:
60 milioni controllano l'84% della ricchezza;
210 milioni, tutti insieme, controllano solo il 4.03 del totale.

Questi dati parlano da soli, a mio avviso, non hanno bisogno di nessun commento.

 smr 

venerdì 9 novembre 2012

Homeless in America.




Il terzo grande motivo per cui l'America non può, in nessun modo, essere definita la ...più grande democrazia del mondo, dopo le guerre d'ingerenza e il numero dei carcerati e la pena di morte (vigente in 35 dei 50 stati), è l'altissimo numero di Homeless, persone senza casa.
I dati sugli homeless sono fermi al giugno del 2008. 
Secondo il National Law Center for Homelesseness and Poverty si attestavano sui 3.5 milioni di persone. 
Ma a detta dello stesso Centro si tratta di una stima ampiamente per difetto, perche' i sistemi di misurazione del fenomeno oscillano tra il 'point-in time-counts' (una istantanea degli ospiti degli shelters ovvero dei rifugi comunali), e il 'period prevalence counts' riferito alla permanenza per un certo numero di giorni dei single o di quelli con famiglie.

Pensate che essi rappresentano più dell'uno per cento dell'intera popolazione degli Stati Uniti.
Se si applicasse questa percentuale all'Italia, avremmo ca 700.000 senza casa. Sic!


 A me è capitato di poter apprezzare lo stacco duro e spietato tra il grande ...American dream e la cruda povertà, durante un viaggio negli States. 
Vidi, a New York, sui marciapiedi della Quinta Strada, proprio fuori il negozio scintillante del gioielliere Tiffany, una donna, evidentemente senza casa, che chiedeva l'elemosina avvolta solo da una grande busta nera, quelle d'immondizia, per intenderci: fortuna che era estate.

giovedì 8 novembre 2012

Il secondo motivo per cui gli U.S.A. non possono essere considerati la più grande democrazia del mondo.


Subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti – coadiuvati o meno dai propri alleati – si sono messi immediatamente all’opera per la creazione di un “mondo nuovo”, un nuovo sistema di stati, di potenze e di rapporti internazionali che garantisse la propria supremazia. 
Nacque così un progetto teso al raggiungimento di tale obiettivo. 
Nonostante la presenza del rivale sovietico, la “piovra a stelle e strisce” non si è mai fermata e, dal 1989 in poi, ha allungato ancor più i suoi tentacoli. 
Molti dei piani statunitensi sono andati in porto, basti pensare al mondo economico, militare ed energetico, ove attualmente incontriamo sempre la presenza egemone nordamericana. 
Non basterebbe un’intera enciclopedia per riassumere le tappe di questa progressiva conquista ed espansione. 
Quello su cui voglio far soffermare l’attenzione del lettore, sono i modi in cui alcuni di questi processi si sono potuti realizzare.
Modi disumani, violenti, repressivi, ingerenti. 
I dati che seguono fanno ormai parte della storia: sarebbe assurdo negarli e solo pochi sciocchi si ostinano a volerli mistificare. 
Abbiamo voluto riportare solo cifre sicure, nella speranza che l’elenco non debba essere aggiornato. 
Queste cifre, questi eventi, non hanno colori politici. 
Sono semplicemente numeri, che documentano gli interventi degli USA nella politica nazionale, il sovvertimento di regolari elezioni, la pianificazione di colpi di stato, lo scatenamento di guerre e la fomentazione di odi intestini. 
Non vengono risparmiati gli stessi statunitensi. 
Tutto in nome del profitto, del potere. 
Questi sono solo numeri, ma dietro questi numeri ci sono milioni di uomini, che hanno avuto la sfortuna di veder cambiato il proprio destino da una ristretta elite di politici, banchieri, militari e affaristi senza scrupoli. 
Costoro vedono in ogni uomo solo una pedina di scambio: consumatori, lavoratori, pedoni di una grande scacchiera. 
Per noi, invece, l’uomo ha in sé tante caratteristiche che convivono alla perfezione: da quella economica, a quella politica, a quella guerriera a quella religiosa. 
Ma forse questo è troppo anche per loro.

(da Rinascita)


E ci limitiamo solo ad un elenco degli "interventi" USA nel mondo e a bombardamenti con armi convenzionali:

Cina 1945-6
Corea 1950-3 (Guerra di Corea)
Guatemala 1954
Indonesia 1958
Cuba 1959-61
Guatemala 1960
Vietnam 1961-73
Congo 1964
Laos 1964-73
Perù 1965
Cambogia 1969-70
Guatemala 1967-69
Grenada 1983
Libano 1983-84
Libia 1986
El Salvador anni ‘80
Nicaragua anni ‘80
Iran 1987
Panama 1989
Iraq 1991-2002
Kuwait 1991
Somalia 1993
Bosnia 1994-5
Sudan 1998
Afghanistan 1998
Jugoslavia 1999
Afghanistan 2001-200?
Iraq 2003-200?


Non citiamo:
Utilizzo di armi non convenzionali;
Aggressioni chimiche e batteriologiche su paesi stranieri;
Appoggio ad aggressioni chimiche e batteriologiche di altri paesi 
Test chimici sulla popolazione interna;
Tortura;
Sovvertimento dell'esito di elezioni straniere;
Ingerenze in paesi stranieri;
Le due bombe atomiche sganciate sul Giappone nel 1945.

 
In pratica gli U.S.A. hanno talmente tanta... Democrazia in casa loro che sono spesso tentati di esportarla. Sic!


mercoledì 7 novembre 2012

Perchè chi sostiene che gli U.S.A. sono la patria della democrazia dice una cazzata.

Quella che espongo di seguito è solo una delle tante ragioni per cui non sono d'accordo con chi sostiene che l'America è il paese più democratico del Mondo.
Chi lo sostiene dice una stronzata! Scusate il francesismo.
In buona fede non conosce la realtà; in mala fede se conosce il problema e sapendo tace.

In America ci sono più di 2.250.000 persone in prigione.
726 galeotti ogni 100.000 abitanti, uno ogni 138 americani: il record mondiale d’imprigionamento.
100.00 detenuti sono in isolamento.
128.00 sono ergastolani.
100.00 i minorenni in riformatorio e 15.000 nelle prigioni per adulti.

Se la stessa percentuale di detenuti l'applicassimo all'Italia avremmo la bellezza di 600.000 detenuti (invece degli attuali 60.000, che vengono già considerati un numero enorme).

Senza considerare, poi, che la più grande democrazia mondiale prevede la pena capitale in 35 stati su 50.

Chi sostiene che l'America è cambiata dopo la seconda elezione di Barack Obama (ad esempio Michael Moore) deve fare i conti anche con questa ed altre drammatiche realtà.

Più avanti ne elencherò alcune altre.

E penso che bisognerà anche fare tanti auguri, sinceri e di cuore, al presidente confermato Barack Obama, perchè il lavoro da fare, per trasformare gli U.S.A. in una vera democrazia, il lavoro che lo attende è molto duro e certamente non sarà finito nei prossimi quattro anni.
Purtroppo


e guardate questo video.

https://www.facebook.com/video.php?v=1419433821618577&set=vb.133191463526411&type=2&theater

smr

lunedì 5 novembre 2012

Il "doppio" volto di Persona.





Nel film "Persona" (Persona, 1966) celeberrimo film di Ingmar Bergman, forse il suo film più sperimentale ed enigmatico, è contenuta una grandissima prova di abilità tecnica da parte del regista e del suo direttore delle luci Sven Nyquist. 
Scrive Bergman nel suo libro-diario Immagini
 “Io e Sven Nyquist decidemmo di lasciare la metà del volto nel buio completo... insomma, non avrebbe dovuto esserci neppure una sfumatura di luce. Questo era inoltre un passo naturale a combinare, proprio nella fase del monologo, i mezzi volti illuminati in modo che si fondessero in un volto unico. La maggior parte delle persone ha, chi più e chi meno un lato migliore del volto. Le immagini dei volti di Liv (Elisabeth Vogler, n.d.r.) e di Bibi (Alma, n.d.r.) illuminati per metà, che poi noi unimmo insieme, dimostrarono il lato peggiore di ciascuna di loro”.

Al punto che, come ricorda sempre Bergman, nè Liv Ullman nè Bibi Andersson, si riconobbero nel "doppio" volto, ma ciascuna delle due attribuì quel volto all'altra collega, dicendo c'era brutto.


L'aneddoto è riportato nel mio saggio sul grande cinema di Ingmar Bergman: IL GENIO DI UPPSALA.

smr


sabato 3 novembre 2012

..."Ricordo che la donna, agghindata come Griet - la fanciulla che a suo tempo fu la vera fantesca del maestro..."

Così, assai maldestramente peraltro, nelle pagine del mio libro, cerco di far coincidere l'immagine della ...donna che mesceva il latte, con la vera fantesca di Vermeer, una ragazza olandese del '700, che si chiamava Griet.





E come si giunge a poter affermare che la donna che mesceva il latte di Vermeer fosse Griet, la vera domestica del pittore? 

Lo racconta in una ricostruzione fedele la scrittrice Tracy Chevalier nel suo libro: "La ragazza con l'orecchino di perla" (fra l'altro titolo di un altro vero dipinto del Maestro).
Delft, XVII secolo, quartiere protestante: la sedicenne Griet è in cucina e, come al solito, sistema meticolosamente le verdure che sta tagliando, abbinandole per colore in un cerchio. 
Il padre, un modesto decoratore di piastrelle di ceramica che ha perso la vista, sta parlando, all'interno della casa con persone dalle voci decisamente insolite, che suggeriscono «immagini di tappeti preziosi, libri, perle e pellicce». 
Le voci appartengono a una coppia, un uomo misterioso e una donna con riccioli biondi e fare nervoso: sono Jan van der Meer (meglio conosciuto come Vermeer), il celebre pittore, e sua moglie Catharina, persone ricche e influenti. 
La madre informerà Griet che, a partire dal giorno dopo, andrà a servizio dai Vermeer, nel Quartiere dei Papisti e che potrà tornare a casa solo la domenica. 
La nuova vita di Griet sarà caratterizzata da una delle sue specifiche mansioni: la pulizia dell'atelier dell'artista. 
Questo provocherà l'invidia di Tanneke, l'inserviente che da anni è in casa Vermeer, ma che mai è potuta entrare nell'atelier, e della stessa moglie del pittore, anch'ella relegata all'esterno della camera della creatività. 
Griet conquista la fiducia crescente dell'artista e non soltanto: tra i due si genera un rapporto di complicità e di reciproca comprensione, che sfocierà nella richiesta di Vermeer a Griet di posare per un quadro. 
Quando l'opera è pressoché terminata, Griet si rende conto che manca qualcosa, e la stessa lacuna rileva il pittore, che chiede a Griet di indossare gli orecchini di perla appartenenti alla moglie. 
Griet si fora le orecchie per l'occasione, non senza dolore, ma senza alcuna esitazione e, in obbedienza a Vermeer, indossa gli orecchini. 
Venuta a conoscenza della cosa, la moglie si scatena contro la servetta, la quale lascia il lavoro per sposare un giovane macellaio che da tempo aveva iniziato a frequentare. 
Quando, anni dopo, Griet viene a conoscenza della morte di Vermeer, verrà chiamata dall'esecutore testamentario, che le consegnerà gli orecchini del quadro, rivelandole così la reale attenzione da parte del pittore morto.

In realtà, come s'intuisce dalla trama del romanzo di Tracy Chevalier la fantesca che versa il latte potrebbe essere anche Tanneke. Anzi, è assai probabile che fosse Tanneke, perchè era addetta alla cucina e perchè le era addirittura interdetto l'ingresso nell'atelier del pittore: come invece era concesso di fare a Griet.
Ma, per motivi subliminali, preferisco pensare che la mia lattaia e la lattaia di Vermeer fosse proprio lei: Griet, la donna che mesceva il latte indossando gli orecchini di perla.  

sabato 27 ottobre 2012

Chardonnay di Planeta


 

Colore   Giallo dorato con vivacità  di riflessi verdi. Io amo dire che è oro fuso.
   
Naso Ricco, potente e intenso. Profumi di pesca, di mela Golden, fichi bianchi, crema di vaniglia, meringa. Con note accentuate di nocciola e con sentori di miele di zagara. Il legno, che non è affatto timido, e comunque ben bilanciato. Mai esuberante.
   
Palato Morbido, rotondo, energico, pieno, potente. Ma equilibrato, e caratterizzato da una buona acidità, da una fresca e sincera sapidità e da consistenti estratti aromatici.   
 




L'avevo assaggiato una decina d'anni fa, in una cena territotiale abbastanza robusta: peperoni e melanzane ripiene, selvaggina stufata, affettati e crostini spalmati di formaggi cremosi stagionati; l'ho riassaggiato di recente in un abbinamento più "progressista", nient'affatto tradionale e scontato, direi anzi azzardato: pasta con ragù di lepre, un filetto di vitello al pepe rosa, anche quì affettati e formaggi.    



Il giudizio non solo non si è ridemenzionato ma si è addirittura rafforzato.


Lo Chardonnay di Planeta è vino potente, dalla forte personalità, che si accompagna bene a cene dal menu tradizionale ma capace anche di consentire abbinamenti innovativi. Giudizio finale: ECCELLENTE!        













martedì 16 ottobre 2012

La lettera che Stanley Kubrik scrisse a Ingmar Bergman.


Traduzione:

9 Febbraio 1960
Caro Signor Bergman,
lei ha sicuramente ottenuto consenso e successo in tutto il mondo tali da rendere queste righe alquanto superflue. Ma per quanto possa valere, desidero aggiungere la mia ammirazione e gratitudine come suo collega per il celeste e brillante contributo che lei ha dato al mondo del cinema
(Non sono mai stato in Svezia e quindi non ho mai avuto il piacere di vedere i suoi lavori teatrali).
La sua visione della vita mi ha commosso profondamente, molto più di quanto io sia mai stato commosso da qualsiasi altro film.
Credo che lei sia il più grande regista all'opera oggi.
Oltre a questo, mi lasci dire che lei non ha rivali nella creazione di uno stato d'animo e di un'atmosfera, nella sottigliezza delle interpretazioni, nell'evitare l'ovvio, nella verità e completezza dei suoi personaggi.
A questo si deve anche aggiungere tutto il resto che occorre mettere nella realizzazione di un film.
Credo che lei sia benedetto da attori meravigliosi. Max von Sydow e Ingrid Thulin vivono distintamente nella mia memoria, e ce ne sono molti altri nella sua compagnia d'attori di cui ora mi sfuggono i nomi.
Auguro a lei e a tutti loro la più grande fortuna, e aspetterò con ansia ciascuno dei suoi prossimi film.
I miei migliori saluti,
Stanley Kubrick

et quelle ...lettre! 
Stanley Kubrick scrisse questa lettera zampillante di lode nel 1960 per l'uomo che considerava "il più grande cineasta oggi al lavoro", e al quale ha poi attribuito una grande influenza sul suo lavoro: Ingmar Ernst Bergman. 
Da tener presente che Kubrick aveva 31 anni all'epoca e doveva ancora produrre alcuni dei suoi capolavori (aveva girato, però, "Il bacio dell'assassino"; "Rapina a mano armata", "Orizzonti di gloria", e stava lavorando alla post-produzione di "Spartacus", dopo che era subentrato nella regia a Antony Mann)  mentre Bergman aveva già dieci anni più di lui, ma anche lui era "giovane": aveva solo 42 anni, ma con qualche capolavoro in più nel carniere. 
Resta un attestato di stima meraviglioso e - perchè no? - anche di riconoscenza incondizionata per il regista che considerava un Maestro.
Si, perchè, Kubrik studiò il cinema di Bergman e anche quello di Viktor Sjostrom, che Ingmar Ernst considerava suo maestro.
Una curiosità: la scena, forse, la più famosa girata da Kubrik, quella di "Shining", nella quale il protagonista ormai impazzito sfonda a colpi d'ascia la porta dietro la quale si è barricata la moglie atterrita, è presa pari pari dal film, capolavoro del grande maestro svedese, "Korkarlen" ("Il carretto fantasma", 1929). 

La lettera è esposta alla mostra su Ingmar Bergman al deutsche Kinemathek Museum di Berlino.




smr

sabato 13 ottobre 2012

I marsigliesi, i molluschi e gli ...indifferenti.







Io, non conoscendoli, quindi per puro pregiudizio, ritenevo i marsigliesi soltanto grandi consumatori di abbondanti "buiallabaisse".
Ho dovuto ricredermi.
Quando ho appreso che chiamano i molluschi guasti: "endifferents".
Che significa, appunto, ...indifferenti.
Indifferenti all'acido citrico contenuto nel limone che ci spremono sopra.
In pratica, se loro aprono un mollusco - poniamo che sia un'ostrica - e quello fosse vivo e fresco, si muoverebbe, reagendo al succo di limone; se, viceversa, fosse guasto o, addirittura, morto, direbbero che è: "endifferent" (indifferente), perchè non si muove, non reagisce.
Applicando la stessa regola agli uomini (e questo è il bello della storia) loro ritengono che una persona indifferente, che non reagisce, è guasta, quindi morta.
Morale: pare quasi che i marsigliesi abbiano letto Bergman e ne abbiano appreso e fatto loro il suo profondo insegnamento:
"La cosa peggiore è l'indifferenza; il peccato peggiore è l'omissione, il disimpegno."
Buona buillabaisse!

smr

venerdì 12 ottobre 2012

Il miracolo della luce nei quadri dei fiamminghi.

(La lattaia o La donna che mesce il latte, di Vermeer)


Avete mai notato che nei quadri dei grandi fiamminghi la luce proviene quasi sempre dal lato sinistro?
Vi siete mai chiesti il perchè?
E se la risposta a queste due prime domande è si, siete riusciti a darvi una terza risposta plausibile senza consultare libri d'arte?
Che lo abbiate fatto o no, la risposta è semplice!
Semplice perchè logica.
Basta solo fare mente locale, osservare attentamente i quadri in discussione, regolare un abbozzo di ragionamento e conoscere un po i posti in cui quei meravigliosi pittori operavano.
Nel 17° secolo non c'era, ovviamente, la luce elettrica.
Il pittore, che doveva lavorare necessariamente con la luce naturale, andava nel suo studio, presumibilmente nelle ore della tarda mattinata, quando la luce del sole, o almeno del giorno, cominciava a filtrare dalle finestre e proseguiva il suo lavoro fino al primo pomeriggio, al meglio! (ricordiamoci che l'Olanda è abbastanza alta e d'inverno fa notte molto prima) che da noi.
Era logico, quindi, che sfruttasse la luce naturale migliore, che in quelle ore proviene da sud, quindi dal lato sinistro.





Ho provato, senza riuscirci, a descrivere così quei miracoli di luce nel mio:
"Il racconto della donna che mesceva il latte", il racconto d'apertura della raccolta:
"Le Stagioni della lattaia".

.... "Mentre la donna che mesceva il latte attendeva al suo lavoro, gli ultimi raggi di sole prima del tramonto, fattisi ormai tiepidi, penetravano nella stanza.
E, irrompendo, quasi di forza, dalla finestra, trapassavano da sinistra la scena che vi si svolgeva.
Nel cucinino della lattaia, ancora prima che fuori, anche quell’altra lunga giornata estiva morente stava cedendo il suo posto al crepuscolo – pigramente, quasi con riluttanza.
Gli ultimi bagliori dorati del sole, che all’esterno disponeva perché il riverbero d’ogni suo singolo raggio andasse ad incendiare un tetto del paese, circonfusi nell’angusto locale, contribuivano a creare un’incantevole atmosfera rarefatta - uno sbalorditivo drammatico effetto di luci e ombre.
Un’aura irreale, quasi metafisica, avvolgeva l’ambiente e tutto ciò che, animato o inanimato, vi si trovava al momento.
Era come perdere gli occhi in uno spettacolare caleidoscopio; come mirare nella stessa camera oscura del pittore."

smr

martedì 9 ottobre 2012

9 Ottobre 1963: la tragedia del Vajont.



La tragedia del Vajont si verifico' il 9 ottobre del 1963 alle 22,39. Io la ricordo e racconto a modo mio nella "Piccola storia n. cinque: Alessandro il funaio che somigliava a Nero Wolfe"; uno dei protagonisti della mia raccolta di racconti: ''LE STAGIONI DELLA LATTAIA''.



"Nell’autunno del ’63 fummo tutti scioccati dalla tragedia del Vajont. La catastrofe ci colpì forse più di altri - aveva cancellato un villaggio grande, più o meno, come il nostro. 1910 morti in quattro, interminabili, minuti d’orrore. Tutti, indistintamente, avevamo negli occhi, nella testa, e nel cuore, le immagini raccapriccianti dell’immane disastro che vedevamo in TV. ... Un pomeriggio tardi, di quello che per noi fu un mite ottobre, Alessandro stava, come al solito, seduto sotto casa a lavorare. Intorno alla sua postazione s’era formato spontaneamente un capannello di persone. Cosa che avveniva anch’essa di solito. Lui, mal sopportando la sequela ininterrotta di banali commenti, che ripetendosi da giorni, era costretto, suo malgrado, a sopportare, interruppe per un attimo il lavoro e sbottò all’improvviso.   - “Bastava non farla proprio lì quella fottutissima diga. Perdio!” disse contundente. Così - feroce e spiazzante - ancora una volta aveva fulminato tutti. Poi, come non fosse successo niente, riattaccò subito a lavorare. Ma, se ricordo bene, due lacrime gli solcarono le guancione rubizze. All’epoca non capii. Anzi mi sembrò che Alessandro avesse una tendenza innata a semplificare troppo le cose complicate e a rendere complesse le cose che invece mi parevano semplici. Capii tutto qualche anno dopo."


smr

lunedì 8 ottobre 2012

Storie di paese. 26



Ottobre è (anche) il mese del bagolaro maturo. 
Un piccolo, trascurabile frutto tondo che, da quando nasce a quando è maturo, diventa di tutti i colori: bianco, giallo, verde, rosso, marrone, infine (quasi) nero. 
50 sfumature di colori, tutti naturali e bellissimi, altro che ...di grigio!
Ha poca polpa (peccato!) e un ossicino al centro, ma è dolcissimo.
Sa di un misto di carrubbe, giuggiole e liquerizia.
Qualcuno dei miei piccoli amici con cui facevo le scorribande lo schiacciava tra due pietre e lo mangiava con tutto l'osso, praticamente disintegrato dalla sassata.
Oggi i bagolari non li cerca più nessuno, nemmeno gli uccelli.
Gli addetti della forestale li piantano come alberi ornamentali e per fare fresco sui marciapiedi: hanno una grande chioma verde e possono raggiungere i 15 metri di altezza.
E mio figlio, quando l'altro giorno insieme ci siamo passati accanto passeggiando, non era minimamente interessato a conoscere i miei piccoli, trascurabili aneddoti sul bagolaro e sulla mia fanciullezza.
Haimè!

smr

domenica 7 ottobre 2012

Appunti sparsi dopo la visione del film di Bergman Crisi (Kris, 1946).


 KRIS (Crisi, 1946)

Dopo la manciata di fotogrammi finali di "Spasimo" (film nel quale fu, contemporaneamente sceneggiatore e segretario di edizione) girati in sostituzione del regista titolare Alf Sjoberg, impegnato altrove, Ingmar Bergman fa il suo esordio nella regia, all'età di 27 anni, con un lungometraggio tutto suo (compresa la sceneggiatura).
Il soggetto fu, invece, tratto da un dramma di Leck Fischer:  "La bestia madre".
In 14 giorni e 14 notti il giovane Bergman scrive la sceneggiatura commissionatagli dal direttore della Svenk Fimindustri, Anders Dymling.
Più tardi avrebbe confessato candidamente nel suo libro-diario Immagini:
"Se me lo avessero chiesto, avrei sicuramente tratto una sceneggiatura anche dalla guida del telefono."



Sinossi.

La storia è molto semplice e lineare.
Racconta di una giovane diciottenne adottata che ritrova la madre, la segue in città e dopo qualche cocente delusione torna dalla donna che l'ha cresciuta e finisce per sposare l'uomo che l'ha sempre voluta, in silenzio.
Come recita la stessa voce fuori campo "(la storia) ...non la definirei un dramma straziante, piuttosto un dramma quotidiano. Dunque è quasi una commedia".
In un piccolo villaggio costiero, senza ferrovia, senza industrie e senza porto, abitato da una comunità conservatrice e pettegola, la vita scorre tranquilla.
L'unico fatto importante della giornata è l'arrivo puntuale della corriera in piazza.
Con quella un giorno arriva in paese Jenny (interpretatta da Marianne Lofgren), donna mondana, di città, con un portamento che la gente del luogo individua subito come scandaloso.
Jenny è anche la madre naturale della diciottenne Nelly (interpretata da una giovanissima, quasi esordiente Inga Landgrè, uno dei volti femminili dei primissimi film di Bergman) che, fin da bambina, è stata allevata dall'insegnante di pianoforte Ingeborg Johnson (Dagny Lind, attrice imposta alla produzione da Bergman, matura ma senza grande esperienza cinematografica, che creò non pochi problemi alle linearità delle riprese), una donna semplice, sola e ammalata di cancro.
Insegna pianoforte ai bambini e, per arrotondare le scarse entrate, ospita in una stanza della casa un giovane veterinario di nome Ulf, spesso chiamato confidenzialmente Uffe (Allan Bohlin).
Un avvenimento banale, che dalla comunità viene giudicato scandaloso e la contemporanea offerta della madre a trasferirsi con lei in città, inducono Nelly a partire.
Trasferitasi in città, Nelly sembra iniziare una nuova vita.
Una nuova vita che le sembra subito migliore.
Forse è solo più brillante, ma anche meno piena di umanità e buoni sentimenti.
Una delle scene clou del film vede il dialogo serrato tra Jack (interpretato da Stig Olin, padre di Lina Olin, interprete di "Dopo la prova" e anche lui molto presente nei primi film di Bergman) e la signora Ingeborg Johnson.
Si svolge nella sala d'aspetto della stazione, dove la donna è in procinto di prendere il treno che l'accompagnerà in paese dopo una fugace visita a Jenny.
La visita alla figlia adottiva, la paura della solitudine, della malattia e della morte, durante il viaggio notturno in treno, riaprono nella mente della donna nuove ansie e antichi ricordi che sembravano ormai sopiti.
Molto probabilmente la crisi del titolo è quella che colpirà Nelly al culmine della malattia; oppure sono le continue crisi provocate dalla sua perenne mancanza di denaro.
Oppure, ancora, la crisi è quella della finta coscienza lunare di Jack che, in una delle altre scene topiche del film, ammannisce a Kelly il gran segreto di non sopportare più il peso di un presunto omicidio col gas della sua ex fidanzata.
Omicidio che intende confessare e per il quale intende finalmente pagare.
Ma quel racconto potrebbe anche essere una pura invenzione di Jack.
Un escamotage che il giovane usa per far capitolare le donne che insidia.
Il dubbio viene insinuato da Jenny nella mente di Nelly che è stata appena sedotta dall'uomo.
Smascherato da Jenny Jack dichiara di volersi allontanare dalle due donne e di abbandonare la loro casa.
Vuole farla finita, nessuna delle due donne le crede.
Ma lui, quasi impazzito, esce in strada e si spara sotto l'insegna luminosa del Salone di bellezza.
Nelly, smarrita e piena di dolore, decide di tornare in paese, a casa da Ingeborg, la madre adottiva.
Li incontra Ulf che finalmente le si dichiara.
L'inaspettato ritorno in casa di Nelly ridà ad Ingeborg una relativa tranquillità e anche la forza di affrontare la malattia e la sicura morte.
Alla luce di quanto si vede nel film mi pare di poter dire che il significato che Bergman attribuisce alla parola crisi, quindi al titolo, va nella direzione che essa aveva nella cultura greca classica, cioè: scelta, decisione, cambiamento (verbo krino).
Il film fu un clamoroso fiasco.
Lo stesso Bergman lo ammise anni dopo nel suo libro-diario "Immagini".
Sebbene lo considerasse un film tutt'altro che brutto.
Il film ebbe comunque il merito di far conoscere come regista un giovane Bergman e di attirare su di lui gli occhi dei produttori, che videro in lui il germe di un regista se non talentuoso, almeno scrupoloso professionista.
Alcuni giorni dopo la prima, squillò il telefono di Bergman. Era Lorens: "Caro Ingmar è un film orrendo - disse - quanto di peggio si possa vedere! Ora faranno la fila per farti proposte."
E così fu. La carriera di Ingmar Bergman come cineasta era iniziata.

Certamente "Crisi" è un film fatto di volti e di espressioni.
Il volto malato e l'espressione compassionevole di Ingeborg; il volto ingenuo e l'espressione dolce di Nelly; il volto finto e l'espressione astuta di Jenny; il volto lunare e l'espressione vissuta di Jack; il volto serio perennemente accompagnato dall'espressione matura di Ulf.

Magnifico esordio nel lungometraggio di Ingmar Bergman.
Nel quale conta molto la sua pregressa esperienza negli allestimenti teatrali.
Da regista cinematografico egli trova un nuovo modo di montare le scene e di rappresentare la finzione con un costante, certosino e pratico lavoro tra "campo" e "fuori campo".
Molte riprese sono piatte sugli attori, c'è qualche dolly, panoramiche, qualche campo lungo e naturalmente molti primi piani.
"Crisi" è un film sulla difficoltà dei rapporti "malati" tra le persone; sulla compenetrazione tra finzione e realtà (tema assai caro a Bergman); sulla verità e sulla menzogna (che si raccontino a se stessi e/o agli altri); sull'ingenuità e sull'arte del raggiro (nella quale è maestro l'infido Jack).
Appartiene, ovviamente, al primo ciclo del cinema di Bergman, nel quale il regista punta il suo occhio da una parte sui sentimenti intimi delle persone, dall'altra sui problemi e sui guasti socio-economici di un paese appena uscito dalla seconda Guerra Mondiale e semi-isolato dal resto d'europa e ancora profondamente permeato da un fervido protestantesimo. 

Due curiosità:
1) il vero "deus ex machina", dietro le quinte del film, è l'anziano regista Viktor Sjostrom, il Maestro che rivestiva ufficialmente anche il ruolo di consulente di studio nella città del cinema e che, di tanto in tanto, appariva sul set, col suo prodigo carico di consigli per il giovane promettente allievo Bergman.
2) durante la lavorazione del film Bergman si trovò in mezzo alla guerra tra la Svensk Filmindustri di Anders Dymnling e la Città del Cinema di Rasunda di Harald Molander. Quando si trattò di costruire il set della strada nella quale si uccide Jack sotto l'insegna illuminata del salone di bellezza le spese furono talmente gonfiate da causare alla Svensk quasi il disastro economico: si voleva causare, con questo stratagemma ed il conseguente "flop" del film di Bergman, un indebolimento "politico" della leadership di Dymnling all'interno della Svensk Filmindustri.

smr

sabato 6 ottobre 2012

L'influenza del teatro di HENRIK IBSEN sulla cinematografia di INGMAR BERGMAN.



Metto qui un estratto dal mio saggio IL GENIO DI UPPSALA dedicato al teatro di Henrick Ibsen e la sua influenza sul cinema di Ingmar Bergman.






Nella trattazione, breve e sommaria, dell'influenza  del teatro di Henrik Ibsen sulla cinematografia di Ingmar Bergman, innanzitutto vanno considerate le comuni radici scandinave: essendo Ibsen nato in Norvegia e Bergman in Svezia. 
Norvegia e Svezia devono essere necessariamente considerati molto più che due paesi semplicemente confinanti: essi hanno in comune molte più affinità socio-culturali di quante non ne condividano, ad esempio, Italia e Svizzera. 
Va altresì considerata, la formazione filosofica di Henrick Ibsen, basata sulla profonda conoscenza della filosofia di Soren Kierkegaard, inventore dell'esistenzialismo scandinavo, che sia il drammaturgo, che il regista dimostrano di aver studiato profondamente e di conoscere molto bene. 
Il drammaturgo norvegese, mise spesso in scena personaggi in preda ad una profonda contraddizione, anzi conflittualità tra le loro capacità e le loro ambizioni (non è lo stesso per il pastore protestante Tomas Ericsson di Luci d'Inverno?) e figura tra i principali iniziatori della drammaturgia moderna. Gli uomini e le donne creati da Ibsen, sono pronti a sacrificare tutto per perseguire il proprio ideale e per esprimere con impeto la propria personalità (non si può dire lo stesso del cavaliere crociato Antonius Block de Il settimo sigillo?), restano sorprendentemente vivi a più di un secolo di distanza, poiché traducono con forza le grandi angosce del nostro tempo; le grandi angosce dell'uomo moderno; le grandi angosce dell'uomo storico. 
Esattamente quello che accade a quasi tutti i personaggi dei film di Ingmar Bergman
Ibsen debutta come drammaturgo con drammi storici, Catilina, (1850) e Il tumulo del guerriero, (1854). 
In queste pièces si ritrova già il tema della vocazione individuale, direttamente ereditato da Kierkegaard; come pure il principio direttivo della visione ibseniana del mondo: la lotta implacabile di forze antagonistiche nel destino umano. 
In seguito si accosta alle teorie del tedesco Hermann Hettner - per il quale la storia portata sulla scena è soltanto pretesto all’esposizione di conflitti psicologici. 
Il plot de La commedia dell’amore, (1862), che denuncia la menzogna vitale sulla quale si baserebbe ogni amore coniugale, infine, non ricorda molto da vicino il soggetto e la trama di uno dei capolavori di Bergman: Scene da un matrimonio?

smr

sabato 29 settembre 2012

Il mio primo incontro con la pittura.



"...Ero bambino. Un caldo pomeriggio  me ne andavo in giro, senza sapere esattamente cosa fare - d’estate mi capitava di frequente. Uno dei portoni laterali della chiesa era aperto. Lo infilai per entrare. Come facevo sempre mi bagnai le dita tuffando l’intera mano nell’acquasantiera, e, abbozzando contemporaneamente una genuflessione, accennai un veloce segno della croce. Mi guardai intorno, ma non vedendo subito l’Arciprete pensai che la chiesa fosse vuota. Intanto la mia curiosità era stata attirata dalle alte impalcature di tubi e giunti che, da qualche giorno, lui aveva fatto sistemare a ferro di cavallo, lungo le tre alte pareti dell’abside - appositamente per quel lavoro. Staccai lo sguardo dalla parte vuota dell’assito solo quando dal lato opposto lui non mi chiamò col mio nome. Mi conosceva bene, frequentavo il catechismo, qualche volta servivo anche la sua messa. Conosceva bene tutte le sue pecorelle - nome e cognome, una per una. Don Erasmo non usò la sua autorità per indurmi ad avvicinarmi.   Avrebbe potuto, ma non ne era capace. Me lo chiese - semplicemente - con la gentilezza che era un punto fermo del suo abituale costume. Voleva sapere cosa pensassi del suo lavoro. La sua richiesta non mi stupì. Lo conoscevo persona modesta - “rara avis” - e anche un po’ indeciso. Pareva interessato seriamente a tutti i giudizi - non sottovalutava nemmeno quelli di un bambino. Temevo che non mi avrebbe sentito. E, mentre dal centro della navata mi avvicinavo alla sua postazione, gli urlai contro il mio apprezzamento. Quel mio giudizio, in realtà, fu abbastanza generico, ma non avendo altro da dire, al momento mi sembrò il più adeguato. - “Mi piacciono molto!” gridai. Provocando nella chiesa vuota un interminabile vortice di risonanze. I dipinti dell’Arciprete non erano ancora ultimati - alcuni li aveva solo abbozzati - ma riuscivano già ad emozionare. Sebbene, come succede spesso ai bambini quando sono attirati da particolari imponderabili per gli adulti, in quei momenti, nella mia piccola testa, anch’io ero applicato in congetture di tutt’altro genere. Ancora prima che dalla sua pittura ero stato conquistato dall’insolita scena che, inaspettata, mi si parava davanti. Lassù in alto c’era lui. Dritto. Impettito. Indossava un grembiule bianco tutto imbrattato di colore sul petto e sui fianchi. In testa - sembrava appena appoggiato in miracoloso equilibrio - un basco nero da pittore che cadeva di sbieco. Con la mano sinistra, immacolata - il grosso pollice infilato nella fessura ovale - reggeva la tavolozza dei colori; con la destra un pennello. E ne aveva uno più piccolo, presumo per i ritocchi, in bilico su un orecchio.    Il suo corpo, che ricordavo legnoso, compassato, quasi impacciato, ora era elegante, agile, quasi danzante. Il suo viso pulito, che ricordavo eternamente permeato da un’espressione amabile e comunicativa, ora mi appariva accigliato, corrusco, stranamente inasprito. Era come trasformato, reso maldisposto, quasi ostile, dall’impetuosa tensione artistica che al momento lo pervadeva. Solo quando si era accorto che, da un canto buio della vasta porzione di platea totalmente immersa nell’ombra, c’era ad osservarlo qualcuno che conosceva, Don Erasmo era stato distratto da un vero e proprio stato di trance. E, distendendo il suo volto in una mimica di poco più conciliante, ma quasi serena, si era rivolto nella mia direzione - per parlarmi.    Solo in quel preciso istante mi ero accorto che la scena singolare alla quale stavo assistendo aveva tutti i crismi di un’epifania. L’Arciprete, spostandosi sull’impiantito, invadeva, ad ogni suo movimento, l’evanescente cortina di pulviscolo vivificata di continuo dai passi, prudenti ma gravi, che muoveva sui tavolacci molleggianti. La sua sagoma, che al momento pareva aver perso del tutto le sue caratteristiche umane, infrangeva, deviandoli in tutte le direzioni, i mille fasci di luce solare che, dardeggiando dagli alti lucernari, fendevano in diagonale l’atmosfera altrimenti immobile ed austera dell’abside. Così anche il più impercettibile movimento della sua persona diventava evidente. Sullo stesso fondale sacro che animava ogni giorno, e gli era congeniale, quei gesti - per me, in assoluto, speciali - affrancavano definitivamente l’Arciprete dalla ridda di opinioni e di perplessità che, in paese, accompagnavano da sempre la sua arte."


(Il vero Don Erasmo Ruggiero, protagonista della mia Piccola storia n.4: L'arciprete era anche pittore. Dalla raccolta di racconti paesologici di Salvatore M.Ruggiero: Le stagioni della lattaia)


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