mercoledì 22 luglio 2015

Ricordo di mio padre a 31 anni dalla sua morte.




Quest'anno ricorre il decimo anniversario della pubblicazione del mio primo libro, la raccolta di racconti paesologici ''Le Stagioni della Latttaia''. E ricorre anche il 31° anniversario della morte di mio padre Ruggiero Antonio, detto l'Americano, metto qui l'intero capitolo del mio libro dedicato a lui.


Piccola Storia n. Sette: L’aula di mio Padre. 
(1928-1990) 


   Per chiunque sarebbe problematico - se non impossibile - mettere a confronto un uomo e un luogo. Anche se il luogo è dove una persona, quasi fondendosi con quello, ha passato una buona porzione della sua vita. Ma per me mio padre e la sua aula si somigliavano davvero. Gli accredito alcune caratteristiche comuni. Potevano apparire, secondo i momenti e le occasioni, ugualmente austeri e solenni o ridenti e informali, severi e spartani o aperti e accoglienti. Potevano essere, secondo le necessità, sobri, rigidi, seri, oppure diventare esuberanti, duttili, perfino divertenti. Come? Cercherò di spiegarlo più avanti. Mio padre era maestro, insegnava alle Elementari. L’ha fatto per più di trent’anni. Quasi tutti passati nell’aula ospitata al primo piano della scuola. Immediatamente dopo l’androne - dove attacca il lungo corridoio che una volta portava al refettorio. Quando lo percorro, ancora mi sembra di fiutare nell’aria l’odore del latte condensato che le cuoche ci servivano a colazione - tutte le sante mattine. Non andava meglio a pranzo - ci toccava una sbobba di riso e fagioli. Come spesso succede quando si è piccoli, l’aula, già enorme, mi appariva immensa, smisurata. E lo diventava ancora di più per l’intensa luminosità che, acquisita con le prime luci dell’alba, conservava per l’intera giornata. Quell’invidiabile pregio proveniva dalla scelta azzeccata di orientare a mezzogiorno i due finestroni. Adesso è cambiato tutto, solo i muri sono gli stessi. Allora, a destra della porta d’ingresso, sul lato più corto, c’era una grande lavagna - da sempre nello stesso angolo. Messa di sbieco, rispetto allo squadro delle pareti, per consentire alla classe di seguire perfettamente, da ogni prospettiva, le sue spiegazioni. Sovente il maestro impartiva da lì, in piedi, le sue lezioni. Più avanti la cattedra. Rialzata su un’ampia pedana di legno - come era in uso in quegli anni. Serviva a creare negli alunni un sempre utile metus. Alle spalle del maestro, inchiodato al muro, il crocifisso - di norma in un paese di radicata confessione cattolica - corredato dall’immancabile rametto d’ulivo coperto da uno strato di polvere spesso un anno. Spuntava sulla testa del cristo - infilato tra le spalle e la piccola croce di legno. Quel piccolo ramo benedetto era offerto con reverenza - per la ricorrenza delle Palme - da un alunno zelante. Lo stesso che era solito fornire ingenuamente la bacchetta, sempre d’ulivo, che poi sperimentava per primo. Ne saggiava l’elasticità e l’efficacia dei colpi stendendo arrendevole le piccole mani, con le palme rivolte verso l’alto - in piedi davanti a lui. Sotto al crocifisso la foto del Presidente. Allora - mi sembra - era Segni. Sul lato destro dell’aula un armadio marrone di fòrmica e ferro che mio padre teneva chiuso a chiave. Dentro, ordinatamente disposto sui ripiani interni, c’era quanto potesse servirgli per l’attività didattica. Poche cose. I registri di classe; blocchi da disegno con fogli ruvidi e lisci; cartelle per documenti; pile di quaderni a righe e a quadretti con copertina nera e profilo delle pagine rosso; penne Bic blu e nere raccolte in fasci tenuti con l’elastico; lapis di grafite; matite colorate metà blu metà rosso indispensabili per le sue correzioni; risme di fogli formato protocollo per i compiti in classe; una scatola di latta contenente qualche galletta per uno spuntino veloce; caramelle alla menta per lui, mou per premiare decorosamente l’acume degli scolari; giochi elettrici fatti artigianalmente con fili luci campanelli e pulsanti, costruiti per verificare i riflessi e la preparazione; un’utile spillatrice a pinza verde; una maglia di lana da impiegare per un rapido cambio. Succedeva spesso che sudasse giocando a pallone coi ragazzi. Ricordo che l’intervallo della sua classe costituiva l’invidia dell’intero istituto. Era l’unico maestro che portava fuori gli alunni, per farli giocare a pallone in cortile - maschi e femmine, insieme. Tutti gli altri - compreso me, la mia classe e il resto della scuola - uscivano una sola volta l’anno - non certo per giocare a pallone. In autunno inoltrato. Quando c’era la Festa degli Alberi. In fila per due. Evviva! La lunga parete a sinistra della porta, la più spaziosa, ospitava le smisurate carte geografiche d’Italia, d’Europa, del Mondo; acquerelli scelti tra i lavori migliori degli alunni più promettenti; un gigantesco abbecedario illustrato, con disegni a colori pastello, che aveva pitturato lui stesso. In fondo all’aula si stagliavano due grandi stipi di legno, con ante di vetro trasparente. A malapena riuscivano ad ospitare i libri in carico alla biblioteca. Poche centinaia, ma stretti, pressati - come dovessero schizzare fuori da un momento all’altro. Infilati di taglio sui ripiani, in perfetto ordine, rivolti in favore dello sguardo di chi li cercasse. Tutti immancabilmente riportavano, incollata sul dorso, la lista grigia di catalogazione. Tre righe, vergate a mano in calligrafia con la sua stilografica. In mezzo alle librerie il maestro aveva accatastato i pochi libri residui, i meno richiesti, quelli da restaurare, le riviste, i settimanali dei quali il centro di lettura aveva l’abbonamento. Tutto quello che serviva per le attività ricreative era stato appartato ordinatamente dentro capaci scatoloni di cartone. Spiccavano su tutto il resto due o tre paia di guantoni da boxe in pelle. Li conservava gelosamente dalle sue esperienze giovanili - come fossero sacre reliquie. Gli servivano solo per scambiare allusioni di pugni con i più audaci. I pochi che osavano accettare la sua sfida. Stavano insieme a diversi palloni di gomma e di cuoio marrone, alcuni gonfiati, in attesa d’essere usati, altri ancora sgonfi, tenuti di riserva; corde da allenamento coi manici di legno per saltelli sul posto; cavalletti di metallo per la corsa ad ostacoli; quant’altro fosse utile per gli sport che si praticano all’aria aperta. La stanza era illuminata da due grandi lampadari sferici. Li chiamavo confidenzialmente globi. Erano fatti di un vetro opaco. Pendevano minacciosi dal soffitto, sostenuti miracolosamente da sottili tubi di metallo. Non passavo mai sotto la loro perpendicolare. Avevo una fobia: che si staccassero all’improvviso e, cadendo a piombo, mi colpissero in testa. Allora erano insostituibili accessori che trovavi in tutte le scuole e in tutti gli uffici pubblici. Oggi non si usano più. Mi capita di vederne qualcuno al mercatino. Sono considerati oggetti di modernariato. Nella sua aula, di mattina teneva le regolari lezioni scolastiche. Di sera la mutava in biblioteca. Per tutti diventava il Centro di Lettura. L’aula di mio padre e il Centro di Lettura erano la medesima cosa. Iniziai ad entrarci da piccolo. Non avevo ancora tre anni - da poco avevo imparato a camminare con speditezza. Prima lo facevo solo per salutarlo o per rivedere i suoi alunni. Avevo finito per conoscerli tutti ed ero diventato la loro mascotte. In seguito ci andavo a prendermi i romanzi di Salgàri. Quando imparai a leggere continuai ad andarci quasi tutti i giorni. A ripensarci ora mi accorgo che da piccolo passavo molto più tempo assieme a mio padre. Quando ho iniziato a volare da solo, i nostri rapporti si sono fatti, gradualmente, meno assidui. Anche quando la sua destinazione mutava, l’aula di mio padre restava densamente popolata. Era anche l’unico posto in paese dove ci si potesse incontrare e, magari, fare un po’ di salotto. Non c’è più un posto come quello. Lo chiamano progresso. Ma non tutta la modernità produce vero progresso. Nelle poche ore in cui era aperta, la biblioteca era molto più frequentata dell’unico bar che avevamo in paese. Ci andavano gli scolari che avevano seguito le lezioni del mattino; appassionati lettori; molti adulti; i ragazzi della squadra di calcio. In pratica tutti quelli del paese. All’epoca in paese si giocava solo al pallone. Non era raro sentire drappelli di giovani che, incontrandosi per strada, si chiedevano: ”Andiamo al centro di lettura?”. E s’avviavano in gruppo, verso l’edificio scolastico. Chi ci andava in genere lo faceva per consultare le grandi enciclopedie. Allora nessuno le possedeva, solo il Centro di lettura le aveva. Ora sono su CD-Rom. Oppure ci si andava per prendere in prestito le opere dei narratori classici. I best-sellers non c’erano - o ci erano sconosciuti. La nazionalità dello scrittore era ininfluente sulla scelta del libro. Che gli autori fossero inglesi o russi, francesi o italiani, costituiva particolare totalmente trascurabile. Interessava solo poter trovare quello che oggi, con una punta di snobismo, si sente sempre più spesso definire cibo per la mente. Evidentemente allora si mangiava di più, ma quel nutrimento era raro e costoso. Come per una strana metamorfosi, ogni sera, dal lunedì al venerdì, per tre ore, dalle sedici e trenta alle diciannove e trenta, la destinazione dell’aula cambiava. Tutto quello che di giorno ne costituiva l’arredamento scompariva agli occhi dei frequentatori. Si continuavano ad usare solo i banchi e gli scaffali. I registri di classe rapidamente sostituiti da un massiccio brogliaccio, sul quale mio padre, preoccupato di tenerlo in perfetto ordine, provvedeva ad annotare con la stessa precisione i prestiti e le rese. Forse esiste ancora, coperto di polvere, dimenticato in uno scatolone, tra le vecchie cose senza vita della biblioteca che oggi sarebbero ancora utili. Anche la lavagna mutava il suo utilizzo consueto. Accadeva di regola il venerdì sera. Era in vista la partita del Campionato di Terza Categoria. Allora diventava strumento indispensabile per illustrare gli schemi calcistici che lui stesso aveva ideato. Li spiegava ai giocatori accompagnandoli a lunghi discorsi. All’epoca mi parevano noiosi. Persino indecifrabili, in certi passaggi. A volte ricorreva pure a ridondanti frasi in latino. Pochi le capivano davvero - quasi nessuno. Ma lui non voleva sfoggiare la sua cultura, nemmeno mettere in difficoltà i suoi ragazzi. Lo faceva, con autorevolezza che allora m’incantava, solo per rafforzare i concetti. Cominciai a sentire “ubi maior minor cessat” - lo diceva sempre - e altre strane frasi in latino, proprio da lui, al Centro di Lettura. Al rapido tracciato del rettangolo di gioco faceva seguire un florilegio di frecce, numeri, direzioni, spostamenti, che delineava con tratto sempre preciso, quasi con pignoleria. Usava gessetti bianchi o colorati. Spiegava ripetutamente tutti i movimenti. Li ripeteva fino a quando i giocatori non li avevano mandati a memoria. Coinvolgeva tutti nella discussione, in una sorta di accademia del calcio. Aveva adottato una specie di alto metodo socratico applicato al pallone. Tutti dovevano dimostrare di essere in grado di riprodurli fedelmente su un vero campo da giuoco. Alla fine della lezione lo accertava interrogandoli. Non smetteva mai d'essere maestro. Era buio già da un po’ quando spegneva le luci, chiudeva a chiave le porte e i suoi ragazzi sciamavano in Piazza della Quercia. Puntuale, alle otto di sera, uno scoppio di tosse da fumo e il pesante portone di casa sbattuto con forza alle spalle - per bloccare il chiavistello di ferro - ci avvertivano che era arrivato in fondo alle scale di casa. Finalmente tornava da noi. L’unico abilitato a rimboccarci le coperte. Oggi, a più di quarant’anni da quei giorni felici, passo sempre davanti alla scuola. E’ sulla strada che percorro ogni giorno - non molto lontano da casa. Non entro mai. E’ ancora doloroso. Non posso dimenticare chi c’era - quello che vi accadeva. Lo rivedo come nei fotogrammi rallentati di un film. Ci riesco con naturalezza solo quando si vota. Quando l’organizzazione dei seggi, per due o tre giorni, stravolge l’aspetto dell’aula che apparteneva a mio padre. Ma questa è un’altra storia. Solo una volta ho trovato il coraggio e la forza d’entrare. Ero da solo. Il portone schiuso e l’edificio apparentemente deserto costituivano una tentazione troppo grande. Non ho resistito. Ho fatto il gran passo. Non l’avessi mai fatto. Dentro quel guscio, ormai vuoto, mi sono sorpreso a considerare, con concretezza mista a delusione, che l’aula di mio padre non ha più la stessa luce di allora. Un bel giorno qualcuno ha deciso di blindare le grandi finestre con due pesanti inferriate grigie. Quelle inferriate, tristi e grigie, e l’assenza, ancora più triste e grigia, del maestro, hanno oscurato, per sempre, ai miei occhi .....l’aula di mio padre. 



Ancora due o tre cose sull'Americano.... era mio padre. 

Da piccolo ho sempre pensato che mio padre fosse l’uomo più forte del mondo. Forse l’idea non è proprio la più originale, dato che, probabilmente, tutti i figli, da piccoli, pensano lo stesso dei loro padri. Lui però aveva davvero un fisico roccioso. Pareva una statua scolpita in un blocco di granito. Vigeland: ne ho visto centinaia, plasmate come lui. Conservo una sua fotografia fatta al mare. E’ l’emblema di quanto vado dicendo. Era giovane - avrà avuto neanche trent’anni - e un autentico atleta. Sostiene mio zio a cavalcioni sulle spalle, e due amici con la sola forza delle braccia e delle gambe piantate saldamente nella sabbia. Sorride. Appare divertito. Per nulla affaticato dallo sforzo - che pure doveva essere immane. Mio padre è morto già da quasi vent'anni – mi sembra ieri. Se n’è andato quando tutti avevamo ancora bisogno di lui. Ce l’ha portato via un cancro allo stomaco. Causa del decesso: Adenocarcinoma Gastrico. L’unica malattia che temeva davvero. Tutte le altre le avrebbe prese a calci nel culo. Quella no. Di quella aveva veramente paura. Si era convinto che anche sua madre - mia nonna - ne fosse morta. E anche lei prematuramente. Lui stava già cominciando a morire. Ma nessuno di noi s’è accorto che era gravemente ammalato. Neanche il dottore incapace al quale si era rivolto fiducioso - voleva curarlo col Ranidil?! - che per vedergli dentro lo stomaco gli ha cacciato dieci volte un tubo nero in gola. Solo lui presagiva la fine del viaggio. Ricordo - chi potrà mai dimenticarlo - l’ultimo sguardo rivolto dalla strada, verso casa, in alto, prima di salire in macchina, il giorno che partì per il S. Eugenio. Era avvilito, sapeva che non sarebbe più tornato. Era una luminosa mattina di giugno, ma una notte buia gli era già calata addosso. La sua fine improvvisa a tutti è sembrata una beffa. Proprio l’organo che permette agli uomini di sopravvivere, dentro di lui si è rifiutato di funzionare ancora. Come impazzito, l’ha ucciso. Quel male è ferocemente subdolo. Ti attacca da dentro, silenzioso e invisibile. Ti consuma inesorabile, mentre continui a fare tutto normalmente. Spesso non ti accorgi d’averlo se non quando è troppo tardi. Allora ho capito veramente come siano fragili gli uomini, anche quelli che sembrano forti. Come siamo fragili. Reclamando dall’uomo distratto che stava di guardia il permesso d’entrare da solo nella stanza fredda, ho voluto salutare mio padre per l’ultima volta. Siamo stati insieme per lunghi minuti, ma entrambi eravamo soli. Lui impietrito, avvolto in lenzuolo bianco; io senza parole, raccolto in una preghiera muta, il viso segnato dalle ultime lacrime che avevo da versare. Ma, come per un miracolo, il suo volto non era più sofferente. Papà sembrava guarito - restituito per sempre all’espressione serena di sempre. Quella che nelle eterne settimane precedenti avevo dimenticato. Ho avuto l’audacia di scoprire il suo corpo. Era nudo sotto il sudario. L’ho osservato per interminabili momenti. Ho letto, cucita nelle sue carni, una lunga inutile ferita - testimone della scienza impotente che s’arrende al mistero insopportabile della Vita e della Morte. E’ stata la prova più dura di tutta la mia vita. Sembra mostruoso, ma può essere lecito, scoprirsi a pregare perché una persona che ami non viva più, sofferente, ma si spenga al più presto. Oggi, quando mi capita d’entrare nella chiesa deserta percepisco ancora gli echi del necrologio commosso del suo collega più caro - interrotto dai frequenti singhiozzi degli altri. Uscendo, avverto lontano il crepitio sordo dell’ultimo applauso al passaggio della bara portata a spalla dai suoi amici più fedeli - mentre sulla piazza cala, come un velo pesante, immateriale e dolente, il fiacco rintocco della campana a martello dei morti. Le attività di mio padre hanno contribuito a farne un punto di riferimento nella comunità del paese - per l’istruzione, la cultura e la ricreazione. Gli hanno meritato la considerazione unanime d’eccellente e moderno insegnante. Oltre che di campione impareggiabile nella organizzazione del tempo libero - in particolare del calcio. In paese è considerato l’eroe eponimo del pallone. Al pallone ha legato indissolubilmente il suo nome. Allenava i giovani per farne calciatori, ma in realtà il suo vero disegno era più ambizioso: cercava di formare uomini. Amava anche il pugilato. Quando l’incontro era nobile arte, eleganza e strategia veloce - una danza, un balletto. Non massacro violento. E gli piaceva la caccia. Quella ecologica, se ne esistesse una. Rispettava profondamente la natura e gli animali, e interpretava l’attività venatoria senza accanimento. Era capace di stare fuori un’intera giornata, dall’alba al tramonto, attrezzato di tutto punto, il fucile carico sempre in spalla, la sicura innestata, senza sparare un solo colpo. Non riteneva un fallimento il rientro a casa, dopo una battuta, senza aver ucciso bestiole indifese. Un carniere che restava mestamente vuoto non lo innervosiva. Sembrava invece un evento in grado di procurargli una sensazione di piacevole serenità. Quando era in quello stato gli leggevi negli occhi un benessere quasi euforico. Mio padre è ricordato in paese per l’innata capacità di motivare i giovani e avviarli alla piena autocoscienza. Era abile ad intuire le inclinazioni degli allievi - anche le più nascoste - sapendole indirizzare sapientemente, e senza soperchierie, verso un corretto sviluppo delle attitudini e della personalità. Queste doti non comuni hanno contribuito in modo decisivo al coinvolgimento di generazioni intere ed alla buona riuscita delle sue occupazioni professionali e sociali. Gli hanno fatto guadagnare la stima e la gratitudine degli allievi, ma soprattutto dei loro genitori, che vedevano in lui un ulteriore, insperato supporto per l’educazione dei figli. Mio padre aveva una personalità forte. Era una persona concreta, determinata, in possesso di un carattere schietto e leale, a volte spigoloso, esigente, con parametri di valutazione rigidi. Ma prima di imporli agli altri, aveva provveduto a comandarli a se stesso. In genere gli adolescenti crescendo tendono a sviluppare un rapporto conflittuale coi genitori. Provano un senso d’avversione, li rifiutano, hanno propensione a escluderli dalle loro vite. Come se ne vergognassero. A me non è mai successo con mio padre. Lui era il mio vanto. Una parte fondante della mia esistenza - fin quando c’è stato. E, attraverso i suoi preziosi insegnamenti, anche dopo. Era una di quelle persone, ormai rare, che sceglieva anche di essere impopolare, se serviva a far prevalere la verità. Diceva sempre quello che andava detto, non quello che gli conveniva di più dire; sceglieva sempre di fare quello che andava fatto, non quello che gli conveniva di più fare. Sapeva bene che un tale comportamento intransigente non gli avrebbe procurato certo vantaggi - piuttosto qualche problema. Ma lui prendeva sempre una parte. Era una delle rare persone che ho stimato e ammirato. E che avrei stimato e ammirato molto, anche se non fosse stato mio padre. E se non avessi mille altre ragioni, me ne basterebbe una sola: l’ho visto spendere la sua intera vita per predicare, in ogni occasione utile, ma senza un filo di retorica la correttezza, l’onestà, la sincerità. A giudicare dai risultati ottenuti il suo è stato un lungo inesaudito soliloquio. Mio padre ha cercato d’insegnarmi la bellezza e la straordinarietà della vita; ma anche la complessità e la difficoltà del vivere quotidiano. Forse inconsapevolmente mi ha anche educato al piacere; molto meno al dovere. E, chissà, che per questo motivo in debba essergli grato, ancora di più. Mi metteva costantemente in guardia sugli ostacoli che ognuno incontra se decide di vivere la sua vita pienamente; se si dispone ad assecondare la propria libertà di spirito; stabilisce di esercitare il libero arbitrio. Non mi ha mai consigliato altrimenti, non ha mai tentato di persuadermi, o costringermi, a vivere la mia vita in maniera diversa. Mi ha lasciato in eredità la sua alopecia, ma anche la sua fierezza e la sua personale filosofia di vita - essenziale e sincera. A quella mi sono ispirato, costantemente. Cercando, nel contempo di costruirmene una che fosse solo mia. In passato mi è stata preziosa. Lo è ancora di più in un’epoca di valori ignorati, quando non oltraggiati. Sono perfettamente cosciente di non avere le sue qualità, e anche consapevole delle differenze che ci distinguono. Angustiato dall’intimo convincimento - che a volte si fa certezza - di non poterlo eguagliare, non mi resta che custodire gelosamente l’orgoglio di essere suo figlio. 


smr


lunedì 6 luglio 2015

il mio nuovo libro: Di Streghe e di Janare.

metto qui un lungo brano tratto dal prologo del mio nuovo libro:

DI STREGHE E DI JANARE





Le streghe popolano le notti insonni di tutti i bambini del mondo. Da tempo immemorabile rappresentano lo spauracchio per eccellenza di tutti i piccoli. Che dire di certe mamme che, come a volersi vendicare dei torti che loro hanno subito quando erano bambine, minacciavano di chiamare la strega ogni volta che i figli facevano i capricci? Al mio paese la strega si chiama janara. Un nome che condivide con tutta l’area centromeridionale d’Italia. Questo perché fino al 1927, anno in cui venne istituita la Provincia di Frosinone, Coreno Ausonio ricadeva nel territorio dell’Alta Terra di Lavoro, l’attuale provincia di Caserta, ergo regione Campania. Le notti insonni dei bambini del mio paese furono popolate, quindi, dalle janare. Contrariamente alle streghe, che hanno come corrispondente maschile gli stregoni o i maghi, la janare hanno, nella fantasia popolare del mio paese, come corrispondente maschile i popenari, cioè i lupi mannari. Nei cunthi re paora (i racconti di paura) degli anziani testimoni paesani infatti, si tratta di janare, se le protagoniste sono di sesso femminile; di popenari, se i protagonisti mostri sono di sesso maschile. Nel mio libro Le Stagioni della Lattaia si legge: “..solo dopo aver accudito l'animale Giovanni rientrava a casa - dove avrebbe provveduto finalmente a se stesso. La moglie Maria, sempre premurosa, badava a rifocillarlo. E quando non era impegnata ad atterrirci coi suoi racconti di popenari e ianare scodellava, per lui e per i figli e per me, quantità industriali di minestre calde, energetiche e saporite.” Si dice, poi, che chi avesse avuto la sventura di nascere la notte di Natale, alla mezzanotte precisa, fosse destinato a un futuro da lupo mannaro; se, invece, fosse nata una femmina quella bambina sarebbe stata una janara.

martedì 23 giugno 2015

Metto qui un breve brano dal mio libro:
Cronache dal piccolo borgo della pietra millenaria.





"...andando su, lungo Via Roma, appena dopo il rione Gelso, quasi all'altezza del vialetto del barbiere Angelo F., ti saresti imbattuto nella minuscola bottega di un calzolaio, Mario. Se era bel tempo lo trovavi fuori, sul marciapiede stretto stretto, seduto sulla sediolina, davanti al suo banchetto basso. Con la forma di un piede di ferro poggiata sulle gambe e un martelletto in mano. Mi pare ancora di vederlo; al tavolino e nel ripiano pieno di scomparti quadrati, davanti a lui; chiodi, puntine, tenaglie, pinze, colla, sotto-tacchi, raspe, lime, pezzi di cuoio, suole e tutto quello che serviva per le sue riparazioni. E anche qui il rumore caratteristico di un martello che appiattisce e forma la pelle. E anche qui i cultori dei rumori fini, avrebbero trovato pane per i loro denti: lo scivolare quasi impercettibile di una o spazzola sulla pelle. Più o meno veloce. FFRRRUUUMMM-FFFFRRRUUUMMMM!! FFFRRRUMM-FFFRRUUMMM!!! Come un treno che scivola su rotaie di velluto..."



voi non ci crederete, nessuno ci crederà, nessuno ci crederà mai, ma negli anni '60, a Coreno Ausonio, in Via IV Novembre, quello che oggi, nel 2015 è un tugurio, una stamberga, era la bottega di un artigiano, esattamente di un ciabattino. No! Non era Mario, il protagonista del racconto precedente; era un'altro,ma fa lo stesso: due ciabattini e anche di più, in un paesino di nemmeno 2000 abitanti, oggi fa fatica a sopravvivere un calzolaio che lavori a Formia, una città di 30000 abitanti. Allora il calzolaio stava in meno di due metri quadrati, ma bastava quello spazio angusto per sfamare una famiglia. Ditelo a quelli dei centri commerciali megagalattici; ditelo a quelli delle banche; ditelo ai nostri governanti; ditelo a quelli dell'agenzia delle entrate, del fisco, di equitalia. DITELO A TUTTI! sic!


smr

domenica 21 giugno 2015

oggi è la festa del papà.

nel giorno della festa del papà metto qui un ricordo di mio padre - che è stato davvero un padre speciale e adesso sta al piano di sopra - tratto dal mio libro
Le Stagioni della Lattaia. (p.s. quest'anno cade il 25ennale della sua molto prematura scomparsa)



Ancora due o tre cose sull'Americano....
era mio padre.



Da piccolo ho sempre pensato che mio padre fosse l’uomo più forte del mondo.  Forse l’idea non è proprio la più originale, dato che, probabilmente, tutti i figli, da piccoli, pensano lo stesso dei loro padri. Lui però aveva davvero un fisico roccioso. Pareva una statua scolpita in un blocco di granito. Vigeland[1] ne ho visto centinaia, plasmate come lui. Conservo una sua fotografia fatta al mare. E’ l’emblema di quanto vado dicendo. Era giovane - avrà avuto neanche trent’anni - e un autentico atleta. Sostiene mio zio a cavalcioni sulle spalle, e due amici con la sola forza delle braccia e delle gambe piantate saldamente nella sabbia. Sorride. Appare divertito. Per nulla affaticato dallo sforzo - che pure doveva essere immane. Mio padre è morto già da quasi vent'anni – mi sembra ieri. Se n’è andato quando tutti avevamo ancora bisogno di lui. Ce l’ha portato via un cancro allo stomaco. Causa del decesso: Adenocarcinoma Gastrico. L’unica malattia che temeva davvero. Tutte le altre le avrebbe prese a calci nel culo. Quella no. Di quella aveva veramente paura. Si era convinto che anche sua madre - mia nonna - ne fosse morta. E anche lei prematuramente. Lui stava già cominciando a morire. Ma nessuno di noi s’è accorto ch’era gravemente ammalato. Neanche il dottore incapace al quale si era rivolto fiducioso - voleva curarlo col Ranidil?! - che per vedergli dentro lo stomaco gli ha cacciato dieci volte un tubo nero in gola. Solo lui presagiva la fine del viaggio. Ricordo - chi potrà mai dimenticarlo - l’ultimo sguardo rivolto dalla strada, verso casa, in alto, prima di salire in macchina, il giorno che partì per il S. Eugenio. Era avvilito, sapeva che non sarebbe più tornato. Era una luminosa mattina di giugno, ma una notte buia gli era già calata addosso. La sua fine improvvisa a tutti è sembrata una beffa. Proprio l’organo che permette agli uomini di sopravvivere, dentro di lui si è rifiutato di funzionare ancora. Come impazzito, l’ha ucciso. Quel male è ferocemente subdolo. Ti attacca da dentro, silenzioso e invisibile. Ti consuma inesorabile, mentre continui a fare tutto normalmente. Spesso non ti accorgi d’averlo se non quando è troppo tardi. Allora ho capito veramente come siano fragili gli uomini, anche quelli che sembrano forti. Come siamo fragili. Reclamando dall’uomo distratto che stava di guardia il permesso d’entrare da solo nella stanza fredda, ho voluto salutare mio padre per l’ultima volta. Siamo stati insieme per lunghi minuti, ma entrambi eravamo soli. Lui impietrito, avvolto in lenzuolo bianco; io senza parole, raccolto in una preghiera muta, il viso segnato dalle ultime lacrime che avevo da versare. Ma, come per un miracolo, il suo volto non era più sofferente. Papà sembrava guarito - restituito per sempre all’espressione serena di sempre. Quella che nelle eterne settimane precedenti avevo dimenticato. Ho avuto l’audacia di scoprire il suo corpo. Era nudo sotto il sudario. L’ho osservato per interminabili momenti. Ho letto, cucita nelle sue carni, una lunga inutile ferita - testimone della scienza impotente che s’arrende al mistero insopportabile della Vita e della Morte. E’ stata la prova più dura di tutta la mia vita. Sembra mostruoso, ma può essere lecito, scoprirsi a pregare perché una persona che ami non viva più, sofferente, ma si spenga al più presto. Oggi, quando mi capita d’entrare nella chiesa deserta percepisco ancora gli echi del necrologio commosso del suo collega più caro - interrotto dai frequenti singhiozzi degli altri. Uscendo, avverto lontano il crepitio sordo dell’ultimo applauso al passaggio della bara portata a spalla dai suoi amici più fedeli - mentre sulla piazza cala, come un velo pesante, immateriale e dolente, il fiacco rintocco della campana a martello dei morti.  Le attività di mio padre hanno contribuito a farne un punto di riferimento nella comunità del paese - per l’istruzione, la cultura e la ricreazione. Gli hanno meritato la considerazione unanime d’eccellente e moderno insegnante. Oltre che di campione impareggiabile nell’organizzazione del tempo libero - in particolare del calcio. In paese è considerato l’eroe eponimo del pallone. Al pallone ha legato indissolubilmente il suo nome. Allenava i giovani per farne calciatori, ma in realtà il suo vero disegno era più ambizioso: cercava di formare uomini. Amava anche il pugilato. Quando l’incontro era nobile arte, eleganza e strategia veloce - una danza,  un balletto. Non massacro violento. E gli piaceva la caccia. Quella ecologica, se ne esistesse una. Rispettava profondamente la natura e gli animali, e interpretava l’attività venatoria senza accanimento. Era capace di stare fuori un’intera giornata, dall’alba al tramonto, attrezzato di tutto punto, il fucile carico sempre in spalla, la sicura innestata, senza sparare un solo colpo. Non riteneva un fallimento il rientro a casa, dopo una battuta, senza aver ucciso bestiole indifese. Un carniere che restava mestamente vuoto non lo innervosiva. Sembrava invece un evento in grado di procurargli una sensazione di piacevole serenità. Quando era in quello stato gli leggevi negli occhi un benessere quasi euforico.
   Mio padre è ricordato in paese per l’innata capacità di motivare i giovani e avviarli alla piena autocoscienza. Era abile ad intuire le inclinazioni degli allievi - anche le più nascoste - sapendole indirizzare sapientemente, e senza soperchierie, verso un corretto sviluppo delle attitudini e della personalità. Queste doti non comuni hanno contribuito in modo decisivo al coinvolgimento di generazioni intere ed alla buona riuscita delle sue occupazioni professionali e sociali. Gli hanno fatto guadagnare la stima e la gratitudine degli allievi, ma soprattutto dei loro genitori, che vedevano in lui un ulteriore, insperato supporto per l’educazione dei figli.
   Mio padre aveva una personalità forte. Era una persona concreta, determinata, in possesso di un carattere schietto e leale, a volte spigoloso, esigente, con parametri di valutazione rigidi. Ma prima di imporli agli altri, aveva provveduto a comandarli a se stesso. In genere gli adolescenti crescendo tendono a sviluppare un rapporto conflittuale coi genitori. Provano un senso d’avversione, li rifiutano, hanno propensione a escluderli dalle loro vite. Come se ne vergognassero. A me non è mai successo con mio padre. Lui era il mio vanto. Una parte fondante della mia esistenza - fin quando c’è stato. E, attraverso i suoi preziosi insegnamenti, anche dopo. Era una di quelle persone, ormai rare, che sceglieva anche di essere impopolare, se serviva a far prevalere la verità. Diceva sempre quello che andava detto, non quello che gli conveniva di più dire; sceglieva sempre di fare quello che andava fatto, non quello che gli conveniva di più fare. Sapeva bene che un tale comportamento intransigente non gli avrebbe procurato certo vantaggi - piuttosto qualche problema. Ma lui prendeva sempre una parte. Era una delle rare persone che ho stimato e ammirato. E che avrei stimato e ammirato molto, anche se non fosse stato mio padre. E se non avessi mille altre ragioni, me ne basterebbe una sola: l’ho visto spendere la sua intera vita per predicare, in ogni occasione utile, ma senza un filo di retorica la correttezza, l’onestà, la sincerità. A giudicare dai risultati ottenuti il suo è stato un lungo inesaudito soliloquio.
   Mio padre ha cercato d’insegnarmi la bellezza e la straordinarietà della vita; ma anche la complessità e la difficoltà del vivere quotidiano. Forse inconsapevolmente mi ha anche educato al piacere; molto meno al dovere. E, chissà, che per questo motivo in debba essergli grato, ancora di più.  Mi metteva costantemente in guardia sugli ostacoli che ognuno incontra se decide di vivere la sua vita pienamente; se si dispone ad assecondare la propria libertà di spirito; stabilisce di esercitare il  libero arbitrio. Non mi ha mai consigliato altrimenti, non ha mai tentato di persuadermi, o costringermi, a vivere la mia vita in maniera diversa.
   Mi ha lasciato in eredità la sua alopecia, ma anche la sua fierezza e la sua personale filosofia di vita - essenziale e sincera. A quella mi sono ispirato, costantemente. Cercando, nel contempo di costruirmene una che fosse solo mia.
   In passato mi è stata preziosa. Lo è ancora di più in un’epoca di valori ignorati, quando non oltraggiati. Sono perfettamente cosciente di non avere le sue qualità, e anche consapevole delle differenze che ci distinguono. Angustiato dall’intimo convincimento - che a volte si fa certezza - di non poterlo eguagliare, non mi resta che custodire gelosamente l’orgoglio di essere suo figlio. 



[1]  Parco alla periferia di Oslo. Prende il nome dall’architetto-scultore che lo progettò.

sabato 20 giugno 2015

I paesi, meglio abbandonarli che violentarli!

Metto qui un abbondante brano, estratto dal mio libro:
Cronache dal piccolo borgo della pietra millenaria.


I paesi è meglio abbandonarli che violentarli!



   La gente del mio paese si può distinguere, fondamentalmente, in due grossi gruppi: quelli che hanno (ancora) qualche speranza; quelli che la speranza l'hanno persa (definitivamente o quasi). Quelli che hanno perso la speranza, definitivamente o quasi, sono facilmente individuabili e possiamo facilmente capirli. Sono per lo più individui anziani, quasi sempre di sesso maschile, ultra settantenni, spesso già pensionati, emigrati che si sono ritirati al paese; sono disillusi e nichilisti (anche se non sanno che significa); non credono più in niente: in Dio, nella politica, nella modernità, nei giornali, in quello che dice la televisione (come biasimarli?); stanno spalmati sulle panchine in piazza o nella villa comunale, dove fanno i filosofi, o gli opinionisti un tanto all'etto; parlano solo del passato, mai del presente, tanto meno del futuro; quello li condurrebbe solo alla tomba; mettono in campo i loro ricordi, li montano, li smontano, li rimontano, li sciorinano, spesso sono ricordi vecchi, che risalgono a 40-50 anni fa (sennò che ricordi sarebbero?); del presente non gliene frega niente; vanno solo a prendere la loro pensione, spesso misera, qualche volta doppia, se hanno lavorato qualche anno anche all'estero (in Germania, Svizzera o Belgio, nelle miniere di ferro o di carbone) i primi cinque giorni di ogni mese (in ordine alfabetico) e, finché la Fornero lo permette, tirano a campare. Agiscono solo attraverso le loro funzioni vitali primarie: aspettando solo di mangiare a mezzogiorno, di defecare e di ...morire. Quelli che la speranza non l'hanno (ancora) persa sono per lo più giovani (ovviamente); studiano quasi tutti all'università fuori, si sono tutti inurbati. Oggi non esiste che l'università si faccia da pendolari come la facevamo noi negli anni '70. Certe volte svegliandosi assai presto - alle cinque d'inverno è ancora notte - chiedendo un passaggio a un operaio della Ginori di Gaeta, per poter prendere il treno locale delle 6,15 alla stazione di Formia e trovarsi a camminare lungo i vialoni di Castro Pretorio, per raggiungere La Sapienza, nella nebbia gelata di Roma, alle otto del mattino, in orario per la lezione del cattedratico di turno. Adesso, se si sceglie di studiare fuori all'università - a meno che non sia a Cassino: che dista 15 chilometri, e lì ci si va con l'auto di papà  - che sia Roma, o Napoli, Pisa o Perugia o Camerino o Bologna, ovunque, ti devi affittare una stanza e stare fuori 300 giorni l'anno. Quelli che non hanno perso la speranza (pare) sono anche le persone, non ancora pensionate e che non studiano all'università, ma che lavorano al paese o anche fuori, e poi la notte tornano a dormire tutte nelle loro case al paese. Il famoso paese ...dormitorio. E, siccome, escono presto la mattina e tornano la sera tardi, tanto stracchi da andare a letto con in pancia solo una tazza d'orzo caldo o una zuppa di latte e caffè, sembrano auto-esiliati dalla vita sociale (vita sociale? parola grossa!), non li vedi mai. Potresti vederli la domenica mattina, in mezzo alla piazza, all'uscita della messa cantata, se andassero in chiesa, ma dovresti andarci anche tu. E la gente non va nemmeno più in chiesa, nemmeno nei paesi. La messa cantata della domenica era gremita di gente, non ci si entrava: adesso le prime file dei banchi sono occupate dai ragazzini che fanno la preparazione alla prima comunione, altrimenti l'immensa navata della chiesa di Santa Margherita sembrerebbe vuota. Altrimenti, per vedere i ...desapercidos, non ti resta che aspettare le ferie d'agosto. Quelli che (più o meno apparentemente) non hanno (ancora) perso la speranza sono gli imprenditori, i professionisti, i commercianti, gli artigiani, o comunque tutte quelle persone che hanno le loro attività al paese o con sede nel paese ed interessi nel paese e anche fuori. Loro la speranza ce l'hanno incorporata. Devono averla per forza. Anche perché, se quelli avessero persa la speranza, o le speranze, tirerebbero i remi in barca e farebbero come gli amici pensionati. La loro attività non avrebbe più senso. A pensarci bene qualcuno del secondo gruppo lo fa già, ma non ammetterebbe mai pubblicamente di aver perso la speranza, non lo direbbe mai apertamente come, invece, fanno quelli del primo gruppo. Allora fa finta di niente anzi, fa finta di averla (ancora) la speranza, e tira avanti. Ingannando se stesso, prima degli altri. Ma quello che a me pare più grave è che certe volte la speranza sembrano averla persa anche certe mamme che vedo spingere per strada, con aria afflitta e nulla affatto felice, anzi rassegnata, il passeggino con la loro speranza ...dentro. Oppure certi ragazzi con i jeans a vita bassa che trascinano il loro culo basso per strada, spingendosi a calci e pugni senza sapere come altro occupare il loro tempo. Ma di quale Speranza stiamo parlando, quando ci chiediamo chi l'ha conservata e chi l'ha persa? La domanda è legittima, dal momento che la Speranza, quella con la esse grande, è una, ma le speranze, anche le più piccole, possono essere tante. E ciascuno può avere, anzi deve avere, legittimamente, la sua Speranza grande e/o le sue speranze piccole, e coltivarle entrambe. A me pare che la Speranza (generalizzata) di cui stiamo parlando, possa essere divisa a metà, o se preferite, raddoppiata o moltiplicata per due o per tre: 1 - che il paese non muoia, ma sopravviva, anche tra mille difficoltà; 2 - che il paese diventi, finalmente, un paese normale; 3 - che il paese rifiorisca, come recita anche lo slogan della Pro-loco. 
Le speranze più piccole, contenute tutte in quella più grande, sono molte, ma potrebbero essere riassunte in una breve lista. Cioè, che il paese possa diventare un posto dove: - la gente viva in pace, in perfetto equilibrio e simbiosi, con se stessa e con gli altri compaesani; - ci si interessi alle condizioni del prossimo sempre, non solo quando siamo chiamati ad accompagnarlo nel suo ultimo viaggio, al cimitero; - non ci si rivolga al nostro prossimo solo quando ci interessa avere o ricevere qualcosa da lui, e poi disinteressarci dei suoi bisogni e finire per ignorarne anche l'esistenza; - non esistano (solo) bisogni individuali, anzi, esistano pure, ma con essi convivano e siano ugualmente importanti, anzi preponderanti, i bisogni collettivi, quelli di tutti e non di uno solo, quelli di tutti i cittadini e dell'intero paese; - non esistano più o vengano cancellate per sempre incomprensioni politiche radicate nei decenni e drammaticamente stranianti; - l'economia ridiventi in qualche modo "autarchica" e si ricominci a pensare, come una volta, che una lira quando ha attraversato i confini del paese, lo avrà fatto definitivamente e non tornerà più indietro; - si ricominci a collaborare gli uni con gli altri senza pensare, come avviene adesso, che tutti possono bastarsi e che nessuno ha bisogno di nessun altro, anzi può farne tranquillamente a meno; - si possa riscoprire il gusto di mettersi al servizio della propria comunità gratuitamente e non per arricchirsi o, comunque, per migliorare la propria posizione economica o sociale; - non si sia concorrenti l'uno contro l'altro, ma tutti, ciascuno per la propria parte, concorrano a migliorare realmente il paese; - non ci siano signorotti innominabili che fanno il bello e il cattivo tempo, come nei secoli bui del medio-evo; - non regnino il perbenismo, l'ipocrisia e l'egoismo; - negli animi della sua gente non alberghino solo invidia e risentimento; - si viva ogni giorno religiosamente, come se si andasse a una processione dietro al santo, con umiltà, rispetto e riflessione; - anche chi è ancora affetto dalla cd. sindrome del suddito, si curi, cerchi di guarirne una volta per tutte e si emancipi, rassegnandosi all'idea che i signori da servire non esistono più; - le parole d'ordine della comunità diventino solo due e molto semplici: Mutualità e Cooperazione. La Speranza è una, grande, molto grande, ma può contenere tante altre piccole speranze. E' molto importante nutrirle, innaffiarle come fossero tante piccole piante; farle crescere, fortificarle, accudirle. E' importante sapere che se il terreno intorno si inaridisce anche le nostre speranze possono appassire. E, se appassiamo noi, anche le nostre speranze moriranno con noi. E, in ultima analisi, e come extrema ratio, resto sempre del parere che i paesi bisognerebbe preservarli e difenderli, anche e soprattutto, da certi loro abitanti. 
E, se proprio non ci si riesce ... è meglio abbandonarli, i paesi, che violentarli!

venerdì 19 giugno 2015

Amo molto osservare...

dal mio libro "Passeggiate nella Memoria Profonda di un Ragazzo di Paese" metto qui un brano tratto dall'excipit.


   Amo molto guardare la gente che passa per strada. Mi piace osservare, senza essere visto, quello che fa, come cammina, come gesticola. Mi piace immaginare come la gente vive, dove vive, la casa che abita, l’auto che guida. Mi piace immaginarne il titolo di studio, il lavoro che fa, la cultura che ha, e la mentalità che la opprime. La personalità e il temperamento. I costumi e le abitudini. Le manie e le paure. E i tic, se li ha. Ma quelli, li hanno tutti. I timori e le insicurezze (quelle non mancano mai). Le sicurezze e le certezze (anche quelle non mancano mai). Mi piace osservare la gente che passa per strada, senza essere visto, e poi classificarla per tipo, come farebbe un entomologo con i suoi piccoli insetti. Ovviamente - ca’ va sans dire - non mi sognerei mai di trapassare nessuno con uno spillo al centro delle spalle; dopo averlo trafitto, non inchioderei mai nessuno sul fondo di una scatola, chiusa da un coperchio trasparente. Anche se, lo confesso, la tentazione di trattare qualcuno come fosse un insetto è forte. Più di qualcuno che conosco meriterebbe di essere trattato come una blatta. I tipi che vedo passare per strada, sono molti e variegati. C’è il tipo nervoso, l’indaffarato (certe volte vero, certe volte finto), quello pieno di tic, il fannullone, cha va solo perdendo tempo e… si vede; il curioso, che osserva tutte le vetrine, ma non compra mai niente; c’è la coppia di giovani innamorati che si tiene stretta per mano e non si stacca nemmeno se ha qualcuno che le avanza di fronte (guai staccarsi, semmai costringono lui a cambiare strada e deviare). Poi c’è la signora anziana, nonna lenta, col bambino piccolo, nipote veloce. Uno corre davanti, l’altra dietro. L’anziano lento e quello veloce. L’insicuro e il barcollante. Le torme di studenti appena usciti da scuola, che sembrano mandrie bovine o, anche, transumanze. Insomma, un campionario di varia umanità, muta, anonima, trascurabile, che cambia, sfila, appare e scompare. Lasciando, solo una rapida traccia di se: un flebile ricordo, appuntato su un taccuino. Sul quale si cerca di raccontare le piccole storie di uomini che non hanno fatto la storia, ma che hanno tutti una piccola o grande storia da raccontare.

martedì 2 giugno 2015

La pietra bianca sulla montagna che segna l'ora per i contadini.




metto qui un brano dal mio libro Storie dal Paese dei Ciclamini:



Come facevano gli antichi abitanti del mio paese a sapere esattamente o, anche, con buona approssimazione, che ore fossero? Come facevano a sapere quando era arrivata l'ora di lasciare il lavoro nei campi per arrampicarsi in paese per la notte, attraverso la salita della vecchia, impervia Strada Serra? Prima della seconda grande guerra gli orologi da polso non erano ancora troppo diffusi in paese, qualche raro esemplare era appannaggio solo dei pochi, ricchi notabili. Si sarebbero dovuti aspettare gli anni dell'immediato dopoguerra, gli anni della ricca ricostruzione perché mio nonno, il mitico Nonnu Salvatore, conosciuto da tutti in paese come Zì Salvatore gl'arefece potesse cominciare a smerciare e a diffondere - antesignano del mercato parallelo - gli Zenith, i Longines, i Tissot, i Vetta, orologi meccanici a carica manuale, d'acciaio o laminati d'oro che qualcuno ancora mostra orgoglioso sul polso raggrinzito dalla vecchiaia, quando mi incontra per strada o viene al negozio per la manutenzione. Mio nonno li comprava a Napoli, in Piazza Mercato, a Forcella, dietro alla Stazione Centrale, e li rivendeva a rate - un tanto al mese - a Coreno, per una cifra complessiva che spesso valeva uno stipendio mensile. Dovevano essere davvero soldi ben spesi, all'epoca, perché quegli orologi sono sopravvissuti a molti proprietari e anche a mio nonno. Stessa storia per gli orologi tascabili; solo chi aveva un ricco zio emigrato in America poteva vantare il possesso di un Elgin d'argentone o di un Roskoph, rumoroso ma indistruttibile, col quadrante in ceramica, se l'avo, invece di andare in America col piroscafo, fosse restato a lavorare nel vecchio continente. L'orologio della torre campanaria non so se c'era; e se c'era non si vedeva certo dalla campagna. Allora, siccome dalle mie parti si dice ed è vero: scarpe grosse, cervello fino; la necessità aguzza l'ingegno, a qualcuno di quei villici arguti dev'essere venuta un'idea veramente brillante. Si doveva cercare, individuare e sfruttare necessariamente un segno naturale sulla montagna di Fammera, che fosse facilmente visibile, anche da molto lontano, da chiunque si trovasse nelle campagne di Coreno ed avesse bisogno di regolarsi. E così fu. Fu segnalata una grossa formazione rocciosa, un enorme esemplare di calcare sporgente, bianco abbagliante, proprio a destra della base di uno sperone di roccia più grande, a metà dell'altezza della montagna: quando l'ombra di quello sperone fosse stata proiettata su quella pietra, spaccandola quasi a metà, potevi essere sicuro che, in quella stagione, o anche nelle altre potevano essere: le dodici, l'una, le due o le tre spaccate, del pomeriggio. A quell'ora convenzionale si doveva interrompere il lavoro e cominciare a preparare la vappata o il saccapà perché, di lì a poco, si doveva intraprendere la strada del ritorno, lunga e dura. La lunga e dura giornata di lavoro nei campi sarebbe finita; ma non la strada per casa: quella attendeva immobile, inesorabile, immutabile, lungo i ripidi declivi della collina i contadini stanchi e sudati. Per ironia della sorte, oggi che gli orologi si sono diffusi e inflazionati - tutti ne hanno almeno uno sul polso - non ci sono più contadini in campagna, che hanno necessità di sapere l'ora.
Nessuno butta più l'occhio verso la roccia dimenticata sulla montagna di Fammera. Qualche anno fa un gruppetto di buontemponi lo sguardo verso Fammera deve averlo l'ha buttato ancora una volta per accorgersi che la pietra sulla montagna non si vedeva più. Le pietre, dalle nostre parti, ingrigiscono col tempo,; col tempo e con le intemperie e i licheni, perdono il loro pallore lucente. Allora quel gruppetto di amici ha raggiunto a piedi la roccia, armato di pennelli e vernice, l'ha dipinta di bianco, per farla vedere bene da lontano, ancora una volta. Anche se non si sa bene da chi. Forse da tutta la gente del paese, che ha dimenticato la vecchia tradizione dell'orologio di pietra. Oggi, per vedere l'ora, non serve guardare da lontano una grossa pietra verniciata in montagna; basta guardarsi sul polso. O su quello del vicino.



questa è la pietra che si trova alle falde del monte Fammera dipinta da Andrea La Valle e dai suoi pards per consentire ai (pochi) contadini di Coreno rimasti di vedere l'ora.


smr

domenica 31 maggio 2015

Buona Domenica con Le More di Gelso

buona domenica con...


Le more di gelso
C'è un vecchio gelso fronzuto, proprio sotto casa mia.
I sui frutti grassi arrivano prima dell'estate, quasi all'improvviso;
senza dire niente, e veloci come il fulmine.
E se ne vanno ancora più velocemente, di come sono venuti.
Quasi non hai il tempo di coglierli e di assaporarli.
Neri, grossi, succosi. Ti tingono le dita, maturi al punto giusto.
Ma marciscono veloci, e cadono a terra, se non li prendi in tempo.
Per gustarli, li cogli delicatamente dal picciolo bianco-verde,
uno dopo l'altro, come le ciliege. Te ne rimane solo il gusto
agrodolce sulla lingua, e un ricordo lungo, struggente - zuccherino – con una voglia lunga, nella testa e nel cuore.
(dal mio libro: C'è un vecchio gelso fronzuto proprio sotto casa mia)


sabato 23 maggio 2015

Maggio il mese della Lettura e dei Libri.

A maggio, il mese della lettura e dei libri, molti corrono in libreria a comprare libri.
E fanno bene.
Ma molti comprano soprattutto libri di autori conosciuti.
I cd "famosi".
I "soliti noti": Camilleri, Vespa, Allende, Baricco e Mazzantini.
PENNIVENDOLI.
Che novità!
E, soprattutto, che sforzo di ricerca, di meditazione e di originalità.
Specie quelli che navigano sul web e che frequentano Fb sapranno che c'è in Italia un sottobosco di scrittori, poeti, narratori, spesso autopubblicati (che non è una brutta parola, come qualcuno pensa), che "civettano" con la letteratura e che aspettano solo di essere scoperti.
La loro prosa è gradevole, corretta e, soprattutto, onesta.
Meriterebbero, insomma, che qualcuno offrisse loro finalmente una "chance".
E allora diamogliela, questa "chance", per una volta.
Compriamo un libro di un autore "sconosciuto"; potrebbe piacerci, potrebbe stupirci.
E se poi non ci piace avremo solo un pò impoverito il nostro borsellino.
Ma, se ci piacerà, avremo arricchito il nostro spirito, la nostra mente e la nostra anima.
E avremo fatto la felicità di un povero scrittore.
Poi, fra dieci o quindici maggi, quando gli sconosciuti saranno diventati anche loro famosi, non compreremo più i loro libri. :-)








domenica 10 maggio 2015

Il racconto breve della donna che mesceva il latte.

   ''Il racconto breve della donna che mesceva il latte'' e' uno dei miei primi racconti, ed e' stato inserito prima nel mio primo libro, che e' anche la mia prima raccolta, pubblicato in due edizioni con due editori diversi, ''Le Stagioni della Lattaia'', e di cui costituisce una parte del sottotitolo, poi anche nell'altra raccolta ''Storie vere di Briganti Ciociari ed altri racconti''.





''Il racconto breve della donna che mesceva il latte''.
Ne pubblico qui l'incipit, un piccolo assaggio.

   ''Intorno ai dieci anni, quando ormai si è alle soglie dell’adolescenza e per questo motivo si dovrebbe cominciare a riflettere giudiziosamente a cosa fare della propria vita, io ho iniziato, invece, a coltivare una concezione ludica dell’esistenza, che peraltro ancora considero preziosa. Al punto che - per quanto non sia stata impresa facile - ho voluto conservarla, anche crescendo. Convinto come sono che possa aiutarmi a sopravvivere meglio. Tutto sommato, e fatta eccezione dei piccoli grandi problemi che si patiscono a quella età delicata, potevo considerarmi un bambino fortunato, disimpegnato come ero e sollevato da qualsivoglia onere - specie durante le vacanze estive, quando non avevo nemmeno la seccante incombenza della scuola. Nei fatti, andare a prendere il latte da una signora che abitava poco lontano da casa nostra era l’unico incarico che i miei genitori mi affidavano. Mi troverei di sicuro d'accordo con quei lettori, che dovessero considerarlo un impegno di responsabilità assai relativa. La donna di cui riferirò è ancora in vita, ma s’è fatta assai anziana. Ancora l’incontro, ogni tanto. Il marito è morto. I figli sono tutti sciamati per il mondo. Non penso che, rimasta sola, abiti ancora la vecchia casa dove andavo da piccolo a prendere il latte. Né, tanto meno, che ancora tiri su le numerose bestiole che allora possedeva. Tranne un grasso gatto tigrato, che se ne andava in giro annoiato per la casa e nei dintorni, non aveva altri animali d’affezione. Allevava, invece, per il suo personale tornaconto, una grande quantità di bestiole domestiche di piccola taglia, che lasciava libere di razzolare in cortile e un paio di grosse mucche da latte, che stavano al pascolo tutto il giorno. Ritirava le mucche solo nel tardo pomeriggio, ricoverandole per la notte nella stalla che aveva ricavato da un seminterrato sotto casa sua. Come avevano raggiunto il loro riparo si preoccupava che fossero munte, immediatamente. Ne aveva ben donde, perché da quella mungitura quotidiana, rigorosamente manuale, non ricavava mai meno di due grossi secchi colmi di buon latte fresco - trenta o quaranta litri di liquido bianco, grasso e spumoso ogni giorno. Di quella enorme quantità conservava per le sue esigenze solo una minima parte. Quasi tutto il latte era stato destinato, infatti, a clienti abituali, scelti accuratamente tra i suoi conoscenti che fossero disposti ad accaparrarselo pagandolo con moneta sonante. Quella donna, oltre ad essere una economa esemplare era anche venale quanto bastava e da quella vendita riusciva a trarre un discreto reddito. Così si adoperava perché una tale risorsa in denaro, modesta ma costante, risultasse molto più utile del latte, alla sua famiglia - resa numerosa da una vera frotta di figli. La sua era, infatti, una famiglia traboccante. Tutti assieme, genitori e figli, costituivano un clan. Erano una vera tribù, come, per fortuna o sfortuna, oggi non si vedono più in giro tanto facilmente. Sarebbe un vero problema riuscire ad accudir le con la stessa apparente leggerezza. Mentre, con esigenze modeste e qualche ragionevole e più che salutare rinuncia, a quei tempi sembrava che anche una famiglia numerosa come quella si sostentasse praticamente da sola. Sebbene – ci sarebbe da aggiungere - le tentazioni di allora non erano quelle di adesso. Non ricordo se i figli fossero nove, dieci, o addirittura di più. Tutti minorenni. Tutti sotto i venti anni. In pratica ne aveva sfornato uno ogni trenta mesi, in meno di un paio di dozzine di anni.''


smr

venerdì 8 maggio 2015

fenomeni naturali di primo mattino sui monti aurunci.




LA NEBBIA

Chiudi gli occhi e immagina la Valle del Liri/
immensa/
va dal Monte Aquilone alla Rocca/
da Montecassino a Castelnuovo Parano/
fino alle pendici di Fammera/
la notte riempie la valle di nebbia sbuffante/
come il pentolone delle janare/
e sale, sale/
percorre lenta le mitiche Alte/
come un infinito bollore/
passa Sant’Antonio/
poi le Fratte/
giù fino all’Ausente/
alla Madonna del Piano/
la valle è piena di bianca spuma fredda/
che in certe giornate d’inverno arriva fino al mare/
fino alla schiuma bianca/
che le onde abbattono sulla Riviera d’Ulisse.

smr 


domenica 3 maggio 2015

Dal mio prossimo libro di poesie: I dolori di un poeta prosastico.


Ho un cruccio, da qualche tempo.
Che differenza c’è fra poeticità e discorsività, ovvero prosasticità? 
Qualche sapientone paludato che ha letto, ritengo troppo frettolosamente, alcune mie poesie mi ha tacciato d’esser poco poetico e molto prosastico.
Per dirla tutta la verità, mi ha anche scritto che la mia poesia ...contiene delle immagini altamente evocative; che per me è un grosso complimento. 
Ad ogni modo, questa è la sintesi della sua lettura critica: 

"...se tu mi chiedi il parere, ti dico che le tue produzioni poetiche sono prosastiche, ma ricche di sentimenti e di aperture descrittive. Manca lo scarto linguistico tra il parlato quotidiano e il parlare della poesia. Non si snoda un percorso creativo che coniughi fantasia e sentimento e trasformi in arte le facoltà affettive comuni a tutti gli uomini che sanno anche scrivere normalmente e non in poesia i loro stati d'animo. Dove sta la simbologia, l'analogia, la metafora e gli altri elementi strutturali che fanno la differenza tra un testo poetico e una prosa poeticheggiante?

secondo alcuni sapienti, infatti, una scrittura piana, trasparente e senza trabocchetti sarebbe da classificare come prosa, e quelli che la praticano sarebbero solo scrittori prosastici, senza un briciolo di fantasia.
in tal modo, a mio modesto avviso, viene contrabbandata l’idea che la fantasia sia esclusiva peculiarità del linguaggio oscuro, cioè della poesia ermetica.
ma, allora, mi chiedo: può esserci una poesia in prosa? 
o la poesia vera è solo in rima? 
quella, per intenderci, fatta di sonetti e endecasillabi; esametri e ritmica caudata.

E, quindi, come giudicherebbe il critico di cui sopra questi tre esempi che metto di seguito?

Esempio n.1: 

Clochard

Giorni trascorsi di un cammino remoto
attraverso memorie di sorrisi perduti,
in cerca di vita mai dimenticata
di sogni da esplorare e da raccontare.
Smarrito nel nulla, un pensiero riemerge
il ricordo di lei riecheggia a fatica,
voci di strada colmano il vuoto
di un cuore ferito senza parole.
Impavido eroe che affronti il mistero
spinto dal vento senza riposo,
cercando risposte che non avrai
esplorando occhi senz'anima.
Mano del tempo che muovi il destino
speranza di un alba ancora da vivere,
vaghi nel mondo senza una meta
ma solo una storia ancora da scrivere
Non c'è giustizia né verità,
ma solo paure represse nel nulla,
un cammino verso la luce
nell'anima di chi ha dimenticato.
(Roberto Todini)

E di quest'altro esempio (il numero 2) ancora più clamoroso che direbbe?

Nulla è cambiato.
Il corpo trema, come tremava
prima e dopo la fondazione di Roma,
nel ventesimo secolo prima e dopo Cristo,
le torture c'erano, e ci sono,
solo la terra è più piccola
e qualunque cosa accada,
è come dietro la porta.

(Wisława Szymborska, Torture)

Il terzo esempio riguarda un'altro premio Nobel, Gabriela Mistral:


Dammi la mano 

Dammi la mano e danzeremo
Dammi la mano e mi amerai
come un solo fior saremo
come un solo fiore e niente più.
Lo stesso verso canteremo
allo stesso passo danzerai
Come una spiga onduleremo
come una spiga e niente più.
Ti chiami rosa e io speranza
ma il tuo nome dimenticherai
perché saremo una danza
sulla collina e niente più.


E quella che segue è una delle mie, tra l'altro, nemmeno una di quelle che mi piacciono di più!
Mi chiedo dove sia lo scandalo ...prosastico.

Ma, forse alla fine, ho capito!

Il critico mi conosce personalmente e sa che non ho vinto il Premio Nobel.
(Ancora!)


PIOVE STASERA

Piove stasera/
sulla vetta del monte petrella/
piove sulla stazione di emissione e 
sulle alte antenne/ 
piove sui pannelli solari/
piove a poca distanza dalla cima/
piove sulla piattaforma di atterraggio,

in cemento, per l'elicottero della manutenzione/
piove sulle querce robuste e sugli alti lecci/
sui carrubi rocciosi e sui roveri torti/
piove anche sui castagni 

sui tetti del vecchio borgo dell'antica spinei/
piove sulla malinconia e sui miei ricordi/
ma domani, forse, il tempo sarà sereno/

o, forse, farà freddo, ma non pioverà/
domani, finalmente, il tempo sarà bello/
il sole in cielo sorgerà.

Alla fine, caro amico lettore, che dire?

A nulla vale chiedere ai ...sapienti dove collocherebbero la cosiddetta “prosa poetica”: risponderebbero che non è la versificazione a distinguere la poesia dalla prosa e che anche la prosa poetica è... poetica quando costringe lo sfortunato lettore a penetrare col sesto senso nell’oscurità delle parole e a indovinare il “non-detto”, mentre, quando si capisce tutto alla perfezione, è piatta prosa... prosastica.

Così va il mondo o...così è se vi pare. Sic!