domenica 27 settembre 2015

Noi siamo quelli... (Poesia).

Metto qui un mio componimento prosastico contenuto nel mio libro:

I Dolori di un Povero Poeta Prosastico



NOI SIAMO QUELLI

Noi siamo quelli che
…dimenticano i morti,
ingoiati dal mare,
ammazzati dalla mafia.
Noi siamo quelli che  
…mettono la testa sotto la sabbia, (chi erano? Ah! Si, gli struzzi!)
Noi siamo quelli che
…la vita non vale più un cazzo.
Noi siamo quelli che
…incapaci di fare la rivoluzione.
Noi siamo quelli che
…prima votano Repubblica poi strizzano l’occhio alla Monarchia.
Noi siamo quelli che
…è inutile governarli,
(meglio essere comandati).
Noi siamo quelli che
…tollerano i politici corrotti
(e che li votano pure).
Noi siamo quelli che
…non hanno memoria.
Noi siamo quelli che
…più veloci della luce.
Noi siamo quelli che
…andarono in America,
come scopritori,
ma anche come emigranti.
Noi siamo quelli che
…con la mafia si deve convivere.
Noi siamo quelli che
…forti con i deboli e deboli con i forti: ammazzano i cinghiali, spaccano il culo ai passeri e schiacciano le formiche.
Noi siamo quelli che …sopportano sempre:
l’Italicum e pure l’Italicus.
Noi siamo quelli che
...siamo tutti uguali.
Noi siamo quelli che
...non se ne salva nessuno.


smr



sabato 26 settembre 2015

Ottobre.

Ottobre, al mio paese, è da sempre anche il mese del bagolaro maturo. Un piccolo, trascurabile frutto tondo che, da quando nasce a quando è maturo, diventa di tutti i colori: bianco, giallo, verde, rosso, marrone, infine (quasi) nero. 50 sfumature di colori, tutti naturali e bellissimi, altro che ...di grigio! Ha poca polpa (peccato!) e un ossicino al centro, ma è dolcissimo. Sa di un misto di carrube, giuggiole e liquirizia. Qualcuno dei miei piccoli amici con cui facevo le scorribande lo schiacciava tra due pietre e lo mangiava con tutto l'osso, praticamente disintegrato dalla sassata. Oggi i bagolari non li cerca più nessuno, nemmeno gli uccelli. Gli addetti della forestale li piantano come alberi ornamentali e per fare fresco sui marciapiedi: hanno una grande chioma verde e possono raggiungere i 15 metri di altezza. E mio figlio, quando l'altro giorno insieme ci siamo passati accanto passeggiando, non era minimamente interessato a conoscere i miei piccoli, trascurabili aneddoti sul bagolaro e sulla mia fanciullezza. Ahimè!

martedì 22 settembre 2015

L'Autunno, oggi.

L'autunno al mio paese ....è la stagione dei ciclamini, quei fiori viola, piccoli, trascurabili, quasi invisibili ...ai più, che crescono ai bordi delle strade di campagna. Sopravvivono poco, hanno una vita breve, muoiono subito, di freddo, mangiati dal ghiaccio che li cristallizza e li spezza. Ma, fin quando sono in vita, emanano un profumo inebriante, che se la batte con quello acre dei carrubi, anzi dei funghi saprofiti che colonizzano i tronchi dei carrubi, e anche con quello che si alza dai mucchi di foglie bagnate che marciscono a terra. Per non parlare di quello intenso e irripetibile che si sparge nei vicoli del mio paese che ospitano quelle oscure cantine, zeppe di botti e di tini, dove si fa il vino. L'autunno, grigio, umido, uggioso, freddo, sembra brutto, ma non lo è. Anzi, per alcuni di noi, potrebbe addirittura essere bello, solo che richiede che sia attrezzati per saperne cogliere certi piccoli particolari, certe sfumature che non tutti sono in grado di cogliere.


domenica 20 settembre 2015

L'Autunno, domani.

metto qui un breve brano dal mio libro:

STORIE DAL PAESE DEI CICLAMINI.



L'autunno al mio paese ....è la stagione dei ciclamini, quei fiori viola, piccoli, trascurabili, quasi invisibili ...ai più, che crescono ai bordi delle strade di campagna. Sopravvivono poco, hanno una vita breve, muoiono subito, di freddo, mangiati dal ghiaccio che li cristallizza e li spezza. Ma, fin quando sono in vita, emanano un profumo inebriante, che se la batte con quello acre dei carrubi, anzi dei funghi saprofiti che colonizzano i tronchi dei carrubi, e anche con quello che si alza dai mucchi di foglie bagnate che marciscono a terra. Per non parlare di quello intenso e irripetibile che si sparge nei vicoli del mio paese che ospitano quelle oscure cantine, zeppe di botti e di tini, dove si fa il vino. L'autunno, grigio, umido, uggioso, freddo, sembra brutto, ma non lo è. Anzi, per alcuni di noi, potrebbe addirittura essere bello, solo che richiede che sia attrezzati per saperne cogliere certi piccoli particolari, certe sfumature che non tutti sono in grado di cogliere.


SMR

sabato 19 settembre 2015

Un sogno... vero!

dal mio libro: I Dolori di un Povero Poeta Prosastico.



Dormo in auto due ruote sul marciapiede due sull’asfalto poco lontano da me l’uomo si avvicina all’altro uomo e sferra un pugno l’altro si piega in due si torce ma non reagisce non può non ce la fa non vuole vagoni di legno e canne e paglia con le ruote carichi di bestie da circo aggrappate alle sbarre eccitate urlanti avanzano lungo il viale spinti e trascinati a mano dagli inservienti in livrea il convoglio ondeggia paurosamente pericolosamente prima a destra poi a sinistra rischiando di cappottare prima rasenta il muretto di cinta della scuola poi passa sul marciapiede di fronte la processione del santo patrono all’imbocco di piazza quercia col parroco in testa il sindaco e quelli della confraternita di san giuseppe vestiti di bianco e d’azzurro aspetta di partire la campana suona le luci si spengono tutto sfuma dissolvenza…

E’ un sogno! Un sogno vero! (badate, non ho scritto: è un sogno, vero?) Solo che detto così suonerebbe come un ossimoro perfetto, ma io l’ho fatto davvero questo sogno.

lunedì 14 settembre 2015

Il mio primo giorno di scuola.

metto qui un breve brano estratto dal mio libro:

"Passeggiate nella memoria profonda di un ragazzo di paese"


A parte qualche episodio drammatico e qualche punto di sutura sulle ginocchia la mia vita scorreva abbastanza tranquilla. Anzi posso dire che era abbastanza soddisfacente. Prima, fino a qualche decennio fa, per stare bene dovevi stare bene davvero. Oggi per poter dire di stare bene, ti basta non stare troppo male. Nell'ottobre del 1962, l'anno in cui morì mia nonna, papà decise che potevo andare a scuola, avevo poco più di cinque anni. Mi ricordo come fosse ora il mio primo giorno di scuola. Ecco la scena come in una fotografia che ho in mente da allora. E' una bella giornata di sole, mia madre in piedi, davanti al tavolo della cucina, un po’ china su una coperta militare grigia e bianca, piegata per fare spessore. Stira il mio grembiulino blu, col colletto bianco inamidato e il nastro azzurro. Ogni tanto sputa sulla piastra del ferro per sincerarsi che sia rovente; se non è abbastanza caldo lo rimette sul fornello della cucina, che sta acceso alle sue spalle. Dall’altra parte della stanza, mia sorella, è già pronta, armeggia per un po‘ con la sua cartella. Lei è già esperta, andrà in quarta. Ci mette dentro tutto quello che le occorre: due quaderni, due penne, due lapis, un astuccio di colori a cera, la squadra, il righello. La colazione, pane burro e marmellata, incartata per bene, la mette nella tasca esterna per non sporcare tutto il resto. Alla fine soppesa la cartella. E' leggera e maneggevole. Lo resterà almeno fino a quando non ci metterà dentro i sussidiari. Poi arrivano sul pianerottolo Sergio e Teresa, gli amichetti del piano di sotto, che vanno in classe con mia sorella. Tutti insieme scendiamo le scale e ci avviamo a piedi verso l'edificio scolastico. Sono un po’ elettrizzato, ma non come quando presi la scossa. Mio padre ha a che fare con la scuola, ma non fa parte del nostro teatrino. Lui esce da casa sempre un po’ prima di noi. Passa in piazza, compra le sigarette e il "Messaggero", si ferma a parlare con gli amici di politica e di calcio. Poi incontra i colleghi maestri e, durante il percorso a piedi, parla piacevolmente di programmi scolastici e di libri. Lui di mattina insegna; di pomeriggio fa il bibliotecario al Centro di lettura.

smr

giovedì 3 settembre 2015

I dolori di un povero poeta prosastico - Exergo.

metto qui lo scritto pubblicato in Exergo del mio libro "I Dolori di un Povero Poeta Prosastico"


“Che notizia meravigliosamente buona che tu apprezzi il mio libro, perché si scrive soltanto una metà del libro: dell’altra metà si deve occupare il lettore.” Così scriveva, qualche decennio fa, J. Conrad. Noi, oggi, modestamente, desideriamo chiuderla qui, una volta per tutte, la trita, e anche un po’ triste, faccenda secondo la quale lo scrittore sia da considerare solo autore parziale della sua opera, supponendo che ne abbia scritto una prima metà (e, ugualmente, faccia il poeta) e che l’altra metà, la seconda metà dell’opera, tocchi di perfezionarla al lettore. Ché nessuno sano di mente comprerebbe mai mezzo libro, o leggerebbe mezza poesia, se sapesse che deve scriverne lui la seconda metà mancante. Piuttosto, diciamo, più opportunamente, che il lettore legge quello che vuole, dal libro (intero) o 8 dalla poesia (anch’essa intera, per carità!), e che lo stesso lettore aggiunge quello che nessuno ha scritto: non lo scrittore né il poeta. Intero, infatti, non significa affatto pieno, e la bellezza di un buon libro o di una poesia azzeccata, la fa proprio il lettore leggendolo/a e, soprattutto, apprezzandolo/a (ap)pieno e interamente."

smr

giovedì 13 agosto 2015

Con un amico di vecchia data, tra Coreno Ausonio e Supino.

Metto qui un brano tratto dal mio libro

CRONACHE DAL PICCOLO BORGO DELLA PIETRA MILLENARIA



Il mio amico Dante Cerilli è persona aperta, conviviale e allegra, nella vita privata e anche in quella pubblica talvolta, ma schiva e discreta, direi addirittura sotto collocata, per quanto attiene alla sua "professione" di fine intellettuale, conoscitore e cultore di letteratura italiana e critico letterario. Non gradisce molto che si parli di lui mettendo in mostra i suoi svariati talenti: a soli 45 anni, infatti, è poeta; fondatore ed editore della rivista trimestrale di letteratura le Pagine Lepine; scrittore; critico letterario; musicologo, compositore e, per non farsi mancare niente in fatto d'arte, pianista eccellente. Io voglio interrompere questa prassi di discrezione, quasi di pudore della modestia, per consigliare agli amici che mi leggeranno - se lo sapesse mi ammazzerebbe - le poesie contenute nel volumetto Piccolo volo leggièro, parte della collana All'insegna delle Pagine Lepine (n.10), pubblicato per i tipi di Samperi Editore nel 2007. Costituiscono il mio ringraziamento personale a Dante per avere tanto gentilmente accettato e con tanto impegno e professionalità svolto il ruolo - che, peraltro, gli è congeniale - di relatore per la Presentazione del libro dell'altro amico Roberto Tortora Quattro quadri per una spiaggia d'inverno, secondo evento della serie Incontri con l'autore di cui, sono ideatore, curatore e realizzatore, sotto l'egida del Comune di Coreno Ausonio, inserito nel cartellone organizzativo della "Estate Corenese 2010". Leggetele, godetele e tenetele a mente col nome dell'autore: tra qualche anno, in un futuro di 69 maggiore esperienza e maturità che si annuncia sfolgorante, certamente ne risentirete parlare. Ragazzi, questa è POESIA! A dirlo non sono io, o meglio non solo solo io, ma l'autorevolissima voce di Giorgio Bàrberi Squarotti: ...."Molto breve e rapida è la nuova raccolta di versi di Dante Cerilli, ma è tuttavia esemplare per sapientissima e ricchissima capacità di variazioni e di ritmi, di vicende, di esperienze, di tempi, di emozioni, di visioni, di riflessioni, fra la divina malinconia e il fervido gioco" (...) "E' l'armonia più limpida e incantata della poesia di Cerilli, in questa perfetta sublimazione di visioni e di musica delle forme e delle figure." (Da Testimonianza, per Piccolo volo leggièro)

Ieri sera, a 5 anni esatti dal mio "Incontro con l'autore" dell'estate del 2010, dedicato allo scrittore e critico letterario Roberto Tortora e alla sua raccolta di racconti "Quattro quadri per una spiaggia d'inverno, finalmente ho potuto personalmente consegnare al prof. Dante Cerilli, eccellentissimo critico letterario, in visita personale, il tozzetto ricordo creato in pietra di Coreno Ausonio, offerto all'epoca dall'amministrazione comunale.



Domenica 23 Agosto 2015 sono stato ospite nel suo paese natale Supino (FR) per una delle mie scorribande paesologiche alla scoperta dei misteri di una delle cittadine più belle e antiche della Ciociaria, di cui renderò conto nel mio prossimo libro: Paesologo per caso - Volume 5.










venerdì 7 agosto 2015

Due mie poesie sulla pioggia.

Metto qui due mie poesie che hanno come tema la pioggia, la prima; come tema la pioggia e l'estate la seconda.
Sono tratte rispettivamente la prima, PIOVE STASERA, dal mio libro:
"I Dolori di un Povero Poeta Prosastico"



PIOVE STASERA

“Piove stasera/
sulla cima del monte Petrella/
piove sulla stazione di emissione e sulle alte antenne/
piove sui pannelli solari/
piove a poca distanza dalla cima/
piove sulla piattaforma di atterraggio, in cemento, per l'elicottero della manutenzione/
piove sulle querce robuste e sugli alti lecci/
sui carrubi rocciosi e sui roveri torti/
piove anche sui castagni e sui tetti del vecchio borgo dell'antica spinei/
piove su di me/
sulla mia testa calva/
sulle mie spalle/
sulla mia malinconia e sui miei ricordi/
ma domani, forse, il tempo sarà sereno/
o, forse, farà freddo, ma di sicuro non pioverà/
domani, finalmente, il tempo sarà bello/
il sole, in cielo, ancora una volta, sorgerà.


La seconda, UNA STRANA ESTATE, dal libro: "C'é un vecchio gelso fronzuto proprio sotto casa mia."


UNA STRANA ESTATE

Le ragazze vestite di veli/
le braccia a cingersi i fianchi/
passeggiano ostinate/
coi seni irti e i capelli scomposti/
per terra la pioggia disegna strani percorsi/
il vento mulina le foglie/
e gli alti schizzi del fontanone in fondo al parco.


smr

giovedì 6 agosto 2015

CASTRO DEI VOLSCI, FR. (A Casctre!)

dal mio libro: Paesologo per caso (Volume I)



Domenica 25 novembre 2012

Castro dei Volsci (Fr). 

https://www.youtube.com/watch?v=HaB_ZVGsSyQ&feature=youtu.be


  • Nel mio ostinato peregrinare per lavoro lungo tutte le strade della provincia di Frosinone e di Latina l'altro giorno sono arrivato a Castro dei Volsci, un paesone di 5.000 abitanti, messo a metà strada tra Ceprano e Amaseno. A ...Casc'tre, come si dice in dialetto ciociaro stretto. Il paese vecchio, quasi un presepe, sorge su un'altura dalla quale il centro storico si annuncia da lontano, trionfante, a gran voce, quasi consapevole della sua bellezza, da qualunque parte il visitatore arrivi, da ciascuna delle tre strade d'accesso: da sud-est; da nord o nord-est, che sia. In basso l'abitato nuovo di Madonna del Piano che si sviluppa tutta su un'arteria principale piena di attività commerciali. In meno di un chilometro ho contato 4 gioiellerie, un barpasticceria, una pescheria, un negozio di bomboniere, una macelleria, una cartolibreria, un distributore di benzina, 59 una macelleria, un'edicola, l'immancabile filiale di una grande banca, perfino un compro-oro e altro ancora che non ricordo. Castro dei Volsci è il paese natale di Nino Manfredi. Mi piace ricordare che la mia terra, la Ciociaria, ha dato i natali a un bel pezzo del cinema italiano del dopoguerra: a Sora è nato Vittorio De Sica e a Fontana Liri Marcello Mastroianni, entrambi i paesi non troppo lontani da qui. Quello che mi ha colpito più positivamente di Castro e che voglio pubblicizzare a gran voce, oltre al fermento mattutino e al via vai ininterrotto di persone e automobili lungo il decumano in leggera salita, è la brillante iniziativa di una giovane imprenditrice locale che è tornata a Castro da Roma per l'ideazione, la progettazione e la costruzione del primo albergo diffuso di tutta la Ciociaria. L'albergo diffuso si differenzia dall'albergo convenzionale perchè invece di avere le stanze tutte racchiuse in un unico edificio, si radica in orizzontale e si diffonde su tutto il territorio del paese. Questa particolare forma d’ospitalità ha tutti gli elementi classici di un albergo come: la reception, la hall, il ristorante e naturalmente le stanze. Però essendo sviluppato particolarmente per piccoli centri storici o borghi antichi, queste parti dell’albergo sono dislocate. Così le varie unità vengono ricavate in diverse case vecchie, spesso piene del loro fascino, preservandole e recuperandole da un abbandono certo e dal conseguente degrado, valorizzandole con un minimo sforzo e rendendole suscettibili di produttività economica allo stesso tempo. L’ospite si trova, così, inserito in un contesto architettonico, culturale, sociale già esistente, 60 diventando un residente a tutti gli effetti, ma senza rinunciare ai moderni comfort: un bagno privato, l’aria condizionata, il panorama sul paesaggio circostante o l'accesso diretto al centro storico. Si può decidere di intraprendere da Castro un lungo ed interessantissimo itinerario nella Ciociaria. Scegliendo di perdersi in un mondo dove passato e presente si incontrano e convivono in perfetto equilibrio ed in una rara armonia. Vi consiglio caldamente di iniziare e terminare il vostro itinerario nella Ciociaria Felix proprio a Castro dei Volsci. E di non lasciarla senza aver effettuato una visita al museo storico e un breakfast per gustare i migliori prodotti tipici. Siamo nel territorio della Mozzarella di bufala di Amaseno D.O.P. e non sarà difficile trovare lungo la strada che costeggia il corso del fiume Amaseno uno o più caseifici dove farne una buona scorta. Io personalmente preferisco la mozzarella di bufala di Amaseno a quella omonima della Terra di Lavoro perché ha un gusto molto più raffinato, meno aggressivo al palato. Tutto merito delle erbe sottili, verdi, fragranti e profumate delle dolci colline ciociare. La Ciociaria Felix con le sue bellezze architettoniche, paesaggistiche, storiche è anche un grande serbatoio di usi, costumi, ricordi, memorie, tradizioni. Dobbiamo riscoprire la "paesologia" che qui esisteva e che abbiamo colpevolmente dimenticato; i paesi sono l'anima e la spina dorsale della nostra nazione, un'anima che va preservata, conservata e custodita gelosamente, come ...una coppa di latte appena munto che non si vuole versare, a nessun costo.

mercoledì 5 agosto 2015

VIVERE E MORIRE IN PAESE


Oggi e' la festa di tutti i Santi, domani sara' la giornata dei morti
Metto qui un brano tratto dal mio libro:
''STORIE DAL PAESE DEI CICLAMINI'
nel quale si parla di VITA ma anche e soprattutto di MORTE.



In un paese piccolo, piccolo come il mio, che non fa nemmeno 1700 abitanti, ogni anno muore almeno l'un per cento della popolazione: 15/17 persone, se va bene, cioè se ne muoiono pochi. Perché, se va male, nel senso che quell'anno ne moriranno molti, allora possono morire anche il doppio: cioè una buona trentina. Vivere in un paese piccolo come il mio è come vivere in tempo di guerra, come vivere durante la guerra, anzi in una guerra che si sta ancora combattendo, che si combatte ogni giorno, ogni settimana, ogni mese, ogni anno. Una guerra lunga e interminabile che, ogni quindici giorni, o quasi, annuncia il suo caduto; aggiorna il conteggio dei suoi morti; conta i suoi caduti totali. Se vivi in un paese piccolo, non sei affatto un cittadino sereno che fa una vita serena, tranquilla, come molti pensano che sia la vita in paese e come, alla fine, meriteresti pure di fare, avendo scelto di vivere in paese piccolo, brutto e dimenticato da Dio e dagli altri uomini. In una città è tutto diverso, penso; ma è diverso specialmente il rapporto con la morte, ne sono certo. Quello che stava seduto al tuo fianco quella mattina in metropolitana e con cui hai scambiato due chiacchiere sul tempo, è morto una settimana dopo, o lo stesso giorno, ma tu non lo sai e non lo verrai mai a sapere; non lo conoscevi e, quando è sceso, eri già pronto a non vederlo più, a non incontrarlo mai più. E non lo vedi più, nemmeno se resta in vita. Quindi è come se fosse morto. E se pure lo dovessi rivedere non lo riconosceresti ed è come se lo avessi visto per la prima volta. Quello che stava davanti a te in fila al supermercato, a cui hai tamponato il carrello, nemmeno lo conoscevi, magari uscendo è stato investito da un'auto o ha avuto un infarto o s'è buttato sotto un treno in corsa, ma tu non lo conoscevi e non lo sai che è morto. E non t'interessa di saperlo. Non ti informi. In un paese piccolo potrebbe non interessarti chi vive e chi muore, nemmeno se non frequentavi il defunto, ma invece ti interessa, deve interessarti per forza, non dipendesse dal semplice fatto che in modo o in un altro vieni a sapere che uno è morto e che fanno i funerali in piazza, e il paese è la piazza; quindi sai che è morto qualcuno, sai chi è morto e sai che lo conoscevi, per forza. 
La tua vita in paese, quindi pare tranquilla, ma non lo è. E' piena di preoccupazione: chi sarà il prossimo? Toccati! Potresti essere tu. La tua vita in paese assomiglia a quella di un soldato. Ricordate il soldato di Ungaretti? "Si sta come d'autunno sugli alberi le foglie." Ecco in paese si sta così, si vive così. Se, invece che in una città, vivi in paese piccolo, sei come una foglia sul ramo, e non solo d'autunno; sei come un soldato, per tutto l'anno. Anzi sei come un soldato appostato in trincea per tutto l'anno e ogni tanto ti arriva la notizia che è morto qualcuno: Giuseppe, e poi che è morto pure Paolo, e poi anche Carlo e qualche giorno dopo se n'è andato anche Lucio e che l'altra settimana, quel brutto male s'era portato Tommaso e che prima di loro, dall'inizio dell'anno, s'era portati Alessandro, Antonietta, Filippo e Maria e Luigia e ... .Tutta gente che conoscevi: amici, conoscenti, parenti, affini, coetanei, vicini di casa, vecchi compagni di scuola o di giochi, insomma i tuoi compaesani ...i tuoi commilitoni. Poi dopo che ti hanno detto: lo sai chi è morto? E' morto Tizio; hai realizzato chi era; ti sei ricordato il suo volto; e ti ricordi pure che l'hai incontrato due giorni prima e magari ci avevi pure parlato, devi convincerti che non lo rivedrai più, mai più. Da quel momento in poi puoi solo sperare d'incontrarlo in Paradiso. Intanto, però, vai a far visita a casa, saluti i parenti, li baci li abbracci e gli stringi la mano, torni a casa; ti vai a preparare per andare al rito funebre e per accompagnarlo al cimitero, il giorno dopo. Se ti era amico lo fai con partecipazione e convinzione e commozione; se non era un amico, ma un semplice conoscente, ci vai lo stesso sennò non ti vedono e può sembrare un'offesa; se, peggio ancora, ti stava sul cazzo, vale la regola del "parce sepulto": al funerale devi partecipare lo stesso; metti da parte le incomprensioni e le liti pregresse, le antipatie, e le quintalate di screzi e, in nome della carità cristiana che si deve almeno ai defunti, vai al cimitero, magari facendo anche una faccia triste, contrita, il più possibile adatta all'occasione ferale di cui non ti importa niente. Quel gesto penoso di accompagnare il defunto nel suo ultimo viaggio ormai pare sia rimasto l'unico momento in cui, nei piccoli paesi, si esalta ancora un senso di umana partecipazione alla comunità, un sentimento d'amore, di compassione e di mutualità verso il tuo prossimo evangelico, che tra i vivi e i vivi non esiste più; si sostanzia ormai solo nei rapporti tra i vivi e i... morti. E si, perché la vita nei piccoli paesi non è più quella di prima. E non sto parlando di secoli fa. Sto parlando di soli trenta, quarant'anni fa. Non bisogna andare molto indietro per capire che quella vita non esiste più e con essa non esistono più certi valori, certi sentimenti, certe necessità, certi usi e abitudini che la rendevano peculiare, piacevole, o almeno più sopportabile e, comunque, migliore di quella attuale. Quarant'anni fa la morte di un vecchio era peggio della morte di un bambino, di un giovane o una persona di mezza età: la morte di un vecchio era una vera, grande tragedia comunitaria; era la fine di una lunga storia di vita; era come veder abbattuti da un fulmine una vecchia quercia o un ulivo secolare; era come veder crollare un monumento antico o un palazzo nobiliare per un terremoto disastroso; come vedere distrutto un pezzo d'arte prezioso o un'insostituibile porzione della società. Perché i vecchi erano tenuti in altissima considerazione. Per l'aiuto che avrebbero potuto ancora dare in consigli, per i loro ricordi, per la memoria dei fatti, delle storie antiche, dei posti, delle persone. E non solo dalla loro famiglia, ma dall'intera società. 
Oggi quando muore un vecchio sembra che ci siamo tolti un problema, un peso, un impiccio, un dente cariato. E, per giunta, non avremo più badanti per casa che parlano lingue strane: altro sollievo! "Tanto era vecchio!" si dice e di lui, ne la famiglia ne la società, rimpiangeranno niente. Nemmeno la pensione, intascata intera dalla ingombrante e indiscreta badante rumena. 
Oggi in paese non muoiono più tanti piccoli. Prima ne morivano di più: ed erano tragedie strazianti, che segavano le ginocchia alla comunità. Il morale dei paesani si risollevava a fatica solo dopo molte settimane. Nel cimitero del mio paese c'è una sezione dedicata alle bare bianche. Sono anni, forse decenni, che non muore più un bambino. Per fortuna. La medicina ha fatto enormi progressi. Le malattie infantili non sono più mortali (da noi) e possono essere diagnosticate precocemente, alcune tra le più gravi anche prima della nascita. La vita si è allungata, e i bambini, che sono sfuggiti alla morte precoce, diventeranno adolescenti, poi giovani, poi adulti e forse vecchi. E quando saranno diventati grandi e avranno messo su famiglia si ammaleranno e moriranno più tardi, magari di cancro, di cuore o di diabete, ma potranno almeno dire di essere venuti al mondo e di aver vissuto qualche decennio. 
A pensarci bene una persona che vive fino a 80 anni, che può essere considerata una bella età ma non certo un'età veneranda, ha vissuto solo 960 mesi, circa 28.800 giorni, più o meno 700.000 ore. 
A pensarci bene mica poi così tanto! 
Ma, sapete una cosa? Vivere e morire in paese, non è poi così diverso che vivere e morire in qualsiasi altro posto del mondo. 

martedì 4 agosto 2015

LA VERSIONE DI BARNEY

Ieri, in prima serata su Iris, abbastanza alla chetichella, è andato in onda il film "La Versione di Barney". Ho pensato che, siccome, non tutti i mali vengono per nuocere, per un fastidioso mal di schiena non sono uscito (altrimenti sarei andato alle Fratte), e l'ho visto. Da solo, come piace a me. "La versione di Barney" è un gran bel romanzo dello scrittore ebreo canadese Mordecai Richler. Il libro, pubblicato nel 1997, è, appunto, il racconto della vita dell'ebreo canadese Barney Panofsky, scritta in forma di autobiografia. Richler ha sempre smentito che Barney fosse in qualche modo un suo alter ego, anche se esistono numerose analogie fra la vita dell'autore e quella raccontata nel suo romanzo. Ma si sa: l'autobiografismo è la prima forma di letteratura. 
Il libro ha avuto grande successo internazionale, e in particolar modo in Italia, dove, sdoganato da Giuliano Ferrara e dalla sua simpaticissima consorte, nel 2001 è divenuto un vero e proprio caso letterario con più di 100.000 copie vendute. A me lo passò Zio Pino, il mio pusher-guru letterario. Chi altri? 
Nel 2010, finalmente, è stata realizzata una trasposizione cinematografica del romanzo: diretta da Richard J. Lewis e interpretata da Paul Giamatti e da Dustin Hoffman, presentata in concorso alla 67ª Mostra del Cinema di Venezia.  Il romanzo è molto bello, molto ben scritto, ti prende e non ti stacchi fino all'ultima pagina, sebbene sia un tomo ponderoso, ma pieno di invenzioni e di battute esilaranti. In certi passaggi a me è capitato di ridere da solo. Tranne qualche bella scena e le tre protagoniste femminili, belle e brave, l'ho trovato molto noioso. Il protagonista, poi, lo detesto. Insomma, a me non è piaciuto! E, purtroppo, il film conferma anche, qualora ce ne fosse ancora bisogno che tranne casi rarissimi, 99 su 100, qualunque regista non riesce ad eguagliare qualunque autore del libro.
Una curiosità: probabilmente proprio dal libro prende piede la leggenda metropolitana secondo la quale il sommozzatore viene succhiato dal Canadair che attinge acqua dal lago e viene trovato morto su una montagna. Nel caso è il migliore amico di Barney. E, del resto siamo in Canada, dove quell'uso antincendio nasce.


mercoledì 22 luglio 2015

Ricordo di mio padre a 31 anni dalla sua morte.




Quest'anno ricorre il decimo anniversario della pubblicazione del mio primo libro, la raccolta di racconti paesologici ''Le Stagioni della Latttaia''. E ricorre anche il 31° anniversario della morte di mio padre Ruggiero Antonio, detto l'Americano, metto qui l'intero capitolo del mio libro dedicato a lui.


Piccola Storia n. Sette: L’aula di mio Padre. 
(1928-1990) 


   Per chiunque sarebbe problematico - se non impossibile - mettere a confronto un uomo e un luogo. Anche se il luogo è dove una persona, quasi fondendosi con quello, ha passato una buona porzione della sua vita. Ma per me mio padre e la sua aula si somigliavano davvero. Gli accredito alcune caratteristiche comuni. Potevano apparire, secondo i momenti e le occasioni, ugualmente austeri e solenni o ridenti e informali, severi e spartani o aperti e accoglienti. Potevano essere, secondo le necessità, sobri, rigidi, seri, oppure diventare esuberanti, duttili, perfino divertenti. Come? Cercherò di spiegarlo più avanti. Mio padre era maestro, insegnava alle Elementari. L’ha fatto per più di trent’anni. Quasi tutti passati nell’aula ospitata al primo piano della scuola. Immediatamente dopo l’androne - dove attacca il lungo corridoio che una volta portava al refettorio. Quando lo percorro, ancora mi sembra di fiutare nell’aria l’odore del latte condensato che le cuoche ci servivano a colazione - tutte le sante mattine. Non andava meglio a pranzo - ci toccava una sbobba di riso e fagioli. Come spesso succede quando si è piccoli, l’aula, già enorme, mi appariva immensa, smisurata. E lo diventava ancora di più per l’intensa luminosità che, acquisita con le prime luci dell’alba, conservava per l’intera giornata. Quell’invidiabile pregio proveniva dalla scelta azzeccata di orientare a mezzogiorno i due finestroni. Adesso è cambiato tutto, solo i muri sono gli stessi. Allora, a destra della porta d’ingresso, sul lato più corto, c’era una grande lavagna - da sempre nello stesso angolo. Messa di sbieco, rispetto allo squadro delle pareti, per consentire alla classe di seguire perfettamente, da ogni prospettiva, le sue spiegazioni. Sovente il maestro impartiva da lì, in piedi, le sue lezioni. Più avanti la cattedra. Rialzata su un’ampia pedana di legno - come era in uso in quegli anni. Serviva a creare negli alunni un sempre utile metus. Alle spalle del maestro, inchiodato al muro, il crocifisso - di norma in un paese di radicata confessione cattolica - corredato dall’immancabile rametto d’ulivo coperto da uno strato di polvere spesso un anno. Spuntava sulla testa del cristo - infilato tra le spalle e la piccola croce di legno. Quel piccolo ramo benedetto era offerto con reverenza - per la ricorrenza delle Palme - da un alunno zelante. Lo stesso che era solito fornire ingenuamente la bacchetta, sempre d’ulivo, che poi sperimentava per primo. Ne saggiava l’elasticità e l’efficacia dei colpi stendendo arrendevole le piccole mani, con le palme rivolte verso l’alto - in piedi davanti a lui. Sotto al crocifisso la foto del Presidente. Allora - mi sembra - era Segni. Sul lato destro dell’aula un armadio marrone di fòrmica e ferro che mio padre teneva chiuso a chiave. Dentro, ordinatamente disposto sui ripiani interni, c’era quanto potesse servirgli per l’attività didattica. Poche cose. I registri di classe; blocchi da disegno con fogli ruvidi e lisci; cartelle per documenti; pile di quaderni a righe e a quadretti con copertina nera e profilo delle pagine rosso; penne Bic blu e nere raccolte in fasci tenuti con l’elastico; lapis di grafite; matite colorate metà blu metà rosso indispensabili per le sue correzioni; risme di fogli formato protocollo per i compiti in classe; una scatola di latta contenente qualche galletta per uno spuntino veloce; caramelle alla menta per lui, mou per premiare decorosamente l’acume degli scolari; giochi elettrici fatti artigianalmente con fili luci campanelli e pulsanti, costruiti per verificare i riflessi e la preparazione; un’utile spillatrice a pinza verde; una maglia di lana da impiegare per un rapido cambio. Succedeva spesso che sudasse giocando a pallone coi ragazzi. Ricordo che l’intervallo della sua classe costituiva l’invidia dell’intero istituto. Era l’unico maestro che portava fuori gli alunni, per farli giocare a pallone in cortile - maschi e femmine, insieme. Tutti gli altri - compreso me, la mia classe e il resto della scuola - uscivano una sola volta l’anno - non certo per giocare a pallone. In autunno inoltrato. Quando c’era la Festa degli Alberi. In fila per due. Evviva! La lunga parete a sinistra della porta, la più spaziosa, ospitava le smisurate carte geografiche d’Italia, d’Europa, del Mondo; acquerelli scelti tra i lavori migliori degli alunni più promettenti; un gigantesco abbecedario illustrato, con disegni a colori pastello, che aveva pitturato lui stesso. In fondo all’aula si stagliavano due grandi stipi di legno, con ante di vetro trasparente. A malapena riuscivano ad ospitare i libri in carico alla biblioteca. Poche centinaia, ma stretti, pressati - come dovessero schizzare fuori da un momento all’altro. Infilati di taglio sui ripiani, in perfetto ordine, rivolti in favore dello sguardo di chi li cercasse. Tutti immancabilmente riportavano, incollata sul dorso, la lista grigia di catalogazione. Tre righe, vergate a mano in calligrafia con la sua stilografica. In mezzo alle librerie il maestro aveva accatastato i pochi libri residui, i meno richiesti, quelli da restaurare, le riviste, i settimanali dei quali il centro di lettura aveva l’abbonamento. Tutto quello che serviva per le attività ricreative era stato appartato ordinatamente dentro capaci scatoloni di cartone. Spiccavano su tutto il resto due o tre paia di guantoni da boxe in pelle. Li conservava gelosamente dalle sue esperienze giovanili - come fossero sacre reliquie. Gli servivano solo per scambiare allusioni di pugni con i più audaci. I pochi che osavano accettare la sua sfida. Stavano insieme a diversi palloni di gomma e di cuoio marrone, alcuni gonfiati, in attesa d’essere usati, altri ancora sgonfi, tenuti di riserva; corde da allenamento coi manici di legno per saltelli sul posto; cavalletti di metallo per la corsa ad ostacoli; quant’altro fosse utile per gli sport che si praticano all’aria aperta. La stanza era illuminata da due grandi lampadari sferici. Li chiamavo confidenzialmente globi. Erano fatti di un vetro opaco. Pendevano minacciosi dal soffitto, sostenuti miracolosamente da sottili tubi di metallo. Non passavo mai sotto la loro perpendicolare. Avevo una fobia: che si staccassero all’improvviso e, cadendo a piombo, mi colpissero in testa. Allora erano insostituibili accessori che trovavi in tutte le scuole e in tutti gli uffici pubblici. Oggi non si usano più. Mi capita di vederne qualcuno al mercatino. Sono considerati oggetti di modernariato. Nella sua aula, di mattina teneva le regolari lezioni scolastiche. Di sera la mutava in biblioteca. Per tutti diventava il Centro di Lettura. L’aula di mio padre e il Centro di Lettura erano la medesima cosa. Iniziai ad entrarci da piccolo. Non avevo ancora tre anni - da poco avevo imparato a camminare con speditezza. Prima lo facevo solo per salutarlo o per rivedere i suoi alunni. Avevo finito per conoscerli tutti ed ero diventato la loro mascotte. In seguito ci andavo a prendermi i romanzi di Salgàri. Quando imparai a leggere continuai ad andarci quasi tutti i giorni. A ripensarci ora mi accorgo che da piccolo passavo molto più tempo assieme a mio padre. Quando ho iniziato a volare da solo, i nostri rapporti si sono fatti, gradualmente, meno assidui. Anche quando la sua destinazione mutava, l’aula di mio padre restava densamente popolata. Era anche l’unico posto in paese dove ci si potesse incontrare e, magari, fare un po’ di salotto. Non c’è più un posto come quello. Lo chiamano progresso. Ma non tutta la modernità produce vero progresso. Nelle poche ore in cui era aperta, la biblioteca era molto più frequentata dell’unico bar che avevamo in paese. Ci andavano gli scolari che avevano seguito le lezioni del mattino; appassionati lettori; molti adulti; i ragazzi della squadra di calcio. In pratica tutti quelli del paese. All’epoca in paese si giocava solo al pallone. Non era raro sentire drappelli di giovani che, incontrandosi per strada, si chiedevano: ”Andiamo al centro di lettura?”. E s’avviavano in gruppo, verso l’edificio scolastico. Chi ci andava in genere lo faceva per consultare le grandi enciclopedie. Allora nessuno le possedeva, solo il Centro di lettura le aveva. Ora sono su CD-Rom. Oppure ci si andava per prendere in prestito le opere dei narratori classici. I best-sellers non c’erano - o ci erano sconosciuti. La nazionalità dello scrittore era ininfluente sulla scelta del libro. Che gli autori fossero inglesi o russi, francesi o italiani, costituiva particolare totalmente trascurabile. Interessava solo poter trovare quello che oggi, con una punta di snobismo, si sente sempre più spesso definire cibo per la mente. Evidentemente allora si mangiava di più, ma quel nutrimento era raro e costoso. Come per una strana metamorfosi, ogni sera, dal lunedì al venerdì, per tre ore, dalle sedici e trenta alle diciannove e trenta, la destinazione dell’aula cambiava. Tutto quello che di giorno ne costituiva l’arredamento scompariva agli occhi dei frequentatori. Si continuavano ad usare solo i banchi e gli scaffali. I registri di classe rapidamente sostituiti da un massiccio brogliaccio, sul quale mio padre, preoccupato di tenerlo in perfetto ordine, provvedeva ad annotare con la stessa precisione i prestiti e le rese. Forse esiste ancora, coperto di polvere, dimenticato in uno scatolone, tra le vecchie cose senza vita della biblioteca che oggi sarebbero ancora utili. Anche la lavagna mutava il suo utilizzo consueto. Accadeva di regola il venerdì sera. Era in vista la partita del Campionato di Terza Categoria. Allora diventava strumento indispensabile per illustrare gli schemi calcistici che lui stesso aveva ideato. Li spiegava ai giocatori accompagnandoli a lunghi discorsi. All’epoca mi parevano noiosi. Persino indecifrabili, in certi passaggi. A volte ricorreva pure a ridondanti frasi in latino. Pochi le capivano davvero - quasi nessuno. Ma lui non voleva sfoggiare la sua cultura, nemmeno mettere in difficoltà i suoi ragazzi. Lo faceva, con autorevolezza che allora m’incantava, solo per rafforzare i concetti. Cominciai a sentire “ubi maior minor cessat” - lo diceva sempre - e altre strane frasi in latino, proprio da lui, al Centro di Lettura. Al rapido tracciato del rettangolo di gioco faceva seguire un florilegio di frecce, numeri, direzioni, spostamenti, che delineava con tratto sempre preciso, quasi con pignoleria. Usava gessetti bianchi o colorati. Spiegava ripetutamente tutti i movimenti. Li ripeteva fino a quando i giocatori non li avevano mandati a memoria. Coinvolgeva tutti nella discussione, in una sorta di accademia del calcio. Aveva adottato una specie di alto metodo socratico applicato al pallone. Tutti dovevano dimostrare di essere in grado di riprodurli fedelmente su un vero campo da giuoco. Alla fine della lezione lo accertava interrogandoli. Non smetteva mai d'essere maestro. Era buio già da un po’ quando spegneva le luci, chiudeva a chiave le porte e i suoi ragazzi sciamavano in Piazza della Quercia. Puntuale, alle otto di sera, uno scoppio di tosse da fumo e il pesante portone di casa sbattuto con forza alle spalle - per bloccare il chiavistello di ferro - ci avvertivano che era arrivato in fondo alle scale di casa. Finalmente tornava da noi. L’unico abilitato a rimboccarci le coperte. Oggi, a più di quarant’anni da quei giorni felici, passo sempre davanti alla scuola. E’ sulla strada che percorro ogni giorno - non molto lontano da casa. Non entro mai. E’ ancora doloroso. Non posso dimenticare chi c’era - quello che vi accadeva. Lo rivedo come nei fotogrammi rallentati di un film. Ci riesco con naturalezza solo quando si vota. Quando l’organizzazione dei seggi, per due o tre giorni, stravolge l’aspetto dell’aula che apparteneva a mio padre. Ma questa è un’altra storia. Solo una volta ho trovato il coraggio e la forza d’entrare. Ero da solo. Il portone schiuso e l’edificio apparentemente deserto costituivano una tentazione troppo grande. Non ho resistito. Ho fatto il gran passo. Non l’avessi mai fatto. Dentro quel guscio, ormai vuoto, mi sono sorpreso a considerare, con concretezza mista a delusione, che l’aula di mio padre non ha più la stessa luce di allora. Un bel giorno qualcuno ha deciso di blindare le grandi finestre con due pesanti inferriate grigie. Quelle inferriate, tristi e grigie, e l’assenza, ancora più triste e grigia, del maestro, hanno oscurato, per sempre, ai miei occhi .....l’aula di mio padre. 



Ancora due o tre cose sull'Americano.... era mio padre. 

Da piccolo ho sempre pensato che mio padre fosse l’uomo più forte del mondo. Forse l’idea non è proprio la più originale, dato che, probabilmente, tutti i figli, da piccoli, pensano lo stesso dei loro padri. Lui però aveva davvero un fisico roccioso. Pareva una statua scolpita in un blocco di granito. Vigeland: ne ho visto centinaia, plasmate come lui. Conservo una sua fotografia fatta al mare. E’ l’emblema di quanto vado dicendo. Era giovane - avrà avuto neanche trent’anni - e un autentico atleta. Sostiene mio zio a cavalcioni sulle spalle, e due amici con la sola forza delle braccia e delle gambe piantate saldamente nella sabbia. Sorride. Appare divertito. Per nulla affaticato dallo sforzo - che pure doveva essere immane. Mio padre è morto già da quasi vent'anni – mi sembra ieri. Se n’è andato quando tutti avevamo ancora bisogno di lui. Ce l’ha portato via un cancro allo stomaco. Causa del decesso: Adenocarcinoma Gastrico. L’unica malattia che temeva davvero. Tutte le altre le avrebbe prese a calci nel culo. Quella no. Di quella aveva veramente paura. Si era convinto che anche sua madre - mia nonna - ne fosse morta. E anche lei prematuramente. Lui stava già cominciando a morire. Ma nessuno di noi s’è accorto che era gravemente ammalato. Neanche il dottore incapace al quale si era rivolto fiducioso - voleva curarlo col Ranidil?! - che per vedergli dentro lo stomaco gli ha cacciato dieci volte un tubo nero in gola. Solo lui presagiva la fine del viaggio. Ricordo - chi potrà mai dimenticarlo - l’ultimo sguardo rivolto dalla strada, verso casa, in alto, prima di salire in macchina, il giorno che partì per il S. Eugenio. Era avvilito, sapeva che non sarebbe più tornato. Era una luminosa mattina di giugno, ma una notte buia gli era già calata addosso. La sua fine improvvisa a tutti è sembrata una beffa. Proprio l’organo che permette agli uomini di sopravvivere, dentro di lui si è rifiutato di funzionare ancora. Come impazzito, l’ha ucciso. Quel male è ferocemente subdolo. Ti attacca da dentro, silenzioso e invisibile. Ti consuma inesorabile, mentre continui a fare tutto normalmente. Spesso non ti accorgi d’averlo se non quando è troppo tardi. Allora ho capito veramente come siano fragili gli uomini, anche quelli che sembrano forti. Come siamo fragili. Reclamando dall’uomo distratto che stava di guardia il permesso d’entrare da solo nella stanza fredda, ho voluto salutare mio padre per l’ultima volta. Siamo stati insieme per lunghi minuti, ma entrambi eravamo soli. Lui impietrito, avvolto in lenzuolo bianco; io senza parole, raccolto in una preghiera muta, il viso segnato dalle ultime lacrime che avevo da versare. Ma, come per un miracolo, il suo volto non era più sofferente. Papà sembrava guarito - restituito per sempre all’espressione serena di sempre. Quella che nelle eterne settimane precedenti avevo dimenticato. Ho avuto l’audacia di scoprire il suo corpo. Era nudo sotto il sudario. L’ho osservato per interminabili momenti. Ho letto, cucita nelle sue carni, una lunga inutile ferita - testimone della scienza impotente che s’arrende al mistero insopportabile della Vita e della Morte. E’ stata la prova più dura di tutta la mia vita. Sembra mostruoso, ma può essere lecito, scoprirsi a pregare perché una persona che ami non viva più, sofferente, ma si spenga al più presto. Oggi, quando mi capita d’entrare nella chiesa deserta percepisco ancora gli echi del necrologio commosso del suo collega più caro - interrotto dai frequenti singhiozzi degli altri. Uscendo, avverto lontano il crepitio sordo dell’ultimo applauso al passaggio della bara portata a spalla dai suoi amici più fedeli - mentre sulla piazza cala, come un velo pesante, immateriale e dolente, il fiacco rintocco della campana a martello dei morti. Le attività di mio padre hanno contribuito a farne un punto di riferimento nella comunità del paese - per l’istruzione, la cultura e la ricreazione. Gli hanno meritato la considerazione unanime d’eccellente e moderno insegnante. Oltre che di campione impareggiabile nella organizzazione del tempo libero - in particolare del calcio. In paese è considerato l’eroe eponimo del pallone. Al pallone ha legato indissolubilmente il suo nome. Allenava i giovani per farne calciatori, ma in realtà il suo vero disegno era più ambizioso: cercava di formare uomini. Amava anche il pugilato. Quando l’incontro era nobile arte, eleganza e strategia veloce - una danza, un balletto. Non massacro violento. E gli piaceva la caccia. Quella ecologica, se ne esistesse una. Rispettava profondamente la natura e gli animali, e interpretava l’attività venatoria senza accanimento. Era capace di stare fuori un’intera giornata, dall’alba al tramonto, attrezzato di tutto punto, il fucile carico sempre in spalla, la sicura innestata, senza sparare un solo colpo. Non riteneva un fallimento il rientro a casa, dopo una battuta, senza aver ucciso bestiole indifese. Un carniere che restava mestamente vuoto non lo innervosiva. Sembrava invece un evento in grado di procurargli una sensazione di piacevole serenità. Quando era in quello stato gli leggevi negli occhi un benessere quasi euforico. Mio padre è ricordato in paese per l’innata capacità di motivare i giovani e avviarli alla piena autocoscienza. Era abile ad intuire le inclinazioni degli allievi - anche le più nascoste - sapendole indirizzare sapientemente, e senza soperchierie, verso un corretto sviluppo delle attitudini e della personalità. Queste doti non comuni hanno contribuito in modo decisivo al coinvolgimento di generazioni intere ed alla buona riuscita delle sue occupazioni professionali e sociali. Gli hanno fatto guadagnare la stima e la gratitudine degli allievi, ma soprattutto dei loro genitori, che vedevano in lui un ulteriore, insperato supporto per l’educazione dei figli. Mio padre aveva una personalità forte. Era una persona concreta, determinata, in possesso di un carattere schietto e leale, a volte spigoloso, esigente, con parametri di valutazione rigidi. Ma prima di imporli agli altri, aveva provveduto a comandarli a se stesso. In genere gli adolescenti crescendo tendono a sviluppare un rapporto conflittuale coi genitori. Provano un senso d’avversione, li rifiutano, hanno propensione a escluderli dalle loro vite. Come se ne vergognassero. A me non è mai successo con mio padre. Lui era il mio vanto. Una parte fondante della mia esistenza - fin quando c’è stato. E, attraverso i suoi preziosi insegnamenti, anche dopo. Era una di quelle persone, ormai rare, che sceglieva anche di essere impopolare, se serviva a far prevalere la verità. Diceva sempre quello che andava detto, non quello che gli conveniva di più dire; sceglieva sempre di fare quello che andava fatto, non quello che gli conveniva di più fare. Sapeva bene che un tale comportamento intransigente non gli avrebbe procurato certo vantaggi - piuttosto qualche problema. Ma lui prendeva sempre una parte. Era una delle rare persone che ho stimato e ammirato. E che avrei stimato e ammirato molto, anche se non fosse stato mio padre. E se non avessi mille altre ragioni, me ne basterebbe una sola: l’ho visto spendere la sua intera vita per predicare, in ogni occasione utile, ma senza un filo di retorica la correttezza, l’onestà, la sincerità. A giudicare dai risultati ottenuti il suo è stato un lungo inesaudito soliloquio. Mio padre ha cercato d’insegnarmi la bellezza e la straordinarietà della vita; ma anche la complessità e la difficoltà del vivere quotidiano. Forse inconsapevolmente mi ha anche educato al piacere; molto meno al dovere. E, chissà, che per questo motivo in debba essergli grato, ancora di più. Mi metteva costantemente in guardia sugli ostacoli che ognuno incontra se decide di vivere la sua vita pienamente; se si dispone ad assecondare la propria libertà di spirito; stabilisce di esercitare il libero arbitrio. Non mi ha mai consigliato altrimenti, non ha mai tentato di persuadermi, o costringermi, a vivere la mia vita in maniera diversa. Mi ha lasciato in eredità la sua alopecia, ma anche la sua fierezza e la sua personale filosofia di vita - essenziale e sincera. A quella mi sono ispirato, costantemente. Cercando, nel contempo di costruirmene una che fosse solo mia. In passato mi è stata preziosa. Lo è ancora di più in un’epoca di valori ignorati, quando non oltraggiati. Sono perfettamente cosciente di non avere le sue qualità, e anche consapevole delle differenze che ci distinguono. Angustiato dall’intimo convincimento - che a volte si fa certezza - di non poterlo eguagliare, non mi resta che custodire gelosamente l’orgoglio di essere suo figlio. 


smr


lunedì 6 luglio 2015

il mio nuovo libro: Di Streghe e di Janare.

metto qui un lungo brano tratto dal prologo del mio nuovo libro:

DI STREGHE E DI JANARE





Le streghe popolano le notti insonni di tutti i bambini del mondo. Da tempo immemorabile rappresentano lo spauracchio per eccellenza di tutti i piccoli. Che dire di certe mamme che, come a volersi vendicare dei torti che loro hanno subito quando erano bambine, minacciavano di chiamare la strega ogni volta che i figli facevano i capricci? Al mio paese la strega si chiama janara. Un nome che condivide con tutta l’area centromeridionale d’Italia. Questo perché fino al 1927, anno in cui venne istituita la Provincia di Frosinone, Coreno Ausonio ricadeva nel territorio dell’Alta Terra di Lavoro, l’attuale provincia di Caserta, ergo regione Campania. Le notti insonni dei bambini del mio paese furono popolate, quindi, dalle janare. Contrariamente alle streghe, che hanno come corrispondente maschile gli stregoni o i maghi, la janare hanno, nella fantasia popolare del mio paese, come corrispondente maschile i popenari, cioè i lupi mannari. Nei cunthi re paora (i racconti di paura) degli anziani testimoni paesani infatti, si tratta di janare, se le protagoniste sono di sesso femminile; di popenari, se i protagonisti mostri sono di sesso maschile. Nel mio libro Le Stagioni della Lattaia si legge: “..solo dopo aver accudito l'animale Giovanni rientrava a casa - dove avrebbe provveduto finalmente a se stesso. La moglie Maria, sempre premurosa, badava a rifocillarlo. E quando non era impegnata ad atterrirci coi suoi racconti di popenari e ianare scodellava, per lui e per i figli e per me, quantità industriali di minestre calde, energetiche e saporite.” Si dice, poi, che chi avesse avuto la sventura di nascere la notte di Natale, alla mezzanotte precisa, fosse destinato a un futuro da lupo mannaro; se, invece, fosse nata una femmina quella bambina sarebbe stata una janara.

martedì 23 giugno 2015

Metto qui un breve brano dal mio libro:
Cronache dal piccolo borgo della pietra millenaria.





"...andando su, lungo Via Roma, appena dopo il rione Gelso, quasi all'altezza del vialetto del barbiere Angelo F., ti saresti imbattuto nella minuscola bottega di un calzolaio, Mario. Se era bel tempo lo trovavi fuori, sul marciapiede stretto stretto, seduto sulla sediolina, davanti al suo banchetto basso. Con la forma di un piede di ferro poggiata sulle gambe e un martelletto in mano. Mi pare ancora di vederlo; al tavolino e nel ripiano pieno di scomparti quadrati, davanti a lui; chiodi, puntine, tenaglie, pinze, colla, sotto-tacchi, raspe, lime, pezzi di cuoio, suole e tutto quello che serviva per le sue riparazioni. E anche qui il rumore caratteristico di un martello che appiattisce e forma la pelle. E anche qui i cultori dei rumori fini, avrebbero trovato pane per i loro denti: lo scivolare quasi impercettibile di una o spazzola sulla pelle. Più o meno veloce. FFRRRUUUMMM-FFFFRRRUUUMMMM!! FFFRRRUMM-FFFRRUUMMM!!! Come un treno che scivola su rotaie di velluto..."



voi non ci crederete, nessuno ci crederà, nessuno ci crederà mai, ma negli anni '60, a Coreno Ausonio, in Via IV Novembre, quello che oggi, nel 2015 è un tugurio, una stamberga, era la bottega di un artigiano, esattamente di un ciabattino. No! Non era Mario, il protagonista del racconto precedente; era un'altro,ma fa lo stesso: due ciabattini e anche di più, in un paesino di nemmeno 2000 abitanti, oggi fa fatica a sopravvivere un calzolaio che lavori a Formia, una città di 30000 abitanti. Allora il calzolaio stava in meno di due metri quadrati, ma bastava quello spazio angusto per sfamare una famiglia. Ditelo a quelli dei centri commerciali megagalattici; ditelo a quelli delle banche; ditelo ai nostri governanti; ditelo a quelli dell'agenzia delle entrate, del fisco, di equitalia. DITELO A TUTTI! sic!


smr