sabato 8 settembre 2012

Giovanni, un contadino vero.


                                                         (Giovanni, il contadino vero)


A Giovanni era toccata in sorte una vita rustica - tutt’altro che avventurosa, ma travagliata e, soprattutto, dura lo stesso - fatta di cose apparentemente semplici. 
Aveva saputo riempirla - con dignità esemplare - passandola quasi interamente a fare su e giù lungo la strada Serra, per raggiungere la sua campagna. 
Le vicende più importanti che lo riguardavano erano tutte ambientate nei luoghi che gli erano familiari e che amava. 
Lì aveva trascorso gran parte della sua esistenza - col solo vero compenso di aver imparato a coltivare ogni specie di dono di Dio. 
Particolare questo, da non trascurare - anzi fondamentale - visto che lui e la moglie e i loro quattro figli - in pratica la sua famiglia intera - vivevano soltanto dei prodotti che riusciva a strappare alla terra col solo vigore delle sue braccia. 
Ovviamente tra le sue svariate colture quella che gli procurava una forma d’autentico, pieno, assoluto compiacimento era la vite. 
Ogni sua vendemmia era abbondante. 
Non finiva mai di elargire grappoli succosi - preziosa materia prima per il miglior vino di tutto il paese. 
Così almeno sosteneva, formulando la sola asserzione immodesta che ricordi di lui. 
So per certo che la ragione era dalla sua parte. 
Potrei testimoniarlo in giudizio, sotto giuramento. 
Per buona parte della sua vita, oltre che semplice vino, aveva tentato di infilare nelle bottiglie anche una porzione di se e di quel suo carattere austero; e gli umori e i succhi e l’essenza vera della terra argillosa che calpestava ogni giorno; e tutto il calore del sole che, a piedi nudi, aveva schiacciato nei suoi tini. 
Del resto, di tutti i suoi conoscenti, solo mio nonno sosteneva un parere diverso - anzi opposto. 
A me non è mai parsa una valutazione ragionata. 
Puzzava piuttosto di pregiudizio irriducibile. 
Anche se, a proposito dei vini prodotti da Giovanni, il nonno si dilettava ad argomentare scientificamente. 
Ripeteva che il bianco era torbido come un rivo in piena e sapeva di zolfo; e che il rosso era più nero della pece, macchiava il bicchiere e in bocca allappava come il mallo ancora acerbo di una noce. 
In una parola li considerava entrambi imbevibili. 
Ora non saprei dire se lo pensasse veramente ma, o per puro spirito di contraddizione, oppure per la schiettezza che lo caratterizzava e a volte lo faceva risultare troppo diretto - forse perfino antipatico - lui non faceva nessuno sforzo per nascondere un giudizio che restava sempre lo stesso: sprezzante, cinico e scoraggiante. 
Un distillato di crudeltà pura nei confronti di una persona che aveva buttato il sangue sulla sua terra per ottenere un vino che quantomeno aveva il pregio d’essere schietto. 
Così, ogni volta che fra loro si accendeva quella disputa ormai vieta, mio nonno attaccava Giovanni frontalmente - come si considerasse la sua nemesi. 
Senza mezzi termini, gli vomitava addosso tutto il fiele concentrato nella sua atroce opinione, accreditandolo, con una durezza spietata, per la produzione d’un aceto appena passabile. 
Non si può dire che Giovanni fosse irascibile, ma un po’ incazzoso lo era. 
In quelle occasioni - le uniche - appariva debole, stranamente disarmato, non ci provava nemmeno a difendersi. 
Suppongo che fosse convinto che non sarebbe riuscito a far prevalere le sue comprensibili ragioni su quegli insulti ingiusti - di più - largamente infondati. 
Forse per rispetto dell’età si limitava a detestare mio nonno in silenzio. 
Sceglieva di masticare amaro - ma non certo per condiscendenza. 
Inghiottiva la sua dose di veleno - sempre in silenzio. 
Solo qualche volta accennava una replica. 
Per lo più lo faceva bestemmiando. 
Altrimenti si calava sul viso uno schermo crucciato e insieme sprezzante. 
Giovanni si chiudeva in un mutismo al quale, per sua fortuna, era addestrato. 
Ma si vedeva chiaramente che al posto di quella tortura verbale avrebbe preferito ricevere una staffilata in pieno viso. 
Il colpo gli avrebbe procurato un dolore meno lancinante di quello che ogni volta gli infliggevano le parole crude di mio nonno.


                                                               (Mio nonno Salvatore)

La ricetta della FISKESUPPE: la zuppa di pesce di Bergen.


ZUPPA DI PESCE DI BERGEN:
Ingredienti:

600 gr di pesce a scelta tra merluzzo, halibut o rana pescatrice e salmone
100 gr di gamberetti
70 gr di cozze, solo il mollusco
2 carote
2 patate
1 cipolla
1 porro
1 costa di sedano
200 gr di sedano rapa
3 tuorli, io ne ho messi due
125 ml di panna fresca
125 ml di panna acida
1,2 lt di brodo di pesce, idealmente di carote, rape e pollock o merluzzo giallo
2 cucchiai di aneto tritato
1 cucchiaio di prezzemolo
1 cucchiaio di erba cipollina
sale, se occorre
pepe macinato al momento
burro
uova di salmone
Preparazione:
Pulite i gamberi privandoli della testa e sgusciateli. 
Mondate bene la polpa del pesce e tagliatela a dadini, conditela con il succo di limone ed un pizzico di sale e lasciatela riposare in frigo.
Preparate un brodo di pesce con tutti gli scarti del pesce e con qualche verdura.
Sbucciate e tritate grossolanamente patate e carote; mondate, lavate e tritate grossolanamente porro e sedano; sbattete i tuorli e miscelateli ai due tipi di panna e a 100 ml. di brodo di pesce.
Portate a bollore il resto del brodo e cuocetevi le verdure tritate per circa 10/15 minuti, fino a che siano morbide. 
Se si preferisce una minestra più vellutata si possono lasciare le verdure a tocchetti ed a questo punto della cottura frullarle con il loro brodo, cuocendo poi ancora 5 minuti.
Unite il pesce, eventualmente in tempi diversi in base al tipo, e cuocetelo fino a che è morbido e chiaro. Per merluzzo ed halibut ci vorranno circa 12 minuti, per salmone 4 minuti e per la rana pescatrice circa 6.
Abbassate il fuoco ed unite a filo nella pentola la miscela di uova e panna ed il cucchiaio di erba cipollina, rimestando perché non si raggrumi ma si amalgami perfettamente e cominci ad ispessire. A questo punto aggiungete i gamberetti e le cozze, se le volete mettere.
Regolate se serve di sale e, quando la minestra avrà raggiunto la densità desiderata, unite aneto e prezzemolo, macinate il pepe al momento, condite con il burro a fiocchetti e lasciate riposare la zuppa un minuto o due prima di servire. 
Aggiungete a piacere uova di salmone.

Servire con birra fresca, possibilmente norvegese.



venerdì 7 settembre 2012

La cultura e l'effimero.

La cultura è strutturale! 
La cultura è il metro col quale si misurano la potenzialità, la solidità e lo spessore di una società che vuole salvarsi dalla barbarie. 
Non c'è niente di effimero nella cultura. 
E non c'è errore più grande che scambiare la cultura per qualcosa di effimero. 
Niente è più imperituro della cultura!


Tutti abbiamo avuto il nostro "Nuovo Cinema Paradiso".





Brano tratto dal libro di Salvatore M.Ruggiero: "Le stagioni della lattaia";
ed esattamente dalla "Piccola storia n.4 - L'Arciprete era anche pittore".



"Don Erasmo ci ha fatto conoscere il cinema. A quei tempi non era cosa da poco. E’ uno dei motivi per cui sento che tutti in paese gli dobbiamo riconoscenza. Al piano terra della canonica, da un grande salone, aveva ricavato una sala cinematografica credibile. Negli anni ’60, tutte le domeniche pomeriggio vi teneva uno spettacolo settimanale, uno solo e affollatissimo. Lo faceva iniziare solo dopo che la funzione vespertina era terminata. Considerava opportuno, se si voleva accedere con la giusta predisposizione d’animo, che tutti avessero fatto una capatina in chiesa, prima.   Negli anni ’70 la neonata Pro-Loco organizzava in quello stesso salone i suoi cineforum. Ogni giovedì sera, immersi in un silenzio religioso, ci sorbivamo i drammoni esistenziali di Bergman. Il sabato mattina Don Erasmo faceva portare in piazza, dal figlioccio, un cartellone di compensato, con sopra attaccata una grande locandina a colori del film programmato. Ci prendevamo a botte per usare la pistola spara punti. Essere artefici di quella scemenza ci facevano sentire importanti. Dio! Quanto eravamo stupidi. Già qualche mezz’ora prima dell’attesa proiezione in tanti stipavano l’angusto spazio che si apriva sulla strada adiacente - in discesa. Proprio davanti al curioso capanno che lui usava come garage, e la perpetua come legnaia. Una piccola porta di legno impediva l’accesso al cinema. Quando si schiudeva - quasi magicamente perché qualcuno l’aveva aperta dall’interno - eravamo tutti pronti ad entrare. Affollandoci, e spingendoci l’uno con l’altro, correvamo ad occupare i posti migliori. Appena dopo l’ingresso a sinistra, nella parete obliqua che doveva impedire di vedere lo schermo dalla strada, l’Arciprete aveva fatto aprire dai muratori una finestrella quadrata bordata di legno e l’aveva chiusa con un compensato scorrevole. Da quell’apertura, se eri alto abbastanza, vedevi la faccia del bigliettaio - altrimenti ne scorgevi a mala pena le mani sporgenti. In genere, il compito di staccare i biglietti della SIAE, toccava al vecchio sagrestano. Lo stesso che all’imbrunire accendeva le lampadine per le strade di tutto il paese. L’uomo ci consegnava diligente i piccoli tagliandi - di volta in volta  rossi, gialli, verdi - solo dopo aver ricevuto in cambio dieci lire. In sua assenza, di là dell’angusta apertura si vedeva il testone irsuto del suo sostituto più giovane. Oltre il muro, uno stretto gabbiotto in mattoni forati, rivestiti grossolanamente di malta. Grande abbastanza da poter ospitare due persone: il proiezionista e l’Arciprete, che assisteva a tutti gli spettacoli. C’era, assieme ai pannelli elettrici, un rumoroso proiettore, issato su un traballante tavolo di legno, a sua volta sollevato su un soppalco. Ché, passando ben al di sopra delle nostre teste, arrivasse a puntare perfettamente contro lo schermo bianco - in fondo alla sala.   Quando era azionato se ne scorgeva la luce da un piccolo buco. Il salone era interamente occupato da una fitta successione di scomodi sedili di legno col sedile ribaltabile, messi uno davanti all’altro in file ordinate. Ne aveva procurati abbastanza per ospitare la maggiore quantità possibile di spettatori. Riempiti tutti di paganti - cosa che avveniva di solito - costituivano un incasso corposo. I soldi non li teneva certo per sé. Quelli che rimanevano dopo aver saldato il costo del noleggio, e le tasse fino all’ultima lira, li utilizzava per i piccoli lavori di manutenzione in chiesa e in canonica. Oppure per finanziare l’attività delle associazioni che lui sovrintendeva tutte personalmente. Dall’ingresso i banchi arrivavano fino al palcoscenico - una quindicina di metri buoni più in là. L’aveva costruito apposta. Un’altra sua grande passione era il teatro. Tre o quattro volte l’anno, coi giovani dell’Azione Cattolica, organizzava rappresentazioni che trattavano, preferibilmente, argomenti sacri - in genere la vita e la Passione di Gesù Cristo. In questo modo conciliava l’interesse per il teatro con la sua missione di evangelizzatore. Alcuni banchi li aveva messi pure lungo i muri laterali. Anche quelli finivano per essere occupati dai ritardatari. Ricordo che molti, arrivati a spettacolo iniziato, si affollavano all’ingresso, sollevati sulle punte dei piedi, per riuscire a vedere qualche pezzo di film. Certi furbastri si presentavano apposta a spettacolo iniziato. Il trucchetto consentiva loro di non pagare il biglietto. Se ti giravi potevi vederli, addossati uno all’altro, in una posizione che, però, doveva essere scomodissima. Naturalmente l’Arciprete esigeva che il loro contenuto fosse castissimo. I fotogrammi reputati audaci sarebbero stati martoriati dalla sua inesorabile forbice. Don Erasmo, molto meno indulgente degli stessi censori ufficiali, provvedeva personalmente a visionare in precedenza i film. Per avere il tempo di eliminare le scene che la sua severa moralità riteneva spudorate. Questo, almeno, era quanto sostenevano i soliti ben informati. La diceria doveva avere un fondo di verità, perché quando per mancanza di tempo non era riuscito ad esaminare la pellicola e all’improvviso comparivano sullo schermo o un bacio troppo appassionato o i seni rotondi delle prosperose ancelle romane a malapena contenuti dal peplo, lui fulmineo copriva il proiettore con la mano e intimava d’interrompere la proiezione. Poi ordinava all’istante di avanzare i fotogrammi scandalosi, passando bruscamente alla scena successiva. L’operazione, per la collaudata capacità dell’addetto, durava pochi minuti. Se si prolungava, qualcuno in platea iniziava a rumoreggiare scontento. Allora s’accendevano le luci, e, immediatamente, l’Arciprete si catapultava come una furia giù per la scala di legno del gabbiotto. In un attimo arrivava in platea - all’epicentro esatto dei tumulti. Scagliato contro i contestatori, cominciava a mulinare le lunghe braccia, dispensando all’impazzata pesanti schiaffoni. L’irruenza del fisico imponente, e il "metus reverentialis" che il suo ruolo sprigionava su tutti, riuscivano sempre a sedare ogni accenno di malcontento.

mercoledì 5 settembre 2012

ASPETTI DI SESSUALITÀ NEL CINEMA DI INGMAR BERGMAN: DON GIOVANNI IL SEDUTTORE

(Discussione spontanea a tre voci)

Da un post dell'amica cinefila prof.ssa Giuseppina Giacobbe - pubblicato sulle pagine di Facebook a commento di una mia nota - nel quale si faceva esplicito riferimento al personaggio del Don Giovanni (il seduttore) e, di conseguenza, al tema più generale della sessualità nel cinema di Ingmar Bergman, è nata una estemporanea, quanto interessante, discussione a tre voci tra la stessa Giuseppina Giacobbe, Salvatore M.Ruggiero e l'artista Sergio Di Cori Modigliani.

L'importanza dell'argomento e la sensatezza del contributo di due persone, che hanno dimostrato di conoscere molto bene la poetica cinematografica di Ingmar Bergman mi hanno indotto a "rubare" la discussione e a “salvarla” dall'oblio in cui sarebbe inevitabilmente caduta, facendone una nota, che volentieri sottopongo a tutti gli appassionati del ...Genio di Uppsala, pubblicandola in appendice a questo mio breve saggio.
(N.B. La nota contiene anche un contributo
indiretto, quindi non volontario, del critico cinematografico Antonio Stanca che, ovviamente, ringraziamo.)


GG: A proposito di Kirkegaard.....Il seduttore sensuale di Kirkegaard si identifica con la figura di Don Giovanni. Il seduttore si svincola dalla logica e dalla morale, non ha bisogno di progetti, di preparativi. Egli vede, desidera ed ama allo stesso tempo. E' dotato di una sorta di genialità sensuale. "A ogni donna corrisponde... un seduttore, la sua felicità sta  nell'incontrarlo." (da "Diario di un seduttore"). 
SMR: Pensa Giuseppina, L'occhio del Diavolo - "la verginità di una giovane è come un orzaiolo nell'occhio del diavolo" - è uno dei film del Genio che mi è piaciuto di .....meno. :-)
GG: Devo rivederlo, l'ho visto troppo tempo fa e non ho ancora il DVD. Di certo che il peggiore dei suoi film vale la pena di vederlo, sempre e comunque. Non ricordo neanche la citazione. Piuttosto forte. Io però non poso fare a meno di notare che la ...sessualità nei film di Bergman ha una dimensione piuttosto gioiosa, non inquieta. Ricordo Sorrisi di una notte d'estate, oppure Fanny e Alexander, persino ne Il settimo sigillo. Mi piace ricordare anche che la figura del seduttore kirkegaardiano non è una figura negativa in se e per se. Il seduttore psichico diventa schiavo delle apparenze e quindi la sua progettualità lo condanna inevitabilmente ad un senso di insoddisfazione.
SMR: Bergman è spiazzante: sembra quasi che non prenda mai una parte. Tu citi esempi di sessualità gioiosa, piacevole, io posso citarti a memoria esempi opposti, di sessualità malata, spiacevole, insoddisfacente. Il Silenzio, ad esempio, dove... Anna, nella città misteriosa di Timoka, si comporta come fosse una ninfomane e fa l'amore con uno sconosciuto. Ancora più forte La fontana della vergine con lo stupro di Karin - da parte di due pastori incontrati per caso nel bosco - mentre è in viaggio per portare candele alla sua chiesa, accompagnata da Inger, incinta perché stuprata anche lei. Ed infine L'ora del Lupo dove la sessualità adultera è sempre presente, nell'aria e nei ricordi dei due protagonisti, Johan ed Alma. Comunque bel tema quello della sessualità nella filmografia di Bergman, non l'avevo mai studiato, preso da temi che mi parevano più importanti, approfondirò l'argomento.
SDCM: Non sono d'accordo con Salvatore. Penso che Bergman sia stato un regista fondamentale - che non si e' mai piegato - proprio nel trattare la sessualità come elemento liberatorio e allo stesso tempo kirkegaardianamente costitutivo nella formazione della identità. Il sesso, per Bergman, e' sempre gioia pura, perdita dell'Ego e affermazione dell'Io. Nei film in cui tratta l'aspetto, diciamo cosi' dark della sessualità, lo fa per ricordare che quelli sono aspetti che esistono e dai quali bisogna evolversi attraversandoli: ecco il senso del Don Giovanni kirkegardiano, il quale, per Bergman, aveva la funzione di un Maestro di seduzione carnale che diventava spirituale in quanto indicava la via della evoluzione. Perfetta per la vita dei nordici. Nel bacino del mediterraneo, invece, ha attecchito la visione compromissoria, mediatrice, e contraddittoria, sempre legata al connubio tra sessualità' e potere politico di Casanova, genialmente rappresentato in tutti i suoi film da Federico Fellini. Non a caso, Fellini amava Bergman e viceversa. Erano grandi amici. Bergman, da bravo luterano (come il Don Giovanni) amava una donna per volta sperando sempre che fosse l'ultima: se non funzionava, divorziava e si innamorava di un'altra. Fellini, e' sempre stato con la sua mamma Giulietta Masina (da bravo Casanova) perché ha vissuto la sua sessualità latina mescolandola a quei temi di convenienza sociale e psicologica che rendono così ambigua e –  per ciò che mi riguarda - quasi insopportabile la relazionalità tra uomo e donna nella libertà sessuale in un paese come l'Italia. Nel nord Europa, la Verità ha un valore di scambio autentico. In Italia, la Verità e' considerata un disvalore. Basti vedere la politica. E tutto ciò discende anche nei rapporti privati.
SMR: Rispetto, ovviamente, l'opinione di Sergio, ma mi permetto di anch'io di dissentire da lui, molto civilmente. Bergman pone delle domande, ma non dà delle risposte. Sembra quasi che lui le cerchi assieme a noi. L'obiettivo di Bergman non è risolvere i problemi dello spettatore, tanto meno dell'uomo; Bergman si limita a centrarli, ma, spesso, li lascia irrisolti. Molti suoi film non forniscono una panacea alle problematiche esistenziali, sembrano, invece amplificarle. Eppoi, Sergio, che significa ...gli aspetti dark della sessualità bisogna attraversarli per evolversi? E se io non ho i problemi che aveva Anna? E ancora: attraversarli significa risolverli? Non mi pare!
A proposito della donna nordica (leggi scandinava) e della sua sessualità ti ricordo, per inciso proprio quello che diceva lo stesso Bergman: ”La donna nordica è passionale, imprevedibile e indipendente. È donna leale e romantica, ma spietata quando ha deciso di donarsi. Di sovente ha i piedi molto gelati... Confondere i suoi atteggiamenti a volte impudichi con la sensualità è un errore catastrofico. È un essere inesperto ma pieno di curiosità. D'estate è facilmente accessibile, d'inverno indossa troppi abiti. Assai di rado è una donna consapevole della sua femminilità, e quindi è una preda facile. Le sue concezioni morali sono assai duttili e personali, perciò è difficile che resista a lungo.”
SDCM: Non vanno risolti, vanno vissuti, per ciò...attraversati. Abbiamo una interpretazione diversa dell'esistenza, tutto qui.....
SMR: ...e questo è pacifico, caro Sergio. Ma, pur ammettendo che l'esegesi della filmografia di Bergman non sia codificata, ma possa lasciare spazio a continui arricchimenti, tuttavia penso che non ci sia molto spazio per interpretazioni troppo personalizzate o filtrate dalle proprie personali convinzioni. Con tutto il rispetto.
SDCM: Le interpretazioni, per definizione, sono tutte personalizzate, nessuna esclusa, altrimenti si chiamano dogmi ....come dice lei: con tutto il rispetto.
SMR: Anche in questo caso, caro Sergio, devo darti (parzialmente) ragione. Ma non è tutto nero e bianco, come tu affermi. Alcune interpretazioni sono meno personali (pur non essendo ancora diventate dogmi) di altre, perché condivise dalla quasi totalità, o comunque dalla maggioranza, della critica cinematografica più accreditata. PS Ci diamo del tu o del lei?". 
SDCM: Diamoci del tu ...nel campo della intellettualità, io non sono affatto un democratico, anzi. Il fatto che la maggioranza sostenga un punto di vista, non vuol dire che quel punto di vista sia giusto, né tanto meno vero. Volendo andare a spaccare il capello, c'é da dire, poi, che la critica cinematografica tedesca, statunitense e sudamericana, ha sempre avuto di Ingmar Bergman (visto che parliamo di lui) una opinione totalmente diversa da quella italiana, la cui interpretazione e' sempre stata filtrata dal proprio bagaglio culturale cattolico e sessualmente repressivo, per cui diventa piuttosto arduo per gli italiani (intesi qui come etnia culturale) avere accesso a un dibattito intorno allo scambio della sessualità tra maschio e femmina privo dell'esistenza (tanto per fare un banale esempio) del concetto di peccato.
SMR: E' vero che la critica (e anche grossa parte del pubblico) non italiana non è stata sempre troppo clemente con Bergman, specie negli Stati Uniti, ma penso che il motivo vada ricercato negli scarsi parametri culturali degli spettatori. Il mio punto di riferimento inscindibile e irrinunciabile resta pertanto Gian Luigi Rondi che, pur dotato di un solido background cattolico, è tra tutti quello che di più e meglio ha eviscerato e sondato sapientemente e profondamente la filmografia del Genio. E anche da critica non professionale (ad esempio il filosofo Emanuele Severino) sono arrivati dei contributi notevoli alla comprensione dei filmoni di Bergman. In effetti, siamo molto più vicini e contigui di quanto lo start del nostro scambio dialettico potesse far pensare. Consentimi, poi, di segnalarti questo contributo di Antonio Stanca: "I contenuti dei suoi film (si parla di Bergman, ovviamente – n.d.r.) da lui stesso scritti e sceneggiati, saranno i problemi dell’uomo moderno trovatosi improvvisamente in una famiglia, in un ambiente, in una vita non più a sua misura, scopertosi privo di valori, certezze immanenti e trascendenti, sospeso tra una terra devastata dal male (“La Vergogna” - n.d.r.) ed un cielo impossibile da raggiungere (“Luci d'Inverno” - n.d.r.), solo tra una folla di solitari (“Il Settimo sigillo” - n.d.r.). I film di Bergman hanno indagato nei recessi più remoti dell’anima umana, della vita dello spirito. Il loro personaggio principale, uomo o donna, è stato presentato in infinite situazioni e dimensioni e, tuttavia, è risultato sempre insoddisfatto di sé, del suo stato; sempre alla ricerca di ciò che mancava alle sue aspirazioni, mai sicuro di un progresso, di uno sviluppo positivo, definitivo, continuamente angosciato dall’impossibilità di risolvere problemi quali l’incomunicabilità soprattutto tra coniugi, la vecchiaia, la morte, l’amore, Dio, la sessualità, il sogno, la visione, la malattia, la deviazione, la follia, la speranza, l’illusione, la quotidianità, l’eternità".
SDCM: Mi piace questo testo di Stanca, che non conoscevo ...puoi pubblicare quello che vuoi ...sono d'accordo con Stanca ...in realtà, il dramma esistenziale - che Bergman ha compreso in pieno - e' che la Vita non ha senso e per noi Umani Pensanti non e' mica facile da accettare...
SMR: Su quest'ultimo intervento di Sergio non posso non citare lo stesso Bergman, in quello che mi pare un vero e proprio manifesto del nichilismo: “....sei nato senza scopo, vivi senza significato, la vita è significato a se stessa. Quando muori ti spegni. Dall'essere ti muterai in non-essere. Non è necessario che un Dio dimori tra i nostri atomi sempre più capricciosi.”
GG: Sono d'accordo con la tesi di Stanca; Bergman ha raccontato le angosce, le inquietudini, lo smarrimento che appartengono all'uomo contemporaneo, ma non solo. La perdita di Dio, del sistema di valori ad esso legato, il dramma esistenziale che è del singolo e della collettività, sono i contenuti centrali nella cinematografia bergmaniana. Che poi Bergman abbia affrontato questi temi usando la stratificazione di conoscenze che appartiene alla cultura nordica è un dato che è, sì scontato in sé e per sé, ma non per noi che proveniamo da una cultura diversa. Mi piace ricordare il profondo rigore insito nel luteranesimo, che pone l'individuo solo di fronte all'angoscia di non pervenire all'assoluto, senza mediazioni consolatorie. A proposito della sessualità nei film di Bergman:  me sembra che essa sia rappresentata gioiosamente in quei luoghi in cui i personaggi sono svincolati da una dimensione puramente etica. Per esempio gioiosi sono i semplici nel Il settimo sigillo. Oppure la sessualità gioiosa si contrappone alla paura della morte, nel film già citato e in Il posto delle fragole. Diventa inquieta se inserita in un contesto familiare in crisi, come in Scene da un matrimonio. Di certo la gioia sessuale è un diritto naturale. Si pensi alle scappatelle tollerate in Fanny e Alexander.

martedì 4 settembre 2012

Il cucinino della Lattaia.







"...Mentre la donna che mesceva il latte attendeva al suo lavoro, gli ultimi raggi di sole prima del tramonto, fattisi ormai tiepidi, penetravano nella stanza. E, irrompendo, quasi di forza, dalla finestra, trapassavano da sinistra la scena che vi si svolgeva. 
Nel cucinino della lattaia, ancora prima che fuori, anche quell’altra lunga giornata estiva morente stava cedendo il suo posto al crepuscolo – pigramente, quasi con riluttanza. 
Gli ultimi bagliori dorati del sole, che all’esterno disponeva perché il riverbero d’ogni suo singolo raggio andasse ad incendiare un tetto del paese, circonfusi nell’angusto locale, contribuivano a creare un’incantevole atmosfera rarefatta - uno sbalorditivo drammatico effetto di luci e ombre. Un’aura irreale, quasi metafisica, avvolgeva l’ambiente e tutto ciò che, animato o inanimato, vi si trovava al momento."

(dal racconto La donna che mesceva il latte, tratto dalla raccolta di Salvatore M.Ruggiero: LE STAGIONI DELLA LATTAIA)

 

lunedì 3 settembre 2012

I maritozzi delle D'Alessandro erano per me come le madeleines di Proust.



"...Il forno era famoso fra tutti quelli che, come me, facevano quel tragitto al mattino per raggiungere la scuola, anche per un altro motivo. Solo lì potevamo trovare e gustare i maritozzi lievitati. Da piccolo ero un goloso patologico. E ancora oggi lo sono. Consideravo il forno la mia pasticceria. Ci andavo spesso a prendermi un maritozzo appena sfornato, ancora caldo, per la somma di cinque lire - allora nemmeno tanto trascurabile. Era quanto potessi permettermi - forse anche di più. C’era sempre una di quelle donne gentili pronta a servirlo. Non avevi il tempo di chiederlo, perché lei ti aveva già letto negli occhi cosa volevi. Così te lo porgeva con gesto premuroso, amorevole, quasi materno. Avvolto a malapena in un pezzo di carta da pane color tabacco, strappato con gesto veloce dalla risma che aveva a portata di mano, appesa di lato, sul muro, a un gancio di ferro. Quella golosità era calda, fragrante, appena staccata dalle grandi teglie nere. Accatastate vuote da un lato, per giorni ne avrebbero conservato sul fondo nero una grassa, gialla, lucida impronta rappresa di strutto strinato. Allora i dolci avevano un altro sapore - forse avevamo più fame. Ricordo quei maritozzi con lacerante nostalgia. Morbidi. Gonfi. Accuratamente coperti di uno strato sottile di granelli di zucchero. Sembravano piccole cupole innevate. Costituivano un vero piacere carnale. Un desiderio peccaminoso. Erano tentazioni da addentare all’istante - sul posto. Tutt’al più riuscivo ad allontanarmi solo di un passo. Quindi, affondavo, ingordo, i denti nella pasta morbida. Quattro morsi bastavano a finirlo. Eppure era enorme, al confronto della mia piccola bocca. In pochi attimi l’estasi era stata smaniata, inseguita, raggiunta, assaporata, consumata. Ne rimaneva solo il rammarico d’averlo finito troppo presto. Se avessi avuto altri soldi sarei stato già pronto a tornare indietro per chiederne un altro. E poi un altro. E un altro ancora - fino a scoppiare."

(dal libro di Salvatore M.Ruggiero: "Le stagioni della lattaia"; la "Piccola storia n.Uno: Le sorelle D'Alessandro".)


L'autunno... dal mio Storie dal Paese dei ciclamini.


Metto qui un brano dal mio libro "Storie dal Paese dei Ciclamini".



AUTUNNO:
"L'autunno al mio paese ....è la stagione dei ciclamini, quei fiori viola, piccoli, trascurabili, quasi invisibili ...ai più, che crescono ai bordi delle strade di campagna.
Sopravvivono poco, hanno una vita breve, muoiono subito, di freddo, mangiati dal ghiaccio che li cristallizza e li spezza.
Ma, fin quando sono in vita, emanano un profumo inebriante, che se la batte con quello acre dei carrubi, anzi dei funghi saprofiti che colonizzano i tronchi dei carrubi, e anche con quello che si alza dai mucchi di foglie bagnate che marciscono a terra.
Per non parlare di quello intenso e irripetibile che si sparge nei vicoli del mio paese che ospitano quelle oscure cantine, zeppe di tini, dove si fa il vino.
L'autunno, grigio, umido, uggioso, freddo, sembra brutto, ma non lo è.
Anzi, per alcuni di noi, potrebbe addirittura essere bello
...bisogna essere attrezzati per saperne cogliere certi piccoli particolari.."

smr



16 ottobre 2010

venerdì 31 agosto 2012

Gerardo: il vecchietto naif.


"....Gerardo non aveva un’occupazione vera. L’impiego fisso che tutti si cercano, prima o poi, nella vita. Alla sua età avanzata, se non veneranda, coltivava la terra. O, per meglio dire, si limitava a dissodarla. Non la sua ma quella degli altri. Chi aveva necessità di vangare un pezzo di terra, sapeva di potersi sempre rivolgere a lui. Per accordarsi non servivano lunghi convegni. Bastavano due parole. Non era molto loquace - tutt’altro - da sobrio era di poche chiacchiere. Dopo che gli avevi spiegato per bene dov’era il tuo terreno, con una svelta stretta di mano, e un sorriso sdentato appena accennato, ricevevi la promessa che il lavoretto sarebbe stato eseguito a dovere e per tempo. Gerardo si ubriacava di frequente, ma ricordava ogni suo impegno e, approfittando dei rari momenti di lucidità, andava sul posto stabilito e raspava, scrostava, raschiava le zolle, grattava la terra. Il lavoro che aveva promesso, se non lo faceva a regola d’arte, perlomeno l’aveva tentato. I piedi calzati dai ciocie spingevano maldestramente sul pedale della sua vanga e il suo sudore arrivava sempre a bagnare le zolle. Qualche volta sbagliava recapito e si trascinava sul terreno di un altro. Poco male. Almeno anche quel pezzo di terra ne avrebbe cavato qualche beneficio."

(Il brano che avete appena letto, se lo avete letto, è tratto dalla piccola storia: Gerardo, il vecchietto naif, contenuta nella mia raccolta di racconti paesologici: LE STAGIONI DELLA LATTAIA.)


La magia del pane appena sfornato.



"...Oggi, a più di quarant’anni di distanza da quei giorni felici, dove stavano le fiorenti attività delle Sorelle D’Alessandro resta solo uno stabile disabitato. Ironia della sorte, è stato restaurato da poco.  E restano pure due saracinesche ossidate.
Si vede bene che da allora nessuno le ha più sollevate.
Tuttavia se, passando da quelle parti, mi fermo un momento, chiudo gli occhi, e mi concentro per bene, ancora riesco a sentire gli odori che annusavo nell’aria quando avevo dieci anni.
E se quello che dico vi sembra strano - tanto strano da faticare a credermi - se vi capitasse di passare di là, provate a fare lo stesso anche voi.
Fiutate nell’aria.
Se avrete un po’ di fortuna, anche voi riuscirete a sentire l’odore del pane caldo, appena sfornato che, quelle donne hanno messo fuori - a raffreddare sui vecchi graticci di canne."

(Quello che avete letto, se lo avete letto, è l'excipit del racconto: "Piccola storia n.2 - Le sorelle D'Alessandro, tratto dalla mia raccolta di racconti paesologici: "Le stagioni della lattaia" - "Il racconto breve della donna che mesceva il latte con altre sette piccole storie")

mercoledì 29 agosto 2012

<!-- ilmiolibro.it minireader --><div id="minireader-1346255310319"><a title="Le stagioni della lattaia - salvatore m. ruggiero" href="http://reader.ilmiolibro.kataweb.it/v/586606/#!" style="margin: 12px auto 6px auto; font-family: Helvetica,Arial,Sans-serif; font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; font-size: 12px; line-height: normal; font-size-adjust: none; font-stretch: normal; -x-system-font: none; display: block; text-decoration: underline;">Le stagioni della lattaia - salvatore m. ruggiero</a><iframe class="minireader_iframe_embed" src="http://reader.ilmiolibro.kataweb.it/static/resources/minireader/reader.html?bookId=586606&start=1" data-auto-height="true"  data-aspect-ratio="0.6583566073790975" scrolling="no" width="300" height="600" frameborder="0"></iframe></div><script type="text/javascript">(function() { var scr = document.createElement("script"); scr.type = "text/javascript"; scr.async = true; scr.src = "http://reader.ilmiolibro.kataweb.it/static/resources/minireader/inject.js"; var s = document.getElementsByTagName("script")[0]; s.parentNode.insertBefore(scr, s); })();</script><!-- ilmiolibro.it minireader end -->

giovedì 23 agosto 2012

dal mio saggio IL GENIO DI UPPSALA.





Ingmar Bergman, per sua stessa ammissione, ha usato il suo cinema, la sua arte, i suoi film anche come normalissimo, prosaico strumento per raggiungere una fama globale imperitura e per assicurarsi l'agiatezza economica (se non una vera ricchezza); che spesso gli sono mancate se si pensa, ad esempio, al suo disastroso inizio di carriera. Ed ha usato - anche di questo particolare veniamo a conoscenza per sua stessa ammissione - i film come vere e proprie sedute di auto-psicanalisi. 
Ha lavorato nel cinema trasmettendo, attraverso le sue sceneggiature e le sue riprese, agli attori le sue proprie angosce, le sue proprie paure, le sue proprie psicosi. Perché essi interpretando i suoi personaggi, le trasmettessero allo spettatore. A noi. 
Non ha mai fatto mistero di avere accumulato nel corso della sua infanzia problematiche psicologiche, derivanti dagli strani rapporti intrattenuti, suo malgrado, con la madre e col padre. 
A proposito di tale sofferto rapporto famigliare, egli stesso ammise: 
“Immagino che i più forti impulsi a girare Il posto delle fragole siano derivati proprio dal dissidio coi miei genitori. Io mi ritraevo nella figura di mio padre, cercando spiegazioni alle amare controversie con mia madre. Credevo di capire di essere stato un bambino non desiderato, cresciuto in un grembo freddo e generato in una crisi... fisica e psichica. Il diario di mia madre ha in seguito confermato questa mia impressione: mia madre era profondamente ambivalente nei suoi sentimenti verso il suo disgraziato, morente bambino”.  
(Dal libro-diario Immagini, di Ingmar Bergman).

Ingmar Bergman non ha mai evitato di parlare dei suoi personali problemi, magari preferendo trincerarsi dietro a più opportuni silenzi, oppure dietro al comodo paravento di strategiche omissioni o anche dietro a una artificiosa mancanza di chiarezza. Ha lui stesso messo i suoi estimatori a parte dei piccoli o grandi segreti personali spesso sconvenienti e poco affascinanti, se non addirittura imbarazzanti. Insomma, pur attribuendosi certamente una buona dose di genialità artistica ed ammettendo l'indiscussa grandezza di alcune delle sue opere, non ha mai rifiutato il suo ruolo di uomo storico, pieno di difetti, di essere umano con luci ed ombre, di persona in fondo normale, potenzialmente geniale, ma anche debole e fallibile. Lui stesso ne ha parlato apertamente e scritto altrettanto chiaramente nelle sue varie biografie. 
A modestissimo avviso dell'autore, anche in questo suo anticonvenzionale, originale ed estroso atteggiamento va ricercata una parte cospicua della sua grandezza.



dal mio saggio Il Genio di Uppsala.



Ingmar Bergman ha avuto, tra le innumerevoli altre, la indubbia capacità di contornarsi di attori e attrici straordinari. Senza di loro, cosa sarebbe stato il cinema e, soprattutto, cosa sarebbe stato il suo cinema? Ed avrebbe avuto la stessa straordinaria forza espressiva, la stessa straordinaria efficacia? Cosa sarebbe stato della sua arte se Bergman non avesse avuto sottomano e non avesse saputo trovare, istruire, plasmare e far crescere professionalmente e umanamente attori e attrici del calibro di Max von Sidow e Gunnar Bjornstrand; di Bibi Anderson e Liv Ulman; di Ingrid Thulin e Ulla Jacobson? Oppure, se non avesse potuto sfruttare per la rappresentazione delle sue complesse ed articolate sceneggiature interpreti che erano o che sono diventati, anche per merito dei suoi film, dei veri e propri mostri sacri del cinema mondiale? E mi riferisco, ovviamente, a Viktor Sjostrom, Erland Josephson, Nils Joffe, Ingrid Bergman, etc. 
Bergman stesso, parlando delle sue sceneggiature, dei suoi testi scritti per il cinema, confessa: “...quando l'attore, alla fine, s'impossessa delle sue parole e le trasforma  in espressioni sue proprie, lui stesso finisce per perdere il contatto con il significato originale delle battute. Gli artisti riescono a destare nuova vita in scene piene solo di chiacchiere”.     



mercoledì 22 agosto 2012

Le stagioni della lattaia - Piccola storia n.4 L'arciprete era anche pittore.

"...I dipinti dell’Arciprete non erano ancora ultimati - alcuni li aveva solo abbozzati - ma riuscivano già ad emozionare. Sebbene, come succede spesso ai bambini quando sono attirati da particolari imponderabili per gli adulti, in quei momenti, nella mia piccola testa, anch’io ero applicato in congetture di tutt’altro genere. Ancora prima che dalla sua pittura ero stato conquistato dall’insolita scena che, inaspettata, mi si parava davanti. Lassù in alto c’era lui. Dritto. Impettito. Indossava un grembiule bianco tutto imbrattato di colore sul petto e sui fianchi. In testa - sembrava appena appoggiato in miracoloso equilibrio - un basco nero da pittore che cadeva di sbieco. Con la mano sinistra, immacolata - il grosso pollice infilato nella fessura ovale - reggeva la tavolozza dei colori; con la destra un pennello. E ne aveva uno più piccolo, presumo per i ritocchi, in bilico su un orecchio.    Il suo corpo, che ricordavo legnoso, compassato, quasi impacciato, ora era elegante, agile, quasi danzante. Il suo viso pulito, che ricordavo eternamente permeato da un’espressione amabile e comunicativa, ora mi appariva accigliato, corrusco, stranamente inasprito. Era come trasformato, reso maldisposto, quasi ostile, dall’impetuosa tensione artistica che al momento lo pervadeva. Solo quando si era accorto che, da un canto buio della vasta porzione di platea totalmente immersa nell’ombra, c’era ad osservarlo qualcuno che conosceva, Don Erasmo era stato distratto da un vero e proprio stato di trance. E, distendendo il suo volto in una mimica di poco più conciliante, ma quasi serena, si era rivolto nella mia direzione - per parlarmi."


domenica 19 agosto 2012

L'anno scorso a Marienbad: cosa ne penso.