domenica 16 dicembre 2012

Storia di paese. 21

Quando ero piccolo e il mio paese non era ancora a crescita zero, cioè il numero dei morti non superava il numero dei nuovi nati, al mio quartiere, le Casette, c'era sempre una vera torma di ragazzini che, ogni giorno, finita la scuola, nei lunghi pomeriggi estivi sciamavano lungo tutto Viale della Libertà per giocare o, semplicemente, per ammazzare il tempo.
Quando ci eravamo stretti tutti al solito luogo di ritrovo, intorno al muretto della Curva, che divideva a metà il viale, non eravamo mai meno di una ventina, tra ragazzi e ragazze.
Tutti tra i sei o sette e gli undici o docici anni.
C'erano Mimì, Nicola e Tonino, i tre fratelli Belmonte, solo dopo un pò arrivò pure Maurizio; Angela, Michele e Maria, i fratelli Adriano, che dopo se ne andarono a Roma; io e Annetta, la grande e le mie due sorelle più piccole Vannina e Mirella, i quattro Ruggiero, solo più tardi sarebbe arrivato Rino, l'ultimo, alla metà degli anni '60; Sergio e Teresa, fratello e sorella Di Massa; Angela, Marcello e Antonietta, tre dei molti figli di Di Raimo Eliseo; Maria e Franchina, le due sorelle Belmonte; Gaetano Ruggiero, figlio solo; Enzo Di Massa, aveva un fratello, ma se n'era andato in Brasile giovanissimo e non era più tornato; Sergio Ruggiero, il figlio del postino, che aveva fratelli e sorelle ma tutti più grandi di lui; Antonietta e Sonia, le due sorelle Girasoli, che prima sono andate a Pavia e poi a Roma.
Altri ragazzini arrivavano dai rioni vicini: Giuseppe e Tonino Di Vito, col cugino Antonio Ruggiero, ad esempio, arrivavano, per unirsi a noi, dai lontani Rollagni, come pure Marcello Stavole e Benigno Costanzo.
La nostra specialità era la guerra tra indiani e cow-boy, che si combatteva nel bosco di querce dietro casa mia, nel cuore dei Merruni.
La guerra era meglio che giocare a pallone, perchè a pallone nel campo sportivo potevamo giocare solo i maschietti, mentre alla guerra potevano partecipare pure le ragazzine.
A loro era assegnato il ruolo di affascinanti squaws, ovviamente.
Un'altra specialità che avevamo affinata nel tempo era svuotare i cespugli di alloro per farci i nostri rifugi.
Quello più piccolo tra di noi s'infilava da sotto e una volta all'interno cominciava a tagliare i rami con una piccola sega o anche un coltello affilato, facendo in modo che non si diradasse troppo, anzi, lasciandolo apparentemente intatto, almeno dall'esterno.
Se il lavoro era fatto a regola d'arte riuscivamo a ricavare all'interno del cespuglio una piccola stanzetta, un buen retiro, che i grandi utilizzavano come nascondiglio per il loro rito delle seghe collettive e noi più piccoli per il rito, altrettanto sacro, delle cicche collettive.
C'era sempre tra noi qualcuno che riusciva a sfilare, senza essere visto, due o tre sigarette dal pacchetto del padre e a portarle in comunità per fumarcele assieme, tra grasse risate, sonori scoppi di tosse e qualche lacrimone.
Con le frasche estratte dal cespuglio d'alloro costruivamo delle capanne: o il classico tepee a forma di cono da veri indiani o stese tra due grosse pietre cave dei rifugi improvvisati.
Dipendeva molto dal tempo che avevamo a disposizione per costruirle.
Per gli archi, invece, i rami dell'alloro non era utilizzabile, troppo duro e difforme; era preferibile, invece, usare i rami d'ulivo, più leggeri e flessibili, mentre per le frecce usavamo delle canne sottili.
Pure per le fionde cercavamo le forcine adatte tra i rami degli alberi d'ulivo, mentre dalle vecchie camere d'aria delle biciclette tagliavamo le caratteristiche molle arancioni o nere.
Un pezzo di pelle quadrato, preso da una vecchia scarpa, per metterci dentro i proiettili ed era fatta.
Davide contro Golia, ogni giorno nel bosco. 
Quando non ci andava di giocare a pallone e nemmeno di fare la guerra tra indiani e cow-boys andavamo per funghi.
I Merruni erano pieni di carrubi e i tronchi dei carrubi sono il terreno di coltura preferito dagli accettogli, una specie di grossa escrescenza bianco-marrone, carnosa, morbida e molto fragrante che alle prime piogge settembrine nasce sui tronchi degli alberi di carrubo.
Li trovavi facilmente, inseguendo il forte odore che emanavano.
Chi l'ha assaggiato assicura che è un fungo buonissimo e – purtroppo – rarissimo.
Si presenta come una massa informe, compatta.
A piena maturazione, ad appena due tre giorni dalla comparsa, assume un colore rosalatteo con venature giallognole.
Il gusto di questo fungo è decisamente diverso da quello di tutti gli altri funghi: è più vicino al sapore del filetto di maiale, del quale ha anche la consistenza.
Si sviluppa all'esterno delle radici, dei rami o dei tronchi dei carrubi.
Io, purtroppo, parlo de relato, non ne ho mai conosciuto il sapore: ogni volta che ne trovavo uno, e coi miei amici, lo dividevamo come si fa tra fratelli carnali, portavo regolarmente a casa la mia parte, ma mio padre, appena lo avvistava lo buttava subito fuori dalla finestra, dalla parte del bosco, da dove era venuto.
Ancora prima che potessi iniziare la lenta cottura nel sugo di pomodoro fresco.
Poi, assumendo un atteggiamento drammatico, ricordava a tutti che in un paese dell'Abruzzo che si chiama Pero dei Santi, nella Valle Roveto, un'intera famiglia qualche anno prima, era stata sterminata da funghi velenosi raccolti incautamente nel bosco.
I miei amici, che avevano genitori forse meno colti ed informati dei miei, ma sicuramente più pragmatici, li mangiavano regolarmente e il giorno dopo mi assicuravano che si erano gustata, invece, una favolosa zuppa di funghi di carrubo.
Dopo qualche anno ho scoperto che forse mio padre poteva avere ragione e, comunque, che i suoi timori non erano del tutto infondati.
Come insegnano anche i nostri saggi contadini ciociari, se nei pressi dell’albero di carrubo, fino a 3-4 metri, cresce un albero d’ulivo, non bisogna assolutamente raccogliere il fungo e consumarlo.
La vicinanza dei due apparati radicali, ne contamina in qualche modo la linfa e il fungo di carrubo presenta una certa tossicità.
Forse non causerà la morte per avvelenamento, ma sicuramente potrà procurare seri problemi gastroenterici e anche epatici all'incauto consumatore.
Nonostante tutto confesso che avrei corso volentieri il rischio: avrei voluto conoscere il sapore di quella leccornìa giovanile di cui non ricordo nemmeno l'odore.
I nostri saggi contadini ciociari riferiscono, da secoli e secoli, che, in cucina, la morte sua è in umido con cipolla ed estratto concentrato di pomodoro, oppure a spezzatino con aglio, olio, prezzemolo e filetti di pomodoro fresco.
E accompagnano ancora questa preziosa ricetta con due raccomandazioni.
La prima: se, per caso, il fungo che avete raccolto è già un po’ passato di maturazione e la sua polpa, pur piena e compatta, è diventata un po’ legnosa, tagliatelo a fettine sottili, fatelo marinare un’ora in acqua e limone o aceto e cucinatelo come una normale cotoletta; la seconda: per la cottura del fungo di carrubo è indispensabile il tegame di coccio.

smr

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