mercoledì 11 giugno 2014

STORIE DAL PAESE DEI CICLAMINI

"La casa che Umberto Cortese, il giovane napoletano venuto al paese qualche anno fa e morto tragicamente, aveva comprato a Coreno Ausonio per venire a viverci con la vecchia madre, aveva una storia, come tutte le case vecchie dei paesi vecchi. Maria U., l'attuale proprietaria, l'aveva ereditata dalla madre Angela Di Bello, molto tempo prima della sua morte. L'aveva fatta restaurare perfettamente per farne la sua casa, in occasione del matrimonio. Solo qualche tempo dopo si era messa in cooperativa. Allora, pur se a malincuore, aveva deciso di vendere la sua cara casa materna, dotata di tutti i comfort e col marmo per terra, per pagare una fetta consistente della sua nuova casa: quella dove tuttora vive con le figlie. La madre di Maria, Angela, aveva ereditato a sua volta la casa dal padre e della madre: Francesco Di Bello e Paola Branca. Avevo grande familiarità
con loro e ogni tanto andavo anche a trovarli, perché i nonni di Maria U. erano anche gli zii di mio padre: Zì Franciscu era fratello carnale di nonna Anna Maria, la madre di mio padre. I due vecchi coniugi furono protagonisti di una storia che negli anni '70 commosse molto tutta la popolazione del paese. Se ne parlò per molti giorni e la memoria ancora sopravvive vivida. I due protagonisti erano due brave persone, molto amate da tutti. Morirono a un solo giorno di distanza l'uno dall'altra. Prima morì Zia Paolina, non ricordo bene, ma mi pare per un tumore allo stomaco; il giorno dopo morì Zì
Franciscu, di crepacuore. Lei gli aveva fatto l'atto di richiamo. Come si dice nel mio dialetto quando un coniuge morto chiama l'altro, con sé, in paradiso. E non aveva importanza che entrambi fossero anziani e molto ammalati: a tutti il fatto apparve pieno d'amore, e provocò un moto di commozione. Come se avessero deciso da sempre che se fosse andato via uno di loro due anche l'altro l'avrebbe subito raggiunto. Ed era anche stato rivoltato il principio espresso da molti filosofi e psichiatri nel corso di tutto il '900 secondo il quale: chi sopravvive alla persona amata alla fine reagisce, si adegua, si abitua alla sua assenza; intimamente è anche contento di essergli sopravvissuto, perché l'attaccamento alla vita contrasta adeguatamente la sua paura della morte. Chi sopravvisse, in quel caso, non fu contento di esserlo, ma preferì morire subito dopo, non sopportando il dolore immane che si era abbattuto su di lui, dopo la scomparsa della compagna. Il dolore disumano era stato più grande dell'egoismo umano. Ora la casa vuota 'n'fugniu iu rivu aspetta altre persone, altri abitanti che la ripopolino. Non vede l'ora di poter raccontare altre storie."

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