giovedì 11 dicembre 2014

Il costruttore di macere (muri a secco, senza malta).





Metto qui un brano tratto dal mio libro:

STORIE DAL PAESE DEI CICLAMINI.

Contiene il ricordo e la descrizione di un antico lavoro: il costruttore di macere (muri a secco, senza malta).

Di Siena Pietro: quando "nomen est omen". E mai come in questo caso è proprio vero che il nome è un presagio: perché Pietro, l'ultimo scalpellino corenese, forse il più bravo, ha associato, anzi, legato indissolubilmente la sua vita alla pietra che ha lavorato per una vita. Buona parte della sua esistenza, nei fatti, l'ha passata seduto per terra, a scalpellare i blocchetti di pietra per farne macere, i caratteristici muri a secco, costruiti solo con cubetti di pietra locale, smussati a colpi di mazzuola e scalpello, e messi uno sull'altro senza malta o altri collanti artificiali. E la sua opera gli è sopravvissuta. Lui, che non era certo un omaccione, tutt'altro - era corto, smilzo e nervoso, quasi pelle e ossa - con la passione, la necessità e l'esperienza aveva sviluppato una tecnica sopraffina: riusciva a individuare ad occhio il punto esatto dove abbattere il colpo di mazzuola per togliere l'eccesso di calcare e squadrare perfettamente il blocchetto che reggeva stretto tra le due ginocchia ossute. Dalla piattezza, dalla geometria e dall'angolo della pietra dipendevano, non solo l'estetica, ma anche la saldezza e la robustezza della macera. Se erano state fatte a regola d'arte, e quelle di Zi Petrucciu lo erano, le macere sarebbero state così resistenti da stare in piedi per i secoli e i millenni a venire. Se fossero state fatte - come qualche volta è accaduto - con imperizia, pressa e approssimazione sarebbero state destinate a crollare miseramente, accartocciandosi a terra, pietra su pietra alla prima pioggia violenta che le avesse flagellate. L'uso di delimitare le proprietà e di terrazzare il poco terreno scosceso per renderlo coltivabile è molto antico. Affonda le proprie radici molto indietro nei tempi, bel oltre i mille anni che distano dalla fondazione ufficiale di Coreno. Ci riporta indietro di millenni, direttamente ai miti pelasgici. La leggenda più accreditata, narra, infatti, che, quando il dio Saturno fu spodestato dal figlio Giove, scappò dall'Olimpo e fu costretto all'esilio in Ausonia (l'antica Italia), si nascose nel Lazio (dal latino: latere, appunto, nascondere). Accolto amichevolmente dal dio Giano, solidale con lui, avrebbe fondato le cinque città mitologiche saturnie. Tutte dai nomi inizianti per A: Arpino, Anagni, Alatri, Arce, Atina. In più da buon dio delle messi abbondanti insegnò l'agricoltura alle genti di quei luoghi. E quelle ancora oggi ne vivono. Infine generò il primo re del Lazio: Pico. Altro nome molto noto in Ciociaria: è anche il nome di un paese, il paese natale del grande scrittore Tommaso Landolfi. E, per fare un affronto al figlio, usurpatore di troni divini, avrebbe anche svelato agli antichi abitanti della Ciociaria Felix il segreto della costruzione delle mura ciclopiche o pelasgiche che sorgono solo in Ciociaria e nell'Alta Terra di Lavoro. "Le vedo ancora le sue macere di pietra a segnare i confini delle proprietà - fuori del centro abitato e anche dentro. Appena spaccate, le pietre sono di un bianco abbagliante, quasi lunare; poi, col tempo, diventano grigie - per accompagnarsi meglio alla tristezza del paesaggio circostante." (dal libro di SMR: "Le stagioni della lattaia", presentazione dell'autore) Ora che anche gli ultimissimi scalpellini - colleghi di Zì Petrucciu - che, alla fine della loro carriera, lavoravano per hobby e non per soldi, se ne sono andati tutti, quasi contemporaneamente, c'è un altro modo per fare i muri a secco: è stato brevettato di recente da una società marmifera, che tra i suoi innovativi prodotti annovera trionfalmente i cd. Quba Stones (detti anche ...gabbioni): pietre informi raccolte ed infilate in una gabbia di rete metallica sigillata maglia per maglia. Ma i Quba Stones sono tutta un'altra cosa, rispetto alle macere di Zì Petrucciu. La pietra è la stessa, e la funzione. Manca il suono ritmato della mazzuola che si abbatte sul masso, manca la fatica umana, manca la polvere da respirare e, soprattutto, manca la ...poesia che solo i vecchi artigiani sapevano infondere nel loro lavoro. Non so se Zi Petrucciu abbia appreso la sua arte di maceratore direttamente dal dio Saturno: quello che è certo è che se l'è portata dietro, con se, nell'Olimpo degli scalpellini. Se un paradiso degli scalpellini esiste davvero.


Scalpellini moderni



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