venerdì 27 luglio 2012

Le sorelle D'Alessandro: bottegaie nella Coreno degli anni '60.

Una volta i commercianti avevano un'anima. Facevano il loro lavoro con passione, quasi con dedizione. Oggi molti di loro hanno spostato il cuore dalle parti del portafoglio o viceversa.
E fanno solo compassione!

In ricordo di tutti quelli che non esistono più, metto qui un breve estratto dal racconto delle Sorelle D'Alessandro, bottegaie nella Coreno degli anni '60.

".....Le sorelle avevano e vendevano tutto. Qualunque articolo i clienti cercassero, solo lì erano certi di poterlo trovare. Anche se al momento non l’avevano disponibile, le sorelle si dichiaravano in grado di poterlo procurare in breve tempo. E per qualunque somma si fosse disposti a sborsare. Era un vero bazar. Le sorelle avevano, vendevano, e procacciavano tutto. All’interno del negozio il caos regnava sovrano. Non si capiva come potessero destreggiarsi in tale e tanto scompiglio. Infatti, solo loro ci riuscivano - miracolosamente. Entrando ti trovavi subito davanti un vecchio, robusto bancone di legno massello, col ripiano lisciato dall’uso - sempre pieno di merce gettata alla rinfusa. La gente l’aveva scartava. Quelle vecchine, con la buona intenzione di riporla subito dopo, l’ammucchiavano da una parte. Lì era destinata a restare per secoli. Addentrandoti eri costretto ad attraversare una trincea letteralmente scavata nelle mercanzie più svariate. Sulle mensole di due monumentali scansie contrapposte ci potevi trovare di tutto: cataste altissime di scatole di cartone con dentro diosolosàcosa, impilate l’una sull’altra in precario equilibrio; cassette di compensato maleodoranti, col fondo rivestito di frutta avariata; scampoli di stoffa a quadretti bianchi e rossi, buoni per ricavarne tovaglie per tavole da pranzo; gomitoli gonfi di lana soffice e multicolore, per maglie e calzini; completi per bimbo, rosa o celesti; corredi bianchi di pizzo o cotone, per spose promesse; fasci di calze e mutandoni di lana; perfino carrube; olive spaccate annegate nell’acqua; fichi secchi infilzati da spiedini di legno; marzoline; lupini; giuggiole appassite; altra frutta in via di decomposizione; barattoli di vetro  con sottolio e sottaceti caserecci; e quant’altro loro considerassero oggetto di compravendita - praticamente tutto. Se chiedevi qualcosa, non so come né dove, ma loro l’avevano. Riposta da qualche parte, conservata in un nascondiglio che solo loro sapevano - ma l’avevano. Anche se non la vedevi, loro l’avevano. Quelle vecchiette, pur di servirti a dovere, brigavano, rovistavano, ispezionavano, spulciavano, cercavano, setacciavano, perquisivano, frugavano dappertutto. Buttando all’aria qualsiasi oggetto fosse a portata di mano ma non servisse al momento. Solo ogni tanto riaffioravano, per dirti d’avere fiducia e pazienza. E per assicurarti. Erano proprio lì lì per trovarla. Mentre, aggiustandosi il fazzoletto fuori posto sulla testa, spuntavano curiosamente, gli occhi spiritati, oltre il ciglio del bancone. Come si sporgerebbero dei folletti, se esistessero davvero, da un cespuglio nel bosco fatato, se esistesse davvero. Dopo lunga e laboriosa ricerca ti porgevano, finalmente, l’affare della vita. Gentilmente. Sudate e ansimanti. Estenuate dallo sforzo, ma soddisfatte. Insistevano perché prendessi in mano l’oggetto in questione. Lo saggiassi e ne constatassi la bontà. Se non volevi toccarlo - magari avevi fretta e credevi alla loro parola - te lo spingevano fin sotto gli occhi. Chiedendoti, subito dopo, affabili, quasi sottovoce ma insistenti, se fosse di tuo gradimento. Bello, eh! Ti piace? Bello, eh! Ti piace? Ti piace? squittivano serpentine. Rivelandosi - per quella volta - insinuanti, scivolose come un lubrificante per motori. Poi, discrete, restavano in trepida attesa. Intimamente speravano soltanto che la loro fatica fosse ripagata dal tuo acquisto."

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